Citizen o non citizen?

crowjason-citizenjournalismdocumentarytrailer532.jpgQualche spunto interessante su citizen journalism e dintorni.

Il punto, afferma Dan Gillmor, non è se i media tradizionali abbracceranno sempre di più i contenuti prodotti dai lettori. Ma se lavoreranno o meno per costruire un ecosistema che ricompensi adeguatamente tutti coloro che partecipano alla produzione dell’informazione. Nel primo caso, afferma Gillmor, il sistema sarà sostenibile. Nel secondo, no.

Reporters segnala un’intervista a Bill Grueskin, direttore del sito internet del Wall Street Journal, che spiega perché per il suo giornale è difficile ipotizzare un futuro partecipativo. E’, afferma, una questione di trasparenza: il quotidiano ha un codice molto stretto che regola il rapporto tra i giornalisti e le aziende di cui scrivono. Una simile regolamentazione sarebbe problematica se il sito si aprisse in modo consistente ai contributi di terzi.

Nel frattempo, Ivan su Infoservi.it propone una distinzione tra participatory journalism e citizen journalism. Dove, se interpreto correttamente, il primo definisce il fenomeno della mera partecipazione degli utenti al processo dell’informazione attraverso la pubblicazione di contenuti che vengono poi selezionati dalle redazioni dei media. Sarebbero esempi di participatory journalism, ad esempio, il video dell’impiccagione di Saddam girato con un telefonino e i contributi fotografici inviati dai cittadini in occasione degli attentati di Londra.

Diverso, se capisco bene, è il caso del citizen journalism che prende forma in strumenti grazie ai quali “il cittadino/reporter è direttamente a contatto con il suo pubblico senza filri o editor”. Penso che Ivan si riferisca soprattutto ai blog nel loro complesso.

Mi piace questo tentativo di definizione anche se non sono sicuro che sia una buona mossa individuare, come elemento discriminante, la presenza o meno di un filtro. In questo senso OhMyNews, il quotidiano online coreano, non dovrebbe essere considerato un esempio di citizen journalism perché, nonostante conti più di 40 mila collaboratori, si basa su una redazione di professionisti che, oltre a produrre in proprio le notizie, filtra e organizza i contenuti inviati dai cittadini. Il che, ovviamente, non sarebbe certo una bestemmia: le definizioni non sono scritte nella natura e sono vere anche nella misura in cui ci servono. Mi chiedo però se non si rischia in questo modo di andare troppo oltre rispetto a una definizione che in qualche modo si è già un po’ affermata, per quanto imprecisa e ambigua.

Da parte mia, come contributo alla discussione, offro una schematizzazione che avevo proposto qualche tempo addietro sul manifesto. E’ ovviamente incompleta (manca ad esempio uno spazio per collocare iniziative come NewAssignment) e non mi soddisfa del tutto. Ma, chissa’, forse qualcuno può migliorarla.

Giornalismo partecipativo, citizen journalism, networked journalism, giornalismo dal basso. Tutte espressioni che alludono a un passaggio di ruolo in cui quelli che prima erano solo lettori, diventano oggi anche autori all’interno di sistemi di produzione di news assai differenti tra loro. Vediamoli.

Il modello puro. Il giornalismo dei cittadini nella sua versione più genuina. La produzione di notizie è appannaggio esclusivo dei lettori. Senza l’intervento dall’alto di un filtro editoriale. Accade, ad esempio, nel caso dei blog, nei siti della galassia di Indymedia, oppure nell’esperienza di Wikinews, dove le notizie sono scelte, scritte editate dalla comunità dei lettori. In certi casi, il ruolo dell’editor è svolto da un algoritmo, che elabora le preferenze della comunità. Sono i lettori-autori (Digg o kuro5hin) che «votano» il proprio gradimento a news e segnalazioni contribuendo così a definire ciò che è rilevante o meno (ranking).
Il modello misto. Giornalisti professionisti e semplici cittadini lavorano fianco a fianco. L’esempio più conosciuto (e più di successo) di questo approccio al citizen journalismè OhMyNews, giornale online coreano in cui una redazione di poche decine di professionisti scrive notizie, ma soprattutto si dedica ad un’intensa attività di redazione per gestire contributi di oltre 40 mila semplici cittadini.
Il modello integrato. In questa versione una piattaforma articolata tiene insieme contributi personali, blog, segnalazioni e attività di valutazione delle notizie da parte dei lettori. Nell’esempio più popolare, Newsvine.com, ciascun iscritto dispone di uno spazio personale in cui può scrivere articoli, diffondere notizie, elaborare una lista di media preferiti da tenere sotto osservazione. Il risultato complessivo è un mix caotico ma affascinante di post tipici dei blog, pezzi di semplici cittadini, articoli di testate autorevoli.

5 thoughts on “Citizen o non citizen?

  1. Caro raffaele,
    a proposito del tuo post ti segnalo un interessante post di uno che di Indymedia ad esempio ‘ne sa’ parecchio. Anche se parla solo di blog penso ti possa interessare.
    In genere credo che valga la pena tenere d’occhio il suo blog .
    Ciao
    marco

  2. Per uno come me che di tale materia s’intende poco, un post del genere è stato utilissimo a chiarirmi le idee. Purtroppo, sono l’ultimo tra i tuoi lettori in grado di contribuire a perfezionare tale classificazione, e mi devo limitare ad apprendere.

    M’è poi sorto un interrogativo filosofico su questa materia, ma te lo sottoporrò quando ci vedremo, giacché è piuttosto nebuloso e richiederà i tuoi migliori sforzi maieutici per essere espresso. Sempre che non si parli poi di camicie…

    Un salutone

  3. Grazie dell’apprezzamento, Luca. Quanto al dubbio filosofico spero di essere all’altezza dell’impresa. Se non ce la faccio, comunque, posso sempre sviare il discorso su quell’argomento fondamentale nella storia del pensiero che sono i tessuti per la camicie e i tipi umani ad essi associati.
    Raffaele

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