La zia Bbc e il ragazzo YouTube

testpg.gifE alla fine la “zietta” andò a passeggio con il nipotino per le strade del web. Sembra il finale di una favola e invece è l’inizio di una storia che parla del futuro dei media.

Protagonisti due personaggi, in apparenza, poco compatibili. Una signora attempata, la Bbc, che da anni informa e intrattiene i sudditi di sua Maestà, tanto che questi la considerano un’anziana parente (auntie, zietta, appunto). E un giovincello americano chiamato YouTube, che di mestiere offre video su Web. Da una parte l’aristocratica lady, classe 1922, che ha attraversato da protagonista il secolo breve, quello in cui si è diffusa la comunicazione di massa. Dall’altra l’impertinente teenager californiano, nato nel 2005 e assurto in pochissimo tempo a boss incontrastato dell’immagine in movimento su Internet. L’emittente che ha fatto della qualità il proprio marchio di fabbrica e il sito diventato celebre grazie a milioni di video casalinghi, sgranati e tremolanti.

Questi due tipi mediatici così diversi per età e costumi, racconta la storia, hanno trovato un’intesa in qualche modo epocale. La Bbc è diventata infatti la prima televisione tradizionale di un certo rilievo a stringere un accordo organico con YouTube. Risultato: il sito ospiterà tre canali curati dalla rete inglese. Il primo, Bbc, è già attivo. Offrirà spezzoni, dietro le quinte e materiale inedito relativo ad alcuni programmi di successo dell’emittente. Il secondo, Bbc Worldwide, anche esso già disponibile, presenta video tratti dai capienti archivi del servizio pubblico anglosassone. Il terzo, Bbc News, arriverà più avanti e si comporrà di 30 video giornalieri di carattere informativo. Come il precedente, si finanzierà con la pubblicità.

Del matrimonio tra la vecchietta e il ragazzino non sono stati resi noti i dettagli finanziari. Ma, a prima vista, il connubio sembra vantaggioso per entrambi i convolanti. Il braccio commerciale della signora inglese è insoddisfatto dell’accordo sui finanziamenti governativi stipulato a gennaio scorso. E vede nel Web e nei 20 milioni di visitatori mensili di YouTube un’occasione per aumentare, attraverso la propria diffusione in paesi di lingua inglese, le entrate pubblicitarie sempre più necessarie. Per il marmocchio a stelle e strisce, l’unione capita a fagiolo, proprio nel momento in cui i rapporti con i big dell’intrattenimento non sono all’apice. Viacom, colosso della tv su cavo e satellite, per esempio, ha recentemente deciso di togliere 100 mila video dal sito. E, quasi in segno di spregio, ha stretto un accordo con Joost, la tv via Web realizzata dai creatori di Skype, che punta a mettere in piedi un modello alternativo a quello proposto da YouTube. Un altro colosso dell’entertainment, Nbc Universal, si è invece più volte lamentato dell’incapacità del servizio di realizzare efficaci sistemi di protezione del copyright.

Insomma, le nozze con un nome prestigioso dell’aristocrazia mediatica erano proprio quello che ci voleva per dare un’aura di rispettabilità a un sito dipinto spesso come un’accozzaglia di materiale illegale e di bassa qualità. E’ vero che da quando YouTube è stato acquisito da Google per 1,65 miliardi di dollari gli accessi al servizio hanno continuato a crescere. Ed è vero che insieme a questi sono arrivati gli accordi con vari fornitori di contenuti. Dall’Nba, il campionato professionistico di basketball americano, al Sundance Festival, il più popolare concorso cinematografico indipendente degli Stati Uniti, sono centinaia le organizzazioni che hanno deciso di aprire canali dedicati su YouTube. Ma i colossi dei media, i proprietari delle grandi bacheche di prodotti pregiati, quelli, niente. Tuttalpiù, qualche timida esplorazione, qualche accordo in tono minore. Ma soprattutto tanta diffidenza.

A questi tipi qui infatti l’accoppiata YouTube-Google fa paura. Non solo per ragioni di violazione del copyright. C’è qualcosa di più fondamentale sotto. Tanto fondamentale quanto il timore che il motore di ricerca di Mountain View si metta a fare (bene) il loro mestiere. Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ripete spesso che la sua azienda non è una media company e che i grandi dell’intrattenimento hanno poco da temere. Ma queste rassicurazioni servono a poco di fronte a un’occhiata ai fatti. Come agisce una media company, si è chiesto pochi giorni fa un acuto commentatore del Web, Om Malik Robert Young? Risposta: acquista, spesso a caro prezzo, contenuti da terze parti scommettendo che attireranno audience; li offre sulla sua piattaforma di distribuzione (televisione via satellite, cavo, PayTv); vende infine gli spettatori ai pubblicitari per guadagnare sugli investimenti. E come agisce Google-YouTube? Offre accordi ai possessori di contenuti garantendo una determinata cifra; mette i prodotti acquistati a disposizione sui siti dei suoi servizi; attira pubblico e dunque pubblicità.

Insomma, messa così, la differenza non è poi così grande. A parte per un dettaglio. Oggi, i network televisivi acquistano i programmi direttamente da chi li realizza, mentre Google si appoggia proprio alle tv tradizionali. Oggi. Ma domani, si chiedono i media tradizionali? Chi impedirà al motore di ricerca di Mountain View, diventato più robusto grazie alla pubblicità, di scavalcarli e rivolgersi direttamente alle Endemol di turno per comprare formati pregiati? E siccome YouTube può attirare inserzionisti danarosi e arricchirsi solo grazie ai loro contenuti di qualità, sono restii a darglieli. La diffidenza, allora, non riguarda tanto la molto invocata pirateria. Quanto il legittimo terrore di chi teme di nutrire oggi la creatura che domani lo divorerà.

E’ in questo scenario da giungla, dominato da paure ancestrali ancora ben presenti nel capitalismo contemporaneo, che arriva il matrimonio tra Bbc e YouTube. Tra chi era già lì a raccontare l’Urss di Stalin e la Cina di Mao. E chi è diventato celebre grazie al finto videoblog di una ragazzina soprannominata lonelygirl15, rivelatosi poi un’astuta operazione commerciale. In questo contesto le nozze improbabili aprono una breccia. Nella quale, se si guarda bene, si sta già infilando il futuro.

Raffaele Mastrolonardo

(pubblicato su il manifesto 8 marzo 2007)

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