L’Ict contro la burocrazia. Una sfida impari (finora)

testata_fem_180.gif10 campi da calcio. Tanta è la superficie occupata dai centri di elaborazione dati della pubblica amministrazione. 1.033 data center che ospitano ben 9.600 server, un patrimonio di potenza di calcolo che non versa in condizioni di sicurezza adeguate e chiede interventi rapidi. L’avvertimento è stato lanciato il 4 luglio scorso da Livio Zoffoli, presidente del Cnipa – Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione, nella presentazione dei due volumi della Relazione annuale sullo stato dell’Ict nella Pa italica. Una fotografia, quella scattata dal Cnipa, in bianco e nero, caratterizzata da luci e, in misura maggiore, da ombre. Ci sono sì progressi nella diffusione delle tecnologie nell’universo pubblico ma persistono ritardi nell’adozione di alcune soluzioni-chiave (vedi protocollo informatico) e una scarsa qualità dell’offerta di servizi.

A preoccupare di più è, come detto, la sicurezza. Il sistema informativo di quella che, parole di Zoffoli, è la «più grade filiera produttiva italiana», non è infatti sufficientemente tutelato. La potenza di calcolo costruita negli anni versa «in una situazione che presenta dei rischi» in contesti «spesso carenti in termini di qualità ed economicità di gestione, sicurezza». Di qui l’appello a intervenire per salvaguardare un simile patrimonio con un’azione su più piani che razionalizzi in un numero limitato di sedi l’insieme della potenza elaborativa, elimini ridondanze nei dati, formi personale più qualificato, assicuri stabilità nei finanziamenti.

Quello dei soldi, d’altronde, è uno dei nodi che emergono dai due volumi della Relazione. Nel 2006 la spesa Ict della Pa, a causa dei tagli imposti dalla finanziaria dello scorso anno, è calata del 5 per cento nelle amministrazioni centrali. Una diminuzione che «toglie linfa proprio agli investimenti nel principale propulsore dell’innovazione» e contribuisce ad aumentare il «divario» tra settore privato e settore pubblico.

Le minori entrate, almeno a prima vista, non hanno però influito sulla capacità della Pa di erogare servizi online (l’Italia, secondo l’Istat, «si colloca ben sopra la media europea in materia di disponibilità di servizi pubblici in rete»). I numeri confermano. I siti delle amministrazioni centrali sono ormai più di 1.000 (287 milioni di visite all’anno) e i differenti servizi offerti sono passati in un anno da 243 a 274.

Le cifre vanno però considerate con un grano di sale. Spulciando il rapporto, per esempio, si nota che i servizi definiti di “livello 4”, quelli che presentano il livello di interazione più elevato, sono diminuiti (da 29 a 28) e costituiscono solo il 10 per cento del totale (erano il 12 per cento nel 2005). Non a caso, per quanto riguarda qualità e completezza, la relazione parla di un’offerta che «si presenta ancora disomogenea». A una vistosa presenza della Pa sul Web non corrisponde, infatti, «una qualità adeguata delle informazioni in termini di chiarezza espositiva, facilità di accesso e frequenza di aggiornamento». Alla situazione non è estranea, probabilmente, la resistenza alla rilevazione della soddisfazione degli utenti. La misurazione della costumer satisfaction, prevista dall’articolo 7 del Codice dell’amministrazione digitale, riguarda infatti solo il 31 per cento dei servizi.

Nel frattempo, anche soluzioni che dovrebbero essere l’architrave della Pa che verrà e su cui molto puntano le strategie dell’egovernment nazionale, stentano ad affermarsi. Su tutte, il protocollo informatico, primo passo verso una gestione interamente elettronica dei documenti. Solo il 43 per cento delle amministrazioni ha infatti raggiunto «un tasso adeguato» di adozione. Ancora peggiore lo stato di salute degli altri elementi che dovrebbero portare alla sospirata “Pa senza carta”, il flusso documentale e l’archiviazione elettronica. A questo riguardo la Relazione esclude che si possa «raggiungere a fine 2007 una situazione accettabile».

Per trovare, infine, una nota positiva bisogna guardare alla diffusione nelle amministrazioni pubbliche centrali del software a sorgente aperto. L’opzione open è ormai scelta dall’82 per cento delle Pa per quanto riguarda i sistemi operativi.

Raffaele Mastrolonardo

(Pubblicato su Finanza & Mercati, 7 luglio 2007)

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