Il divo 2006 è l’internauta

testpg.gifLa parola più cliccata su Google nel 2006? Bebo. Chi pensava che il primo posto sarebbe toccato a Paris Hilton deve dunque riflettere. O più semplicemente ammettere che non ha ancora capito bene in che direzione sta andando l’internet da qualche tempo a questa parte. Già perché dietro un termine che suona come un vezzeggiativo si nasconde un servizio di interazione sociale, uno di quei siti in cui i ragazzi (ma non solo loro) creano pagine web, le personalizzano attraverso contenuti propri e, a partire da lì, sviluppano rapporti con coetanei di tutto il mondo.

È stato proprio Bebo (www.bebo.com) – e non Britney Spears o colleghe – l’oggetto di maggiore interesse per gli utenti del motore di ricerca più famoso del pianeta nel 2006. Il risultato diventa ancora più significativo se si pensa che al secondo posto si è piazzato MySpace (www.myspace.com), altra affascinante babele di relazioni virtuali e di creatività diffusa che nel mese di novembre, come se non bastasse, si è aggiudicata la palma di sito più trafficato degli Stati uniti.

La classifica appena rilasciata da Google conferma così, con una bruta e efficace rappresentazione quantitativa, l’intuizione della copertina di Time che sabato scorso ha nominato la massa dei navigatori attivi come persona (in questo caso collettiva) dell’anno: i signori della rete, e quindi di una parte significativa di mondo, sono gli utenti. Una massa che sempre più spesso va alla ricerca di strumenti di espressione: Metacafe, un sito che permette la pubblicazione di video, è stato il quarto termine più cliccato sul motore di ricerca. Oppure preferisce fidarsi della conoscenza prodotta dai pari piuttosto che dagli esperti: Wikipedia, l’enciclopedia online più famosa del pianeta e costruita interamente dal basso, è stata la settima parola più cercata.

«E il bello è che siamo solo all’inizio. È l’alba di un processo di cui non siamo in grado di prevedere fino in fondo le conseguenze», dice Jimmy Wales che di Wikipedia è stato il fondatore. Già, ed è proprio questa indeterminatezza che fa esaltare molti e tremare i polsi di altri. Per esempio di tutte quelle istituzioni che hanno costruito un business sul monopolio degli strumenti di produzione della conoscenza (sotto forma di informazione o di intrattenimento) e che adesso si trovano di fronte a una rivoluzione dal basso in cui a creare, selezionare, organizzare i contenuti non è più solo una ristretta élite ma una marea di dilettanti.

Tra i più preoccupati ci sono, evidentemente, i bastioni del giornalismo tradizionale, che nati e cresciuti in uno splendido isolamento adesso devono dividere il campo con oltre 50 milioni di blogger. Senza contare poi quei nuovi temibili concorrenti online, come il coreano OhMyNews, diventato una delle testate più influenti del suo Paese grazie alla collaborazione di oltre 40 mila reporter-cittadini che lavorano al fianco di una redazione di giornalisti a tempo pieno.

Proprio dalla collaborazione tra amatori e professionisti sembra d’altronde passare la via d’uscita escogitata dai più lungimiranti tra i vecchi media per non soccombere e sfruttare le opportunità offerte dal nuovo contesto. La Bbc, per esempio, ha recentemente fatto sapere che comincerà a pagare alcuni dei contributi fotografici inviati dagli utenti quando siano giudicati particolarmente meritevoli.

Da parte sua, l’agenzia di stampa Reuters ha scelto di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst, un network di blogger, da cui preleverà contenuti da distribuire ai suoi clienti. Mentre alcuni quotidiani del gruppo Garnett, editore di oltre 90 giornali americani, hanno cominciato a coinvolgere i lettori in attività di ricerca e di investigazione per scoprire inefficienze della pubblica amministrazione.

Il mondo dell’informazione vecchio stile, o almeno i suoi più avveduti rappresentanti, sembra così muoversi verso una proficua contaminazione. Verso lo sfruttamento di quella che uno studioso dell’Università di Yale, Yochai Benkler, chiama «ricchezza delle reti». Che permette a milioni di individui di interconnettersi e di produrre in questo modo ciò che fino a ieri solo gigantesche organizzazioni potevano realizzare.

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