Sartori, gli opinionisti e il nemico islamico

Pluralismo, multiculturalismo e estranei (Rizzoli, 2001) di Giovanni Sartori, come afferma l’autore, è un testo teorico che ambisce a dire cose rilevanti per la pratica. È “un libro di teoria della buona società” ma “non è un libro di teoria che è soltanto teoria”; intende, infatti, partire “dai principii” per arrivare “sempre alle loro conseguenze e a cosa ne risulta nei fatti” (9).

Proprio perché non vuole scrivere un libro di sola teoria, Sartori non si limita quindi a parlare in astratto di “estranei” che rifiutano la società pluralistica che li ospita, ma fornisce un esempio concreto soffermandosi su un gruppo in particolare, gli immigrati “islamici”. E sebbene non dica mai esplicitamente che cosa fare riguardo a questi “estranei”, il libro nel suo complesso evoca una soluzione: presentandoli come un gravissimo pericolo per una società sull’orlo della disintegrazione, propone, implicitamente, la loro non integrabilità e ne suggerisce, implicitamente, l’esclusione.
Una società a rischio di sopravvivenza

Il primo elemento della costruzione dell’”islamico” di Sartori è costituito dalla descrizione della situazione nella quale si troverebbe oggi l’Europa. Egli ci dipinge un contesto di emergenza, in cui l’immigrazione dal Terzo mondo rappresenta un pericolo serissimo per la sopravvivenza stessa della nostra società e provoca nei cittadini una sensazione di soffocamento: “gli europei (dell’Ovest) sono preoccupati, si sentono invasi e stanno diventando reattivi” (47); il Vecchio continente “è sotto assedio” e “accoglie immigranti soprattutto perché non sa come fermarli”, perché “la marea è montante” (96).

Quello che ci si chiede nel testo è “fino a che punto la società pluralistica può accogliere senza disintegrarsi estranei che la rifiutano” (10); se “una comunità può sopravvivere se spezzata in sotto-comunità che sono poi, in concreto, contro-comunità che arrivano a rifiutare le regole fondanti di un convivere comunitario” (45); “fino a che punto una tolleranza pluralistica si deve piegare non solo a ‘stranieri culturali’ ma anche ad aperti e aggressivi ‘nemici culturali’” (49).

Anche il modo con cui sono affrontati i problemi contribuisce così a definire un contesto di pericolo: c’è rischio di disintegrazione ed è in gioco la sopravvivenza di una comunità di fronte ad estranei, nemici aggressivi che la rifiutano insieme ai suoi principi fondanti, mentre una marea montante non riesce ad essere fermata e si sviluppa tra i cittadini una sensazione di invasione e di assedio.

“Estranei” che ci rifiutano…

Il secondo elemento della costruzione di Sartori è rappresentato dalla definizione delle caratteristiche generali e astratte dei nemici aggressivi della nostra società pluralistica. Secondo Sartori sono quegli “stranieri che non sono disposti a concedere in cambio di quel che ottengono, che si propongono di restare ‘estranei’ alla comunità nella quale entrano sino al punto di contestarne, quantomeno in parte gli stessi principii” e che per questo “inevitabilmente suscitano reazioni di rigetto, di paura, di ostilità” (50).

Essi portano il rischio del conflitto sociale e della dissoluzione della comunità in cui entrano. Nella situazione di emergenza delineata, infatti, dare la cittadinanza a un individuo che “si prende i beni-diritti soggettivi ma non si sente tenuto, in contraccambio, a contribuire alla loro produzione” significa “creare quel cittadino differenziato che promette di balcanizzare la città pluralistica” (99).

…ovvero “islamici”

Se dalla rappresentazione generale passiamo al caso concreto degli “islamici”, ci rendiamo conto che la categoria dei nemici aggressivi si adatta loro perfettamente. Non è un caso, osserva il noto politologo, se la “la xenofobia europea si concentra sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici” e si rivolge soprattutto contro il carattere non secolare della “cultura islamica”, mentre “né gli asiatici né gli indiani suscitano, di solito, reazioni di rigetto, nemmeno dove sono oramai numerosi” (48).

La “cultura asiatica” pur essendo “anch’essa lontanissima da quella occidentale” è “pur sempre ‘laica’ nel senso che non è caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa. Invece – conclude Sartori – la cultura islamica lo è” e anche quando “non c’è fanatismo, resta che la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione”, cioè “la separazione sulla quale si fonda oggi – in modo davvero costitutivo – la città occidentale” (48-49).

Gli islamici appartengono, sentenzia Sartori, “a una cultura fideistica o teocratica che non separa lo Stato civile dallo Stato religioso e che riassorbe il cittadino nel credente” (94). E se alle “comunità extracomunitarie, specie se islamiche”, verrà concesso il diritto di voto, “quel voto servirà, con ogni probabilità, per renderli intoccabili sui marciapiedi, per imporre le loro feste religiose (il venerdì), e magari (sono i problemi in ebollizione in Francia) il chador alle donne, la poligamia e la clitoridectomia” (103).

Un gioco di scatole vuote

Sartori costruisce la sua categoria di “estranei” portatori di una “diversità radicale” attraverso termini generali. Nel suo discorso ricorrono espressioni come “cultura islamica”, “visione del mondo islamica” (48) contrapposte a “cultura occidentale” (48), “civiltà occidentale” (30), “civiltà liberale” (49) e “cultura asiatica” (48). A queste entità astratte corrispondono entità altrettanto astratte come “l’islamico”, “l’occidentale”, l’”asiatico”.

Questi termini sono le scatole vuote con cui Sartori gioca un gioco dicotomico. Dentro ad alcune trovano posto il fanatismo, la teocrazia, il mancato riconoscimento dei diritti umani, la clitoridectomia, il fondamentalismo. Dentro ad altre si infilano invece tolleranza, diritti umani, pluralismo, laicismo, e separazione tra chiesa e stato. Il risultato sono due entità monolitiche e non problematiche, immodificabili e incompatibili il cui incontro non può che essere distruttivo. In un gioco di questo tipo spariscono le contraddizioni e le tensioni che nella realtà alimentano e talvolta lacerano i due campi al loro interno. Si rimane su un terreno vago, astratto, allusivo e semplificato in cui, come gli dei dell’Olimpo e i titani, entità gigantesche si confrontano in battaglia sopra la testa degli individui.

Dai libri di teoria ai giornali d’opinione

È interessante osservare che questa visione, così tipica della propaganda di guerra, di una nazione assediata e minacciata nella sua sopravvivenza, non la esprime solo il professor Sartori nei suoi libri ma anche l’editorialista Sartori, opinion maker dal maggior quotidiano italiano, il “Corriere della sera”. In uno dei suoi editoriali, analizzando le proposte fatte dal Consiglio islamico d’Italia, conclude che “i mussulmani” costituiscono “un caso pubblicamente e pesantemente “invasivo” destinato a imbattersi in reazioni di rigetto”. Se si accetterà, ad esempio, la proposta di una creazione di “scuole mussulmane parificate”, si correrà il rischio della “creazione di comunità chiuse in se stesse che si perpetuano da padri in figli, e che rifiutano l’integrazione nella società che le accoglie”. In questo modo si contribuirà a “creare una città disintegrata, che diventerà tanto più conflittuale quanto più andremo a trasformare i nostri ‘estranei’ in cittadini votanti”. Infatti “è pressoché sicuro che una comunità islamica che vota e il cui voto condiziona gli esiti elettorali” aggiungerebbe alle sue richieste “l’infibulazione e la poligamia” (Giovanni Sartori, Gli islamici e noi italiani, “Corriere della sera” 25/10/2000).

Da Sartori a Panebianco

Una visione simile è offerta sullo stesso giornale da Angelo Panebianco che definisce “delicato ed esplosivo” il problema degli stranieri “soprattutto in rapporto all’immigrazione islamica”. A preoccupare Panebianco sono soprattutto il “terzomondismo” e il tradizionale “filoarabismo” italiani. Questi atteggiamenti potrebbero infatti portare “a privilegiare, come interlocutori, i rappresentanti del mondo mussulmano in Italia legati a quei regimi” con cui l’Italia ha “relazioni speciali” col “rischio di fare dell’immigrazione islamica (che viene da tanti Paesi, anche non arabi) la longa manus in Italia di quei particolari regimi”. Non solo, il “diffuso terzomondismo filoarabo, e la diffusa ignoranza della (millenaria), complicatissima e tormentatissima storia dei rapporti fra Occidente cristiano e Islam”, ci potrebbero portare a “commettere errori fatali” e “a non fare ‘patti chiari’ fin dall’inizio con gli immigranti mussulmani”.

Il problema è infatti che “una cultura teocratica come quella islamica va maneggiata con cura, con circospezione, non essendo fino a oggi provata la sua compatibilità con la civiltà liberale”. E, “quando il numero dei cittadini italiani (dovunque nati) di fede islamica avrà superato una certa soglia” non ci resterà che richiamarci al “principio-cardine della cultura occidentale secondo cui solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, mai, in nessun caso i gruppi le entità collettive” (Angelo Panebianco, Il padre nascosto della xenofobia, “Corriere della sera”, 22/10/2000).

Anche il quadro dipinto da Panebianco è drammatico: si tratta di un contesto “delicato ed esplosivo” in cui si rischiano “errori fatali” e in cui si confrontano “Occidente cristiano e Islam”, la “civiltà liberale”, la “cultura occidentale” e una “cultura teocratica”. Secondo Panebianco alcuni regimi islamici potrebbero addirittura penetrare in Italia e fare cose che la pericolosità della “cultura islamica” lascia presagire come terribili. Non dimentichiamoci, d’altronde, che per Sartori il diritto di voto sarebbe utilizzato dagli “islamici” per rendersi “intoccabili” sui marciapiedi.

Alle origini del pregiudizio

Non è il caso di soffermarsi ulteriormente su quelle che possono sembrare fobie di famosi intellettuali, quanto mettere in luce che ci deve essere un contesto più generale che permette a noti intellettuali di esprimere queste fobie in libri e sulla prima pagina del maggiore quotidiano italiano. Per comprendere questo contesto possiamo forse farci aiutare da Edward Said che ci ricorda come nei confronti di arabi e Islam si concentrino oggi nella “più pura forma” i “principali dogmi” dell’orientalismo così da lui riepilogati: “…uno è l’assoluta e sistematica differenza tra l’Occidente, che è razionale, sviluppato, umano, superiore e l’Oriente, che è aberrante, non sviluppato, inferiore. Un altro dogma è che le astrazioni sull’Oriente, […], sono sempre preferibili ad una evidenza diretta tratta da moderne realtà orientali. Un terzo dogma è che l’Oriente è eterno, uniforme e incapace di definire se stesso; di conseguenza si assume che un vocabolario altamente sistematico e generalizzato per descrivere l’Oriente da una prospettiva occidentale è inevitabile e anche scientificamente “oggettivo”. Un quarto dogma è che l’Oriente è in fondo qualcosa che deve essere temuto […] o controllato […]”. (Edward W. Said, Orientalism, Penguin Books 1995 (1978), pp. 300-301 [trad. del recensore])

“Noi” e “loro”

Se prestiamo fede a Said, Panebianco e Sartori attingono a un repertorio secolare di rappresentazioni dell’Oriente e dell’Islam che è così fortemente radicato da poter apparire ovvio e naturale. Le ragioni di una simile e duratura costruzione dipendono anche dal fatto che lo sviluppo e la conservazione di ogni cultura richiedono “l’esistenza di un alter ego, differente e in competizione con questo” e che la costruzione di un’identità “implica la creazione di opposti e di ‘altri’ la cui realtà è sempre sottoposta a una continua interpretazione e reinterpretazione delle loro differenze rispetto a ‘noi’” (Said, cit., 332).

In questo senso l’universo astratto e dicotomico descritto da Sartori e da Panebianco e divulgato nei loro articoli e nei loro libri servirebbe a rafforzare la nostra identità. Ce lo conferma Sartori stesso, spiegandoci che “gli esseri umani vivono infelicemente nello stato di folle solitarie” e “cercano sempre di appartenere”, (43) ma “a patto che esista sempre un confine (mobile ma non cancellabile) tra noi e loro”, dove ‘Noi’ è la ‘nostra’ identità; loro sono le identità dissimili che determinano la nostra” (44). La “cultura islamica” costruita da Sartori e Panebianco sarebbe dunque quel “loro” che serve a determinare e rafforzare il “noi”, vale a dire, la “civiltà occidentale”.

E questi “loro” sono costruiti tramite generalizzazioni, astrazioni, omissioni e stereotipi che tanto poco richiedono il supporto di evidenze quanto più consentono a chi li usa di fare allusioni sul carattere maligno e infido di alcuni gruppi di individui.

Dall’élite alla massa

Questo contesto e le corrispettive generalizzazioni sono il rivestimento raffinato che consente a raffinati e integrati intellettuali di prodursi con naturalezza in affermazioni che altrimenti apparirebbero per quello che sono: stereotipi e pregiudizi, e di grana abbastanza grossa, per giunta.

E se la categoria degli “islamici” non è ancora così diffusa al di fuori della cerchia di alti prelati ed editorialisti dei grandi quotidiani è probabilmente solo una questione di tempo. È Sartori stesso a ricordarci che “esiste sempre uno sfasamento temporale tra quel che avviene a livello di élites e il suo travasarsi a livello di massa” e che “una polarizzazione che si impadronisce della Università, poi dei media, poi della scuola media, finisce inevitabilmente per permeare qualche decennio dopo, tutta la società” (59).

Si tratta quindi solo di pazientare un po’ e, prima o poi, la differenza tra “loro islamici” e “noi occidentali” troverà posto anche nelle nostre menti non d’élite. Allora dalle nostre teste spariranno i pregiudizi contro marocchini, algerini, nigeriani e senegalesi; tutti costoro saranno infatti accorpati negli “islamici”, portatori di barbarie, infibulazione e fanatismo.

E per magia, così sperano Sartori e Panebianco, i cittadini non vedranno una società complessa altamente stratificata con disuguaglianze crescenti e sempre maggiore concentrazione della ricchezza ma qualcosa di più grande, la “civiltà occidentale”, portatrice di benessere, progresso, diritti umani e, quando è il caso, guerre umanitarie.

(Da Guerre & Pace, n.83, 2001)

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