Un architetto tra le nuvole

Dalle bolle trasparenti di Londra 2012 alla rivoluzione delle città intelligenti, le idee visionarie dell’urbanista più tecnologico del mondo. Che il 16 gennaio parlerà a Roma nell’ambito del Festival delle Scienze 2010

E’ nato a Torino, ha studiato ingegneria a Parigi e architettura a Cambridge, insegna a Boston, progetta in tutto il mondo. Poliedrico per formazione, cosmopolita per vocazione, Carlo Ratti si è dato una missione ambiziosa: rendere le città più intelligenti. E per portarla a termine ha scelto una strada a metà tra tecnologia e alchimia: compenetrare i bit negli atomi, integrare le informazioni nei mattoni, come nel caso del progetto The Cloud, costruzione in lizza per diventare il simbolo delle Olimpiadi 2012 di Londra.

A soli trentanove anni Ratti dirige il SENSEable City Lab del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) dove coordina una squadra interdisciplinare che lavora a una nuova idea di architettura, in grado di incorporare la dimensione digitale nella progettazione, in ossequio al paradigma produttivo e culturale del nostro tempo: la rete. «Negli anni Venti del Novecento – racconta Ratti a Chips&Salsa – Le Corbusier esclamava: “La civiltà delle macchine cerca e troverà la sua espressione architettonica”. Oggi siamo in una situazione simile, basta sostituire la parola “macchina” con “digitale” e “biotech”».

Anche perché, a differenza di quanto profetizzato un paio di decenni addietro da alcuni sociologi e tecno-utopisti, la diffusione del digitale non ha fermato l’avanzata delle città, anzi. «Internet, si diceva, avrebbe portato con sé l’annullamento delle distanze e dello spazio. In realtà negli ultimi 15 anni le città hanno conosciuto un boom senza precedenti. La Cina, da sola, ha in programma di costruirne più di quante siano mai state realizzate dall’uomo in tutta la sua storia. Nonostante la capillarità di Internet e delle comunicazioni istantanee su scala globale il mondo fisico ha conservato la sua forza e importanza. Abbiamo scoperto che le reti non contrastano, semmai rinforzano le strutture spaziali esistenti».

Il 16 gennaio Ratti sarà a Roma nell’ambito del Festival delle scienze 2010 per illustrare questa filosofia urbanistica che fa della fusione di materiale e immateriale la chiave di volta per la progettazione di città più vivibili e, soprattutto, interagenti. «Negli ultimi anni – spiega – le reti sono diventate il sistema nervoso delle metropoli. Studiandole possiamo comprendere meglio i luoghi in cui viviamo. La grande novità consiste nella capacità di lavorare in modo dinamico, di progettare edifici e città “vivi”, in sintonia con cittadini che vivono in una civiltà interconnessa e percepiscono il digitale come estensione della propria esistenza fisica senza soluzione di continuità».

Per capire che cosa intenda bisogna guardare alle mappe, elaborate in tempo reale grazie alle informazioni inviate da telefoni cellulari, degli spostamenti delle folle durante la Notte Bianca di Roma 2007. Oppure al celebre New York Talk Exchange, progetto che ha tracciato e visualizzato le connessioni telefoniche della città New York con il resto del mondo. In entrambi i casi, gli urbanisti digitali del SENSEable City Lab hanno utilizzato i sensori diffusi nelle metropoli (Gps, telefonini, macchine fotografiche digitali), le reti e i dati raccolti attraverso queste per generare informazioni che aiutano a migliorare la vita delle città.

«La grande disponibilità di dati (in particolare ‘user generated content’, contenuti creati dagli utenti e condivisi sulla rete) ci permette di analizzare i territori urbani in modo dinamico». Oppure di progettare ambienti che sfruttino le nuove tecnologie per realizzare innovative interazioni con gli utenti. Come nel caso del Digital Water Pavillon di Saragozza. Costruito in occasione dell’Expo 2008, questo edificio dalle pareti di acqua “intelligente” gioca con l’opposizione aperto-chiuso e con l’incessante fluidità delle informazioni dell’era digitale. I muri di H20 si aprono, grazie a 3 mila valvole elettromagnetiche, creando varchi asciutti al passaggio delle persone o si trasformano in display digitali in costante scorrimento in grado di riprodurre immagini e testi in risposta all’ambiente circostante. «E’ il vecchio sogno di Michelangelo – commenta il cyber-architetto – e del “perché non parli?”. Oggi il nostro ambiente costruito (città, edifici, oggetti) sta “imparando a parlare”. L’elettronica è ormai miniaturizzata e distribuita in modo capillare».

Questo ambiente caratterizzato da un impasto di tecnologia pervasiva e miliardi di dati informi che scorrono nelle reti internet o nei network cellulari rappresenta una sfida per l’architetto contemporaneo che si trova di fronte ad un nuovo materiale da impiegare nella costruzione. «In gergo – osserva Ratti – si parla di smart dust, polvere intelligente. In un certo senso stiamo già trasformando le nostre città in computer all’aria aperta e gli architetti devono avere qualcosa da dire in questo processo. L’urbanistica è sempre stata una disciplina ‘lenta’; oggi per la prima volta abbiamo la possibilità di descrivere i sistemi urbani in modo dinamico, come se fossero strutture viventi».

In un paesaggio popolato da sensori ubiqui e flussi costanti di dati, il compito del progettista diventa allora trovare di volta in volta la soluzione creativa per produrre conoscenza utile o indurre comportamenti socialmente responsabili al servizio delle città. Per esempio, utilizzando le etichette impiegate dagli utenti per classificare le foto scattate a Firenze e pubblicate su Flickr al fine di conoscere meglio i flussi turistici nella città d’arte. Oppure, è il caso di un progetto del SENSEable City Lab presentato il mese scorso a Copenaghen, trovare soluzioni che sfruttino lo stato dell’arte della tecnologia, come il KERS derivato dalla Formula 1, per invogliare i cittadini ad utilizzare più spesso la bicicletta.

Soluzioni e idee che hanno bisogno di un amalgama di competenze per trovare realizzazione. «Per studiare l’interazione tra persone, bit e atomi e metterla al servizio di un progetto architettonico – dice Ratti – è necessaria un’interdisciplinarità estrema. Il nostro gruppo al MIT comprende matematici, ingegneri, architetti, informatici, sociologi. Non basta però mettere insieme persone di estrazione differente; bisogna che ciascuno di loro abbia una forte capacità di confrontarsi e interagire con gli altri. Un matematico che lavora con noi deve essere in grado di dialogare con un sociologo o un architetto».

Nella loro attività i tecno-urbanisti del Lab prendono a prestito dalla cultura digitale nata in questi anni anche le metafore e le pratiche della rete. L’esempio più lampante di contaminazione è The Cloud, progetto per le Olimpiadi 2012 di Londra. Nuvole trasparenti (in omaggio alla rivoluzione informatica che va sotto il nome di cloud computing e prevede la fruizione dei servizi direttamente online) che fungano anche da schermi informativi. Il tutto, significativamente, finanziato dal basso.

«Nella maggior parte dei nostri progetti partiamo dall’idea che è fondamentale coinvolgere i cittadini nei processi decisionali e creare sistemi di gestione delle aree urbane che non siano solo calati dall’alto, ma anche e soprattutto dal basso. Cerchiamo di farlo anche a Londra. Per il finanziamento ci proponiamo di utilizzare tecniche 2.0, coinvolgendo i cittadini con modalità sperimentate dalla campagna presidenziale di Obama. L’obiettivo è costruire un vero e proprio “simbolo di proprietà collettiva su scala globale”. Siamo convinti che usando la rete per creare sistemi di auto-organizzazione dal basso si possano raggiungere traguardi significativi – dalla costruzione di un edificio come The Cloud a iniziative per contrastare i cambiamenti climatici».

Questa trasformazione dell’architettura e dell’urbanistica in coerenza con l’evoluzione delle reti porta anche una buona notizia per l’Italia, dal momento che sembra sposarsi bene con le caratteristiche del nostro Paese. «Uno degli aspetti interessanti della rivoluzione digitale – conclude Ratti – è che si tratta di una rivoluzione “soft” che si sposa bene con le specificità nostrane. Dal punto di vista urbanistico, le nostre città e il nostro territorio possono adattarsi meglio agli imperativi del digitale rispetto a come avrebbero potuto fare con quelli della rivoluzione industriale».

Raffaele Mastrolonardo

Articolo pubblicato su Alias / il manifesto del 9 gennaio 2010

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