La tigre del Bengala e il dilemma del topo muschiato

benji12web.jpgLa tigre del Bengala è più a rischo che mai. Anche l’Economist (che in questo numero si preoccupa di riscaldamento globale dopo avere contribuito a lanciare la fama dell’ambientalista scettico…) lancia l’allarme. Secondo le ultime stime, la popolazione della tigre sarebbe scesa a 1200-1500 esemplari. Causa principale della diminuzione: la caccia. L’animale è infatti ambito per i suoi denti, le sue ossa e il suo pene, ingredienti preziosi della medicina tradizionale cinese.

Il rischio di estinzione non sembra tuttavia muovere a compassione il governo indiano in carica che, anzi, appare più propenso a tutelare i diritti e gli interessi delle popolazioni tribali che condividono l’habitat con le tigri. Il risultato è un dilemma. Da una parte, il rischio di estinzione di un animale meraviglioso e ormai ecologicamente (e geneticamente) sempre più debole. Dall’altra, le esigenze di popolazioni, per lo più povere e agli ultimi gradini della scala sociale, che vivono nelle riserve o ai margini di queste e il cui bestiame è frequentemente pasto dei predatori.

ondatra_zibethicus_da1039.jpgUna classica lotta tra poveri. Un altro esempio di quello che il saggista David Quammen nel suo libro Alla ricerca del predatore alfa, definisce il dilemma del topo muschiato. Vale a dire il fatto che i “costi” della conservazione dei grandi predatori non sono egualmente distribuiti.

“I grandi predatori – scrive Quammen – causano più perdite materiali, disagi terrore sofferenze e morte tra i poveri (specificamente tra i poveri che vivono in ambiente rurale all’interno o in adiacenza dell’habitat), e tra i nativi che restano fedeli a stili di vita tradizionali nel territorio (i quali a volte sono ‘poveri’ solo i quanto non sono protettti da una ricchezza materiale e hanno scarso potere politico), che non in qualsiasi altro gruppo. Vicinanza più vulnerabilità uguale rischio” (p. 145).

Insomma, esattamente come tra i topi muschiati studiati nel Mid West dal biologo Paul Errington, solo quelli più in basso nella gerarchia e che dispongono di tane meno sicure in luoghi poco protetti diventano preda dei visoni, così solo gli esseri umani più “poveri” subiscono danni dai grandi carnivori nelle riserve. Mentre i loro co-specifici più abbienti possono placidamente godere i frutti delle politiche di conservazione. C’è un modo per uscire da questo dilemma?

Una risposta arriva dal biologo Grahame Webb ed è pragmatica, economicamente pragmatica. “Alla fine – racconta Webb a Quammen – la gente non ha nessuna voglia di proteggere una cosa che non gli dà nessun utile e non vale niente – che anzi rappresenta qualcosa di negativo. Questo non accadrà mai. Non è mai avvenuto da che mondo e mondo”.

La ricetta di Webb è “uso sostenibile”. Esattamente come accade nel Crocodylus Park da lui gestito. In sostanza, va permesso lo sfruttamento sostenibile delle popolazioni di animali selvatici (nel caso, dei coccodrilli il commercio delle pelli), un affare in cui vanno coinvolte le popolazioni locali. E’ poi necessaria la protezione dell’habitat che offra un profitto ai proprietari terrieri privati, senza dimenticare ovviamente occulate strategie di preservazione.

Come a dire, o la conservazione di grandi animali feroci diventa un business anche per le popolazioni locali, oppure non c’è speranza. Anche nel caso delle tigri. “Se in una popolazione vi sono duecentocinquanta tigri, per esempio, – così Quammen riuassume il pensiero di Wbb – si potrebbe mettere all’asta il diritto di ucciderne due all’anno, e con il ricavato dare a tutti coloro che vivono nei paraggi n buon dividendo”. Non solo, “si potrebbe anche sancire l’allevamento di tigri in modo che alcuni felini siano alleati legalmente in cattività per fornire quegli stessi prodotti vitali – ossa, denti, organi interni, pelle, peni e quant’altro -, che vengono venduti in Asia sul mercato nero per scopi farmaceutici e magici” (203).

Vero, la soluzione Webb suona molto capitalistica. Sembra cozzare con alcune nostre convizioni comuni e urtare con i nostri sentimenti animalisti. L’idea di allevare animali (e tigri per giunta) per poi ammzzarli ci appare immorale. Tuttavia, anche la sorte delle popolazioni locali e native dovrebbe scuotere le nostre intuizioni di giustizia ed equità. Il problema, dunque, sussiste e merita di essere esplorato in tutte le sue sfaccettature, ecologiche, sociali, economiche. Soprattutto se la sorte dei “grandi predatori alfa” (concetto affascinante inventato da Quammen su cui tornerò) ci sta a cuore.

One thought on “La tigre del Bengala e il dilemma del topo muschiato

  1. Il mostro degli abissi « mastroblog

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