Se gli opinionisti screditano la protesta

Dal momento che i media tradizionali si occupano di alcuni fenomeni quando proprio non possono farne a meno, è solo con gli eventi di Seattle del novembre 1999 che la protesta contro la versione neoliberista della globalizzazione è approdata sui maggiori quotidiani, quando a causa dei suoi successi clamorosi non ha più potuto essere ignorata; e agli opinion maker è toccato dare un’interpretazione del fenomeno che rendesse la contestazione e le sue critiche poco attraenti per l’opinione pubblica (1). 

In questi due anni gli attivisti sono stati passati attraverso il setaccio dell’ideologia dominante e descritti dalle migliori firme di “Corriere”, “Repubblica” e “Stampa” come irrazionali, superstiziosi, folkloristici e violenti, mentre la protesta è stata definita “sincera espressione delle millenarie paure dei perdenti, dei nuovi e vecchi poveri di tutto il mondo” (2) o “nuovo ‘fondamentalismo’ dell’Occidente” (3). Nello stesso tempo gli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani si sono impegnati in uno sforzo intellettuale un po’ più dispendioso: rispondere agli argomenti e alle critiche sollevate dalla protesta. E anche in questo compito hanno mostrato il consueto zelo ideologico.

PARADOSSI E REALTÀ
Alcuni degli argomenti sollevati degli opinion maker si fondano su una visione parziale della realtà. È solo sulla base di questa visione ristretta, ad esempio, che Mario Pirani di “Repubblica” dopo il G8 di Genova poteva descrivere come “paradossale” il fatto che “il variegato fronte anti-global” si mostra “solo ed esclusivamente all’interno del mondo già industrializzato, in nome delle devastazioni che la globalizzazione apporterebbe al Terzo mondo”. Secondo Pirani, la protesta va “in scena solo sui palcoscenici dell’uomo bianco (da Seattle a Goteborg, da Salisburgo a Genova)” e non sembra “per ora sfiorare le metropoli e le campagne degli altri continenti, da dove, se mai, arrivano richieste di ‘più globalizzazione’, nel senso di maggiori investimenti, nuovi prestiti, più larghe possibilità di emigrazione” (4).

Una simile affermazione, con cui si restringe l’opposizione alla globalizzazione neoliberista a un gruppo di occidentali benestanti e sordi ai bisogni dei poveri, trascura  le associazioni e le organizzazioni dei paesi del cosiddetto Terzo mondo presenti a Porto Alegre, dove da due anni a questa parte si tiene il World Social Forum. Una rapida occhiata al sito del Forum sociale dello scorso anno avrebbe offerto al nostro opinionista una visione più completa della realtà (5).
D’altronde, se l’orizzonte delle letture di Pirani fosse stato più ampio avrebbe letto della protesta dei disoccupati tailandesi contro il meeting della United Nations Conference on Trade and Development nel gennaio 2000 (6), della rivolta a Cochamba in Bolivia contro la privatizzazione dell’acqua imposta dalla Banca mondiale (7), dello sciopero generale in Sudafrica del 10 maggio 2000 contro i licenziamenti provocati dalle politiche neoliberiste adottate nel paese su indicazione della Banca mondiale e delle marce che hanno raccolto in piazza più di 200.000 persone (8), proprio quando milioni di lavoratori indiani protestavano contro la perdita di sovranità nazionale a favore del Fmi e della Banca mondiale (9). Se solo avesse deciso di guardarsi in giro con un po’ più di curiosità, Pirani avrebbe saputo delle proteste degli operai sudcoreani nel luglio 2000 contro le politiche di austerità raccomandate dal Fmi e, nell’ottobre dello stesso anno, contro il meeting dei leader europei e asiatici convenuti a Seoul. Il “paradosso” denunciato da Pirani si rivela dunque un parto della sua fantasia non appena si tengano presenti alcuni fatti poco visibili sui maggiori media.

IDEOLOGIA E TAUTOLOGIE
Gli editorialisti schierati in difesa della globalizzazione dall’alto ricorrono anche a rappresentazioni distorte (talvolta sottilmente distorte) degli obiettivi della protesta. Durante la guerra in Afghanistan, per esempio, che ha permesso agli opinion maker di mettere in un unico grande calderone “pacifisti”, “no global”, terroristi, “antiamericani di professione” (10), Angelo Panebianco, opinionista principe del “Corriere”, denunciava un “pacifismo occidentale” che “parla di pace avendo scopi politici che con la ‘pace’ nulla hanno a che fare”. E adduceva come “prova” di questa sua affermazione “il fatto che esso riesce a mobilitare le folle solo quando le democrazie occidentali sono coinvolte in una guerra contro un qualche tiranno o criminale politico di cui non ha importanza l’ideologia” (11).

La supposta “prova” di Panebianco cerca di occultare ai suoi lettori un fatto ovvio: che per un occidentale è più facile esercitare pressione e influenzare il corso degli eventi quando a questi prendono parte paesi occidentali. Si può manifestare il proprio dissenso nei confronti delle azioni militari russe in Cecenia, ma le possibilità di influenza di un italiano aumentano sensibilmente quando è l’Italia a essere coinvolta in un’azione bellica.

Panebianco insinua anche che gli attivisti dimostrano il loro carattere antidemocratico contestando le azioni degli stati democratici che permettono loro di protestare. Anche in questo caso l’ideologia, attraverso l’insinuazione, vuole occultare l’ovvio: un paese più o meno democratico al proprio interno non è necessariamente democratico all’esterno e vivere in uno stato che permette ai cittadini una certa manifestazione di dissenso, e quindi maggiori possibilità di intervento nel processo di decisione, aumenta semmai le responsabilità di chi ne fa parte.

SUPPOSTE EVIDENZE…
Da parte sua Piero Ostellino propone contro la protesta una “evidenza empirica” che ritiene decisiva: “in tutta la sua storia, il pacifismo non è riuscito a evitare una sola guerra e i buoni sentimenti non hanno mai risolto i problemi del mondo” (12). Di fatto tutto ciò che Ostellino prova con la sua “evidenza” è che il pacifismo non è riuscito a evitare le guerre che sono state combattute. La sua “evidenza empirica” orgogliosamente sbandierata altro non è che un’ovvietà che nessuno può contestare: ciò che è accaduto non è stato evitato.

Per minare l’efficacia dell’azione dei movimenti di opposizione alla guerra Ostellino impiega una logica astratta che ideologicamente offusca una realtà più complessa e sfumata. In questa realtà i movimenti di opposizione ai singoli conflitti non vogliono solo porre fine alla guerra del momento ma sperano anche di farla terminare più in fretta con il minor numero di vittime possibile e, più a lungo termine, creare un clima culturale che renda più difficile per le élite che prendono le decisioni ricorrere alle armi. Il che, a volte, si può fare rendendo pubbliche le motivazioni reali di un atto o di una decisione.

Di questa potenza dei movimenti di massa gli editorialisti sono ben consci e allarmati, come mostra, sempre sul “Corriere”, Franco Venturini quando afferma che la guerra del Vietnam mise in discussione “le priorità che avevano sempre guidato la politica estera di Washington” alterando “i rapporti di forza tra Casa Bianca, Congresso e opinione pubblica”. Questo mutamento nei “rapporti di forza” ha fatto sì che non sia più possibile “dopo il sanguinoso disonore vietnamita, condurre una guerra senza l’approvazione del ‘fronte interno’, né riportare a casa dei morti senza la giustificazione di un preciso interesse nazionale” (13).

…E PRESUNTE CONTRADDIZIONI
Ciò che Ostellino desidera occultare agli occhi dei suoi lettori è che i movimenti contro la guerra nei paesi occidentali possono rendere più difficile mandare dei ragazzi alla morte. Dietro le sue pose da scienziato empirico, cerca cioè di negare il fatto che significativi mutamenti politici possono avvenire costringendo governi e istituzioni a fornire una giustificazione di quello che fanno (una fatica in più e talvolta non da poco), portando così il discorso su un terreno in cui è possibile il dibattito razionale.

Questo ruolo democratico e illuminista della protesta è negato implicitamente da un altro prestigioso opinionista del “Corriere”, ansioso di cogliere in contraddizione i contestatori. Secondo Alberto Ronchey costoro “proclamano” infatti che “l’informazione globalizzata del nostro tempo sarebbe un’assoluta impostura” quando, “tuttavia, lo scopo primario delle loro turbolenze è catturare l’attenzione delle reti televisive e dei giornali, ottenere la massima visibilità, fare sensazione, inscenare un grandioso spettacolo specialmente per via satellitare” (14).

Anche in questo caso dietro il buon senso che smaschera una contraddizione c’è una logica fallace che impedisce, o vuole impedire ad altri, di vedere come funzionano le cose nel mondo reale, dove chi desidera far arrivare le proprie idee al maggior numero di persone si serve anche degli strumenti che già raggiungono un vasto numero di cittadini, benché gestiti da persone che non condividono quelle idee e presentano la realtà in modo distorto. Si tratta, ancora una volta, di un’ovvietà, che non deve però raggiungere i lettori del “Corriere”.

D’altronde, se Ronchey fosse circondato da un muro che ostacola la sua comunicazione con la maggior parte del mondo cercherebbe ovviamente di comunicare con l’esterno attraverso le brecce che trova in questo muro. Ma non per questo cesserebbe di detestare la barriera tra sé e il mondo e di denunciarne il ruolo repressivo.

IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI
Una delle posizioni che gli opinion maker amano assumere è quella del realismo contrapposto al presunto utopismo dei manifestanti e al “semplicismo del pensiero di certi portavoce del movimento antiglobalizzazione” (15). Tuttavia, la visione del mondo che fa da sfondo ai loro argomenti si rivela spesso semplicistica e ottimistica.

Beppe Severgnini, ad esempio, è convinto “che non tutti i disastri del pianeta dipendono da noi”. Ma aggiunge, rispondendo a una “lettrice no global”, che “i bambini nelle fogne di Mosca sono i nipotini di una dittatura fallita e di un sistema economico ancora inefficiente e corrotto: la colpa non è dell’America o dell’Unione Europea” (16).

La questione delle responsabilità viene così cancellata in una visione del mondo non problematica e che consente al nostro opinionista di scaricare tutto su “una dittatura fallita” e “un sistema economico ancora inefficiente e corrotto”, assolvendo i paesi più ricchi. Questa visione del mondo naturalmente non può comprendere alcuni fatti importanti. Ad esempio l’operato del Fmi nella transizione della Russia e dell’Est europeo al capitalismo, sebbene, come scrive un collega di Severgnini non sospettabile di simpatie antiliberiste a proposito del bilancio “preoccupante” dei paesi ex comunisti, “le terapie sbagliate che il Fondo ha applicato sono state ispirate dai suoi azionisti: cioè tutti i grandi paesi industrializzati, Stati Uniti in testa” (17).

Stati Uniti ed Europa contano infatti più del 40% dei voti in seno al Fmi che eroga prestiti solo se gli stati che li richiedono adottano il pacchetto di politiche macroecnomiche richiesto dal Fondo e quindi dai maggiori paesi industrializzati.

LA RICETTA DEL BENESSERE
Sulla stessa linea si pone Angelo Panebianco che ricorda “il fatto, ampiamente documentato, che, lungi dall’accrescere la povertà, l’apertura dei mercati abbia, nell’ultimo decennio, contribuito potentemente a ridurla, e che i Paesi extraoccidentali che più si sono aperti ai mercati se la siano cavata assai meglio di quelli più chiusi” (18). Da ciò che è “ampiamente documentato” vanno ovviamente esclusi i paesi ex sovietici, la Russia in particolare, che dopo solo cinque anni di cura del Fmi ha visto dimezzato il proprio reddito pro capite, abbassata di cinque anni l’aspettativa di vita degli uomini; ma anche il fatto, ricordato dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, che in quei paesi che hanno dimostrato una crescita più duratura e solida (Corea del sud, Singapore, Hong Kong, Tailandia) “l’apertura avvenne (dopo un periodo iniziale di concentrazione sul mercato interno) su una solida base di programmi di sviluppo sociale, con riforme agrarie, educazione scolastica diffusa, buona assistenza sanitaria di base” (19).

Come si vede, una ricetta diversa da quella proposta dal Fmi all’Argentina che, come dice l’Economist, “è stata a lungo un esempio di integrazione globale” dal momento che “negli anni ’90 ha abolito le barriere allo scambio, ha aperto i suoi mercati ai capitali internazionali e venduto ogni cosa, dalle banche ai porti agli investitori stranieri”. Nel dicembre del 2001, ricorda il prestigioso settimanale britannico, l’esempio “è crollato ignominiosamente nel caos politico ed economico” (20).

NOTE

(1) Per alcuni di questi meccanismi, v. Raffaele Mastrolonardo, Colleghi che sbagliano, “Guerre&Pace” n. 86, 2002.
(2) Giacomo Vaciago, “Il sole 24 Ore”, 2/12/1999.
(3) Antonio Polito, “la Repubblica”, 26/5/2000. Per un resoconto più ampio di questa rappresentazione v. Raffaele Mastrolonardo, Rassegnata stampa, “Carta” n. 24, 20-26/12/2001.
(4) Mario Pirani, Dopo le proteste le regole per l’economia globale, “la Repubblica”, 30/8/2001.
(5) http://www.forumsocialmundial.org.br/eng/1ofi.asp
(6) http://news.bbc.co.uk/hi/english/world/asia-pacific/newsid_639000/639197.stm
(7) http://www.commondreams.org/views/071500-101.htm
(8) http://www.labourfile.org/Intl%20Issue/Report5.htm
(9) http://www.labourfile.org/Intl%20Issue/Struggle%20notes.htm
(10) Cfr. Raffaele Mastrolonardo, Giornalisti in trincea, “Guerre&Pace” n. 84, 2001; Raffaele Mastrolonardo, L’Occidente è libertà e altruismo. Chi non lo capisce peste lo colga, “Carta”, 4-10/12/2001.
(11) Angelo Panebianco, Le ambiguità del pacifismo, “Corriere della sera”, 14/10/2001.
(12) Piero Ostellino, Buoni sentimenti uomini e lupi, “Corriere della sera”, 24/11/2001.
(13) Franco Venturini, “Corriere della sera”, 27/4/2000.
(14) Alberto Ronchey, Quelle proteste senza proposte, “Corriere della sera”, 30/8/2001.
(15) Angelo Panebianco, Vantaggi globali e la società chiusa, “Corriere della sera”, 23/6/2001.
(16) Beppe Severgnini, La globalizzazione può e deve essere buona, “Corriere della sera”, 1/11/2001.
(17) Federico Rampini, L’ombra lunga  del Russiagate, “la Repubblica”, 10/11/1999.
(18) Angelo Panebianco, Vantaggi globali ecc., cit.
(19) http://www.rediff.com/business/1998/oct/15sen1.htm
(20) Is it at risk?, “The Economist”, 2-8/2/ 2002.

(Articolo tratto da Guerre&Pace – n. 87 – marzo 2002)

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