Caccia all’autore di Web 2.0

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La notizia è arrivata proprio durante il Web 2.0 Expo di San Francisco, la kermesse organizzata da Tim O’Reilly, l’uomo che ha “inventato” l’Internet di seconda generazione, e che ora si dedica a promuoverla. Proprio nel bel mezzo di annunci di nuove applicazioni collaborative e di futuristici servizi partecipativi, una ricerca di Hitwise, società specializzata nella misurazione dell’audience in Rete, è arrivata a gettare un’ombra sulla natura effettivamente “aperta” e “dal basso” dell’universo 2.0.

Fatti due conti, afferma lo studio, si scopre che gli utenti che contribuiscono a simili servizi non sono poi così tanti come qualche guru sembra pensare. Si prenda il caso di YouTube (di proprietà di Google), per esempio, il più celebre sito di video online. Bene, solo lo 0,16 per cento dei visitatori risulta attivo nel caricare file. La percentuale cresce, ma solo di poco, su Flickr (proprietà di Yahoo!), sito di foto: 0,2 per cento. Persino Wikipedia, la regina della nuova Internet democratica, risulta nei fatti molto più elitaria di quanto non si pensi: i collaboratori alla fine non vanno oltre il 4,6 per cento di coloro che visitano il sito. Poca roba, insomma. Al punto da spingere a domandarsi se l’enfasi sul Web 2.0 non sia in fondo un grande bluff e se le stelle di questo firmamento non funzionino in maniera molto più tradizionale.

La verità si colloca, probabilmente, in mezzo. In un punto mediano tra le declamazioni esaltate dei profeti della rivoluzione bottom-up e lo scetticismo di chi pensa che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. In realtà, il fenomeno fotografato dalla ricerca di Hitwise è conosciuto da tempo tanto da essere stato formalizzato in una regola, 1:10:89, che fa il verso al più famoso 80:20 teorizzato da Pareto. Secondo questa “legge” in un sistema partecipativo solo l’1 per cento dei soggetti contribuisce con contenuti propri, un po’ di più (il 10 per cento) sono coloro che svolgono attività di commento, mentre la stragrande maggioranza (l’89 per cento) si limita a godere del risultato. La sproporzione tra chi produce e chi si limita a fruire è dunque un fatto ben noto e inevitabile. I contesti aperti limitano il divario rispetto a quanto accade sui media tradizionali, ma non lo cancellano.

Il punto intorno a cui ruota il fenomeno del Web 2.0, infatti, non riguarda tanto il numero di utenti attivi rispetto ai meri spettatori, ma il fatto che in maniera del tutto imprevedibile anche solo cinque anni addietro, la voglia di contribuire dei navigatori si è rivelata sufficiente a creare servizi e siti come YouTube, Wikipedia, Flickr, MySpace, Facebook, capaci di attirare milioni di visitatori. Insomma, grande o piccola che sia in termini percentuali, la partecipazione è abbastanza intensa da aver creato dal nulla un nuovo mercato: in soli due anni, afferma sempre Hitwise, i visitatori dei siti 2.0 sono cresciuti del 668 per cento e negli Stati Uniti raccolgono ormai il 12 per cento dell’attività Web complessiva. Una miniera di attenzione che le aziende del settore devono ora trovare il modo di monetizzare.

Finito il tempo della retorica, per i “contenuti generati dagli utenti” è arrivato il momento di produrre profitti. Parola che in Rete si traduce sempre più spesso con pubblicità che i grandi del Web vorrebbero poter associare, senza correre rischi, a questi prodotti. Non a caso, pochi giorni fa Google ha annunciato l’imminente lancio di Claim Your Content, un sistema che permetterà ai titolari di copyright di controllare quando i loro contenuti siano impropriamente inseriti su YouTube per poterli rimuovere prontamente. Dalle parti di Mountain View si spera che sia questa la trovata che aprirà finalmente le porte del profitto a un sito che è costato 1,65 miliardi di dollari e che ancora non ha regalato utili.

Raffaele Mastrolonardo

(pubblicato su Finanza & Mercati, 21 aprile 2007)

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