Responsabilità poco sociale

La responsabilità sociale è, appunto, sociale. E’ una tautologia, lo so. Ma, come spesso accade, una cosa è il mondo della logica, un’altra la realtà concreta. Ci pensavo oggi mentre scrivevo su Visionblog questo post su dotherightthing, un sito che utilizza un sistema alla digg per valutare l’eticità del comportamento di un’impresa.

Uno dei problemi che, mi pare, riguardano la questione è infatti quello di chi decide che cosa è responsabile. Voglio dire: se deve essere “sociale”, l’eventuale responsabilità di un’azione non può essere stabilita – come spesso accade – esclusivamente dal singolo soggetto che la compie sulla base di proprie valutazioni di opportunità e di marketing.

Se quello a cui un’azienda aspira è il riconoscimento sociale (e se “sociale” è un aggettivo che vuole avere un senso), allora, mi pare, la decisione su ciò che fa bene a una determinata comunità non può essere presa esclusivamente dall’azienda stessa. Occorre, quantomeno, il coinvolgimento di altri soggetti del territorio interessato, per non dire dei cittadini di quel territorio.

In questo modo è la collettività (se volessi essere più moderno direi: il sistema degli attori) che stabilisce una scala di priorità e di interventi condivisi sulla quale i vari soggetti possono, se lo desiderano, mettere alla prova il proprio grado di responsabilità, che diventa così, effettivamente, sociale.

Questa non è una mia idea, ovviamente. Mi è solo tornata in mente grazie a dotherightthing. L’ha formulata (e in modo decisamente migliore e più completo di quanto non abbia fatto io) Mauro Bonaretti, oggi Direttore generale del Comune di Reggio Emilia (e, tra parentesi, una delle persone più geniali con cui mi sia capitato di lavorare) in questo saggio dedicato alla riforma organizzativa delle amministrazioni pubbliche. Ecco il passo in questione:

Anche le varie modalità di rendicontazione sociale andranno ritarate: non si tratta solamente di favorire l’introduzione della pratica del bilancio sociale (o di altri strumenti di rendicontazione) nelle singole amministrazioni (che per loro natura svolgono un’attività sociale), ma di sviluppare, tra tutti gli attori (pubblici e privati) del sistema locale, una responsabilità a dare conto del proprio contributo al benessere delle comunità in termini di risorse mobilitate per la cura dei beni comuni. Si tratta cioè di affiancare al “Bilancio di comunità” una sorta di “bilancio per la comunità” realizzato da ogni attore. Nel “Bilancio per la comunità” vengono osservati e resi pubblici ai cittadini i contributi apportati dai singoli soggetti rispetto alle stesse dimensioni valoriali (e non altre a secondo delle politiche di comunicazione dei singoli attori) previste dal Bilancio di comunità. Ad esempio se “la mobilità sostenibile” è un valore indicato e misurato nel “Bilancio di comunità”, sarebbe importante che i diversi protagonisti dessero conto nel proprio “Bilancio per la comunità” di quali azioni hanno compiuto e quali risorse hanno reso disponibili per contribuire a perseguire questo fine collettivo. Si pone ovviamente il problema di chi stabilisce i valori e i parametri del bilancio di comunità. Ma è proprio in questo sforzo di condivisione degli obiettivi comuni e di costruzione di un’idea condivisa di interesse generale che le rappresentanze elette nelle diverse espressioni assembleari ed esecutive possono mostrare la propria capacità di esprimere un ruolo di guida e di riferimento per la comunità amministrata. Lo stesso processo di costruzione del Bilancio di comunità può divenire, in questa prospettiva, un processo condiviso di apprendimento in cui gli attori definiscono i valori comuni, il campo di azione collettivo e le responsabilità individuali.

Ovviamente, come si evice dal saggio di Bonaretti, il problema non è solo dell’impresa. Quella di un sistema locale (ma anche di un Paese) capace di elaborare valori e indicatori condivisi per la misurazione del benessere collettivo) è una questione generale che chiama in causa tutti i soggetti e che purtroppo è lonatana dall’essere risolta.

Resta il fatto che, fino a che non si arriverà lì, nella mia testa squillerà sempre un brusio fastidioso quando sentirò parlare di una cosa chiamata responsabilità sociale, che poi, a conti fatti, tanto sociale non è (o lo è solo parzialmente).

One thought on “Responsabilità poco sociale

  1. Ubik - » Organigramma 2.0

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...