Il Platone di George Bush

loglimes.gifleo-bush-color_thumb.jpgSe chiedete a George W. Bush quale è il filosofo che più lo ha influenzato vi risponderà: Gesù Cristo. Eppure, anche se il presidente non lo sa o non lo vuole dire, c’è un altro pensatore che sui di lui un forte ascendente l’ha avuto e continua ad averlo. Quantomeno attraverso alcune figure chiave della sua amministrazione, il falco Paul Wolfowitz in testa.

Si chiama Leo Strauss, tedesco, ebreo, emigrato in America nel 1939 per sfuggire a Hitler e rimastovi fino al 1973, anno della morte. Dopo una parentesi newyorchese Strauss ha insegnato per 19 anni a Chicago dove ha creato intorno a sé una scuola di allievi così devoti che qualcuno li ha definiti una “setta”.

Ed è riuscito, attraverso questi allievi (i cosiddetti straussiani), nell’impresa sognata da tutti i filosofi dai tempi di Platone: influenzare chi detiene il potere. In questo caso George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti.
Platone va a Washington
Il record di Strauss è effettivamente notevole. Oltre a Wolfowitz, vice di Donald Rumsfeld al Pentagono, attualmente la batteria degli adepti del filosofo tedesco al governo conta oggi su Abram Shulsky, direttore dell’Office of Special Plans del Dipartimento della Difesa, John Walters, direttore dell’Office of National Drug Control Policy della Casa Bianca, Leon R. Kaas, chairman del Consiglio di Bioetica del Presidente, Stephen Cambone, sotto segretario alla Difesa per l’Intelligence.

Se a questi aggiungiamo Alan Keyes, candidato repubblicano alla presidenza, Clarence Thomas, giudice della Corte Suprema, William Kristol, direttore del settimanale conservatore The Weekly Standard e Gary Schmitt, direttore del Project for a New American Century (PNAC) ci possiamo rendere conto di quale ampiezza abbia raggiunto l’influenza straussiana nelle file conservatrici.

Ma la storia degli straussiani a Washington non comincia con questa amministrazione. Già durante le presidenze Reagan e Bush padre parecchi pupilli di Strauss lasciavano l’Accademia per partecipare direttamente in politica.

Tutto questo mentre erano proprio un paio di straussiani a firmare due dei libri che più avrebbero influenzato il dibattito pubblico a stelle e strisce.

Nel 1987 usciva The closing of American Mind (La chiusura della mente americana) di Allan Bloom, allievo della prima ora di Strauss, che utilizzava le idee e le idiosincrasie del maestro per spiegare che cosa i ragazzi americani dovevano leggere al college e quali danni aveva fatto all’istruzione americana il relativismo culturale importato dall’Europa.

Nel 1992 la Fine della storia di Francis Fukuyama, allievo di Bloom all’Università di Toronto, delineava invece i principi fondanti della politica estera americana post guerra fredda.

Di fronte a tanto attivismo politico degli allievi, va notato che Strauss non distolse mai lo sguardo dai suoi amati libri. Concentrato sui suoi libri e sull’insegnamento, Strauss non partecipò mai direttamente al dibattito politico, non strinse mai legami con personaggi influenti e raramente espresse posizioni politiche pubbliche.

Se vogliamo comprendere le ragioni della passione politica e del successo degli straussiani bisogna quindi rivolgersi altrove: al pensiero del maestro e al tipo di relazione che ha instaurato con i suoi allievi e alle alleanze che questi hanno coltivato negli ultimi 30 anni.

La setta straussiana
Segnato dall’ascesa del nazismo proprio nella riconosciuta patria della filosofia, per tutta la sua vita Strauss rifletté sul rapporto tra filosofia e polis giungendo a elaborare una diagnosi originale sul corso del pensiero politico occidentale.

La tradizione classica, che combinava radicalismo filosofico e moderazione politica, fu interrotta, secondo Strauss, da Machiavelli che inaugurò l’ambizioso progetto della Modernità: illuminare tutto il genere umano e non più solo un gruppo ristretto di discepoli ben selezionati.

Per Strauss il destino tragico del pensiero politico occidentale, se correttamente interpretato, rivela i delicati rapporti che legano reciprocamente filosofia e città e insegna al vero filosofo ad assumere un ruolo “politico” per evitare la soppressione della filosofia da parte della città o il crollo delle fondamenta della polis corrose dall’investigazione filosofica.

Per poter assolvere questo compito il filosofo è costretto a nascondere al pubblico le proprie tesi più profonde e perturbanti comunicandole solo alle orecchie degli allievi più selezionati. Deve insomma formare una scuola di discepoli fidati.

Strauss si dedicò a questa impresa sfruttando, in un paese in cui la filosofia non è insegnata nella scuola superiore, il suo carisma di professore tedesco. Seguendo Martin Heidegger, il professore immigrato sedusse i suoi allievi autoctoni e instaurò con essi relazioni molto intense.

La testimonianza di uno studente al suo primo incontro con il maestro in classe può darci un’idea di questo tipo di relazioni: “I suoi ex allievi, adesso colleghi, Herbert Storing e Joseph Cropsey, sembravano recitare la parte di giganti gentili e solleciti quando lo sovrastavano aiutandolo ad aggiustare la corda e il microfono. […] Agitandosi intorno a lui, prendendosi cura di lui, Storing e Cropsey non sembravano diversi da figli. Ogni gesto dimostrava una riverenza per il padre che stavano accudendo che non era, ovviamente, in grado di maneggiare aggeggi meccanici come i microfoni”.

A loro volta, i discepoli instaurarono con i propri allievi analoghe dinamiche. Qualcuno, come Allan Bloom, estremizzò l’insegnamento del maestro finendo per alloggiare egli stesso nei dormitori dei ragazzi e instaurando con essi rapporti ben descritti da Saul Bellow in Ravelstein. Questo senso di appartenenza così stretto aveva anche il suo lato negativo.

Il filosofo politico Bernard Yack, professore alla Brandeis University, allievo di Allan Bloom, mi disse una volta che in seguito della sua decisione di allontanarsi dalla combriccola straussiana fu “considerato una sorta di apostata, almeno fino a che Bloom fu in vita”.

Anche grazie a questi rapporti intensi, gli straussiani sviluppavano e sviluppano un senso di appartenenza a una cerchia di iniziati in cui si scoprono verità sconvolgenti e si attraversa un’esperienza trasformativa, come illustra Allan Bloom quando afferma che “coloro che hanno vissuto con i libri di Strauss per molti anni hanno visto la propria esistenza cambiata, hanno imparato gli splendori di un tipo di anima e di un modo di vita che nulla nella loro esperienza avrebbe loro rivelato; essi sono ritornati alla vita politica […] con una prospettiva mutata, con nuove aspettative e preghiere”.

Attrazione fatale
Gli straussiani hanno dunque ereditato dalle riflessioni del maestro un senso di urgenza e di importanza rispetto alla filosofia, che deve essere allo stesso tempo difesa e contenuta. La banda dei discepoli di Strauss era spinta così a difendere il regime americano, per cui il maestro ebbe sempre parole di ammirazione, dai sofisti, dai nichilisti e dai radicali di ogni sorta.

Spauracchi che nell’America degli anni ’60 iniziavano ad abbondare, preoccupando non solo i conservatori ma anche parecchi moderati di sinistra, spaventati dalla crisi del contenitore politico liberal, che per due decenni aveva tenuto insieme welfare state, giustizia sociale in patria e anticomunismo all’estero.

In quegli anni gli straussiani dovevano fare l’incontro che di lì a qualche decennio avrebbe aperto loro le stanze del potere. Tra questi liberal disorientati c’era infatti un manipolo di intellettuali, per lo più di New York e per lo più ebrei, che più avanti sarebbero stati chiamati “neoconservatori”.

Costoro giudicavano pericolose le idee dei radicals della nuova sinistra che chiedevano la rivoluzione in patria e pretendevano di giudicare la politica estera statunitense secondo criteri morali.

Il termine “neoconservatore”, che inizialmente non significava altro che ex liberal, acquisì un senso più specifico quando venne adottato da Irving Kristol per definire se stesso e coloro che condividevano la sua visione politica.

Di questo gruppo, composto di personalità differenti e cementato dall’anticomunismo, facevano parte, tra gli altri, Daniel Bell, Jeane Kirkpartick, Nathan Glazer, Norman Podhorez, Seymour Martin Lipset, Samuel Huntington, James Q. Wilson, Robert W. Tucker, Peter Berger, Michael Novak, Robert Bartley, Richard John Neuhaus. Kristol, fondatore e a lungo direttore dei periodici The Public Interest e The National Interest, che inseriva Leo Strauss tra i suoi maestri intellettuali, ne era la figura principale soprattutto perché ha cercato più degli altri una definizione teorica del movimento.

I neoconservatori delle origini erano liberal disillusi, diffidenti verso il romanticismo e l’utopismo. Nei confronti della società borghese e capitalistica nutrivano un moderato attaccamento convinti che si trattasse, se non del migliore dei mondi possibili, almeno del massimo a cui nelle presenti circostanze si poteva aspirare.

A differenza dei libertarians erano favorevoli a un welfare state conservatore che si assumesse alcune responsabilità nella guida delle preferenze degli individui. E consideravano famiglia e religione i fondamenti di una società morale.

Straussiani e neoconservatori si incontrarono nella critica dell’utopismo di filosofi e artisti, atteggiamento che libera gli intellettuali dai limiti imposti da paradigmi e forme di pensiero consolidate e conduce a una politica incapace di distinguere tra giusto e sbagliato.

Negli straussiani i neoconservatori trovarono alleati raffinati: dove questi vedevano il disimpegno del paese nella lotta contro l’Unione Sovietica, i pupilli di Strauss osservavano il pernicioso effetto del pensiero della modernità che, partendo da molto lontano, minava la fiducia degli Stati Uniti nei loro principi fondanti.

Grazie alla loro preparazione accademica gli straussiani erano in grado di fornire argomenti storici, filosofici e politici di respiro ad un’agenda politica più contingente di cui condividevano le finalità generali.

Tra i due gruppi si produsse così una sorta di divisione di compiti: i neoconservatori si concentravano sui difetti di una società che erode la fede nei costumi politici e sociali necessari per una stabile democrazia; gli straussiani si occupavano delle radici teoriche di questa degenerazione .

Giovani neoconservatori crescono
Con il passare del tempo l’alleanza tra straussiani e neoconservatori si estese alle nuove generazioni. Irving Kristol affidò suo figlio alle cure di Harvey Mansfield, straussiano di Harvard, studioso di Machiavelli e del regime americano.

Il risultato fu William Kristol, direttore del periodico conservatore The weekly standard, Chief policy advisor di Dan Quayle quando questi era vicepresidente di Bush padre, membro del PNAC .

Anche grazie a William Kristol la primigenia e ancora un po’ troppo intellettualistica visione del mondo neoconservatrice si è evoluta in un programma di politica estera che si fa beffe non solo dell’internazionalismo umanitario di Clinton ma anche del realismo à la Kissinger e dell’atteggiamento timoroso di Powell durante la prima Guerra del Golfo.

Al posto di questi pavidi atteggiamenti, i neoconservatori propongono tre nuovi capisaldi delle reazioni internazionali: la prevenzione, la ricerca attiva (anche con mezzi militari) del cambio di regime e l’esercizio di una leadership americana autorevole.

Ma soprattutto, spingono per la promozione nel mondo dei valori americani attraverso l’esportazione della democrazia liberale. Proprio quei valori che Strauss vedeva in crisi, erosi dal pensiero relativistico europeo e nella cui dimenticanza scorgeva le ragioni della “crisi dell’Occidente”, sempre più indebolito, incapace di conoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato .

Dalla politica alla teoria
Per comprendere come funziona nella pratica il sodalizio tra straussiani e neoconservatori bisogna però fare un passo indietro e tornare a La fine della storia di Francis Fukuyama, allievo di Allan Bloom e Nathan Tarcov, discepoli di Strauss della prima ora, allora legato alla RAND Corporation, potente pensatoio della destra americana e oggi affiliato al PNAC.

Celebrato, pubblicizzato e molto recensito, il libro ebbe la sfortuna di apparire nel 1992 anno in cui iniziava l’era Clinton con cui le guerre umanitarie sarebbero diventate il nuovo paradigma di giustificazione della politica estera americana.

Passata la cattività liberal, la tesi di Fukuyama, che nella prima versione apparve sulle pagine di The National Interest, rivela in questi giorni il suo potenziale ideologico di base teorica raffinata (almeno per palati filosoficamente non troppo esigenti) delle posizioni neoconservatrici.

Mettendo insieme teorie sulle relazioni internazionali, Hegel rivisitato dal filosofo marxista Kojève, la concezione di Strauss della natura umana e le analisi del maestro sull’origine del pensiero della modernità, Fukuyama argomenta che la democrazia liberale è il regime definitivo, quello a cui tutti gli uomini, inevitabilmente, tendono.

È Robert Kagan, in Paradiso e potere, nuovo vangelo del neoconservatorismo, a ricordarci che “la tesi di fondo sostenuta da Francis Fukuyama […] resta inconfutabile”. E lo fa in un libro in cui riassume i principi della politica estera versione neocon spiegandoci che l’11 settembre “porterà con ogni probabilità a una presenza militare permanente dell’America nel Golfo Persico e in Asia Centrale e a una lunga occupazione di uno dei maggiori paesi del mondo arabo”; che gli Stati Uniti si trovano in un contesto in cui “devono rifiutare di sottomettersi ad alcune convenzioni internazionali […].Devono applicare due pesi e due misure”.

Il fatto è, conclude con il medesimo candore Kagan, “che questo comportamento americano può tornare a vantaggio del mondo civile, che forse la potenza militare statunitense, anche se impiegata in base al principio dei due pesi e delle due misure, è il mezzo migliore, se non l’unico, per favorire il progresso dell’umanità”.

E se la filosofia, la natura umana e la storia ci insegnano che l’umanità aspira alla democrazia, come ci ha spiegato Fukuyama, con Hegel e Strauss, gli Stati Uniti non devono fare altro che aiutare i popoli a ottenere quello a cui questi aspirano. Anche se non lo sanno. L’importante è che grazie a qualche professore di estrazione straussiana lo sappiano le élite americane e i policy makers di Washington.

Il sogno di Platone (o quasi)
Dietro al successo politico degli straussiani c’è dunque una lunga storia fatta sì di potenti visioni filosofiche, ma anche di seduzione intellettuale, di sette, ideologia, alleanze politiche spregiudicate e ricchi think tank conservatori.

All’inizio di questa storia resta l’intuizione di Strauss per cui se la filosofia vuole mantenere la sua purezza deve perdere la sua innocenza e sporcarsi le mani. Se vuole continuare ad esistere deve farsi “politica”.

Finché i filosofi, come il Socrate delle Nuvole di Aristofane, stanno ritirati nel chiuso delle loro scuole a discettare dei massimi sistemi in spregio alle credenze accettate dalla società, fino a che non si impegnano a conoscere la natura umana e selezionano i loro allievi, fino a che non mostrano combattendo in guerra, il loro attaccamento alla Città, fino a che, insomma, non diventano “politici”, appunto, la filosofia sarà in pericolo. Come dimostra l’incendio della scuola di Socrate con cui si conclude la commedia aristofanea.

Per questo, pur nel suo riserbo verso la politica, Leo Strauss non escluse mai che il filosofo possa, se capita l’occasione, scendere in politica per influenzare il principe.

I suoi allievi l’occasione la trovarono e la colsero all’inizio degli anni ’80 dopo essersi legati a quello che in due decenni sarebbe diventato uno dei gruppi più influenti della galassia conservatrice americana. Dal maestro gli straussiani impararono l’importanza dello studio dei grandi del passato ma anche la discrezione nel consigliare il Principe.

Se dunque George W. Bush è davvero convinto che l’unico filosofo ad averlo influenzato è Gesù Cristo, questa è un’ulteriore indicazione che i nipotini di Strauss il loro lavoro l’hanno fatto molto bene.

(Limes, 5 – 2003)

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