Il capitalismo 3.0 scopre i commons

testata_fem_180.gifChe il capitalismo vada riformato ormai lo pensano in molti. Non solo gli attivisti del movimento contro la globalizzazione. L’allarme sul riscaldamento della terra ha convinto anche parecchi scettici: ci sono risorse come l’ambiente e la natura che devono essere protette dalle conseguenze del libero dispiegamento degli spiriti animali capitalistici. Facile a dirsi, più difficile da tradurre in pratica. Dopo il fallimento del socialismo reale che ha segnato il Novecento indicare la direzione della riforma non è agevole.

Il liberismo mostra la corda ma il ritorno alla collettivizzazione dei mezzi di produzione è un’opzione decisamente improbabile. Sopravvissuti al comunismo, dobbiamo dunque rassegnarci a morire di laissez-faire? Proprio per evitare questa prospettiva disperante Peter Barnes, imprenditore californiano, ha deciso di lanciare al mondo del business una proposta ardita: passare a una nuova versione del capitalismo, ribattezzata, prendendo a prestito il linguaggio del software, 3.0. Come a dire, un upgrade del sistema operativo che permetta al computer (il nostro pianeta) di continuare a funzionare. Come tutti gli aggiornamenti che si rispettino la versione 3.0 riparerà le falle della release precedente, quel 2.0 che si è dimostrato incapace di risolvere problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse energetiche o la povertà.

Ma quali sono le patch, le pezze, che il capitalismo 3.0 proposto da Barnes mette sul piatto? Come indica il titolo del libro in cui l’uomo d’affari californiano ha espresso la sua visione, Capitalism 3.0: A Guide to Reclaiming the Commons, la chiave di volta per il salto in avanti sono i commons, i beni comuni, che tutti possono utilizzare ma su cui nessuno può reclamare un diritto esclusivo (come accade, per esempio, nel caso dei parchi pubblici, delle strade, dell’aria). Barnes – la cui impresa, Working Assets, devolve l’1 per cento del fatturato a progetti per un mondo migliore – suggerisce di affidare il controllo di simili beni a fondazioni o trust, come avviene, per esempio, in Alaska dove in questo modo sono gestiti i proventi delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio.

Al di là delle soluzioni tecniche, la proposta dell’uomo d’affari della West Coast invoca un cambiamento culturale: la rivalutazione del concetto di bene collettivo, così essenziale per il benessere umano da richiedere di essere gestito in modo autonomo: indipendente dalle leggi di mercato ma anche dal controllo governativo, troppo sensibile all’influenza del business.

Una nozione, quella di commons, non nuova, che ha goduto di alterne fortune nella letteratura economica. Garrett Hardin la considerò votata alla “ tragedia” in un famoso articolo del 1968 (“The tragedy of the commons”, Science, 162). Elinor Ostrom la riscattò nel 1990 in un celebre libro, Governare i beni collettivi, recentemente tradotto da Marsilio. Negli ultimi tempi il concetto sembra godere di una nuova fortuna. Anche e soprattutto grazie alla diffusione di Internet che ha creato una straordinaria piattaforma digitale in cui gli individui possono mettere in pratica strategie cooperative di tipo commons per dare vita a nuovi business (si pensi al software open source), offrire beni e servizi a milioni di persone (Wikipedia) e trasformare settori consolidati (accade, nell’universo dei media, con i blog e varie forme di giornalismo dal basso). Tutti esempi, come racconta Yochai Benkler in La ricchezza della Rete (a giorni in uscita per Università Bocconi Editore), che mostrano come i beni comuni si candidino a diventare in questo inizio millennio la vera “terza via” tra stato e mercato.

Raffaele Mastrolonardo

(Pubblicato su Finanza & Mercati, 28 aprile 2007 )

4 thoughts on “Il capitalismo 3.0 scopre i commons

  1. Ho trovato interessanti le suggestioni di Peter Barnes in “Capitalism 3.0”, curiosa la metafora del capitalismo eseguito da un “sistema operativo” famelico, che rilascia troppe risorse alle grosse corporation distribuendo i profitti ad una piccola frazione della populazione.

    Mi domando in che misura le “cure” proposte possano realmente risolvere i “bachi” del capitalismo 2.0, ma è senzaltro un testo interessante e stimolante.

    Sui modi e le forme della cosidetta “terza via” vedremo, per ora i detentori degli interessi 2.0 li vedo ben saldi in groppa al cavallo dell’economia..

  2. Ciao Roberto.

    Sì, non c’è dubbio: i detentori di posizioni dominanti non mollano (e non si vede perché dovremmo aspettarci che li facciano).

    Spero di non essere sembrato troppo ingenuamente ottimista perché in realtà non lo sono.

    Anzi, il libro di Benkler citato alla fine dell’articolo mi è piaciuto soprattutto per il suo accento dialettico: le nuova pratiche, le nuove strategie economiche, i nuovi modelli di business resi possibili dalla Rete non si imporranno di default. Ma, se avranno successo, afferma, sarà perché superare le resistenze degli incumbent e la loro potenza di fuoco lobbistica.

    Grazie ancora per il commento.

    Raffaele

  3. Sentendo parlare di upgrade, di 3.0, di release, di commons e di open source, il tutto mi suona come una gran presa per il c…
    E’ poi buffo che ‘l’allarme per il surriscaldamento della terra’ susciti riflessioni di questo tipo: non dimentichiamo che ‘la straordinaria piattaforma digitale’ di cui disponiamo è il frutto, anzi la punta di diamante, di quel sistema economico-tecnologico che ha surriscaldato il pianeta. E che chi ha l’agio di usare la detta piattaforma è ormai abituato a considerare ‘di default’ le ‘cose’ come beni dati per scontati: a partire dal cibo fino a tutti gli oggetti di uso quotidiano, vestiti, automobili, mobilio, strade, viaggetti vacanza e quant’altro. Se ci si dà la pena di rintracciare l’origine di questi beni si scopre che l’inquinamento del pianeta è creato da sistemi produttivi tanto capaci di abbassare i costi per i fruitori quanto iperinquinanti e basati sullo spreco delle risorse (nonché sullo sfruttamento di sottoproletari che non si vedono più, poiché stanno altrove). Non vedo perché si debba accantonare, ‘di default’, il socialismo e riporre tutte le speranze nelle piattaforme digitali e nelle ‘nuove strategie’ a queste collegate (vabé, c’è anche chi confida nell’idrogeno…)

  4. Innanzitutto il socialismo reale è stato di gran lunga il sistema meno amichevole per l’ambiente, ha fatto molto peggio l’Unione Sovietica rispetto agli Stati Uniti.

    In secondo luogo, il miglior modo per rispettare l’ambiente è l’economia (=miglior uso delle risorse limitate), ovvero un approccio razionale all’uso delle risorse naturali, assieme alla democrazia perché sono proprio le società capitalistiche e democratiche quelle in cui il rispetto per l’ambiente può realmente esprimersi in azioni (in Africa morirebbero ancora di più se rispettassero le leggi anti-inquinamento ed in Cina nessuno può chiederlo).

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