Piccoli quotidiani crescono

testpg.gif2043, 2014 o 2012. L’ultima copia cartacea del New York Times sarà venduta in uno di questi anni, a sentire tre differenti ipotesi. La prima è proposta dallo studioso di editoria Philip Meyer. La seconda è il frutto di una ricerca della Columbia University. La terza, in realtà, non è una previsione, quanto la deduzione derivata da un’affermazione di Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo: “non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”.

A seconda dei punti di vista, al caro vecchio quotidiano di carta resterebbe dunque un lasso di vita compreso tra i 5 e 35 anni. Bisogna iniziare a vestirsi a lutto, allora? Può darsi. Ma solo dopo avere considerato che la scomparsa di un oggetto così diffuso e da così tanto nelle abitudini degli individui è soprattutto una bella storia. Che parla dell’inesorabile avanzare del tempo condendolo con un pizzico di millenarismo ed evoca paura del cambiamento insieme a malinconici pensieri su un’epoca al tramonto. L’immagine dell’ultima copia del giornale più famoso del mondo e del progressivo addio alla cellulosa è, in questo senso, più che altro una metafora giornalistica. Non c’è bisogno di immaginare un futuro senza carta, infatti, per avere qualche timida indicazione sull’avvenire; basta guardare qui ed ora. Da tempo, i tradizionali bastioni dell’informazione provano a cambiare mentre si confrontano con il nuovo ambiente e le sue leggi. Producendo tentativi, esperimenti, pratiche che si sviluppano lungo molteplici linee. Relazioni. La Rete abbassa i costi di pubblicazione e dunque aumenta esponenzialmente il numero di coloro che sono in grado di produrre informazione, anche se non hanno studiato o non sono pagati per farlo. Di fronte a questa massa di news non professionali chiamata citizen journalism alcuni media tradizionali sono passati dalla paura alla collaborazione. La scorsa settimana l’agenzia di stampa Associated Press ha stretto un accordo con il sito di giornalismo dal basso NowPublic.com che le consentirà di distribuire fotografie, video, e notizie realizzate da semplici amatori, i quali, a seconda del loro contributo, saranno ricompensati. Da parte sua, pochi giorni fa il New York Times ha annunciato che da marzo comincerà a pubblicare anche video prodotti dagli utenti. Cosa che, fra l’altro fa già l’italiana Repubblica. Nella stessa direzione di apertura verso i dilettanti si sono mossi anche Bbc e Reuters. Quest’ultima, in particolare, ha investito 7 milioni di dollari in BlogBurst, sito di distribuzione di contenuti presi dai blog. Reuters offrirà questi contenuti attraverso i propri canali, come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian.

Organizzazione. L’influenza crescente della Rete ha un effetto all’interno delle macchine dell’informazione. Molti quotidiani – Los Angeles Times, New York Times e Washington Post, tra gli altri – hanno avviato piani di integrazione progressiva della redazione online e di quella cartacea. Nel tentativo di adattare l’organizzazione a un flusso di produzione delle notizie che non è più quello del quotidiano tradizionale ma si svolge lungo l’arco delle 24 ore. Alcuni, inoltre, stanno rivedendo l’dea del primato della carta, pubblicando notizie e reportage esclusivi sul web prima che nell’edizione a stampa.

Cultura. L’universo Internet è più permeabile di quello cartaceo. La comunicazione paga, l’isolamento no. Ecco dunque che i grandi media, una volta online, sono costretti a uscire dalla propria tradizionale torre d’avorio e a comunicare con nuovi soggetti dell’ecosistema. Il sito del Corriere della sera, per esempio, ha timidamente cominciato a inserire all’interno del corpo dell’articoli link a fonti esterne. Una pratica naturale per chi utilizza il Web, ma non ancora così ovvia nelle propaggini online dei grandi quotidiani italiani (Repubblica.it, per esempio, non l’adotta).

Tecniche. In alcuni casi i meccanismi virtuali influiscono direttamente sulle tecniche giornalistiche. Si pensi all’arte del titolo che in Rete, sempre di più, sacrifica ironia e giochi di parole all’esigenza di essere rintracciati dai motori di ricerca, che portano accessi al sito e dunque pubblicità. Google e compagnia, infatti, non apprezzano l’arguzia. Per trovare le notizie hanno bisogno di titoli lunghi, esplicativi e contenenti le parole chiave relative all’articolo. Insomma, “Pastore tedesco”, celebre titolo con cui questo giornale ha salutato l’elezione a Papa di Joseph Ratzinger, non sarebbe l’ideale online. Non obbedisce ai principi della Search engine optimization (Seo), tecnica sviluppate per migliorare il piazzamento nei risultati di una ricerca che sta guadagnando piede nelle redazioni. Il quotidiano inglese The Times e l’americano Boston Globe hanno già cominciato a pagare ai propri redattori appositi corsi di formazione.

Raffaele Mastrolonardo

(da il manifesto 15 febbraio 2007)

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