Il grande crack del giornalismo

manifesto

Crisi profonda dei media americani, incapaci ormai di analizzare e prevedere le trasformazioni sociali. Il settore è al collasso secondo il rapporto annuale sullo stato dell’informazione. Stampa a picco.

Il tempo stringe per il giornalismo americano. Non bastavano le notizie di licenziamenti e ridimensionamenti delle redazioni che si moltiplicano da qualche mese. Ora lo conferma, con dovizia di dettagli e profondità di analisi, lo State of the news Media 2009 del Project for excellence in journalism, autorevole studio dedicato ai media a stelle e strisce. La diagnosi della sesta edizione del rapporto pubblicata ieri («la più tetra», secondo gli stessi estensori) non lascia spazio a incertezze: lettori e spettatori in fuga verso il web, calo di entrate, licenziamenti in massa, incertezza sulla propria missione sono i sintomi di una crisi che va avanti ormai da troppo tempo per non essere considerata strutturale. Altrettanto dura la prognosi: il settore deve reinventare in fretta se stesso oppure rassegnarsi a morire. Con grave danno per l’economia ma, soprattutto, per la democrazia.

Le cifre del malessere

Il 2008 visto attraverso le lenti della ricerca è l’annus horribilis per la professione dei reporter dall’altra parte dell’oceano. Salvo la televisione via cavo, che ha beneficiato di una copertura ossessiva delle elezioni presidenziali, tutti gli altri media si leccano le ferite. Le produzioni giornalistiche delle tv locali hanno visto i propri staff tagliati, l’audience diminuire e le entrate calare del 7 %. Da un supporto all’altro, alla carta stampata non è andata meglio, anzi. I numeri dicono meno 14 % di entrate (un calo del 23 % in due anni) e circolazione in discesa (4,6 %) per i quotidiani…

Quanto ai cugini dei periodici, confermano il detto che al peggio non c’è fine: circolazione in caduta del 4,8 %. Simbolo della disfatta, un settimanale storico come U.S. News & World Report (classe 1933) che ha infine deciso di abdicare alla propria ragion d’essere; niente più news, si concentrerà sulle sue popolari classifiche relative alle università e ad altri argomenti.

Maledetta internet

Tra i grandi colpevoli che, secondo lo State of the news Media 2009, hanno accelerato la discesa verso il baratro, c’è internet. L’accusa alla rete è quella di trasferire lettori e spettatori online senza restituire soldi in proporzione. Sempre più americani vanno sul web alla ricerca di news e il traffico sui primi 50 siti giornalistici cresce, tuttavia la pubblicità digitale tarda a dare i suoi frutti. La crescita delle inserzioni online (+ 14 % nei primi tre trimestri del 2008) va infatti a beneficio soprattutto di Google e altri motori di ricerca. Mentre i proventi dei banner, la réclame visuale su cui puntano i siti di news, sono cresciuti solo del 4 % e i primi segnali parlano di un calo nell’ultimo trimestre con tariffe pubblicitarie dimezzate. Al momento, afferma lo studio, 1000 utenti virtuali pagano in media 26 centesimi di dollaro, meno di un caffé.

Problemi quotidiani

Nel mezzo di una difficoltà generalizzata a pagare il conto più salato alla crisi è l’anello debole del settore, quello legato alla carta stampata e all’inchiostro. Non è un caso se nel 2008 le azioni dei quotidiani sono scese nel complesso dell’83 %. Il titolo del New York Times, già declassato a spazzatura in ottobre da Standard & Poor’s, ha toccato a febbraio i 3,50 dollari, meno del prezzo dell’edizione domenicale. Nel frattempo, il gruppo Hearst chiude oggi, dopo 146 anni, le rotative del Seattle Post-Intelligencer e minaccia di fare altrettanto con il San Francisco Chronicle. Da parte sua, l’editore del Los Angeles Times e del Chicago Tribune ha richiesto il Chapter 11, ovvero la protezione per bancarotta. Non sorprende apprendere, nel mezzo di simile catastrofe, che, come spiega lo studio, le entrate complessive dei giornali sono calate del 14 % nel 2008 e del 23 % in due anni. In questo bollettino di guerra non possono mancare le vittime collaterali: i giornalisti.

Il comparto, racconta la ricerca, ha perso negli ultimi 365 giorni circa 5 mila posti di lavoro a tempo pieno, il 10 % del totale. Se le cose non cambieranno, stima lo studio, alla fine del 2009 le redazioni dei giornali americani avranno lasciato sul terreno un quarto dei posti di lavoro che avevano nel 2001. Un esodo forzato di persone e saperi che non può non avere effetto sull’offerta giornalistica.

Qualità a rischio

Lo dimostra l’analisi di oltre 70 mila servizi, 2.200 ore di programmazione televisiva, 7.350 articoli di prima pagina e 600 ore di radio condotta dalla ricerca. «Risorse giornalistiche in diminuzione, – si legge – un impegno minore sugli esteri, una cultura del dibattito tipica della tv via cavo e delle trasmissioni radiofoniche […], la mancanza di approfondimento in un contesto mediatico sempre più veloce, tutto questo ha contribuito a creare un menu giornalistico concentrato solo su poche grandi notizie». Paradigmatica, fa notare lo studio, l’incapacità da parte di un giornalismo americano così prostrato di cogliere i primi segnali dell’incombente crisi economica, pressoché assente dalle grandi testate fino al fallimento di Lehman Brothers nel settembre scorso.

«Nel complesso – si legge nel rapporto – la stampa non è riuscita a diventare un meccanismo di allarme preventivo per quello che oggi è considerato il più grande disastro economico dalla Grande Depressione». Eppure, gli scricchiolii del sistema non mancavano. E’ che non c’erano orecchie abbastanza fini per sentirli. Troppi reporter, rimprovera il rapporto, si sono «affidati alle dichiarazioni ufficiali» invece che alla «realtà economica» vissuta dai cittadini. E «i tagli nelle redazioni – è la sconsolata conclusione – rischiano di accentuare tutto questo riducendo il numero di specialisti in finanza».

Articolo pubblicato sul il manifesto del 16 marzo 2009

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