Battaglie culturali e sane discussioni

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur (ora tradotto anche in Italia).

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ’90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

9 thoughts on “Battaglie culturali e sane discussioni

  1. Quinta di copertina, 250 and counting

  2. Bella riflessione, ricorsiva però. Nel senso che tu hai fatto esattamente quello che hai osservato a proposito della destra americana, hai preso un fenomeno e lo hai ingigantito (“il predominio della destra”), etc.

    Il che rende difficile condividere la tua tesi.

    Tanto per dirne una: la maggior parte degli ambienti universitari sono ancora fortemente “liberal”, malgrado presso la popolazione (che teoricamente gli intellettuali dovrebbero interpretare) la cultura portata avanti dalla destra “va per la maggiore” come hai notato tu.
    In altre parole più che egemonia culturale la destra ha semplicemente spostato i centri della cultura nei think-tank, nelle televisioni meno “chic”, nei blog, etc. proprio perché i vecchi ambienti sono tuttora presidiati dalla sinistra.

    I libri che citi sono famosi appunto perché sono i rari punti di unione tra intellettuali e cultura di destra.

    Il punto è che non sono gli intellettuali a scegliere di produrre cultura sono i cittadini che danno la direzione generale.

  3. Grazie del commento, innanzitutto.

    Una precisazione: non mi sembra di avere usato l’espressione “predominio della destra” che tu riporti tra virgolette. Ho solo osservato (fornendo qualche esempio) come da qualche decennio la destra americana sia stata molto brava a costruire battaglie e polemiche culturali. E ho insinuato, ma potrei sbagliarmi, che questo del Web 2.0 sia un altro caso.

    Che poi “la maggior parte degli ambienti universitari sono ancora fortemente “liberal”,”, non so se sia poi così vero. O meglio non sono sicuro che sia una di quelle affermazioni che possono essere accettate così, tout court, senza ulteriori evidenze, come rappresentative della realtà. E questo dal momento che uno delle mosse giocare dai conservatori USA in questi anni è stata proprio quella di descrivere i campus come ostaggio della sinistra. Insomma, non vorrei che facendo questa affermazione tu sia già “vittima” dell’egemonia della destra di cui stiamo parlando…😉

    A questo proposito, ammettiamo pure che la tua considerazione sia vera e che sia vero che, come dici tu, la “destra ha semplicemente spostato i centri della cultura nei think-tank, nelle televisioni meno “chic”, nei blog, etc. proprio perché i vecchi ambienti sono tuttora presidiati dalla sinistra”, beh, a me questa non sembra altro che lotta per l’egemonia (e, ripeto, non ci vedo nulla di male). Per inciso mi pare una lotta molto ben condotta e di indubbio successo da cui la sinistra avrebbe molto da imparare.

    Infine, che i casi di “punti di unione” tra destra e intellettuali in America siano così “rari”, non sarei così d’accordo. E, come sopra, mi sembra che sia uno di quei miti molto ben costruiti per opporre allo stereotipo dell’intellettuale di sinistra snob e lontano dalla gente, quello della destra popolare e vicina al sentire dell’uomo della strada. Il che è forse nei fatti vero. ma non per assenza di intellettuali di destra. Anzi, l’impressione mia è che questa “vicinanza” sia raggiunta attraverso un lavoro di costruzione dell’agenda e delle priorità molto raffinato e dall’alto contenuto intellettuale. Anche se ora non ho tempo per fornire altri esempi. Magari un’altra volta.

    A presto, Raffaele

  4. Nota: uso le virgolette “” per indicare un modo di dire-concetto, per riportare i discorsi uso «».

    La mia convinzione sull’atmosfera liberal negli ambienti accademici americani deriva da I nove comandamenti del pensiero unico, ma anche da fatti, come ad esempio il licenziamento del rettore di harvard dovuto al fatto che aveva espresso l’idea che fosse possibile giustificare la poca presenza delle donne nella scienza per via di una loro differente struttura celebrale. Ipotizzato, solo per aprire una nuova direzione nella discussione, ma è stato comunque costretto al licenziamento.

    L’idea che molti intellettuali di sinistra siano lontani dalla realtà, è meno fondata, lo concedo, deriva dal fatto che ancora molti ammirano il comunismo, se non altro l’ideale, invece di ammettere di aver difeso il più elaborato sistema di povertà e morte della storia. Questo rende lontani dalla gente, almeno secondo me.

    La mia critica alla tua idea di lotta per l’egemonia, che peraltro troverei anch’io legittima, deriva dal fatto che il concetto stesso di egemonia è sinistrorso (attualmente), ovvero totalitario. Si basa sull’esistenza di un unico spazio di discussione legittimo: quello pubblico, relegando al privato l’ininfluente (come la religione).
    La destra, almeno quella attuale liberale, ha un’altra idea della cultura, prediligendo come base il metodo, quello liberale inteso da Mises ed altri (una introduzione), per questo non c’è lotta per l’egemonia, perché non è un concetto coerente con la visione di destra.

  5. L’episodio di Harvard dimostra solamente che in America, quando un rettore spara una cazzata (scusate il termine poco aulico ma bene esplicativo)c’è ancora il buon senso di spedirlo a casa. Se sei il rettore di Harvard non puoi permetterti di dire, in pubblico, l’equivalente di una grossolana chiacchiera da bar, per giunta così razzista (in questo caso sessista). E forse prima anche solo di formulare una simile spiegazione dovresti chiederti se davvero non ci siano in gioco altri meccanismi, sociali, culturali e di mero potere (magari messi bene in atto dalla tua stessa conduzione dell’università), che limitano la presenza delle donne in certi ambiti o discipline.

    E poi chi l’ha detto che gli intellettuali devono interpretare la popolazione? Da chierici sono ormai diventati interpreti dell’auditel?

    Carola

  6. @Carola, ti sfuggono alcuni dettagli:
    1) aveva detto “potrebbe essere”, “prendiamo l’idea in considerazione”, poteva anche semplicemente essere una semplice provocazione intellettuale.
    2) esiste un approccio scientifico, devi dimostrare che il tuo interlocutore ha torto non puoi metterlo al rogo solo perché dice cose che non ti piacciono.
    3) Peraltro esistono differenze cerebrali accertate tra donne e uomini, quindi è teoricamente possibile.

  7. Fatti salvi i tre punti qui sopra delineati, sui quali concordo (tranne il secondo e il terzo, perché vi compare il verbo “esistere” senza ulteriori specificazioni, all’uso teologico), il menzionato rettore di Harvard, diciamolo, non doveva trovarsi in una condizione mentale ottimale al momento delle sue dichiarazioni sessiste. A voler poi riesaminare il primo dei punti stilati da Thumbria, dico che è vero: “esistono”(oltre all’approccio scientifico) anche le semplici provocazioni intellettuali, ma neppure sotto tale profilo il detto rettore ha mostrato una sottigliezza degna del suo rango di harvardiano (non ha tenuto conto, peraltro, che “esistono” anche i licenziamenti).
    Parlando di Harvard, occorre comunque sottolineare che trattasi questa d’una istituzione che vanta una gloriosa tradizione di rettori sessisti, fin dai tempi della sua fondazione, quando la neonata facoltà forniva le necessarie consulenze all’incenerimento delle streghe che infestavano il New England. E non è escluso che la condotta del rettore Lawrence Summers sia da riferirsi a un caso di diabolica possessione, ovvero all’influenza dello spirito dell’antico harvardiano Increase Mather, zio del più noto Cotton e non meno esaltato di quest’ultimo. Oppure a ispirare il rettore oggi martirizzato dal politically correct è stata una sentenza d’un altro suo predecessore, Charles Eliot, chimico e matematico che a metà Ottocento definì l’istituzione di Harvard come “l’incubatrice della virilità americana”; sentenza supportata da ‘scientifiche’ affermazioni circa l’inferiorità mentale delle donne. A proposito di questo Eliot, una curiosità: costui, durante il suo rettorato si batté senza successo per bandire la pratica del football nell’università, in quanto ripugnato dalla violenza di questo gioco.

    Su tali tematiche (intendo: non sul football, ma sul sessismo ad Harvard, anche se le materie non sono scollegate) Zucconi ha scritto un bell’articolo, in cui non ha mancato di esibire i soliti strafalcioni, tra i quali scrivere Summers senza la ‘s’ (l’articolo si trova in rete: http://www.con-scienze.it/archives/261).

    Comunque, al di là delle punte estreme nella sua tradizione, a tutt’oggi Harvard, lungi dall’essere monoliticamente egemonizzata dalla cultura di sinistra, mostra d’essere la fucina (o vuoi l’incubatrice) in cui si formano i più pazzi, irresponsabili e diabolici reazionari d’America; il che fa ritenere che, per destar scandalo in tali ambienti, le dichiarazioni sessiste di Summers fossero delle autentiche ‘boiate’ o, come dice Carola, delle ‘cazzate’.
    Ma adesso il buon Summers che fine ha fatto? Anche lui si è spostato nei think-tank, nelle ‘televisioni meno chic’, nei blog, etc…? Qualcuno ne sa nulla? Frequenta qualche bar?

    Un salutone

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  9. La cultura uccisa dalle scimmie del web: i blogger visti da Andrew Keen - ScrittInediti

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