Nexus One: inseguendo Apple, pensando open

Dalla rete ai computer (o ai telefonini) e ritorno. Ovvero, un balzo dal virtuale al reale con giravolta a mezz’aria e approdo finale di nuovo nell’universo natio, Internet. Osservato alla luce delle competizioni nell’arena del capitalismo tecnologico del primo scorcio di millennio, il lancio di Nexus One, il cellulare intelligente marchiato Google, assomiglia più alla capriola di un ginnasta che a un salto in lungo. E conferma una volta di più la strategia del motore di ricerca per tenere testa a Microsoft ed Apple. Un’evoluzione aerea ambiziosa, dove punto di partenza e di arrivo coincidono ma dalla quale si esce, almeno così sperano i boss dell’azienda di Mountain View (California), più forti di prima. In mezzo, ci sono i computer, i portatili, ma soprattutto i netbook, i tablet (vedi pezzo sotto) e gli smartphone, ovvero tutti i dispositivi con cui gli utenti si collegano a Internet, specie se in mobilità.

È per loro che Google si è messa a emulare Juri Chechi. Raggiunto il dominio nel web con il primato nelle ricerche e nella pubblicità online, i capi dell’azienda hanno deciso che la rete gli stava stretta. O meglio che per continuare a regnare nel mondo dei link bisognava uscirne temporaneamente e insediarsi nel cuore degli apparati che presiedono all’accesso. Detto fatto, negli ultimi tre anni l’azienda di Sergey Brin e Larry Page si è esibita in una serie di piroette informatiche con lo scopo finale di penetrare negli oggetti che la gente usa per andare online, inseminarli con la propria intelligenza (leggi: software) e fecondarli con logiche che li rendano più adatti all’esperienza virtuale.

Nel novembre 2007 ecco Android, sistema operativo che vuole essere il cavallo di Troia dell’armata californiana nei telefonini intelligenti. Nel settembre 2008 è la volta di Chrome, browser concepito per sfruttare appieno le ultime evoluzioni del web interattivo che ha già consentito a Google di mettere un piede nel 4,6 % dei computer mondiali. Per la seconda metà di quest’anno è invece atteso Chrome OS, un sistema operativo destinato ai cosiddetti netbook, computer portatili di peso, dotazione software e prezzo ridotti che servono soprattutto per navigare.

Dai cellulari intelligenti ai mini-computer, cambiano i dispositivi ma la strategia resta la stessa: capriola open source. Questi programmi sono infatti aperti e possono essere modificati da terzi, una mossa che distingue il motore di ricerca da Microsoft e Apple, entrambi gelosi dei loro codici. In territori nei quali è costretto a inseguire, Google punta sul carattere inclusivo dei software open per invogliare i produttori a lanciare apparati basati sui propri programmi ed estendere così la propria presenza nei vari mercati. Allo stesso tempo, non rinuncia a mettere in vendita gadget con proprio marchio nei quali sperimentare direttamente le potenzialità dei suoi software pensati e sviluppati con in mente il collegamento in rete. Accadrà con il telefonino Nexus One e, si dice, con almeno un netbook equipaggiato Chrome OS.

Obiettivo di questi salti mortali tra rete e apparati sono le fonti di introiti che la navigazione attraverso i nuovi dispositivi offre. Tipo la pubblicità sui cellulari che nel 2012, secondo gli analisti di Sanford C. Bernstein & Co., varrà tra i 2 e i 3 miliardi di dollari, solo negli Usa. Non a caso, a novembre Google si è detta pronta a sborsare 750 milioni di dollari per AdMob, società specializzata in réclame su telefonini. Perché, piroetta dopo piroetta, la speranza è sempre quella: atterrare su un soffice materasso imbottito di biglietti verdi.

Raffaele Mastrolonardo

Articolo pubblicato su il manifesto del 6 gennaio 2010

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