Un giorno “normale” tra persone orgogliose di contare qualcosa

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Il day after, alla fine, è un giorno normale. 15 ore dopo che la Compagnia aerea italiana (Cai) ha deciso di ritirare l’offerta per Alitalia, attraversare lo Stivale via cielo da Genova a Bari passando per Roma grazie alla compagnia di bandiera è ancora possibile. Di una facilità che quasi sorprende.

A dispetto delle grida apocalittiche che provengono da Palazzo Chigi e media collegati all’Aeroporto Cristoforo Colombo di Genova alle ore 6.30 di venerdì la scena e i personaggi sono quelli consueti. Assonnati manager genovesi in partenza all’alba per la capitale che parlottano tra loro con il giornale locale sotto braccio; uomini d’affari romani che tornano a casa dopo una notte all’ombra della lanterna e digitano i primi sms della giornata.

Un’ora dopo, all’imbarco di Fiumicino, l’immagine solita: imprenditori che conversano al cellulare, turisti americani che vanno a godersi gli ultimi scampoli di sole del sud e persino Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio, che se ne torna nella città natia per il weekend. Lui e tutti gli altri saranno consegnati a destinazione alle 10.33 in orario. Genova-Bari: due voli Alitalia, tre aeroporti, 3 ore e mezza di tragitto nel giorno successivo alla fuga della “cordata” italiana.

Se non ci fossero i titoli di apertura dei quotidiani a comunicare ai passeggeri che l’azienda che li sta facendo volare è «nel baratro» (Repubblica), «nel caos» (Il Sole 24 Ore) o «abbattuta» (Libero), sarebbe difficile trovare qualcosa di anormale in questo viaggio del “mattino dopo” da nord a sud nei cieli d’Italia. A garantire questa normalità, i lavoratori di un’azienda che rischiavano di essere svenduti e ora, pur con lo spettro del fallimento, provano a sperare in un futuro migliore, facendo tesoro di quello che hanno imparato in questi giorni.

«Dobbiamo andare avanti normalmente per garantire il servizio: non possono essere puniti i passeggeri», ribadisce Gabriele, 30 anni, pilota Alitalia da 6. «Ci siamo uniti per la prima volta intorno a Anpac e Up e siamo fieri, siamo piloti ed è il nostro lavoro». «Abbiamo combattuto per essere rispettati», gli fa eco Luca, 42 anni, assistente di volo, da 18 in Alitalia. «Continueremo a farlo finché potremo. Per questo abbiamo esultato: per la nostra dignità salvata». Assistenti di volo, personale di terra, piloti, che nel giorno più difficile parlano di motivazione, senso di appartenenza, spirito di corpo.

Concetti esaltati in ogni manuale di management ma che quando si tratta di Alitalia sono spesso trasformati in presunti “privilegi”, che spesso rivelano una realtà ben diversa, come quella descritta da Stefania, 38 anni, siciliana: «Da nove anni lavoro come stagionale. Vengo assunta, licenziata, liquidata e poi riassunta». O meglio “veniva”: adesso sarà lasciata a casa. «Ci sono 800 stagionali tra gli assistenti di volo; 400 li hanno scaricati nei mesi scorsi, noi saremo i prossimi». In questo giorno-dopo “normale” può accadere anche che l’appartenenza politica sia scombussolata dopo che la lotta ha rivelato la vera natura dei protagonisti «Sono di destra da sempre, ma in questi giorni di manifestazione mi sono trovata a cantare slogan che non avrei mai immaginato. A questo punto non so se voterei di nuovo così», dice Paola, 36 anni, assistente di volo dal ’95.

Peccato che lei e altri colleghi delusi dal governo non trovino dall’altra parte una sponda politica a cui appoggiarsi. «Fino a che non è arrivato Berlusconi ero di destra, ora sto con Di Pietro», dice Federico 31 anni, assistente di volo. E’ nell’azienda da 9 anni di cui 8 passati come stagionale, non dimentica l’esistenza precaria. Ora si occupa di Mobasta, movimento che raccoglie le istanze dei dipendenti meno uguali degli altri che portano avanti l’azienda. Anche nel day after.

(articolo apparso originariamente su il manifesto del 20 settembre 2008)

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