Democrazia e politica estera: uno spunto

stars-and-stripes.gifThere’s a huge gap between public opinion and public policy. Both political parties are well to the right of the population on a host of major issues

(Noam Chomsky)

Ma in una democrazia chi decide? La domanda, assieme alla considerazione spesso ripetuta da Chomsky (ad esempio, qui) che in genere i governi degli Stati Uniti (democratici o repubblicani) si collocano a destra degli elettori su alcuni temi chiave, mi ritorna in mente quando leggo l’ultimo studio realizzato da WorldPublicOpinion.org.

Scorrendolo, si scopre infatti che, tra la popolazione statunitense, esiste un sostanziale accordo bi-partisan su alcune questioni centrali.

Ad esempio, rivela la ricerca, l’88% dei democratici e il 62% dei repubblicani ritegono che i soldati Usa dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 2008. In percentuali analoghe (72% e 82%) poi, i cittadini Usa pensano che il loro governo dovrebbe sancire chiaramente che non intende stabilire delle basi permanenti nel Paese.

Si scopre inoltre che gli americani, per quanto riguarda il futuro dell’Iraq, sono favorevoli al dialogo con Iran (72% repubblicani, 81% democratici) e Siria (72% e 82%). Mentre per ciò che concerne le ambizioni nucleari di Teheran, l’opinione pubblica a stelle e strisce auspica migliori relazioni con lo stato mediorientale piuttoso che il ricorso alla minaccia militare: 56% e 88% le percentuali.

Su un altro tema assai caldo, come il conflitto tra Israele e Palestina, lo studio rivela che il 58% dei repubblicani e l’80 per cento ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero favorire una parte piuttosto che l’altra. Quanto ai gas serra, una legislazione che ne limiti l’emissione è appoggiata dai votanti di entrambi i partiti (61% e 82%). Se poi parliamo del budget per la difesa, infine, la popolazione ritiene (61% e 83%) che dovrebbe essere mantenuto ai livelli attuali o diminuito.

Ora, non ci vuole il realismo di Chomsky per capire che la maggior parte di queste opinioni, pur espresse in così larga maggioranza, non saranno seguite (figuriamoci, ad esempio, se dopo tutto il casino fatto, gli Usa non lasceranno nemmeno una base in Iraq…).

Ma se non bastasse il parere del linguista e un po’ di buon senso ci sarebbe sempre un autorevole saggio tratto dall’American Poliical Science Review. Intitolato “Who influences U.S. foreign policy?”, l’articolo presenta una rigorosa analisi statistica per arrivare a concludere che, tra i vari attori che influenzano la politica estera americana, l’opinione pubblica arriva buon’ultima. Preceduta, nell’ordine, dai uomini di affari con orientamento internazionale, dai cosiddetti esperti (spesso, a loro volta, influenzati dal business, notano gli autori dell’articolo) e dai sindacati.

Un’analisi complessa che, si legge, è “coerente con l’esteso e persistente fossato, individuato dagli studi del Chicago Council, tra le preferenze in politica estera del pubblico e dei policy maker” e che permette di concludere che “interessi politici confliggenti cotinuano a scontrarsi intorno all’interesse nazionale, e il business spesso esce vincitore dalla competizione“.

Accertato che l’opinione pubblica non è certo in cima alle preoccupazioni dei governanti americani quando decidono cosa fare al di fuori dei propri confini, resta da spiegare come si riescano a ignorare intuizioni così largamente diffuse tra la popolazione e dunque tra gli elettori. Una spiegazione completa sarebbe troppo complessa (se non per le mie forze, sicuramente per la leggibilità di questo blog) e troppi fattori dovrebbero essere chiamati in causa.

Qui mi limito a osservare che un metodo dei più in voga per screditare, almeno agli occhi delle classi dirigenti, opinioni popolari non troppo consone con gli interessi dominanti è quello di bollare l’opinione pubblica (che spesso, in questi casi, è solo un sinonimo per “massa”) come una creatura irrazionale e volubile quando si parla di affari internazionali e ripetere questa litania ad ogni occasione.

Come è noto, era questa la posizione di un grande e influente intellettuale pubblico americano, Walter Lippman. Ma su questo fronte il celebre giornalista-filosofo può contare su parecchi seguaci anche da questa parte dell’Atlantico.

PS: visto che siamo in tema di politica estera segnalo questo articolo di Foreign Policy sulla “prevalenza dei falchi” che, a quanto pare, avrebbe una ragione biologica: tra i vari pregiudizi che alterano i nostri processi decisionali la maggior parte sono in favore del conflitto.

2 thoughts on “Democrazia e politica estera: uno spunto

  1. al di la’ di sondaggi, think-tank, riviste, e’ reale che “la gente comune” non ne puo’ piu’ di questa lontananza dai “governanti” e vuole essere ascoltato non solo sulla politica estera

    il discorso sarebbe lungo, ovvio, ma piu’ che ragioni biologiche a favore dei “falchi” io vedo piu’ decisive motivazioni storico-religiose-sociali e il vissuto quotidiano dell’americano medio

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