L’ideologia del modello americano

2507668-travel_picture-where_the_stars_and_stripes_and_the_eagles_fly.jpg(Da gli argomenti umani, n. 6/7, giugno/luglio 2001)

Il confronto tra gli Stati Uniti e l’Europa è diventato in questi ultimi anni un topos con cui editorialisti, economisti, imprenditori, politici e grandi istituzioni internazionali hanno cercato di giustificare e promuovere determinate trasformazioni della società europea. In questo confronto da una parte sono esaltati gli Stati Uniti e quelli che vengono individuati come i fattori del loro successo economico, dall’altra sono criticati ritardi e debolezze dell’Europa, attribuiti ad un welfare dispendioso, all’eccessiva spesa per le pensioni e ad una vaga mancanza di flessibilità. Sulla base di questa rappresentazione della realtà, all’Europa è così raccomandato un programma di tagli, privatizzazioni, flessibilità e riforme.

Gli editorialisti, ad esempio, ci spiegano che “il Vecchio Continente incanutisce, prigioniero delle sue antiche gabbie culturali e politiche mentre la Giovane America è sempre più lontana” (Massimo Giannini, Affari & Finanza, 27 marzo 2000). Un “grande economista americano”, Rudigher Dornbush, propone per i governi europei “quello che abbiamo fatto noi [gli americani] e quello che sta incominciando a fare la Germania, vale a dire, ridurre le tasse e le spese per il welfare, incentivare gli investimenti, innovare le tecnologie, liberalizzare il mercati del lavoro, riformare le pensioni” (intervista al Corriere della sera, 22 ottobre 2000). Il Fondo Monetario Internazionale, parlando del mercato del lavoro, “promuove a pieni voti il drastico modello americano, autentico motore della ripresa, e boccia le legislazioni europee basate su un policy mix che non tiene il passo coi tempi” (Fabio Bogo, “Lavoro, l’Fmi boccia l’Italia: troppo difficile licenziare”, Repubblica, 1 dicembre, 2000). L’imprenditore Cesare Romiti rimprovera invece all’Europa “l’eccessiva pressione fiscale, dovuta alla necessità di finanziare un sistema di welfare sovradimensionato e squilibrato”.

Denuncia le “eccessive rigidità nella regolamentazione del mercato del lavoro (1) e invita a colmare il divario che divide oggi l’Italia dai cosiddetti Paesi virtuosi dell’Unione europea […] e che tiene a sua volta a distanza l’Europa dagli Stati Uniti” (2). D’altra parte, l’Europa, ci spiega, Paul Samuelson, premio Nobel economico americano, continua a “soffrire di difetti strutturali come un mercato del lavoro troppo rigido e uno stato sociale troppo pesante”. Le si raccomanda quindi “di ammodernare la sua burocrazia, di ridurre gli oneri sociali, a partire da quelli pensionistici, di liberalizzare il mercato del lavoro” (intervista al Corriere della sera, 14 settembre 2000). Stessa litania è ripetuta da Robert Mundell, premio Nobel dell’economia del ‘99, il quale ricorda che “l’Europa, l’Italia in primo luogo, ha troppe spese sociali, intacca troppo i suoi risparmi, ha un mercato del lavoro troppo rigido” (intervista al Corriere della sera, 20 ottobre 2000). Agli europei sono così richiesti dei cambiamenti, le cosiddette riforme. Emma Marcegaglia, imprenditrice, inserisce nel “libro delle riforme, il sistema pensionistico […], la liberalizzazione dei settori ancora sottoposti al monopolio pubblico, le privatizzazioni delle aziende di proprietà dello Stato e l’abolizione di quelle rigidità che frenano la mobilità di uomini e risorse nel passaggio dai settori più deboli a quelli più forti” (3).

Theo Waigel, ex ministro alle Finanze tedesco constata che “in Germania, Francia e Italia, le riforme strutturali, inclusa quella molto importante della flessibilizzazione dei mercati del lavoro, non sono state attuate nella misura che sarebbe necessaria” (intervista al Corriere della Sera, 27 ottobre 2000).

Il topos della vecchia e rigida Europa opposta alla giovane e dinamica America è ripreso in modo straordinariamente lampante, fino al parossismo, nel libro New Economy. Una rivoluzione in corso (Laterza, 2000), di Federico Rampini editorialista di Repubblica. In questo testo si fronteggiano, da una parte, un “nuovo paradigma”, una “nuova Economia” (p. 5), la “rivoluzione industriale di Internet” (p. 9), “una vera rivoluzione tecnologica e industriale” (p.101), una “rivoluzione capitalistica” (p.20), la “potenza espansiva del capitalismo americano e del suo modello di società” (p.96) e, dall’altra, un “capitalismo europeo segnato dai privilegi ereditari, dal potere delle oligarchie e delle dinastie” (pp. 16-17), un “vecchio capitalismo europeo protetto e oligarchico” (p.49) dominato “dalle rigidità e i costi del Vecchio continente” (p.70), affetto da “malattie quali nazionalismo e dirigismo economico” (p.49). Il confronto delinea “un quadro impietoso”, una “battaglia in cui si confrontano da una parte gli ingredienti dell’egemonia americana – libertà d’impresa, superiorità nella ricerca scientifica, flessibilità del lavoro, bassa pressione fiscale – e dall’altra le pesantezze della burocrazia europea, i vincoli della concertazione sindacale sul Vecchio continente” (p.72).

I successi del “boom” americano sono contrapposti alle debolezze dell’Europa. Se in America “il lungo boom economico ha ridotto il numero dei poveri, riportandolo ai livelli del 1969, la scoperta di un esercito di «nuovi poveri» in casa nostra, indica la crisi profonda del Welfare all’europea che è stato costruito su misura per una società che non esiste più, vale a dire una società fordista dominata dalla grande industria, dove i deboli da tutelare erano perlopiù operai maschi adulti, colpiti da crisi congiunturali che li lasciavano senza lavoro” (p.115). Accade così che “gli oneri previdenziali prelevati in Europa sulle buste paga arrivano a mangiarsi un terzo del costo del lavoro” mentre “il mantenimento dei pensionati e dei prepensionati diventa così una tassa occulta contro il nuovo lavoro, poiché scoraggia le imprese dall’assumere”. In questo modo “da strumento di solidarietà, il Welfare europeo si è trasformato a sua volta in una fabbrica di diseguaglianze” (p.116). Il libro di Rampini promuove quindi un tipo di società definito dalle espressioni “modello americano”, “new economy”, “nuovo paradigma”, “rivoluzione americana”, evidenzia gli elementi che lo caratterizzerebbero (“flessibilità del mercato del lavoro”, “superiorità tecnologica”,” bassa pressione fiscale”) e ne esalta i successi (crescita economica, bassa disoccupazione, inflazione sotto controllo, boom della borsa). Tutto ciò è opposto ad un vecchio capitalismo europeo, con molti difetti (“rigidità”, “vincoli”, “statalismo”, “burocrazia”, “dirigismo”, “nazionalismo”, “privilegi”, “oligarchie”, “pesantezze”), frenato dal “costo del lavoro”, dagli “oneri previdenziali”, dal “welfare”, dai “pensionati”, dalla “concertazione sindacale” che producono alta disoccupazione e crescita modesta.

The dark side of the boom

Questa rappresentazione della realtà proposta ossessivamente dai media, esaltazione dell’America e corrispettiva critica dell’Europa, intende promuovere una serie di mutamenti, di riforme, che dovrebbero rendere l’Europa più libera, vale a dire diminuire la presenza pubblica in economia attraverso la riduzione della spesa sociale e un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni. In questo contesto la presentazione del modello americano, per usare l’espressione di Rampini, è comprensibilmente selettiva: sono infatti esclusi dalla descrizione della realtà statunitense quegli aspetti che renderebbero il confronto meno schiacciante. Uno sguardo alla faccia nascosta degli Stati Uniti (che fa breccia sui grandi media solo nelle sezioni economiche o nei supplementi economici dove la classe dirigente gode di una rappresentazione più completa della realtà) permette di avere un’idea più chiara del tipo di società proposta dalla retorica dominante e di conseguenza del carattere ideologico della rappresentazione convenzionale offerta dai mass media.

Affari & Finanza, il supplemento economico di Repubblica, commentando un rapporto della Federal Reserve osserva che “un elemento costitutivo e centrale della travolgente ripresa americana è il basso costo del lavoro e che se in America un pericolo d’inflazione esiste, deriva solo dalle possibili tensioni sul costo del lavoro dopo che per tanti anni è rimasto fermo”. L’articolo osserva inoltre che “mentre per le aziende quest’andamento del costo del lavoro ha rappresentato una manna, per i lavoratori si è risolto il più delle volte in una catastrofe economica” (Eugenio Occorsio, “Costo del lavoro, l’altra faccia del miracolo Usa”, Affari & Finanza, 31 gennaio 2000). Lo stesso supplemento ci piega che “il livello degli stipendi americani si è mantenuto relativamente stabile in questa lunga fase di crescita economica per effetto soprattutto dello scarso potere sindacale e del flusso migratorio” (Arturo Zampaglione, “Usa, senza disoccupati quanto soffre l’industria”, Affari & Finanza, 13 settembre 1999). Nella prima parte del “boom” infatti i salari non sono cresciuti: dal 1990 al 1995 sono leggermente diminuiti continuando un trend quindicinale. Hanno incominciato a salire leggermente nel 1996 e poi, finalmente, in maniera un po’ più decisa negli anni successivi (1,6% nel 1997, 2,6% nel 1998, dello 0,9% nel 1999) (4). Tuttavia, soltanto dopo dieci anni di boom i lavoratori americani sono arrivati guadagnare in termini reali quanto guadagnavano nel 1989, ma sono ancora al di sotto di quello che percepivano nel 1973 e faticano ad avvicinarsi ai livelli del 1979. Le famiglie della classe media hanno aumentato le proprie entrate di quasi il 10% tra il 1989 e il 1999, ma per fare questo hanno lavorato circa 4 settimane e mezzo all’anno in più (15 settimane in più rispetto al 1969) (5).

Nel 1997 la retribuzione reale per un’ora di lavoro negli Stati Uniti era più bassa che in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna e Giappone (6). Nel 1998 il 37% dei lavoratori nel settore privato non aveva un’assicurazione sanitaria pagata dal datore di lavoro e più della metà non godeva di un programma pensionistico pagato (7). L’elevato indebitamento delle famiglie, inoltre, che ha raggiunto circa la metà del valore del patrimonio totale, le ha rese più vulnerabili al rialzo dei tassi di interesse e alle fluttuazioni della borsa. Il tasso di risparmio degli Stati Uniti in rapporto alle entrate delle famiglie è dello 0,5 (contro il 15,5 della Francia, l’11,8 della Germania, l’11,5 dell’Italia) (8).

È vero che il tanto celebrato boom americano ha avuto degli effetti benefici: la povertà è scesa nel 1999 all’11,8%, la cifra più bassa dal 1979, negli ultimi 3 anni sono aumentati significativamente i salari più bassi, sono diminuiti i lavori part-time a favore di quelli a tempo pieno rispetto agli anni precedenti, sono diminuite, inoltre, le persone con doppio lavoro (che rimangono comunque il 5,5% del totale) e c’è stato un miglioramento della situazione delle famiglie più povere. Tuttavia, secondo gli standard internazionali delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti hanno un tasso di povertà del 19,1%, tre volte superiore rispetto a Germania (5,9%), Italia (6,5%) e molto più del doppio della Francia (7,5%) (9). Il 26,3% di bambini americani ha probabilità di vivere in povertà più che doppia rispetto a rispetto a Germania (11,6%) e Francia (9,8%) e spropositata rispetto a altre nazioni europee come Norvegia (4,5%) e Svezia (3,7%) (10). Nel 1999, 42 milioni di americani non avevano alcun tipo di copertura sanitaria, tra questi, dieci milioni di bambini (11).

Un altro aspetto del modello che Affari & Finanza inserisce tra “i numerosi fattori” a cui va attribuito il miracolo americano è “l’incremento del numero di incarcerazioni di maschi appartenenti alle fasce marginali della forza lavoro” (Ugo Marani, “Le insidie che restano nella crescita americana”, Affari & Finanza, 28 febbraio 2000). Il tasso di incarcerazione americano è infatti altissimo se paragonato a quello europeo: 648 carcerati ogni 100.000 abitanti, contro i 113 della Spagna, i 90 di Francia e Germania, gli 87 dell’Italia. Gli incarcerati americani erano 380.000 nel 1975, il doppio dieci anni dopo, 1,5 milioni nel 1995, e hanno superato i 2 milioni nel 1998 (12). A queste cifre vanno aggiunti i condannati non in prigione, oltre quattro milioni nel 1997; questo significa che negli Stati Uniti il 5% degli uomini di età superiore ai diciotto anni (e un uomo di colore su cinque) sono nelle mani della giustizia (13). Secondo Affari & Finanza, se il numero dei carcerati americani “fosse aggiunto ai disoccupati, ne aumenterebbe di un quarto la percentuale” (Antonio Lettieri, “Le mezze verità sull’occupazione”, Affari & Finanza, 22 novembre 1999), parere condiviso dal sociologo Luciano Gallino che osserva che l’inclusione dei carcerati nelle statistiche ufficiali “farebbe salire del 25 per cento la cifra dei disoccupati (cioè da 6,2 milioni a 7,9 milioni a metà del ’97)” (14). All’aumento della popolazione carceraria o controllata dalla giustizia corrisponde un aumento della spesa per la detenzione. Nel 1996 gli Stati americani hanno speso per le loro carceri 22 miliardi di dollari (il costo annuale di un detenuto è di 20.100 dollari), nel 1985 ne spendevano 9,6, un aumento del 130% in dieci anni (15).

Un altro elemento con cui viene celebrato il modello americano è il boom borsistico. La crescita spettacolare di Dow Jones e Nasdaq, l’aumento del numero dei cittadini che possiedono azioni costituiscono, combinati un’arma retorica efficace che consente di esaltare tanto la potenza e l’efficienza del modello proposto quanto il suo carattere democratico ed egualitario. Vale la pena di notare che la maggioranza delle famiglie americane ancora non possiede azioni di sorta (il 51,8% nel 1998). Di quelle che possiedono azioni poco più di un terzo nel 1998, deteneva azioni per un valore di 5000 dollari o superiore. Nella realtà l’1% delle famiglie controlla quasi la metà di tutte le azioni (il 47,7%), mentre l’80% più basso si divide meno del 5% del totale. Tra il 1989 e il 1998 il 35% della crescita della borsa è andato a beneficio dell’1% più ricco di famiglie e il 38% è stato spartito dal successivo 9%: questo significa che il 10% delle famiglie si è diviso il 73% dei guadagni in borsa. Questa distribuzione delle azioni e dei relativi guadagni di borsa riflette un’analoga e altrettanto ineguale distribuzione della ricchezza, in virtù della quale l’1% più ricco delle famiglie detiene il 38% della ricchezza nazionale (16). Mentre le entrate medie delle famiglie del 20% più povero della popolazione sono diminuite dell’1,3% dal 1979 al 1999, quelle del 20% più ricco sono aumentate del 42,1%. Il 5% più ricco delle famiglie, in particolare, ha visto le proprie entrate medie aumentare del 65,5% (17).

Il welfare statunitense a partire dagli anni ‘80 ha subito un drastico ridimensionamento (dal 1974 al 1987 la percentuale di disoccupati che riceveva un’indennità è passata dal 81% al 26%) (18), continuato anche da Clinton, sotto la spinta di un Congresso a maggioranza repubblicana con la riforma del 1996, il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconcilition Act che aveva tra gli altri obiettivi quello di far risparmiare circa 55 miliardi di dollari. Con tale riforma si è ridotto il tempo in cui si può beneficiare degli aiuti: non più di cinque anni complessivi della vita di una persona e obbligo di lavoro dopo due anni consecutivi di welfare, pena la sospensione del sussidio. È stata inoltre ridotta la distribuzione dei buoni-cibo, sospesa l’assistenza agli immigrati le cui pratiche per la cittadinanza non sono state ancora concluse e ridotto il sussidio alle donne sole con figli. Nel 1997 il numero degli iscritti alle liste di assistenza pubblica è sceso a circa 10 milioni (il 25% in meno rispetto a quando Clinton assunse la presidenza) (19).
Boom, inflazione e sindacati

Secondo i propugnatori del modello americano il boom economico statunitense ha dimostrato che l’idea che “un’area di capitalismo maturo” potesse crescere “al massimo del 2,5-3 per cento all’anno perché altrimenti sarebbe immediatamente scattata l’inflazione”, era falsa (Giuseppe Turani, “Quegli occhi bendati di fronte alla ripresa”, Repubblica, 17 settembre 2000). L’elemento più eclatante della “rivoluzione americana”, infatti, è che “giunta al decimo anno di boom, l’America registrava un aumento dei prezzi al consumo del 2,5%”. Si tratta del “mistero di una crescita senza inflazione” in presenza di una bassa disoccupazione. Questo è “uno dei motivi per cui nella seconda metà degli anni Novanta si è cominciato a teorizzare un Nuovo Paradigma (cioè un modello di sviluppo diverso, basato su regole non tradizionali)”. Il fatto è “miracoloso” poiché “nel passato, quando il mercato del lavoro si avvicinava alla piena occupazione (e il 4% di disoccupati sfiora il minimo fisiologico), la penuria di manodopera faceva aumentare i salari e il rincaro si trasmetteva inesorabilmente sui prezzi” (20).

Queste osservazioni sul legame tra boom, inflazione e salari introducono un ultimo aspetto del miracolo americano. Si tratta di uno dei fattori che ha fatto sì che i salari americani siano diminuiti per circa vent’anni, che abbiano ristagnato nella prima parte del boom e che abbiano cominciato a crescere solo negli ultimi 4 anni. Ancora una volta, la stampa economica lo riconosce esplicitamente quando tra gli elementi del miracolo inserisce lo “scarso potere sindacale” dei lavoratori (Arturo Zampaglione, “Usa, senza disoccupati quanto soffre l’industria”, cit), e tra “i numerosi fattori responsabili della caduta del Nairu” (il tasso di disoccupazione minimo che non accelera l’inflazione) evidenzia la “diminuita sindacalizzazione” (Ugo Marani, “Le insidie che restano nella crescita americana”, cit.). La ragione di queste considerazioni è chiara: se l’ostacolo al boom (alla sua nascita e alla sua continuazione) sono i salari che, particolarmente in situazioni di bassa disoccupazione quando i lavoratori hanno un maggiore potere contrattuale, rischiano di trasmettersi inesorabilmente sui prezzi, ogni fattore che diminuisce il potere contrattuale dei lavoratori diventa un elemento del miracolo.

Per scoprire a che cosa ci si riferisce quando si parla di “diminuita sindacalizzazione” dobbiamo nuovamente guardare alla realtà americana che viene omessa dalla rappresentazione ufficiale. Nel 1970 in America il 29% dei lavoratori nel settore privato apparteneva ad un sindacato, la percentuale era scesa al 16,5% nel 1983, e al 9,4% del 1999. Per ciò che concerne il totale dei lavoratori, nei primi anni Settanta la percentuale di sindacalizzati era del 27,5%, il 20,1% nel 1983 e il 13,9% nel 1999 (21). Tra il 1979 e il 1996 la “diminuita sindacalizzazione”, come osservato, è andata di pari passo con la diminuzione di salari reali. È da notare che i lavoratori appartenenti ad un sindacato guadagnano in media 672 dollari la settimana, contro i 516 di coloro che non vi appartengono (22).

Ovviamente “diminuita sindacalizzazione” significa anche “scarso potere sindacale”. Si tratta di un processo che viene da lontano al quale non sono estranee precise strategie politiche ed aziendali. Un impulso alla diffusione di un’ideologia e di una pratica antisindacale in America negli ultimi 25 anni è stato dato dalla prima presidenza Reagan con il licenziamento nel 1981 di 11.500 controllori di volo dopo la loro azione di protesta. Si trattò, secondo Federico Romero, di “un segnale emblematico della nuova enfasi sulle ragioni della competitività e sulla piena autonomia del management nel perseguirla, a scapito dei vincoli contrattuali e sociali” (23). Le aziende, nella loro politica di riduzione dei costi per uscire dalla crisi dei profitti degli anni Settanta, impiegarono ogni mezzo per ridurre il costo del lavoro e il potere di contrattazione di sindacati attraverso lo union-busting, vale a dire l’eliminazione dei sindacati al luogo del lavoro. Per far questo si sono avvalse non solo dei replacement workers, del crumiraggio, pratica non illegale negli Stati Uniti, ma che fino agli anni Ottanta era stato utilizzata solo in rarissimi casi, ma anche, sempre di più, delle aziende di consulenza antisindacale (24). Tra il 1957 e il 1980 le denunce contro i datori di lavoro per pratiche scorrette ai danni dei lavoratori sono aumentate del 750% e il numero di scioperi significativi è sceso dai 235 del 1979 ai 40 del 1988 e da lì in poi è rimasto pressoché stabile per segnare il nuovo record negativo nel 1997 con 29 (25).

Il risultato di questa offensiva è documentato da un rapporto sui diritti dei lavoratori americani stilato dall’organizzazione Human Rights Watch, secondo il quale, “le violazioni dei diritti dei lavoratori negli Stati Uniti sono diffuse e in aumento”, mentre la “libertà di associazione”, per converso, “si trova sotto intenso attacco e il governo spesso non adempie ai propri doveri, sulla base degli standard internazionali dei diritti umani, per scoraggiare questi attacchi e proteggere i lavoratori”. Secondo il rapporto, “molti lavoratori che cercano di formare o di aderire ad un sindacato sono spiati, molestati, soggetti a pressioni, minacciati, sospesi, licenziati, trasferiti, o danneggiati in altri modi in risposta al loro esercizio di libertà di associazione” e le leggi sul lavoro “spesso non riescono a impedire comportamenti illegali”, ma, anche “quando sono applicate, snervanti ritardi e rimedi inefficaci, invitano a perpetuare le violazioni”. Nel 1969 il numero di risarcimenti per pratiche inique di lavoro dovuti ai lavoratori stabiliti dal NLRB (National Labour Relations Board) era di poco superiore ai 6000, negli anni ’90 sono stati 20.000 all’anno (23.580 nel 1998). Il rapporto sottolinea inoltre che “alcune clausole della legislazione americana sono in aperto conflitto con le norme internazionali e creano formidabili ostacoli legali all’esercizio della libertà di associazione”.

La legge americana, inoltre, consente ai datori di lavoro l’utilizzo di replacement workers durante gli scioperi: costoro possono rimpiazzare i lavoratori per il periodo dello sciopero, oppure a titolo definitivo. Dopo un solo anno, i replacement workers possono eventualmente votare contro il diritto degli scioperanti alla rappresentazione e alla contrattazione collettiva e possono quindi decidere la messa al bando del sindacato dall’azienda. Vale la pena di ricordare che secondo l’Ilo (International Labor Organization) il diritto di sciopero non è “realmente garantito quando un lavoratore che esercita legalmente questo diritto corre il rischio di vedere il proprio posto di lavoro assunto ad un altro lavoratore, anche questo legalmente” mentre gli imprenditori americani usano la minaccia della sostituzione permanente non solo contro l’esercizio del diritto di sciopero, ma vi ricorrono “in modo aggressivo” contro “i tentativi dei lavoratori di formare dei sindacati o di aderirvi e contro la contrattazione collettiva” (26).
Una società senza rete

Tra gli elementi del modello americano che non vengono propagandati dai suoi sostenitori vi sono dunque un welfare state esiguo e in progressivo restringimento, lo sviluppo di un apparato carcerario e repressivo sempre più vasto ed inclusivo che tiene a bada quei “gruppi sociali resi superflui o indesiderabili dalla duplice ristrutturazione del rapporto salariale e della carità di stato” (27), una enorme e crescente disuguaglianza, dei livelli di povertà talvolta tripli rispetto a quelli europei, la stagnazione e la caduta dei salari reali nei venti anni precedenti la seconda parte del boom, l’aumento delle ore lavorative e la diminuzione del tempo libero per i lavoratori, una bassa sindacalizzazione, un clima ideologico ostile ai sindacati e una legislazione poco protettiva dei diritti dei dipendenti. In queste condizioni, ricorrendo massicciamente al lavoro interinale e al part-time, è stato possibile portare avanti una politica che potremmo definire della piena occupazione pur con il controllo rigido dell’inflazione. Se si tiene presente anche questa parte della realtà che sfugge alla rappresentazione convenzionale, si può comprendere perché Malcolm Sylvers affermi che “è nella depressione dei livelli salariali e nella forte riduzione di quello che era il welfare state che risiede il vero segreto per la creazione di posti di lavoro sufficienti a ridurre la disoccupazione senza provocare l’inflazione e che il dinamismo dell’economia Usa […] deriva in gran parte dalla mancanza di una rete di sicurezza e dunque dalla paura di cominciare a cadere”(28).

Gli effetti sociali negativi di questa impostazione della società e dell’economia sono limitati in una situazione di crescita economica e di ampia disponibilità di lavoro, come quella americana degli ultimi anni quando, in un mercato del lavoro sempre più saturo, i salari sono riusciti a salire regolarmente e l’aumentata produttività ha impedito all’inflazione di crescere. Questo successo è stato possibile, tuttavia, solo in un contesto creato dalle ristrutturazioni degli anni Settanta e Ottanta (e non intaccate dalle amministrazioni Clinton) che hanno costruito una società con scarsa rete di protezione per i cittadini delle fasce medio-basse e i lavoratori. Questo significa che settori sempre più ampi della società americana sono sempre più dipendenti (o in balia) delle fluttuazioni del mercato, delle congiunture economiche e dei gestori della politica economica. Come ammettono persino i più entusiasti tra i fautori del modello, è “probabile che il sistema sociale americano, dopo anni di tagli al Welfare abbia reti di protezione e solidarietà piuttosto fragili in caso di crisi economica” (29). Questo significa che un giudizio completo sul modello americano potrà essere dato solo quando il boom sarà terminato, e si ridarà quella situazione per cui erano stati creati gli strumenti di protezione e sicurezza sociale che i sostenitori del modello desiderano oggi eliminare per non intralciare il mercato nella sua opera di distribuzione equa e naturale delle risorse.

Osservando quella parte di realtà che non viene descritta dai propugnatori del modello e leggendo tra le righe delle loro celebrazioni, si può apprezzare meglio il carattere ideologico di queste rappresentazioni. Considerate le caratteristiche del modello proposto, integrato con gli aspetti che, comprensibilmente, sono omessi, possiamo anche dare un nome all’ideologia che lo sostiene: neoliberismo. Con questa espressione si intende qui un’ideologia che si oppone a quei correttivi che sulla scorta della Grande Crisi del 1929 sono state introdotti nel secondo dopoguerra nell’economia capitalista e che portarono, secondo Eric Hobsbawm ad “un capitalismo sfrondato dalla fiducia nella superiorità ottimale del libero mercato” (30), vale a dire, alla creazione del moderno stato assistenziale e della sicurezza sociale. Questo edificio è soggetto da qualche decennio ad un intenso attacco sia nella pratica che a livello ideologico, vale a dire sia “sul piano fattuale” che nella “percezione comune”, secondo la distinzione tracciata da un fiero e interessato sostenitore del modello americano, Cesare Romiti (31). Questo secondo versante dell’attacco vede schierati in prima linea i grandi media: l’obiettivo è la ridefinizione dei termini e dei temi del dibattito pubblico perché l’ideologia neoliberista, e il corrispettivo vocabolario, diventino l’unico orizzonte di discorso all’interno del quale dibattere.

L’opposizione America/Europa da cui siamo partiti e l’esaltazione del modello americano sono solo mezzi in vista di un obiettivo più generale. La fine del boom americano sancirà probabilmente anche la scomparsa di questo strumento. Il fine, possiamo essere ragionevolmente certi, continuerà però ad essere perseguito con nuovi mezzi.

NOTE

1 Maurizio Guandalini (cura di), La sfida globale, Adnkronos, Libri, 2000, p. 98.
2 ibid. p. 96.
3 ibid. p. 82 e p. 85.
4 U.S. Census Bureau, Satistical Abstract of the United States 1999, p.433.
5 Estratti da Lawrence Mishell-Jared Bernstein-John Schmitt, The State of Working America 2000-2001, Cornell University Press (in uscita), disponibili presso il sito dell’Economic Policy Institute, www.epinet.org/books/swa2000/swa2000intro.html.
6 U.S. Census Bureau, p. 851.
7 Estratti da Lawrence Mishell-Jared Bernstein-John Schmitt cit..
8 U.S. Cenus Bureau, Statistical abstract of the United States 1999, p. 843.
9 United Nations Development Programme, Human Development Report 1999, p. 149.
10 Unicef, The State of the world’s children 2000, p. 275.
11 U.S Census Bureau, Health Insurance Coverage 1999, p. 2
12 Loic Wacquant, Parola d’ordine tolleranza zero, Feltrinelli, 2000, pp. 58-59.
13 ibid. p. 61
14 Luciano Gallino, Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione, Einaudi, 1998, p. 26.
15 Bureau of Justice Statistics, State prison expenditures 1996, p. 1.
16 cfr. estratti da Lawrence Mishell-Jared Bernstein-John Schmitt, cit.; Holly Sklar, “Let them eat the cake”, Z Magazine, Nov. 1998, pp. 29-32, e “Booming economic inequality, falling voter turnout”, Z Magazine, Marzo 2000, pp. 37-41; Bruno Cartosio, L’autunno degli Stati Uniti. Neoliberismo e declino sociale da Reagan a Bush, Shake, 1998, pp. 153-163 e pp. 201-211; Malcolm Sylvers, Gli Stati Uniti tra dominio e declino, Editori Riuniti, 1999, pp. 71-75; Romero-Valdevit-Vezzosi, Gli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Laterza, 1996, pp. 189-215.
17 U.S. Census Bureau, Historical Income Tables, http://www.census.gov/hhes/income/histinc/, table F-3. Sulla crescita delle diseguaglianze cfr. Romero-Valdevit-Vezzosi, cit., pp. 198-202.
18 Sui tagli al welfare operati da Reagan, cfr. Romero-Valdevit-Vezzosi, cit. pp. 194-198.
19 cfr. Cartosio, cit., pp. 141-142; Sylvers, cit. pp. 193-194. Sulla riforma del 1996, cfr. anche Paul Street, “The not-so unintended consequnces of welfare reform”, Z Magazine, settembre 2000, pp. 20-28.
20 Rampini, cit. p. 5
21 U.S Census Bureau, Statistical abstract 1999, p. 453; Cartosio, cit. p. 120.
22 Bureau of Labor Statistics, Union members in 1999.
23 Romero-Valdevit-Vezzosi, cit. p. 195.
24 cfr. Sylvers, cit. p. 52, Cartosio, cit. pp. 128-129.
25 Human Rights Watch, Unfair adavantages: workers’ freedom of association in the United States under International human rights standards, September 2000, http://www.hrw.org/reports/2000/uslabor/, par. V; U.S. Censuns Bureau, Statistical abtract 1999, p. 452.
26 Human Rights Watch, Unfair advantages, cit..
27 Wacquant, cit. p. 70
28 Sylvers, cit. p. 95.
29 Rampini, cit. p. 114
30 Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991. L’epoca più violenta della storia dell’umanità, Rizzoli 2000, p. 132.
31 Maurizio Guandalini (a cura di), cit. p. 89

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