Trasparenza di governo

Dati, dati, dati. Ispirati da Obama stati e città del mondo anglosassone riversano online fiumi di statistiche e informazioni. Nella speranza che l’intelligenza collettiva della rete li metta frutto.

Il percorso più sicuro per raggiungere un locale di Washington passa per il Web. Non nel senso che è meglio bere una birra davanti al Pc e chattare con gli amici su Skype per evitare il pericolo di brutti incontri nella notte della capitale Usa. Più semplicemente, perché prima di uscire di casa si può dare un’occhiata al sito StumbleSafely e consultare una mappa dei luoghi di ritrovo della città che racconta anche quanti e quali crimini sono stati commessi nell’area scelta nei vari momenti della giornata e offre dettagli utili come le stazioni della metropolitana nelle vicinanze.

StumbleSafely fa parte di quei servizi che l’amministrazione di Washington DC si augurava di stimolare quando tre anni fa ha deciso di mettere online un catalogo di dati pubblici relativi alla città (dagli arresti di minori alle concessioni edilizie). 300 insiemi di numeri e statistiche in formato riusabile a disposizione di aziende e programmatori indipendenti che possono sbizzarrirsi a processarli, mescolarli con altre informazioni (mash-up) e realizzare progetti web utili per i cittadini. Come iLive.at, per esempio, che consente di digitare un indirizzo in una maschera di ricerca e ottenere in risposta indicazioni sulla composizione etnica del quartiere, il tasso di crimini commessi, la percentuale di nuclei familiari con figli, la presenza in zona di ospedali e stazioni di polizia. A Washington sono così convinti di questa via che per stimolare la creatività degli utenti, hanno lanciato Apps4Democracy.org, un concorso per smanettoni che nella prima edizione ha messo in palio 30 mila dollari e ha raccolto 47 applicazioni per il web, l’iPhone o Facebook. Secondo i calcoli della municipalità, i servizi sviluppati hanno prodotto un valore di oltre 2 milioni e mezzo di dollari a fronte di un esborso totale dell’amministrazione di soli 50 mila.

Tra statistiche in libertà e premi per la programmazione, il caso della metropoli della Casa Bianca rappresenta uno degli esempi più interessanti di una tendenza conosciuta tra gli addetti ai lavori come open government (in italiano: governo aperto). Ovvero, amministrazioni pubbliche che tirano fuori dai propri archivi migliaia di cifre e tendenze, finora gelosamente custodite o rilasciate dietro procedure complesse, per offrirle sul web. A trasformarle in qualcosa di utile per la cittadinanza ci penserà l’intelligenza collettiva della rete. Dopo tutto, spiegano i più attivi sostenitori dell’open government, il settore pubblico di ogni Paese è sempre stato un grande collettore di dati, da quelli anagrafici a quelli catastali. Queste risorse, in un mondo in cui l’informazione viaggia copiosa lungo i sentieri digitali, diventa merce preziosa che può aiutare lo sviluppo economico e culturale di un territorio. «Per la vita moderna l’informazione pubblica è una forma di infrastruttura non meno importante delle strade, della rete elettrica o del sistema idrico», ha dichiarato recentemente al settimanale The Economist Carl Malamud, fondatore di Public.Resource.Org, associazione che mette in rete dati governativi, e noto per essere colui che negli anni ’90 ha supervisionato la pubblicazione online del database della SEC, la Consob americana.

Lo spirito del governo aperto, per ora, fa proseliti soprattutto nel mondo anglosassone dove la cultura della trasparenza è tradizionalmente più radicata. In Gran Bretagna, per esempio, BestCareHome.co.uk permette di confrontare i livelli di servizio delle case di riposo per anziani o dei centri per la cura delle tossicodipendenze del Regno Unito elaborando i dati della Care Quality Commission, l’autorità che regola i servizi sociali britannici. Iniziative come questa o come WhereDoesMyMoneyGo.org, che visualizza graficamente come vengono investiti e in quali settori i soldi dei contribuenti inglesi, hanno da poco un loro punto di riferimento: Data.gov.uk. Al motto di «liberare l’innovazione», il sito, online dal 21 gennaio scorso, raccoglie più di 2.500 insiemi di dati pubblici di Sua Maestà e segnala le applicazioni realizzate a partire da queste informazioni in modo da dare visibilità ai progetti migliori. «Non è compito nostro dire in che modo i dati possono essere utili, il nostro compito è metterli a disposizione per consentire a imprese e programmatori di realizzare servizi innovativi da offrire agli utenti», ha così riassunto la filosofia dell’iniziativa Tim Berners-Lee, l’inventore del web, chiamato nel giugno 2009 dal primo ministro Gordon Brown a supervisionare il progetto.

Un altro grande sponsor del governo aperto è Barack Obama. Nel maggio 2009 la sua amministrazione ha lanciato Data.gov, enorme deposito virtuale di dati pubblici federali. Fin dai primi giorni del suo insediamento, il Presidente non ha fatto mistero che uno dei tasselli di quel cambiamento auspicato in campagna elettorale era proprio la trasparenza. Coerentemente, il 21 gennaio 2009, appena messo piede nello studio ovale, ha firmato un memorandum su «Transparency and open government» in cui chiedeva alle agenzie federali un uso più massiccio della rete per comunicare con i cittadini. Per non smentirsi nel dicembre scorso ha emanato una direttiva sull’open government nella quale si dettano i tempi in cui gli uffici governativi dovranno mettere online le informazioni richieste e varare piani in merito.

«E’ importante il fatto che il Presidente abbia detto fin dal il primo giorno che la trasparenza è una priorità. E’ come una bandiera piantata sul terreno che può essere utilizzata come una pietra di paragone per le azioni del governo su questo fronte», commenta Ellen Miller della Sunlight Foundation, organizzazione americana che nel 2009 ha finanziato progetti di trasparenza sul web per oltre 2 milioni e 750 mila dollari. Così come «importantissimo» è, per Miller, Recovery.gov, ambizioso sito lanciato dalla Casa Bianca per documentare come vengono spesi i fondi del piano di stimolo dell’economia.

Intanto, a sud dell’equatore i governi di Australia e Nuova Zelanda Ma fronte alla moda delle statistiche esposte in piazza c’è anche qualcuno che invita a una valutazione più critica sui risultati di queste iniziative. «I cataloghi, in alcuni casi, sono a disposizione da tempo, ma le applicazioni proposte riguardano sempre gli stessi argomenti come il crimine o il traffico: di servizi che cambiano veramente la vita dei cittadini non ne ho ancora visti», commenta Andrea Di Maio, analista di Gartner specializzato in tecnologie e pubblica amministrazione.

NycBigapps.com, il concorso per applicazioni realizzato dalla città di di New York sul modello di Washington, sembra dare ragione a Di Maio. La vittoria della prima edizione è andata a WayFinderMobile.com, servizio che pesca nel catalogo di dati della Grande Mela per costruire un’applicazione di “realtà aumentata” per telefonini: basta puntare il sensore della videocamera del dispositivo in una direzione per vedere visualizzate, sovrapposte sullo schermo, le fermate della metropolitana più vicine e il percorso necessario per raggiungerle. Idea graziosa ma non rivoluzionaria. Come rivoluzionario non è Routesy, servizio per iPhone che offre indicazioni stradali aggiornate in tempo reale sulla base dello stato dei trasporti e del traffico nella città di San Francisco, il tutto grazie alle informazioni prese dal catalogo di dati pubblici della città del Golden Gate. Il punto, spiega Di Maio, è che «simili elenchi sono interessanti per i programmatori, una parte infinitesima della popolazione che non necessariamente sa interpretare i bisogni della cittadinanza nel suo complesso».

A questo difetto di rappresentanza va aggiunto, il rischio che tutta questa informazione supplementare non contribuisca alla chiarezza del discorso pubblico ma aggravi anzi la tendenza alla manipolazione partigiana della realtà. Ne ha parlato recentemente Lawrence Lessig in un saggio in cui chiamava in causa la «trasparenza patologica della tecnologia». Facendo storcere il naso ai cultori del governo aperto, il grande cybergiurista ha ricordato la possibilità che i numeri siano impiegati da specifici gruppi di interesse per produrre argomenti a proprio beneficio o per fomentare l’antipolitica. Più informazione non significa automaticamente una discussione più democratica, ha ammonito Lessig. Che forse aveva in mente un vecchio detto in voga tra gli statistici: «tortura i dati abbastanza a lungo e ti diranno quello che vuoi».

Raffaele Mastrolonardo

Articolo pubblicato su il manifesto/alias del 20 marzo 2010

2 thoughts on “Trasparenza di governo

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