Giornalismo open source

testpg.gifNon è più tempo di barricate: il futuro è nella terza via. Tra i guru dei nuovi media qualcuno inizia a pensarci seriamente. Finito il periodo dell’opposizione tra testate tradizionali e giornalisti professionisti da una parte, e nuove forme di informazione partecipata dall’altra, è ora la volta di ragionamenti (e di esperimenti) che tentano di conciliare il meglio dei due campi.

Ha cominciato, a inizio luglio, Jeff Jarvis, tra più attenti osservatori del fenomeno, dichiarandosi insoddisfatto di un’espressione che lui stesso ha contributo a diffondere: citizen journalism, giornalismo dei cittadini. Un formula giudicata ora troppo drastica perché divide il mondo dell’informazione in due domini separati, proprio quando le potenzialità dell’internet puntano verso la contaminazione tra professionisti e dilettanti.

C’è bisogno, ha concluso Jarvis, di un nuovo, più sfumato, concetto. Detto, fatto: ecco dunque spuntare dal mondo delle idee il networked journalism (giornalismo a rete), in cui il «pubblico può essere coinvolto in una storia prima che questa sia pubblicata, contribuendo con fatti, domande, suggerimenti».Neanche il tempo di formulare il nuovo approccio che Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University, e apprezzato guru dei nuovi media grazie al blog PressThink, decide di passare dalla teoria alla pratica. In linea con le analisi del collega, Rosen ha presentato la settimana scorsa le linee di azione di NewAssignment.Net, progetto che punta proprio a coniugare le virtù del giornalismo professionistico e il valore aggiunto dalla collaborazione online, per produrre informazione di qualità su temi trascurati dai media principali. Il tutto, per giunta, alimentato da adeguati finanziamenti.

Come pensa Rosen di riuscire nell’impresa? La risposta risiede in due parole mai così di moda come in questo periodo: open source. Vale a dire la modalità di sviluppo del software, a cui contribuiscono, su base volontaria, centinaia, a volte migliaia, di programmatori e che si è dimostrata efficace nel realizzare programmi eccellenti e al tempo stesso commercialmente sostenibili.

Nel caso di NewAssignment.Net, l’approccio open source applicato al giornalismo funziona grosso modo così. Gli argomenti degli articoli sono scelti da comunità di utenti che contribuiscono alla definizione della storia, sollevano gli interrogativi a cui pensano si debba dare risposta, mettono in comune eventuali fonti e materiali di supporto.

Quando la storia raggiunge, a parere di un redattore, un sufficiente livello di struttura si passa ad un secondo livello, quello della pubblica raccolta di fondi: coloro che desiderano che l’oggetto del pezzo sia sviscerato in un articolo secondo le linee definite possono contribuire con donazioni. Raggiunto il budget stabilito, il redattore affiderà infine il lavoro ai reporter professionisti giudicati più adatti. I giornalisti dovranno rispondere a tutte le questioni definite dalla comunità impegnandosi a restare in contatto e a collaborare con questa.

Il vantaggio più probabile – spiega Rosen – è che, se il sistema è configurato in modo adeguato, giornalisti e reti di volontari insieme possono fare alcune cose meglio di quanto farebbero da soli».

In questa visione ecumenica dei nuovi media si salvano, almeno sulla carta, capra e cavoli. Sono preservate, infatti, la professionalità e le competenze di un giornalista professionista (che scompaiono invece nelle forme «pure» di giornalismo dei cittadini, vedi sotto). E si incorporano nel processo di produzione dell’informazione i meccanismi collaborativi che in questi anni Internet ha esaltato e reso possibili, quella «saggezza delle masse» celebrata da James Surowiecki nel suo libro omonimo.

Con questa formula ardita, NewAssignment.Net prova inoltre superare due problemi cruciali dell’informazione contemporanea. La modalità collettiva di scelta degli argomenti dovrebbe intanto evitare il conformismo dei media tradizionali, che tendono a restringere eccessivamente lo spettro di ciò che è degno di essere raccontato all’opinione pubblica, seguendo un’agenda che non sempre coincide con l’interesse pubblico o con quello dei lettori. Come dimostra, per esempio, l’accettazione acritica da parte delle maggiori testate americane alla giustificazione offerta dal governo per l’invasione dell’Iraq, la presenza di armi distruzione di massa.

Dall’altra parte, il progetto si presenta anche come risposta a una questione nodale che investe il campo dei new media: la mancanza di risorse per finanziare giornalismo di qualità. Solo le grandi testate sembrano infatti in grado di condurre inchieste – costose in termini di tempo e denaro – come quelle su Abu Grahib realizzate da Seymour Hersh per il settimanale The New Yorker. Per il fondatore di NewAssignment.Net, questo ostacolo può essere superato, offrendo «alla gente un investimento in un momento iniziale di un iniziativa». In questo caso «qualcuno si farà avanti e cercherà di realizzarla». Chi regalando tempo, chi conoscenza, chi, addirittura, denaro.

Dando vita così a quello che Rosen definisce «giornalismo senza media».

(il manifesto, 3 agosto 2006)

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