L’ideologo di Sarkozy

Ma chi l’ha detto che la politica non ha bisogno di ideologie? Sicuramente, una sinistra dalle pulsioni suicide. Perché a destra, invece, la voglia di dominare nel mercato delle idee è così forte che quando dalla propria parte non si trovano pensieri all’altezza si va a cercarli dall’altra. Tutto è lecito pur di costruire l’egemonia, con buona pace dei nipoti di Gramsci che ancora credono alla favola della società post-ideologica.

Prendete Nicolas Sarkozy. Che ha fatto quando ha deciso di affrontare la questione della “pirateria” via internet? Semplice: ha guardato a manca. Siccome in casa gollista scarseggiavano proposte in materia, ha dato un’occhiata negli appartamenti socialisti. E non è rimasto deluso. Le suggestioni che potevano fare di lui l’eroe della legalità digitale e il salvatore della cultura francese minacciata dalla rete erano lì, nella persona di Denis Olivennes.

47 anni, parigino, progressista dichiarato, già numero uno di Canal + e boss di Fnac, Olivennes ha tutte le caratteristiche del caso. Pur giovane, è un manager di valore (anche Air France nel curriculum) con tanto di esperienze nei palazzi ministeriali (Corte dei conti e ministero delle Finanze). Conosce i meccanismi della società dei consumi e le alchimie della burocrazia. Ma soprattutto porta con sé una dote preziosa: le idee. Tante e brillanti. Sulla storia e la genesi della democrazia culturale, sul mercato digitale, sull’impatto di internet in quei settori, sui rapporti tra signori dell’intrattenimento, colossi delle telecomunicazioni e demiurghi dei gadget. L’ideale per fare da cornice a una legge.

Le riflessioni, fra l’altro, sono sistematizzate in un pamphlet diventato caso letterario. Un titolo, un programma: La gratuità è un furto. Quando la pirateria uccide la cultura. Da una parte, Tocqueville e Hannah Arendt usati contro la Scuola di Francoforte per dimostrare che la cultura di massa con la sua preferenza per ciò che è standard e consumistico è, hegelianamente, insita nello spirito dell’homo democraticus: chi la critica è dunque fuori dalla storia. Dall’altra, diversità culturale e orgoglio transalpino impiegati per denunciare la «Santa alleanza» tra ultraliberisti e anticapitalisti che alimentano il culto della gratuità di internet minacciando così i fondamenti dell’industria della cultura.

L’abile mix sembra fatto apposta per piacere a Sarkozy che vuole l’autore a capo della commissione incaricata di individuare soluzioni al problema. «Lavorare nel business culturale – dice oggi Olivennes – non è solo una questione di affari, ma offre la possibilità di trasformare il mondo». E infatti il rapporto della Commissione costituisce la base del disegno di legge varato il 18 giugno.

Dal Tocqueville alla legge passando per la Commissione, l’operazione in tre atti è riuscita. E Olivennes – nel frattempo diventato direttore del settimanale Nouvel Observateur – si gode la popolarità conquistata. Due settimane fa l’Associazione italiana degli editori (Aie) lo ha invitato a un convegno a Roma sperando che la sua presenza aiuti l’Italia digitale a seguire la via francese. Il rappresentante della Siae, in deliquio, ha proposto di regalare copie del suo libro ai parlamentari del Belpaese. Quello dei discografici si è detto favorevole alla soluzione da lui ideata. E pazienza se Denis invoca da tempo la riduzione della durata del diritto d’autore giudicandola «incredibilmente lunga». E se è convinto che «l’industria musicale ha fatto troppi errori perché concentrata sui profitti a breve termine». Sono dettagli di fronte alla crisi di un settore che da dieci anni vede i suoi margini implacabilmente erosi e nella dottrina Sarkozy-Olivennes ripone le residue speranze di sopravvivenza.

E allora meglio non dire a questi signori che, sulla base dei principi esposti nel pamphlet di Olivennes, la rivoluzione gratuita di internet potrebbe essere il compimento finale dell’evoluzione della cultura di massa. Che, seguendo le idee hegeliane esposte nel libro, è meglio mettersi il cuore in pace: l’uomo democratico del terzo millennio non vuole pagare per i prodotti culturali, si accontenta di ascoltare musica in formati a bassa qualità e vedere film su schermi di pochi pollici.

Ed è meglio tacere che il loro ideologo di riferimento è ben consapevole di questo fatto. «La legge sarà in grado di fermare la pirateria? Assolutamente no – dice – forse sposterà il 10 % del mercato illegale nel mercato legale».

(Questo articolo è apparso originariamente su Chips&Salsa del 7 luglio 2008, pubblicato all’interno di Alias, supplemento culturale de il manifesto)

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