Pronti via, è rivolta digitale

testata_fem_180.gif“Se perderemo, almeno, moriremo provandoci”. Parole da finale di partita. Nel secolo scorso le avrebbe pronunciate il protagonista di un film western. In questo inizio di millennio escono dalla bocca di Kevin Rose, fondatore di Digg, uno dei più popolari siti di news partecipative, quelli in cui sono gli utenti a scegliere gli argomenti e a decidere, attraverso votazioni, quali notizie meritano di arrivare in prima pagina.

E se la frase fa pensare all’orgogliosa accettazione di un destino da combattente, da un altro punto di vista parla invece di capitolazione. Con questa declamazione Rose ha infatti sancito la vittoria della comunità dei diggers, gli utenti del sito, a spese del management di cui lui stesso è parte. Una vittoria che ha sollevato il coperchio sull’interrogativo fondamentale del cosiddetto Web 2.0, l’Internet sociale costruita grazie al contributo degli utenti: a chi appartengono i servizi partecipativi?

Per avere una risposta a questa domanda bisogna partire dall’inizio della storia: un codice composto di sedici coppie alfanumeriche pubblicato da un utente su Digg. Questa stringa è la chiave che consente di compiere il primo, decisivo passo per superare i meccanismi di protezione dei Dvd ad alta definizione che adottano lo standard HD-DVD, uno dei due formati che dominano il mercato (l’altro si chiama Blue Ray).

In una parola, a partire da questi numeri gli utenti sono in grado di aggirare le tecnologie anti-copia tanto care ai produttori di Hollywood. Ai quali non fa dunque piacere che una simile informazione sia divulgata su un sito tanto popolare (8 milioni di visitatori al mese) e per di più frequentato da smanettoni che possono fare buon uso del segreto. Giusto il tempo per accorgersi della pubblicazione, e AACS, il consorzio che ha sviluppato l’omonimo sistema di protezione e conta tra i soci fondatori Sony, Warner Bros, e Disney, chiede al management del sito di eliminare l’informazione incriminata. Spaventati dalle possibili ripercussioni legali, i gestori obbediscono. Contenuto rimosso, utente responsabile bandito e fine del primo atto.

Né le major né i padri di Digg hanno però fatto i conti con un particolare. Il servizio in questione non è un media tradizionale. La separazione tra chi produce i contenuti e chi legge è roba vecchia. Qui, nel regno del Web 2.0, i responsabili di ciò che scorre sulle pagine sono gli utenti stessi che non gradiscono la pavida obbedienza del management. Risultato: nel giro di poche ore, per protesta, quasi ogni notizia pubblicata sul sito contiene la stringa di codice incriminata. Una ribellione in piena regola che Digg in un primo tempo prova ad arginare con epurazioni in serie.”In rispetto ai diritti di proprietà intellettuale del sistema di protezione abbiamo rimosso i post contenenti la chiave”, minimizza sul blog del sito l’amministratore delegato Jay Adelson.

Ma è solo un sussulto prima della capitolazione. Poche ore dopo sullo stesso blog, al già citato Kevin Rose non resta che alzare bandiera bianca di fronte alla potenza delle masse virtuali: “A partire da adesso non rimuoveremo più storie o commenti che contengono il codice”. Il messaggio delle folle intelligenti è stato recepito: “Preferite vederci soccombere combattendo – conclude Rose – che chinare il capo di fronte a un’azienda più grande”. Fine del secondo atto.

Quanto al terzo, deve ancora essere scritto, ma parlerà sicuramente dei dubbi di tutti coloro che nell’Internet di ultima generazione fanno profitti grazie all’attività degli utenti. La rivolta delle masse ha infatti dimostrato che i rapporti di potere all’interno di un servizio come Digg sono molto più bilanciati di quanto si credeva. Gli utenti possono influenzare profondamente il comportamento del management al punto di costringerlo a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’azienda. La rivoluzione di Digg dice che simili siti appartengono agli imprenditori quanto ai navigatori attivi. Che sono pronti a manifestare il proprio dissenso sulla conduzione delle operazioni e ad andarsene da un’altra parte in caso di mancata soddisfazione.

Raffaele Mastrolonardo

(pubblicato su Finanza & Mercati, 5 maggio 2007)

2 thoughts on “Pronti via, è rivolta digitale

  1. Grazie Alberto,

    in effetti il rapporto tra “gestori” dei servizi e “popolo” che li anima, mi pare uno degli aspetti più interessanti del fenomeno Web 2.0 e della sua evoluzione.

    E’ un rapporto che, mi sembra, si basa su un’alchimia delicata di cui non conosciamo ancora bene tutte le dinamiche e variabili.

    Fra l’altro diventerà tanto più interessante se e quando i soldi cominceranno a scorrere copiosi anche nel 2.0…

    Raffaele

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