e-government, Italia a rischio retrocessione

testata_fem_180.gifIl declino è un virus resistente e molto adattabile E’ dunque facile scovarlo anche al di fuori dei settori in cui viene più spesso individuato e diagnosticato. Oltre il prodotto interno lordo, oltre la perdita di quote nel commercio internazionale, la decadenza di un paese emerge spesso anche in ambiti laterali, più lontani dall’occhio dei media.

Per avere una conferma basta dare una letta a una recentissima analisi dei servizi pubblici online europei realizzata dalla società di consulenza Capgemini e prepararsi a una sensazione di deja vu: anche nell’e-government, infatti, l’Italia cresce poco, e quel che è peggio, assai meno di altri. Superato sia dal dinamismo tecnologico dei nuovi membri della Ue sia dall’incedere, meno entusiasmante ma comunque costante, di nazioni come Gran Bretagna e Francia, il nostro Paese innova poco anche in un ambito cruciale per la competitività del sistema come l’erogazione virtuale dei servizi a cittadini e imprese. Vediamo più nel dettaglio. In entrambi gli ambiti misurati dall’analisi di Cagemini – completezza dell’erogazione e livello di sofisticazione dell’offerta online – il nostro Paese si colloca sopra la media europea. Ma questo dato non deve ingannare. Sia su un versante che nell’altro, infatti, l’Italia perde posizioni rispetto a un anno fa.

Dal nono al dodicesimo posto per quanto riguarda il primo parametro (superati in 365 giorni da Portogallo e Francia); dal dodicesimo al quattordicesimo posto per ciò che concerne il secondo (sorpassati in corsa, ad esempi,o da Ungheria e Slovenia). Il risultato, sconfortante, è che per quanto progrediamo (non troppo, per la verità), i nostri partner continentali si rivelano più svelti di noi.

Il che si traduce, visivamente, in una inesorabile discesa verso la serie B: una comparazione di 6 anni di analisi rivela così che stiamo gradualmente uscendo dal primo 50 per cento del gruppo per quanto concerne la sofisticazione. E se in alcuni segmenti come i servizi relativi alle entrate l’Italia si colloca in posizioni di assoluta eccellenza, il piatto piange quando si parla di trasferimenti di residenza (35 per cento il punteggio del nostro Paese contro una media europea del 70 per cento).

Mentre non ce la caviamo male sul versante scolastico, cadiamo sui servizi alla salute dove lo score si ferma al 35 per cento (meno della metà della media). E se miglioriamo per quanto riguarda i certificati di nascita e matrimonio online (performance triplicata in un anno: dal 24 al 74 per cento), siamo tuttavia i peggiori per quanto riguarda le pratiche di natura ambientale: ultimi in assoluto tra i 28 Paesi inclusi nell’analisi.

Il quadro complessivo è sintetizzato dagli analisti di Capgemini in una frase senza appello: “nel periodo 2001-2006 l’Italia ha progressivamente ridotto il focus sui progetti di e-government”. Una dichiarazione che suona come un’implicita bocciatura dell’operato dell’ex ministro dell’Innovazione Lucio Stanca, che proprio sulla dimensione di front-office del governo elettronico aveva puntato parecchio.

Vien quasi da sperare che questa laconica fotografia del governo elettronico nazionale si trasformi anche nell’epitaffio di un modo di intendere l’e-government. Dopo anni spesi a cercare di portare le pubblica amministrazione così com’è in rete, è forse l’ora di provare a portare la rete nella Pa. Per vedere se, a partire dai meccanismi e dai fenomeni dell’Internet che stanno rivoluzionando la vita di cittadini e imprese, si possono riscrivere e semplificare norme, processi e procedure della pubblica amministrazione italiana. Chissà che non passi da questo cambio di prospettiva la strada per arrestare il declino.

(Finanza & Mercati, 25 novembre 2006)

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