11 settembre: la rabbia fu più forte della paura

Un gruppo di psicologi ha analizzato 500 mila sms inviati in America il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle per indagare le reazioni emotive all’evento. Risultato? Con il passare delle ore la collera ha superato ansia e tristezza

Come si sono sentiti gli americani il giorno dell’11 settembre? Possiamo immaginarlo, e molto è stato scritto in proposito, ma dirlo con certezza non è possibile. Tuttavia, un passo verso una comprensione più scientifica delle reazioni collettive all’evento che ha definito il decennio è arrivato una settimana fa grazie a un gruppo di psicologi tedeschi e a WikiLeaks (www.wikileaks.org), il sito la cui missione è pubblicare documenti segreti.

La risposta degli studiosi è che la rabbia, più che sentimenti come ansia o tristezza, è stata l’emozione che ha maggiormente impregnato il cuore degli statunitensi durante e dopo gli attacchi alle Torri Gemelle. Un fatto che, secondo alcuni, può spiegare molto delle reazioni politiche all’attentato. Come si sia arrivati a questa ipotesi e che cosa abbiano in comune degli accademici tedeschi e il sito che più fa arrabbiare il Pentagono è presto detto: 500 mila messaggi di testo inviati da cerca-persone americani l’11 settembre 2001. WikiLeaks li ha pubblicati lo scorso novembre, un gruppo di psicologi dell’Università di Magonza ha deciso di analizzarli da vicino per realizzare una cronologia degli stati d’animo di quel giorno, a partire dalle 6 del mattino all’una di notte.

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Il guru di WikiLeaks: governi tremate, in arrivo altri scoop

A festeggiare non ci ha nemmeno pensato, nonostante sia responsabile di uno dei maggiori scoop della storia del giornalismo. Da Londra, dove ha messo in piedi un ufficio stampa temporaneo, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, conferma che non viaggerà negli Stati Uniti per un po’, dopo aver svelato i segreti sulla guerra in Afghanistan. Così rilevanti da aver costretto il Pentagono ad aprire un’inchiesta penale sulla fuga di notizie. Ma rivela: “il mio sito ha più di un ammiratore all’interno della Difesa americana”, avremo nuovi colpi nei prossimi 6 mesi. E agli italiani promette: mandateci le vostre intercettazioni telefoniche. Noi le pubblicheremo sempre.

Partiamo dall’Afghanistan. Quale risultato sperate sortisca l’ultimo vostro scoop?
Speriamo che conduca ad un’ampia soluzione di pace per la nazione. E’ un risultato molto difficile da realizzare ma sembra che l’attenzione in Usa, in Europa, in Pakistan e in Afghanistan si stia concentrando sulla scelta di un nuovo modo di procedere.

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WikiLeaks, quella curiosa macchina da scoop

Probabilmente non è vero che, come dice qualcuno, ha realizzato più scoop «in tre anni che il Washington Post negli ultimi 30». E’ vero, però, che può vantarne parecchi, moltissimi se si pensa che è nato alla fine del 2006 e che, in questo breve tempo, si è imposto nell’universo dell’informazione globale come un punto di riferimento per rivelazioni scottanti. Governi, aziende, eserciti, ma anche sette religiose hanno imparato a conoscere (e a temere) WikiLeaks.org, sito che si propone come un luogo sicuro per chiunque abbia documenti riservati e voglia rivelarli al mondo. Basta avere del materiale inedito di interesse pubblico, diplomatico, sociale, aprire la pagina del sito preposta al caricamento, inserire il file e il gioco è fatto.

Tra le istituzioni che ha fatto infuriare c’è la chiesa di Scientology, dopo che nel 2008 ha pubblicato i costosissimi manuali della setta. Nel 2009 è toccato al governo del Sud Africa adirarsi quando il sito ha messo a disposizione del mondo la versione senza omissis di un rapporto sul sistema bancario del Paese destinato ad essere divulgato solo parzialmente. In Perù a tremare è stato l’establishment politico-petrolifero quando sul sito sono comparse più di 80 intercettazioni telefoniche a proposito dello scandalo denominato Petrogate.

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Wikileaks resiste – Intervista a Julian Assange

Parla l’inafferrabile fondatore del sito internet «in guerra» col Pentagono per la pubblicazione di video che documentano le stragi di guerra Usa. Che lancia anche un messaggio ai giornalisti italiani…

Non ha cellulare, cambia spesso numero di telefono fisso, usa almeno sei indirizzi email differenti e, quando non viaggia, divide il tempo tra la nativa Australia, il Kenya e l’Islanda. Solitamente difficile da rintracciare, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks.org, sito che permette a chiunque di pubblicare anonimamente documenti riservati, nell’ultimo mese è stato più imprendibile del solito: tra coloro che erano interessati a lui c’era infatti anche il Pentagono, che lo ritiene in possesso di informazioni molto delicate per la sicurezza nazionale.

Le attenzioni del governo Usa risalgono alla fine di maggio dopo l’arresto da parte dell’esercito americano di Bradley Manning, soldato di stanza in Iraq accusato di essere una “talpa” del sito. Tra i materiali che il militare avrebbe “passato” all’organizzazione di Assange, un video, reso pubblico lo scorso aprile, che mostra un elicottero a stelle e strisce uccidere varie persone a Baghdad, in Iraq, tra cui due impiegati dell’agenzia Reuters. Nelle settimane di eclissi, inoltre, l’ex hacker australiano non ha certo rassicurato il Dipartimento di Stato: via email ha confermato di essere in possesso di un altro video, che documenta l’uccisione di oltre 100 civili (la maggior parte bambini) nel villaggio di Garani in Afganistan durante un attacco delle forze armate americane.

Assange è riemerso in pubblico lunedì scorso in occasione di un convegno sulla censura organizzato a Bruxelles presso il Parlamento europeo dove il manifesto lo ha raggiunto per un’intervista. In questa chiacchierata si dice preoccupato per il soldato arrestato, conferma che la pubblicazione del nuovo video è imminente e ricorda ai giornalisti italiani preoccupati per la cosiddetta “legge bavaglio” che WikiLeaks è a loro disposizione.

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La “talpa” di Wikileaks finisce nei guai

Sono passati poco più di due mesi dalla pubblicazione del controverso video che mostra l’uccisione a Baghdad di alcuni civili iracheni, tra cui due dipendenti dell’agenzia di stampa Reuters, da parte di un elicottero militare americano. Le immagini, che risalgono al 2007 e sono state rilanciate dalla stampa di tutto il mondo, costituiscono uno dei maggiori successi di Wikileaks, sito che garantisce l’anonimato a chiunque voglia pubblicare documenti segreti e scottanti.

Tuttavia, 62 giorni dopo, il presunto autore della “soffiata” è stato scoperto. Secondo quanto riportato inizialmente da Wired e successivamente confermato dal Dipartimento della difesa statunitense, Bradley Manning, 22 anni, analista militare di stanza in Iraq, si trova in stato di arresto con l’accusa di avere rivelato all’esterno informazioni riservate. Tra queste, il famoso video iracheno e, pare, 260 mila dispacci diplomatici preparati dal Dipartimento di stato e da membri del corpo diplomatico Usa in Medio Oriente.

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