4:09:43, cronaca di un istante

Il New York Times ci ha abituato a lavori giornalistici per il web di grande complessità. Basti pensare, solo per fare due esempi abbastanza recenti, a Snow Fall, la feature che ha appena vinto il premio Pulitzer  o a 512 paths to the White House, la visualizzazione interattiva che permetteva di capire le chance dei due candidati alla Casa Bianca in caso di vittoria di uno o dell’altro nei singoli stati. Lavori giornalisticamente e tecnologicamente complicati e che, giustamente, sono considerati come lo stato dell’arte dell’innovazione nelle news.

Eppure se dovessi scegliere il progetto più interessante realizzato negli ultimi mesi dal quotidiano americano punterei su un altro, per molti versi, decisamente più semplice. Si chiama 4:09:43  e fotografa, letteralmente, il momento dell’esplosione sul traguardo della maratona di Boston (avvenuta, appunto alle 16.09 e 43 secondi, fuso orario della costa Est degli Stati Uniti). Qui non c’è il lavoro di scavo e approfondimento (anche visivo) di Snow Fall. E nemmeno l’originalità della visualizzazione di 512 paths to the White House (qui un accenno a come è stata realizzata).

C’è invece, nell’ambito un’iniziativa meno ambiziosa, la capacità di versare il vino vecchio della cronaca in nuove botti digitali, senza perdere in qualità anzi guadagnandone. C’è l’intuizione giornalistica di costruire una storia intorno ad una foto (meglio, un fotogramma sgranato di un video) che coglie l’attimo decisivo di una vicenda. C’è il ricorso a Internet per trovare le persone presenti all’evento. E c’è l’antico lavoro del cronista che, come si fa in questi casi, va ad intervistare i sopravvissuti. L’insieme è un mix che, organicamente, lega immagini, testi, voci e, soprattutto, storie accomunate da un istante (si veda, per esempio, quella dei Biagiotti, madre e figlia, quest’ultima in sedia a rotelle). E infine  (aspetto non secondario per la riuscita dell’amalgama) c’è l’eleganza dell’impaginazione. Risultato: niente effetti speciali (o meno di altre volte) ma un pezzo di cronaca digitale efficace e centrato. Perfetto?

Tutti in Islanda, isola senza bavagli

50 voti a favore zero contrari. Con questo risultato inequivocabile la notte scorsa il Parlamento islandese ha dato il via libera ad una proposta di legge che punta a trasformare l’isola artica nel paradiso della libertà di espressione. Icelandic Modern Media Initiative (IMMI), questo il nome della norma approvata, garantisce infatti le più sofisticate protezioni giuridiche per chi fa il mestiere di informare: dal rafforzamento del segreto professionale dei giornalisti per quanto riguarda le fonti, agli incentivi per gli informatori che vogliano denunciare episodi di corruzione in organizzazioni private e pubbliche, passando per l’immunità per fornitori di connettività Internet in relazione ai dati che scorrono nelle loro reti.
Portata in parlamento nel febbraio scorso, la IMMI si presenta come una sorta di patchwork globale. Gli estensori del testo hanno infatti selezionato le norme più liberali e libertarie sul diritto di parola e la tutela della professione giornalistica già in vigore nel mondo e le hanno riunite in un unico pacchetto. Tra queste la legge americana che incentiva la denuncia di frodi nei confronti della pubblica amministrazione; la legge sull’accesso ai documenti pubblici norvegese; la disciplina che tutela l’anonimato delle fonti in Svezia, e quella che assicura le comunicazioni tra fonti e giornalisti…

Il prezzo della denuncia

Le frontiere delle notizie non sono tutte uguali. Ci sono quelle virtuali, raccontatequi sopraa fianco, e ce ne sono di reali e pericolosamente concrete: macchine bruciate, minacce di morte, pallottole inviate in busta o recapitate direttamente nell’auto. Il giornalismo contemporaneo cambia pelle, soffre l’avvento delle nuove tecnologie che sgretolano modelli di business consolidati e aprono opportunità ancora non del tutto esplorate. Alla fine però, rete o carta, il principio resta (o dovrebbe restare) sempre quello: raccogliere fatti e farli diventare notizia, costi quel che costi.

Il punto è che – quotidiano o sito Internet – ci sono luoghi dove costa di più, come certe aree del nostro Mezzogiorno. Taci infame. Vite di cronisti dal fronte del sud (il Saggiatore, 2010) di Walter Molino racconta del sovrapprezzo di rischio e solitudine che sborsa chi fa il giornalista in Sicilia, Calabria, Campania e tratta di argomenti che toccano gli interessi della criminalità organizzata.

E’ un’imposta indiretta che interessa tanto reporter di lungo corso quanto giovani alle prime armi. C’è chi la paga da trent’anni, come Rosaria Capacchione, cronista di giudiziaria del Mattino di Napoli e chi ha appena cominciato a versare il tributo, come Angela Corica, collaboratrice del quotidianoCalabria Ora.

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Wikileaks, il ritorno dell’acchiappa-segreti

L’ultimo scoop ha riportato Wikileaks al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e potrebbe aiutare il servizio, in difficoltà economica, a sopravvivere. La rivelazione, il 5 aprile scorso, del video di un’operazione dell’esercito americano a Baghdad nella quale hanno perso la vita 12 persone, tra cui due impiegati dell’agenzia di stampa Reuters, ha infatti riacceso i riflettori sul sito che, causa mancanza fondi, negli ultimi tempi ha ridotto sensibilmente le attività.

Creato nel 2007 da un gruppo di attivisti guidati dall’australiano Julian Assange, giornalista e hacker etico, Wikileaks ambisce ad essere un porto sicuro per tutti coloro che, in possesso di documenti riservati, vogliono renderli pubblici. Agli informatori garantisce anonimato e una piattaforma sicura con server distribuiti in quei Paesi (come Stati Uniti, Belgio o Svezia) che offrono migliori garanzie per la protezione della libertà di espressione.

L’importanza del documento, che getta luce su un evento accaduto il 12 luglio 2007, è servita a riportare in primo piano l’importanza giornalistica di questo servizio, in grado di sfruttare Internet per accedere a materiali che sfuggono anche all’azione investigativa di grandi testate…

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Giornalisti online e freelance sempre più a rischio

Pubblicato l’ultimo rapporto del Committee to Protect Journalists: la crescita di freelance e giornalisti online sta rendendo più vulnerabile la stampa, soprattutto nei paesi oppressivi. Ma la rete si conferma anche l’antidoto migliore per limitare i danni della censura.

Novantanove giornalisti e operatori dell’informazione uccisi e 136 imprigionati in tutto il mondo nel 2009. Questo il bilancio stilato dall’associazione newyorchese Committee to protect journalists (Cpj) nel suo ultimo rapporto Attacks on the press 2009. Numeri che parlano chiaro e che fanno dell’anno appena concluso il più nero dal 1992, da quando cioè l’organizzazione ha cominciato a tenere il conto delle uccisioni.

Quella del reporter, soprattutto quando al governo ci sono regimi repressivi, continua a essere una professione pericolosa. Un mestiere, spiega l’indagine, ancora più rischioso se si è giornalisti freelance o online e non si po’ contare sulla protezione di organizzazioni strutturate e influenti. Tuttavia, il ruolo di chi cerca di fare informazione su Internet e per conto proprio, dice lo studio, “è più importante che mai” in un contesto in cui “la tecnologia sta cambiando il modo in cui la gente nel mondo raccoglie e riceve l’informazione” e le “testate internazionali tagliano gli staff e chiudono gli uffici all’estero”.

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Solo un dato ci può salvare

manifestoLe nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.

La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce online dove le inserzioni, a parità di lettori, costano meno. Risultato: i quotidiani sono in declino, il giornalismo è in pericolo e anche la democrazia non sta tanto bene. Quello che non tutti conoscono è il racconto laterale: i germi del futuro dell’informazione sono già all’opera. Bisogna andarli a cercare nelle divisioni online dei media più innovativi o nei dipartimenti più visionari di certe università. È lì che si tentano esperimenti che, con l’aiuto della tecnologia, provano a immaginare le vie delle news che verranno. Con un’idea a fare da collante: l’eccesso di informazione può essere piegato a vantaggio di quei soggetti che, per tradizione e risorse, possono usare la massa enorme di dati che ci assale ogni giorno per fornire contesto, interpretazioni della realtà, basi per nuovi business. Se le cose stanno così, chi meglio dei quotidiani?

Copiando Google
L’americano New York Times e l’inglese The Guardian sono tra i più decisi a battere la nuova strada. Per farlo hanno scelto un esempio non da poco: Google. Esattamente come il motore di ricerca ha agito per i suoi servizi più popolari (le mappe, per esempio) i due quotidiani hanno aperto ai programmatori le tecnologie (in gergo API, acronimo per Application programming interface) necessarie per “giocare” con i loro archivi di dati e notizie e creare servizi. In questo modo tale Taylor Barstow ha lanciato Nytexplorer.com per effettuare ricerche avanzatissime nel database del quotidiano. Altri hanno preferito impiegare le informazioni sul Congresso prese dal New York Times per tenere sotto controllo l’attività dei parlamentari dell’Oregon: è il caso di YourGovernment. Uno sviluppatore italo-olandese, Cristiano Betta, infine, ha utilizzato l’archivio del Guardian per aggiungere informazioni di contesto al suo ShouldIBackupMy.com, che fornisce consigli su come non perdere i propri dati.

Come le mappe di Google sono il punto di riferimento per chi realizza servizi di georeferenziazione sul web così, condividendo il patrimonio informativo e tecnologico, i giornali sperano di diventare la fermata obbligata per chi sperimenta con l’informazione. A che pro? Lo spiega l’influente blog americano GigaOm: simili iniziative «trasformano il giornale in una piattaforma per altri servizi e funzionalità. Questo rende il quotidiano e il suo contenuto più preziosi e apre le porte ad ogni tipo di partnership o forma di licenza commerciale»… Continua a leggere

Salvare i giornali? Con musica e bellezza

manifestoLe proposte di Jacek Utko, designer polacco di quotidiani, responsabile del successo di una serie di testate dell’Est europeo. Estetica, ritmo ma, soprattutto, progetto e idee. Così ha incantato la platea della Ted Conference.

Cosa può salvare i giornali? La bellezza. A dirlo, incurante del rischio di passare per pazzo, è un signore polacco di nome Jacek Utko, persuaso che un pizzico di estetica non faccia male all’informazione, anzi. Ha studiato da architetto e, con grande dispetto della famiglia, invece di progettare palazzi è finito a fare il designer di quotidiani. Memore dei suoi trascorsi, è convinto che applicando alla carta stampata i principi base dell’architettura, come l’integrazione di forma e funzione, si possano ottenere prodotti migliori, più facili da leggere, più piacevoli da sfogliare. E, soprattutto, più apprezzati (e comprati) dai lettori.

Nel febbraio scorso, come documenta un video divenuto popolare in rete, ha sedotto la platea californiana della celebre Ted Conference, che ogni anno invita a parlare le più brillanti menti del globo nel campo delle tecnologie, dell’educazione e, appunto, del design. Look giovanilistico, maglietta, occhialini e capelli lunghi di ordinanza ha raccontato al facoltoso uditorio i suoi successi. A cominciare da quelli della testata per cui lavora come art director, il quotidiano economico polacco Puls Biznesu. R idisegnato nel 2004 sotto la sua guida artistica, è stato nominato il giornale meglio disegnato del mondo dalla Society for newspaper design. Quel che più conta, il primo anno dopo l’operazione estetica il foglio ha guadagnato il 13 % in circolazione, l’anno successivo il 22%, il terzo anno il 35%. Non male in tempi di crisi dell’editoria.

E pensare che a Jacek l’illuminazione è venuta a Londra, dopo avere visto una performance del Cirque du soleil. Quel giorno ha deciso di applicare ai giornali quello che il gruppo canadese ha fatto al circo: innestare linfa nuova in una tradizione un po’ in decadenza. Impresa riuscita anche fuori dai confini polacchi. In quanto consulente del gruppo editoriale svedese Bonnier, il nostro ha supervisionato progetti grafici in tutta l’Europa dell’est e nei Paesi baltici. Anche qui, oltre ad aver fatto manbassa di riconoscimenti e aver portato nel 2007 l’estone Äripaev sulla poltrona di giornale più “bello” del globo, ha riempito il portafogli dei suoi datori di lavoro. Continua a leggere