Il ritorno delle Telco

testata_fem_180.gifGuarda un po’ chi si rivede: le Telco. E’ proprio il caso di dirlo. Soprattutto per chi pensava che fossero ancora bloccate nel pantano seguito alla scoppio della bolla del 2001, una deflagrazione che in 3 anni portò alla bancarotta 655 società del ramo per un valore di 749 miliardi. E invece, almeno in America, eccole di nuovo in piena forma, tornate in soli sei anni uno dei settori più “caldi” del mercato. Se ne è accorto (non unico per altro) BusinessWeek che ha significativamente salutato l’exploit come un ritorno “dalla tomba”, un ciclo di morte e rinascita che ha riproposto sulla scena soggetti profondamente trasformati, più solidi nei fondamentali e proiettati verso nuovi modelli di business e nuove sfide.

Ma quale è la reale dimensione del fenomeno di cui parla il settimanale americano? Qualche numero può rendere l’idea. Le reti innanzitutto. Quei tubi che qualche anno fa, in totale esaltazione, furono stesi a profusione per restare largamente inutilizzati si avviano ora verso il pieno sfruttamento: solo il 30 per cento dei network resta al momento inutilizzato. Questo significa che in alcune parti degli Stati Uniti dopo sei anni di caduta il prezzo per la banda è in aumento. Altrettanto roseo appare il presente se si guarda ai profitti, destinati quest’anno a raggiungere il massimo di sempre per il settore: 72 miliardi di dollari contro i 65 miliardi del record precedente stabilito nel 1998 in tempi di new economy galoppante.

A questi progressi non poteva restare insensibile la borsa. E infatti nel 2006 il Telecom HOLDRS, il fondo che racchiude le maggiori aziende di telecomunicazioni del Paese, è cresciuto del 34 per cento, cinque volte il Dow Jones. Il tutto mentre qualche recente collocamento sta ricevendo parecchie attenzioni. La texana MetroPCS Communications, per esempio, ha visto il proprio titolo salire del 50 per cento dal 22 aprile scorso, data di entrata nel mercato azionario. Senza contare, infine, che anche i padroni della finanza globale di questo scorcio di secolo, i fondi di Private Equity, scommettono sul ramo. Gli 8,2 miliardi di dollari spesi poche settimane fa da Silver Lake Partners e Texas Pacific Group per il fornitore di apparecchiature di rete Avaya sono lì a dimostrarlo.

Ora, come nel 2000, a guidare la riscossa dell’universo delle telecomunicazioni è Internet. Ma se allora a spingere gli investimenti erano vaghe promesse virtuali oggi il traino è costituito da dati reali come le connessioni a banda larga, che quest’anno supereranno il 50 per cento della penetrazione, e dalla rivoluzione video. Come rivela una recente ricerca di Ellacoya Networks il 46 per cento degli utenti broadband a stelle e strisce fruisce ormai di questo tipo di contenuti. E sempre di più, con l’avvento dell’alta definizione, ne sentirà il bisogno.

Ma se la comparsa delle immagini in movimento online ha coinciso con la rinascita delle telco, ha anche sancito l’entrata in scena di nuovi concorrenti. Aziende come YouTube o MySpace che nel 2000 non esistevano e che oggi sono la principale destinazione online di centinaia di milioni di persone. Ed è proprio a questi soggetti che le telco sognano di portare via clienti con video e servizi offerti direttamente da loro. Il piano di azione si articola in due direzioni, una di business e una politica. Da una parte lo sforzo di erogare in proprio un’offerta alternativa che sia allettante per gli utenti. Dall’altra, la battaglia contro la cosiddetta neutralità della rete per il diritto da parte del proprietario delle infrastrutture di discriminare i contenuti che passano nei suoi tubi.

Saranno i risultati su questi due fronti a determinare se il nuovo boom delle telco sarà duraturo. O se, invece, sarà effimero come quello di qualche anno fa.

Raffaele Mastrolonardo

(Pubblicato su Finanza & Mercati, 23 giugno 2007)

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