L’intelligenza in comune

testpg.gifAgenti intelligenti, ontologie, pubblici attivi. Gli ingredienti della rete prossima ventura spaziano tra fantascienza, filosofia e democrazia. Un po’ come se Asimov, Aristotele e le masse virtuali si incontrassero per progettare una rete in cui le macchine sono in grado di parlarsi grazie a un linguaggio comune e alla collaborazione umana. Sul nome di questa nuova frontiera non c’è accordo. Qualcuno preferisce il classico «web semantico», altri optano per un futuristico «web 3.0».

Quel che è certo è che di queste prospettive si parla sempre più spesso in articoli di testate non specialistiche (qualche settimana fa l’ha fatto nientemeno che il New York Times) e in convegni sull’argomento (l’ultimo in ordine di tempo, affollatissimo, organizzato dalla Fondazione Ibm la settimana scorsa). Non abbiamo ancora finito di esplorare le potenzialità del cosiddetto web 2.0 – così sono chiamati i servizi alla YouTube o alla Flickr che si fondano sul contributo attivo degli utenti – che già si getta lo sguardo alla nuova frontiera. Per scoprire, magari, che proprio dai germi di questa dimensione collettiva nasceranno i semi del web che verrà.

Ma andiamo per ordine: cominciamo dal futuro. Da un mondo in cui i protagonisti della rete non saranno più solo gli esseri umani. Come spiega Maurizio Dècina, professore del Politecnico di Milano, tra i massimi esperti italiani di network e comunicazioni: «domani in rete non avremo solo 4 miliardi di persone che usano vari dispositivi per connettersi. Ci saranno milioni di miliardi di macchine che comunicano tra loro, mentre ciascuno di noi potrà contare su centinaia di agenti intelligenti (web agents)». Ma cosa far fare a questi maggiordomi elettronici? «Per esempio – risponde Decina – contattare tutte le agenzie di viaggio virtuali e trovare le offerte per una determinata località al di sotto di una certa cifra. Oppure fare il giro di tutte le librerie online e rintracciare le proposte più economiche per i titoli che ci interessano. Il tutto senza intervento, da una parte e dall’altra, di esseri umani».

Perché questo salto in avanti possa materializzarsi è però necessario che, dopo Asimov, entri in scena Aristotele. Per parlarsi, le macchine devono infatti avere un linguaggio comune grazie al quale comprendersi e capire il mondo in cui agiscono. Se questo oggi non avviene è perché le pagine web non sono sufficientemente esplicative. C’è bisogno di un salto di qualità verso quello che Tim Berners-Lee, il padre del web, predica dal 2001 e che va sotto il nome di «web semantico».

Il nodo del progetto consiste un’attività di ridefinizione (re-tagging, nuova etichettatura) di tutte le informazioni contenute in rete che spieghi il significato dei termini impiegati e metta in relazione i concetti, grazie a delle vere e proprie ontologie. Un’attività onerosa, quando si consideri che va moltiplicata per svariati miliardi di pagine. Un’impresa titanica che ci fa capire perché il semantic web fosse, fino a poco tempo fa, guardato con scetticismo fuori dai circoli degli esperti di intelligenza artificiale e perché abbia trovato vera applicazione solo in contesti ristretti e specializzati.

Fino a poco tempo fa, già. Fino a quando milioni di utenti non hanno cominciato a popolare l’internet di contenuti e a classificarli attraverso tassonomie «popolari», un fenomeno ribattezzato, non a caso, folksonomy o anche social tagging. Questa impresa collettiva ha fatto balenare il sogno della collaborazione tra scienziati della semantica computazionale e masse virtuali. Chi si muove in questa direzione, per esempio, è Dart, progetto di motore di ricerca semantico e distribuito a cui stanno lavorando Tiscali, CRS4 e Università di Cagliari. Agli informatici il compito di mettere a punto gli schemi, agli utenti quello di riempirli.

Ma c’è di più: il vero passo, secondo alcuni, sarà quando l’attività di classificazione dei prodotti delle attività umane sarà del tutto automatizzata. «Penso, per esempio, a una fotocamera dotata di Gps collegata in rete a servizi tipo Google Earth», racconta Enrico Motta, direttore del Knowledge Media Institute della britannica Open University. «Un dispositivo di questo tipo sarà in grado di interconnettersi con il mondo circostante per classificare la foto che sto facendo inserendo nel file informazioni sul dove, il quando e il cosa (il Colosseo, ad esempio)».

A questo punto, il dato (l’insieme di bit) sarà diventato grazie a elementi di contesto, qualcosa di diverso: un’informazione. A disposizione dell’intelligenza di uomini e macchine.

Questo è un settore in cui l’Italia è all’avanguardia. Ci sono centri di statura internazionale all’Università La Sapienza di Roma (sotto la guida di Maurizio Lenzerini), presso il Cnr ISTC di Pisa Roma (intorno a Nicola Guarino), all’Università di Trento e a quella di Modena e Reggio e Emilia. Per non parlare di Milano dove Politecnico e Cefriel si sono appena aggiudicati il Semantic Web Service Challenge 2006 con una soluzione che consente di trovare sul web il fornitore più adatto al proprio business.

Ma come mettere insieme questo patrimonio di conoscenza e, soprattutto, come porlo al servizio dell’Italia nel suo complesso? Una soluzione al dilemma è stata proposta dalla Fondazione Ibm che, allo scopo, ha lanciato il 29 novembre scorso a Roma il progetto Senso Comune (www.senso-comune.it) che, in prima battuta può essere definito come un repertorio online della nostra lingua italiana ma, in realtà, è molto di più.

Gli ambiti di utilizzo concepiti vanno infatti dalla consultazione online ad applicazioni informatiche più complesse che coinvolgono il ragionamento automatico. Senso Comune ambisce così ad articolare sul web le sfumature della nostra lingua sia definendo le comuni relazioni tra i termini (sinonimi e contrari, ad esempio), che esplicitando strutture più complesse (attributi e relazioni), inserendo riferimenti extralinguistici e multimediali e corrispondenze con altre lingue. L’obiettivo non è solo scientifico: si ambisce a costruire la base conoscitiva per i servizi delle rete del futuro e – come ha detto Andrea Pontremoli, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia – «trascinare su questo fronte di avanguardia l’intero sistema Paese».

(da il manifesto, 7 dicembre 2006)

2 thoughts on “L’intelligenza in comune

  1. Ubik» Blog Archive » Prove di umanità futura

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