Gli architetti dei servizi

testata_fem_180.gifNon tutti se ne sono accorti ma nel 2006 si è verificato un evento storico nel più ampio senso della parola. L’agricoltura non è più il settore che impiega il maggior numero di esseri umani. A spodestarla non è stato è l’avversario più accanito degli ultimi due secoli, l’industria. Ma un comparto più sfuggente e decisamente più immateriale, i cosiddetti servizi.

Secondo i dati del Global Employment Trends 2007 dell’International labour organization (Ilo) gli individui impegnati nella coltivazione della terra nel mondo sono il 38,7 per cento della forza lavoro globale; quelli impiegati nei servizi il 40 per cento. Quanto all’industria, è ferma al 21,73 per cento. Un’occhiata ai Paesi sviluppati conferma che il futuro viaggia in una direzione precisa: terziario e affini raccolgono il 72,7 per cento dei lavoratori e hanno un’incidenza sul prodotto interno lordo che raggiunge in molti casi l’85 per cento.
Cambia l’economia, mutano i bisogni delle aziende. Non è dunque un caso che, di fronte a queste trasformazioni, si senta sempre più spesso parlare di una nuova disciplina, la service science. Pochi giorni fa negli Stati Uniti, per esempio, ha visto la luce la Service Research and Innovation Initiative. Promossa da Ibm e Oracle e supportata da colossi dell’hi-tech come Microsoft, Hewlett-Packard e Cisco, l’organizzazione coinvolge alcune università americane e conta nel comitato scientifico anche un rappresentante della Commissione europea. Obiettivo dell’iniziativa è stimolare ricerche che individuino nuovi modi in cui la tecnologia può aiutare a migliorare produttività e innovazione nell’economia dei servizi. Questo network di imprese e studiosi produrrà articoli scientifici, organizzerà convegni e agirà, almeno nelle intenzioni dei suoi sostenitori, come una comunità 2.0: condivisione di saperi e interazione sociale.

Ma service science non è solo ricerca. Nel mondo sono già una trentina gli atenei che offrono corsi o programmi di studio nella nuova materia, un mix di informatica, management, scienze sociali e ingegneria che punta a produrre una figura professionale ibrida. Di che cosa si tratta esattamente? Il 27 marzo scorso in occasione dell’Idc Innovation Forum, che ha chiamato a raccolta a Roma il gotha dell’Ict italico, Andrea Pontremoli, amministratore delegato di Ibm Italia ha offerto un’indicazione. “Si tratta – ha detto il numero uno di Big blue nel nostro Paese – di passare dagli ingegneri agli architetti, figure che sappiano disegnare un’infrastruttura partendo dalle esigenze dell’utente”.

La definizione trova d’accordo Gianmario Motta, professore presso l’Università di Pavia, la prima in Italia a realizzare un programma di studi dedicato alla Scienza dei servizi e la prima ad avviare, a partire dal prossimo anno accademico, un corso di laurea intorno a questa disciplina. “L’obiettivo è progettare servizi bilanciati che producano ritorni per tutti gli stakeholder. In questo senso qualcuno che sappia scrivere due righe di codice non basta”.

Quel che si cerca di formare a Pavia, infatti, sono ingegneri in grado di seguire tutto il ciclo di produzione ed erogazione di un servizio, versati in discipline economiche e manageriali, ma che sappiano maneggiare tecnologie trasversali, soprattutto informatiche. “Le declinazioni della scienza dei servizi possono essere molteplici”, conclude Motta. “A Berkeley sono più sbilanciati verso il management, qui a Pavia la base è l’ingegneria gestionale ma con massicce dosi di informatica. Analisi dei processi di business ma anche competenze per progettare le suite gestionali più usate dalle imprese unite alla conoscenza di ciò che sta sotto le tecnologie di rete”.

Raffaele Mastrolonardo

(pubblicato su Finanza & Mercati 31 marzo 2007)

One thought on “Gli architetti dei servizi

  1. Da qualche parte ho letto che un farmer statunitense riesce a produrre ‘oggigiorno’ (direbbe il buon P.A.), nelle stesse quantità d’ora-lavoro, un raccolto di grano 350 volte superiore a quello che riusciva a raccogliere un disorganizzato contadino Cheeroke. Non so se questa sia una ‘sparata’, ma il merito sarebbe comunque da attribuirsi alla meccanizzazione, ai combustibili fossili, ai trasporti, ai fertilizzanti chimici e ai pesticidi (tutta roba che è un toccasana per l’ambiente).

    Da questa riorganizzazione del lavoro agricolo discende comunque la realtà da te delineata in questo articolo: ovvero, s’è liberata una mole spropositata di tempo e di risorse umane da impiegare nei vari servizi e ‘servizietti’ che costituiscono la struttura portante delle economie più avanzate. Apprendo ora da più parti che il futuro di tutti i ‘servizievoli’ sarà il gettarsi in quella grande ammucchiata cha è il web 2.0.

    Poi ci si lagna per l’inquinamento…Ah già, ma ci sono anche i ‘servizi’ per l’Ecologia: una realtà da non sottovalutare.

    Un salutone

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