I numeri della compassione

Lo diceva Madre Teresa. Lo sanno bene direttori dei giornali, politici e spin doctor. Gli esseri umani sono più inclini a sviluppare interesse, provare compassione e passare all’azione quando vedono un singolo individuo in sofferenza piuttosto che una massa in difficoltà. E’ per questo che i leader politici provano sempre a personalizzare i problemi, che i giornalisti raccontano storie a partire da casi individuali, che chi si occupa di propaganda in tempo di guerra è sempre alla caccia di storie che abbiano come protagonisti singoli o ristretti gruppi di persone, come racconta, fra gli altri, Clint Easwood in Flags of our fathers.

Sul perché gli esseri umani “funzionino” così si potrebbe speculare a lungo. Secondo questo articolo di Foreign Policy, il problema è nell’incapacità di capire i numeri e di metterli in relazione con tragedie di grandi dimensioni. Insomma, dal punto di vista emotivo la matematica non funziona. Anzi, quando ci troviamo nel mezzo di un processo decisionale, i numeri rendono più arduo capire se qualcosa è giusto o sbagliato, afferma. E’ per questa ragione che le donazioni a un sito di aiuti umanitari, racconta l’articolo, sono calate quando, accanto alla foto di una bambina africana, sono state inserite le cifre sulla tragedia complessiva. Mentre i risultati di alcuni esperimenti rivelano che per l’offuscamento della compassione può essere sufficiente l’arrivo sul campo anche di un solo individuo ulteriore.

Psychologists have found that the statistics of mass murder or genocide—no matter how large the numbers—do not convey the true meaning of such atrocities. The numbers fail to trigger the affective emotion or feeling required to motivate action. In other words, we know that genocide in Darfur is real, but we do not “feel” that reality. In fact, not only do we fail to grasp the gravity of the statistics, but the numbers themselves may actually hinder the psychological processes required to prompt action.

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