Il guru di Internet che scopre la gratuità

Nel regno dell’abbondanza le merci digitali hanno costi di produzione che tendono a zero. Così nel web la gratuità tende a diventare la norma e non l’eccezione. È la tesi che lo studioso e direttore di «Wired» Chris Anderson propone in «Gratis», il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli

C’è l’economia della scarsità fisica, quella in cui gli esseri umani hanno trascorso la gran parte della loro storia. E poi c’è quella dell’abbondanza digitale nella quale abbiamo cominciato a vivere solo da qualche anno. La prima funziona seguendo la teoria economica classica; la seconda si muove secondo regole in gran parte ancora da scrivere che poco hanno a che fare con i testi sacri della «scienza triste». Per capire lo scarto basta andare in edicola, sfogliare quintali di carta pieni di informazioni a pagamento e poi farsi un giro online per trovare la stessa informazione (e anche di più), solo gratis.

La differenza non è da poco e non è casuale. È anzi la caratteristica distintiva della «rivoluzione» innescata dalla rete che trasforma tutto quello che può in bit, immateriali e facili da trasportare, e rende abbondanti beni che prima erano scarsi. A pensarla così, fra gli altri, è Chris Anderson, direttore del mensile Wired e acclamato guru della rete, sbarcato in Italia con la sua ultima fatica, Gratis (Rizzoli, 19,50 euro). Nel precedente e fortunato saggio, La coda lunga, raccontava come cambia il business nell’era dell’abbondanza immateriale quando, senza le costrizioni dello spazio e degli scaffali fisici, prodotti che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli di massa.

In Gratis Anderson fa un passo ulteriore. Il futuro della maggior parte dei beni digitali, dice, è marchiato da una sola cifra: lo zero. Il cuore dell’argomento del nuovo libro è puro materialismo tecnologico. A portarci nel regno della gratuità saranno quei processi in virtù dei quali il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l’architrave di ogni erogazione di servizi web, si dimezza in un periodo compreso tra i 9 e i 18 mesi. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero e le aziende più aggressive si comportano di conseguenza, dando via beni digitali senza chiedere nulla in cambio…

Chi fino a ieri prosperava su quello che è destinato a perdere valore non deve però preoccuparsi. Basta seguire i consigli del libro e andare a caccia di quella che l’autore definisce «scarsità adiacente». Ovvero: non chiedere soldi online per quello che prima o poi qualcun altro regalerà ma trova una fonte di remunerazione collegata. In una parola, freemium: «con una mano dona e con l’altra fatti pagare».

Più facile a dirsi che a farsi, ma qualcuno lo fa. Google, per esempio, fattura miliardi con la pubblicità online e offre gratis YouTube, Google News e il servizio di posta elettronica Gmail. Flickr, sito di condivisione di foto, è gratis per tutti tranne per quei pochi che sono disposti a spendere per funzionalità aggiuntive. La prestigiosa conferenza «Ted», invece, aumenta la sua popolarità pubblicando gratuitamente i video dei relatori sul web e chiede migliaia di dollari per assistere dal vivo ai convegni e godere del privilegio di conversazioni interessanti nei corridoi.

Pochi sanno impacchettare le idee con la maestria del direttore di Wired e del suo staff di editor. Gratis tiene in perfetto equilibrio teoria (vedi le riflessioni sulla strategia di massimizzazione della distribuzione di Google) ed esempi pratici (le band di tecnobrega, genere musicale brasiliano, che accettano la vendita sottocosto dei loro cd nelle strade considerandola pubblicità per le performance dal vivo). Alterna con sapienza storie individuali (King Gillette che fa fortuna vendendo sotto costo rasoi e guadagnando sulle lamette) ed excursus storici sul concetto di «zero», dai babilonesi fino ai giorni nostri.

Tutto così perfetto e ben congegnato da far venire il sospetto che Anderson abbia preferito evitare qualsiasi brutta notizia per non sporcare la confezione ottimista del pacchetto editoriale. Eppure la logica del processo brillantemente descritta lascia più di un dubbio sul futuro radioso promesso.

Come ha spiegato Yochai Benkler, studioso di Harvard, i bassi costi della distribuzione in rete e la facilità della comunicazione online hanno aperto le porte di svariati campi a milioni di individui animati da motivazioni non pecuniarie (dalla passione al divertimento). Risultato: grazie a Internet una serie di domini che fino a ieri erano solo «economici» oggi sono anche «sociali», come la realizzazione di un enciclopedia (Wikipedia), la produzione di software (l’open source), l’informazione (blog e siti dal basso).

E allora, hai voglia di elencare in appendice 50 modelli di business disponibili, stilare liste di «tattiche» e di «regole» per sfruttare le opportunità aperte della gratuità portata dai bit. Il punto, alla fine, è che comunque la si giri, in molti settori lo spazio dell’azione meramente economica si restringe, si amplia quello non monetario e la torta dei profitti esce dal forno digitale più piccola.

Gratis si ferma un passo prima di trarre queste conseguenze e indagarle. Peccato. Forse è la preoccupazione di non disturbare troppo l’umore di uomini d’affari già disorientati dall’avanzata del digitale. O forse la resistenza ad ammettere che, in fondo, quella dell’abbondanza non è proprio una vera economia. E che definirla così è solo l’estremo tentativo di infilare a forza la logica del «nudo e freddo pagamento in contanti» (per dirla con Marx) in spazi dove questo non è più la motivazione sovrana dell’azione degli individui.

Raffaele Mastrolonardo

Articolo pubblicato originariamente su il manifesto del 20 novembre 2009

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