Discutendo di giornalismo, nuovo e vecchio

E’ online l’annunciata intervista di Slashdot a Jay Rosen, teorico e promotore di nuove forme di giornalismo (ne avevo accennato qui). Oltre a parlare del suo progetto, NewAssignmet.net (già menzionato qui), Rosen sviluppa una serie di considerazioni sul citizen journalism e sui nuovi media che mi sembrano piuttosto interessanti. Qui di seguito mi limito a 3 spunti.

1) Chomskyanamente, mi verrebbe da dire, Rosen è convinto che il peccato originale dei grandi media non è quello di sopprimere deliberatamente alcune storie “scomode” in ossequio a poteri più o meno contigui. Il vero dramma sono le storie che i grandi media non raccontano in modo corretto (e qunidi sopprimono de facto) semplicemente perché, quasi inconsciamente, hanno interiorizzato un sistema di valori e un’affinità che non consente loro di cogliere l’essenza di alcune vicende. Rosen fa l’esempio di Bob Woodward, il celebre giornalista americano, che in due libri (Bush at War e Plan of Attack) non è riuscito a cogliere la sostanza di quello che stava accadendo alla Casa Bianca lanciata verso la guerra in Iraq. Vale a dire, l’incredibile storia di un’amministrazione che, vittima di un gigatesco fenomeno di group think, si è gettata in modo ideologicamente testardo in un piano concepito in astratto, senza valutare adeguatamente quelli che gli psicologi chiamano “dati di realtà”. Per Woodward, così vicino al sistema proprio a causa del suo metodo giornalistico, questa interpretazione era del tutto inconcepibile. Solo ora, forse, comincia rendersene conto nel suo nuovo libro, State of denial (qui una recensione, dura ma obiettiva, di AngryArab).

2) Per aumentare l’autorevolezza del giornalismo online non c’è altra strada, secondo Rosen, che il rigore. Intervenire su argomenti che si conoscono a fondo (per esempio: io dovrei stare quasi sempre zitto..), correggere tutto, principalmente se stessi, fare le pulci ai grandi media.

3) Altra cosa che ho apprezzato è il rispetto dimostrato da Rosen nei confronti di media alternativi e politicamente schierati: The NewStandard, DemocracyNow (con cui mi è capitato di collaborare: qui il link alla mia performance) e Indymedia che, non so perchè (anzi no, lo immagino) viene quasi ignorata quando si parla di citizen journalism. Eppure facevano giornalismo dal basso prima che il concetto diventasse popolare di moda.

3 thoughts on “Discutendo di giornalismo, nuovo e vecchio

  1. Leggo interessato, rifletto e mi riprometto. E mi soffermo sul punto 2), in cui si parla di rigore del giornalismo on line. Intervenire su ciò che si sa, fare le pulci e via andare. D’accordo a metà. Va bene “scavalcare a sinistra” il giornalismo mainstream con un metro di valutazione delle notizie più rigoroso e meno commerciale; ma lo stesso Rosen mi pare insista molto sul giornalismo partecipativo, che non intenderei solo come un allargamento della catena di produzione delle notizie, ma anche come laboratorio di analisi sociale, di sviluppo della coscienza collettiva attraverso il confronto e la discussione ‘dal basso’. In questo senso il rigore, credo, va perseguito nel metodo più che nel merito.

  2. Caro Walter, per ragioni di tempo (e per non scrivere un post troppo lungo) ho omesso di citare il passo dell’intervista di Rosen a cui mi riferivo nel punto 2. Lo riporto qui di seguito:

    “You know how, when you’ve really mastered something and there’s a news account of it, the news story will invariable get several (basic) things wrong? Eliminate the several things and respect will rise. If you want to inform the world of something, grok it before you rock it is a good simple rule. Correct ourselves early and often. Correct the reporting in the major media, early and often. Fact check your own ass first, then your neighbor’s. We should major in transparency; the “major” media will take a minor in that. Diversity of outlook in the reporters ultimately improves the reporting. The blogosphere has advantages there, especially as it does more reporting.”

    Aggiungo che il contenuto della risposta è probabilmente determinato dalla domanda che parla di un generico “giornalismo” online e poi “di blogosfera” non di “citizen journalism” specificatamente. Mi pare che Rosen in questo caso abbia in mente più il singolo blogger che un’iniziativa dal basso più o meno strutturata. In questo senso l’incipit del mio post provoca confusione.

    Detto questo, se non ti interpreto male, mi pare che tu dica qualcosa di questo tipo: nel caso del giornalismo dal basso, il prodotto finale (la sua differenza rispetto all’agenda dell’informazione tradizionale o il suo maggior rigore) sono prevalentemente degli effetti collaterali; quello che conta è quanto avviente lungo il processo di scambio e partecipazione. Il “come”, insomma, è più importante di un “cosa” che a quel punto diventa secondario visto che l’effetto liberatorio è stato già prodotto dal processo.

    Forse hai ragione. Anche se per sposare del tutto, nella pratica in particolare, una simile visione bisognerebbe essere meno narcisisti di quanto io, molti blogger e molti citizen journalis probabilmente non siamo.

    Il che ovviamente non è un’obiezione alla tua considerazione, solo l’ammissione di un limite…😉

  3. newassignment.net: online il sito sperimentale « mastroblog

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