Rassegnata stampa

Il 30 novembre del 1999, più o meno due anni fa, la protesta antiglobalizzazione faceva improvvisamente irruzione sulle prime pagine dei grandi quotidiani internazionali. Non si trattava certo del primo atto pubblico di rifiuto del neoliberismo; quella fu però la prima volta che i grandi media furono costretti ad occuparsi di un fenomeno che fino ad allora avevano scelto di ignorare.

Quel giorno 50 mila persone impedirono l’apertura dei lavori dell’Organizzazione mondiale del commercio, contribuendo con la loro azione, al fallimento delle trattative. La protesta dal basso contro la versione neoliberista della globalizzazione, che metteva in discussione i principi fondanti dell’ordine economico e politico esistente, non poteva più essere ignorata. Era ormai un problema che le élite dovevano affrontare e spiegare in modo appropriato alle classi dirigenti dei rispettivi paesi, rassicurandole e tenendole al riparo da seduzioni pericolose. Un’opera di spiegazione e di protezione che è toccata in questi due anni agli editorialisti, vale a dire a coloro che sui giornali hanno il compito di fornire idee e commenti.

Quella che segue è una breve storia che racconta di come i fabbricatori di opinione [opinion maker] dei grandi quotidiani italiani hanno descritto, spiegato e rappresentato alle classi dirigenti nostrane il tentativo di centinaia di migliaia di persone di criticare e mutare l’ordine di cose esistente in nome di principi di giustizia, eguaglianza e democrazia. In questa storia emergono alcuni fili conduttori, che hanno accompagnato in questi due anni il tentativo degli zelanti editorialisti di sottrarre ogni attrattiva al movimento.

Le prime volte che la protesta contro il neoliberismo fece irruzione sulle prime pagine dei giornali venne immediatamente rappresentata come un soggetto irrazionale, superstizioso e un po’ reazionario, e dunque incapace di critiche ragionevoli all’esistente e dominato da paure infantili. In questo senso, la protesta era mossa, secondo alcuni commentatori, dalla “paura del nuovo, del cambiamento e del Millennio” [Vittorio Zucconi, la Repubblica, 2 dicembre1999], andava considerata come la “sincera espressione delle millenarie paure dei perdenti, dei nuovi e vecchi poveri di tutto il mondo” [Giacomo Vaciago, Il Sole 24 Ore, 2 dicembre1999] o, addirittura, il “nuovo ‘fondamentalismo’ dell’Occidente” [Antonio Polito, la Repubblica, 26 maggio 2000]. Le ragioni dei manifestanti erano così ricondotte a timori e ansie di fronte ad un mondo in rapido cambiamento e non ad un’analisi critica e argomentata della realtà.

Una strana combriccola
Contemporaneamente, i contestatori erano ridotti ad una specie di caricatura, ad un insieme contraddittorio, nostalgico e folkloristico che non poteva essere preso sul serio. Si trattava infatti di una “strana combriccola che ha riunito tutti gli stereotipi delle proteste del passato” [Augusto Minzolini, la Stampa, 1 dicembre 1999], che contava tra le proprie fila “i tradizionali turisti delle cause nobili e perse, gli studenti in vena di fare “ruckus”, come dicono loro, di fare casino, gli anti-americani di professione, i vecchi pensionati del luddismo, come Ralph Nader, i “sandalistas” con zoccoli e zainetto delle selve messicane” [Vittorio Zucconi, Repubblica, 29 novembre 1999]. Sulla base di una simile rappresentazione, gli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani potevano considerare i manifestanti “un’armata troppo eterogenea e contraddittoria perché il loro “No al Wto” lasci sperare il passaggio a quel programma comune, realistico e razionale che soltanto garantisce la crescita politica dei movimenti di piazza” [Vittorio Zucconi, la Repubblica, 6 dicembre 1999]. Vale a dire, un movimento che “potrebbe anche vivere solo lo spazio di un momento” [Augusto Minzolini, la Stampa, 2 dicembre 1999].

La protesta irrazionale e superstiziosa, ridicola e inconcludente poteva diventare allo stesso tempo, e non troppo coerentemente, violenta e pericolosa. Si leggeva così di un movimento le cui “avanguardie armate di bastoni possono essere bollate come teppiste, ma nuotano in un mare di consenso silenzioso” [Antonio Polito, cit.] o di squadre “ben organizzate e pianificate, con le vecchie tecniche di guerriglia urbana sposate alla nuova necessità della massima esposizione alle telecamere” [Vittorio Zucconi, la Repubblica, 2 ottobre 1999].

Ignoranza e violenza componevano così un quadro deforme e poco attraente, da mostrare ai lettori dei più importanti quotidiani del nostro paese. Rivelatesi sbagliate le ipotesi di un rapido esaurimento della protesta e di fronte invece al fatto, allarmante, che “un numero crescente di persone pensa che [la protesta] sia portatrice di valori collettivi e che abbia un’influenza di massa” [James Harding, Financial Times, 11 agosto 2001], la rappresentazione negativa del movimento da parte dei commentatori italiani è continuata secondo le linee stabilite alla sua nascita.

Il cocktail di irrazionalità, confusione e mancanza di realismo è rimasto nel tempo il leit-motiv preferito dagli opinion maker nostrani, convinti che “usare argomenti razionali sui temi della globalizzazione è importante ma non serve oggi per parlare con i no global” [Angelo Panebianco, Corriere della sera, 20 agosto 2001]. E questo perché “l’assieme delle molteplici rivendicazioni di cui sono portatori i ‘popoli di Seattle'”, è “più simile al variegato e pericoloso fall-out derivante da una esplosione nucleare che a un disegno consapevole e coerente, sia pure di contestazione”.

Questa valutazione negativa generale è ricaduta sugli individui con cui di volta in volta gli editorialisti, ansiosi di personificare e semplificare, hanno identificato la protesta. Ecco quindi spuntare “gli improbabili leaderini, da Agnoletto a Casarini” che, quando “agitano lo spauracchio della globalizzazione” danno l’impressione che “o non sappiano di cosa parlano oppure mirano a contrabbandare sotto quella sigla tutti gli slogan di ogni possibile contestazione della civiltà liberale” [Mario Pirani, la Repubblica, 29 agosto 2001]. I portavoce del movimento sono così stati definiti “signori della coscrizione coatta di una giovane generazione”, “ideologi del falso”, “manipolatori ciechi e sordi” [Francesco Merlo, Corriere della sera, 4 agosto 2001].

Il coltello a serramanico
Altrettanto resistente negli anni è stato lo stereotipo violento. Così, dopo il G8 di Genova Enzo Biagi chiamava il ministro Ruggero un “illuso” se “pensa[va] di aprire una discussione con chi si presenta[va] al dialogo, per dar forza al ragionamento, con un coltello a serramanico” [Enzo Biagi, Corriere della sera, 8 agosto 2001], mentre Giovanni Sartori criticava “una cultura che assolve chi attacca”, affermando che “non è giusto che i manifestanti siano legittimati a dare botte e che la polizia le debba prendere e basta” [Giovanni Sartori, Corriere della sera, 23 agosto 2001]. I referti e le testimonianze di medici e infermieri dell’ospedale San Martino di Genova [“Obbligo di referto”, Frilli] e i racconti dei “reduci” della scuola Diaz e della Caserma di Bolzaneto avranno nel frattempo tranquillizzato il politologo più famoso d’Italia.

Il movimento di protesta contro il neoliberismo è rientrato nei discorsi degli editorialisti italiani dopo gli attentati dell’11 settembre, in un momento in cui gli opinion maker arringavano i lettori ricordando, col fervore patriottico delle grandi occasioni, che “davanti a una battaglia che sarà lunga e rischiosa prima di poter essere risolutiva”, “dobbiamo scegliere” e che “la resa davanti ai massacri di innocenti non è mai stata una scelta degna” [Franco Venturini, Corriere della sera, 8 ottobre 2001]. In una situazione in cui ci si preoccupava per “una parte, certamente ampia, forse persino maggioritaria, dell’opinione pubblica” che “non può proprio sopportare l’idea di essere messa di fronte alla necessità di scelte nette, radicali” [Angelo Panebianco, Corriere della sera, 1 ottobre 2001], era necessario più che mai combattere l’influenza dannosa di un movimento portatore di istanze pacifiste.

In questo clima c’è chi è ricorso nuovamente allo stereotipo superstizioso e fondamentalista parlando della “sinistra ‘messianica’ degli Agnoletto, dei Casarini, dei pacifisti a senso unico”, considerata “paragonabile alle masse islamiche che bruciano le bandiere americane [non paragonabile, invece, a bin Laden che, sotto il profilo intellettuale, potrebbe aversene a male]”. È infatti una sinistra che “non capisce” perché “non utilizza categorie di giudizio “per vedere” [empiriche], ma moralistiche [ideologiche]” [Piero Ostellino, Corriere della sera, 13 ottobre 2001]. E c’è chi ha rafforzato lo stereotipo della violenza proponendo tendenziosi paralleli tra gli attacchi alle torri gemelle e la protesta anti-G8 di Genova affermando, a proposito dei “compagni di Genova”, che “il grandioso terrorismo dei kamikaze di Bin Laden ha difatti vanificato il terrorismo minimalista degli sprangatori in passamontagna che, prima dell’11 settembre, usavano spaccare le vetrine dei ‘simboli del capitalismo’”.

In questo modo, i pacifisti italiani che manifestavano contro l’intervento in Afghanistan erano ridotti agli “sprangatori” e accusati di “trastullarsi con la guerriglia in nome dei poveri neri” [Enzo Bettiza, la Stampa, 5 ottobre 2001]. C’è infine chi ha rispolverato nuovamente il carattere contraddittorio e incapace di analisi del movimento, mettendo insieme in un unico calderone “terzomondisti, no global e pacifisti”, definendoli “più rannicchiati che ravveduti”, e considerandoli pericolosi per la loro incapacità di comprensione, dal momento che “il loro non capire e mal capire un pericolo mortale lo rende più pericoloso e mortale che mai” [Giovanni Sartori, Corriere della sera, 2 ottobre 2001].

“Colleghi che sbagliano”
L’ostilità da parte dei commentatori dei maggiori quotidiani italiani nei confronti della protesta mondiale è dunque profonda e viene da lontano. Si tratta di un’avversione talmente radicata che, quando la descrizione delle giornate del G8 di Genova da parte dei cronisti sul campo non corrispondeva alla rappresentazione cara agli opinion maker, quello che i giornalisti avevano raccontato non poteva, per i nostri editorialisti, essere esatto. Per la classe dirigente che legge i grandi quotidiani, i fabbricatori di opinione avevano pronta un’interpretazione dei fatti che, guarda caso, riservava ai “colleghi” il trattamento dedicato di solito al movimento: accuse di irrazionalità, ideologia e incapacità di comprendere la realtà.

In questo modo “i giornalisti italiani che hanno raccontato i fatti di Genova”, scoprivano di averlo fatto “con la stessa cultura medica, con la quale un laureato in lettere antiche farebbe la cronaca di un congresso di cardiochirurgia”. Il “guaio”, si spiegava, è che “per gran parte del giornalismo italiano, la metodologia della conoscenza è filosofica, non empirica; il linguaggio è retorico, non logico; la cultura politica è ideologica, non razionale”. Per questa ragione i “colleghi che sbagliano” hanno finito per “scambiare per libertà l’arbitrio dei violenti e per democrazia le loro violazioni della legalità” [Piero Ostellino, Corriere della sera, 1 settembre 2001].

La rappresentazione del movimento da parte dei commentatori dei maggiori quotidiani italiani ha dunque mantenuto in questi due anni seguiti a Seattle una sua precisa fisionomia. La protesta è stata presentata come irrazionale, inconcludente, dannosa, sciocca e retrograda, animata da superstizioni e ansie o sviata da presupposti ideologici sbagliati. L’eterogeneità dei gruppi di attivisti e le differenti istanze da questi sollevate non sono state considerate come l’indicazione di quanto le preoccupazioni sono diffuse in settori differenti della popolazione e dunque visti come punto di forza della protesta, ma giudicati segnali di confusione e di mancanza di chiarezza. Gli editorialisti, inoltre, nella loro ansia di presentare una fotografia sgradevole della protesta, non si sono preoccupati molto di essere coerenti. Talvolta la massa che contesta è stata descritta come ingenua, confusa e goliardica e criticata in quanto velleitaria. Altre volte è diventata pericolosa, meticolosamente addestrata alle “tecniche di guerriglia urbana” e organizzata in “reparti d’assalto”.

Questa rappresentazione [che ha avuto le sue eccezioni, in particolare, ultimamente, Curzio Maltese] ha mostrato una notevole resistenza e una diffusione trasversale sui maggiori quotidiani italiani. Al momento, mi pare, nulla fa pensare che in futuro questo atteggiamento muterà. Il movimento internazionale contro la globalizzazione neoliberista dovrà probabilmente ancora scontrarsi con una rappresentazione negativa e parziale da parte di zelanti opinion maker. D’altronde, i grandi quotidiani sono aziende che appartengono a gruppi industriali e finanziari e un movimento che contesta i fondamenti di un ordine in cui questi gruppi prosperano e fanno profitti non può essere bene accolto da coloro che di questi interessi, in quanto produttori di opinioni e idee su questi stessi quotidiani, sono spesso i portavoce e i giustificatori.

(da Carta, dicembre 2001)

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