Romano, Chomsky e la democrazia esportata

democrazia_iraqCerte volte tocca essere d’accordo anche con Sergio Romano. Soprattutto quando indossa i panni del “realista” duro e puro. Oggi, per esempio, a proposito dell’intervento americano in Iraq scrive:

“Quanto all’esportazione della democrazia, non mi sembra che si debba dare troppa importanza a questo aspetto della politica americana. Prima del 2003 i maggiori esponenti dell’amministrazione Bush erano risolutamente contrari a quella che definivano sprezzantemente la politica del «nation building», vale a dire il paziente lavoro per la trasformazione dei regimi autoritari in società democratiche nell’interesse della pace universale”.

Da notare, paradossalmente (ma non troppo) che Noam Chomsky, con cui ideologicamente Romano condivide davvero poco, la pensa allo stesso modo:

“… quando Bush e Blair invasero l’Iraq, la ragione era quella che inistentemente chiamavano ‘la sola questione’. Questa fu ripetuta da Jack Straw, Colin Powell, Condoleeza Rice, tutti quanti. ‘L’Iraq distruggerà le sue armi di distruzone di massa?’. Questa era la singola questione, la base su cui Bush e Blair otennero l’autorizzazione a usare la forza. In pochi mesi questa singola questione ricevette una risposta ed era la risposta sbagliata. Improvvisamente… in modo rapido non fu più la ragione dell’invasione. La ragione divento’ quella che la stampa liberal del Presidente chiama la sua ‘missione messianica’ che consiste nel portare la democrazia in Iraq. Improvvisamente tutti salirono sul vagone della democratizzazione e cominciarono a descrivere [quella in Iraq] come la più nobile guerra della storia e via discorrendo”.

Quel che mi piace di Chomsky e di Romano è che sono tra i pochi a non prestare fede alla dichiarazioni ufficiali ma a guardare ai fatti. Cosa che, apparentemente, fanno anche gli iracheni. In un sondaggio riportato dall’Economist sembrano avere idee diverse da Bush sulle ragioni dell’invasione:

“Another opinion poll asked them the reason for America’s invasion of their country. The top three answers were to control Iraqi oil (76%), to build military bases and to help Israel.”

2 thoughts on “Romano, Chomsky e la democrazia esportata

  1. Concordo con tutti e 3 (Romano, Chomsky e Mastolonardo): sembra incredibile quanto poco ci si attenga ai fatti concreti, invece di rincorrere le dichiarazioni ufficiali.
    Quanti commentatori (per non parlare dei politici) hanno dato credito alla barzelletta delle armi di distruzione di massa, e poi a quella della democrazia, senza poi minimamente ricredersi?
    Eppure stanno tutti ancora li’, a decidere (i politici) o a pontificare (i commentatori) sull’argomento successivo.

    Qualche mese fa ho sentito un dibattito du Radio3, sull’Iraq, in cui si discuteva del perche’ della guerra, visto che le armi di distruzione di massa non sono state mai trovate e l’invazione americana ha finito persino per destabilizzare ancora di piu’. Le conclusioni a cui i grandi esperti sono giunti, col contributo del moderatore (putroppo non ricordo chi fosse), erano queste: la guerra e’ servita a concentrare in quell’area i focolai del terrorismo, che altrimenti sarebbero dispersi ovunque e quindi meno vulnerabili.
    Sembra una barzelletta, vero?

    paolo

  2. Le riluttanti democrazie di Riotta « mastroblog

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