Ibm sposa il senso comune

testata_fem_180.gifMondo senza quiete quello dell’internet. Ancora non c’è accordo su che cosa significhi precisamente il Web 2.0 che già si guarda oltre, alla nuova frontiera. Non si fa a tempo a decantare le virtù sociali e partecipative della rete di ultima generazione che in giro già si annusa, sempre più diffuso, il bisogno di un ulteriore salto in avanti.

Quest’esigenza, nell’aria da tempo, ha ricevuto il definitivo sigillo un paio di settimane fa nientemeno che dal New York Times, con un articolo che lanciava il futuro sotto forma di nuova etichetta: il web 3.0.
Al di là della definizione ad effetto, la nuova internet del quotidiano della Grande Mela si rivela nei fatti come il recupero di un’idea lanciata nel 2001 da Tim Berners-Lee, padre del web, e che va sotto il nome di web semantico e che a lungo è rimasta confinata tra pochi addetti ai lavori. Semplificando molto, questa visione della rete del futuro prevede un web intelligente in cui le macchine siano in grado di “parlarsi” tra di loro svolgendo da sole la maggior parte delle attività.

Se nel 2.0, insomma, i protagonisti sono gli utenti, nella prossima versione del web il ruolo di star spetterà ai miliardi di dispositivi collegati in rete. Ma perché questi si comprendano reciprocamente c’è bisogno di un linguaggio comune. Vale a dire un’attività di ridefinizione (re-tagging) del web che spieghi, attraverso opportune etichette, il significato dei termini e metta in relazione i concetti. Di qui, l’aggettivo “semantico” e di qui le difficoltà di Berners-Lee a far decollare la sua idea: intervenire su miliardi di pagine web non è certo un’impresa da poco.

Eppure oggi questa intuizione sembra finalmente pronta per uscire dai laboratori di informatica. Lo testimonia, ad esempio, il progetto Senso Comune lanciato il 29 novembre scorso dalla Fondazione Ibm. Una sorta di repertorio della nostra lingua attorno al quale costruire i servizi della rete del futuro. L’iniziativa che punta a mettere insieme il meglio della ricerca italiana sul campo, la pubblica amministrazione, i cittadini e le imprese per costruire sul web una base di conoscenza linguistica dell’italiano. Con ambiti di utilizzo che vanno dalla consultazione online ad applicazioni informatiche più complesse che coinvolgono il ragionamento automatico. E attorno al quale coinvolgere (“trascinare”), come ha detto Andrea Pontremoli, boss di Ibm, il sistema Paese.

Ma cos’è che ha infine dato una dimensione più popolare all’idea di Berners-Lee?Innanzitutto, il successo inaspettato del web 2.0, di quei servizi come Flickr, che hanno risolto il problema della classificazione delle informazioni demandandola all’utente, dimostrando così nuove strade di realizzazione per un’impresa apparentemente titanica. In secondo luogo, i progressi delle “tecnologie semantiche”, ambito di ricerca in cui, fra l’altro, il nostro Paese è all’avanguardia. Infine, la raggiunta maturità della Rete come luogo in cui fare business, che spinge sempre più attori a investire in questo ambito.

In questa rete dall’alto quoziente intellettivo una serie di web agents, agenti intelligenti al nostro servizio, potrà, per esempio, trovare tutte le offerte di viaggio per una determinata località che non superino una certa cifra; fare il giro di tutti le librerie online per rintracciare le offerte più economiche per i titoli che ci interessano; recuperare quella foto (ma proprio quella: un coniglio bianco su sfondo blu) che ci serve per il nostro blog. Una manna, insomma, per i consumatori, ma anche per gli operatori di e-commerce e per il b2b. Per non parlare dei pubblicitari, che se già vanno matti per il Google attuale figuriamoci cosa faranno quando il motore di Mountain View sarà ancora più bravo di adesso a far incontrare i bisogni del cliente con le offerte del mercato.

(Finanza & Mercati, 2 dicembre 2006)

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