3.0, semantico o chimera?

Mi è capitato di parlare più volte (qui, qui e qui, ad esempio) della discussione, sempre più affollata, sul prossimo web: 3.0 o semantico che dir si voglia. L’impressione è che, al di là delle tecnologie e della ricerca, ci sia anche tanta voglia di creare una nuova parola d’ordine, un po’ di buzz a fini strettamente commerciali.

Conferma il mio scetticismo Bernardo Parrella con un bell’articolo su Apogeonline significativamente intitolato “Il miraggio del Web 3.0”. Un pezzo tanto più interessante perché offre qualche indicazione più precisa su alcuni degli interessi dietro questa partita e su qualche tecnologia allo studio.

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4 thoughts on “3.0, semantico o chimera?

  1. gia’, dietro il trend ci sono grossi interessi commerciali, come spiega ancora piu’ in dettaglio il pezzo su “technology review” segnalato , incuse parecchie applicazioni “segrete”, almeno per ora

    la speranza, come gia’ accaduto per-su internet, e’ appunto che man mano l’intelligenza collettiva della rete sposti modalita’ e target dell’intera operazione

    tra l’altro noto solo adesso che proprio in queste ore si parla di web semantico in un convegno torinese — hai/avete mica feedback da/su questo evento?

  2. ciao, stavo leggendo il post sull’ibm (ma non ho approfondito), dove dici che non c’è accordo su cosa sia il web 2.0. sinceramente io credo che – soprattutto dopo leweb3 – ormai questo punto sia superato. è un insieme di metodologie e tendenze (software, sociali, economiche) che portano a fare siti web di nuova generazione. ne ho parlato al barcamp di torino, sul mio blog trovi la presentazione.

    il web 3.0 è una cosa molto diversa: è un insieme di modelli per descrivere dati e contenuti, a un livello molto superiore di quel che possiamo fare oggi. magari la parola sa un po’ di buzz, però Berners-Lee ne parla dal 98. ne ho scritto qua http://www.infoservi.it/dblog/articolo.asp?articolo=203.

    nel pezzo su Ibm invece si parla del “billion devices connected”. questa è una vision relativa a “the internet of things”, che non ha nulla a che fare con web 2.0 o 3.0 – almeno non direttamente. riguarda tecnologie come Rfid e la connessione a internet di device oggi stupidi come cellulari, macchine fotografiche etc.

    se ci pensi, è sempre la stessa storia: tecnologia (es ip, fisso o mobile), applicazioni, user demand, rinnovo delle tecnologie, e così via. come un tost farcito, ma ricorsivo 🙂

  3. Ciao alberto,

    innanzitutto benvenuto e grazie del commento.

    Hai ragione, il web 2.0 è cosa diversa dal web semantico, che ha una sua storia documentata. niente da dire su questo.

    quello che mi incuriosice e che mi ha spinto a scrivere un po’ su questo tema è il rinnovato interesse per il web semantico, che sembra uscire sempre più spesso (almeno questa è la mia impressione) dai circoli degli addetti ai lavori: ne parla il NY times, ne ha parlato decina in un’intervista a turani un paio di mesi fa su affari e finanza, ibm organizza convegni in proposito e lo stesso ha fatto tiscali prima dell’estate.

    alcune delle ragioni di questa “passione” le spiega bernardo nel suo pezzo. e in questo contesto forse va letta la crescente preferenza per la formula web 3.0, che indubbiamente suona molto più cool che quell’aggettivo “semantico” che fa tanto complicato…. un po’ di buzz, c’è in effetti.

    insomma, per dirla con le tue parole, “con tutte le robe che abbiamo ancora da fare con il Web 2.0. Ma niente da fare, it’s the media biz – anzi, buzz :)”

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