Thomas Friedman, la generazione Q e internet

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

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7 thoughts on “Thomas Friedman, la generazione Q e internet

  1. Friedman sarà pure uno che predica bene e razzola male ma, per l’appunto, predica bene.
    Tralasciando per pietà il sonoro tonfo di Adinolfi che ha fatto da eco a quello di Scalfarotto, quante sono le campagne on line che hanno ottenuto minimamente qualcosa di concreto?
    Mi pare che l’attivismo on line non abbia prodotto praticamente nulla e l’aggettivo Q di quiet, la generazione under 40 se l’è meritata tutta (sottoscritto compreso che ha appena scavalcato la soglia)

  2. Ubik» Blog Archive » Generazione UU (Utenti Unici)

  3. Oramai tutti si alzano ed esprimono opinioni, tra tante questa mi sembra quella meno pericolosa, nel senso che forse una “mossa” i nuovi giovani dovrebbero darsela… condivido e esalto l’idea di smettere di parlare ed agire, ma servirebbe?
    Vedi Grillo, ha alzato la voce, ha portato gente in piazza (tanta) e poi? nulla più, almeno sembra… anzi, mi sembra che abbia lanciato (o rilanciato) la moda dell’insulto (pesante questa volta) da parte dei politici. Pensassero, i politici, che se loro insultano la maggioranza, come lo stesso Grillo fa, noi li sosteniamo? Forse fanno bene a pensarlo vista la diffusa ignoranza che dilaga in Italia… cmq ciao Raffaele…

  4. FALKO BLASK è un sociologo tedesco, il primo a conoiare la “GENERAZIONE Q” dove la Q sta per quoziente d’intelligenza, ed in merito scrive chi sono gli appartenenti :Dei buffoni cosmici, fantasiosi ed ogocentrici, che rappresentano l’incarnazione ideale dei mascalzoni, privi di scrupoli, ma equanime, al di là del bene e del male.

    Il nichilismo di noi altri è dato pure da una certa ignoranza, che spesso sfocia in giudizi ed opinioni improprie.
    scusate e Grazie

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