Il grande crack del giornalismo

manifesto

Crisi profonda dei media americani, incapaci ormai di analizzare e prevedere le trasformazioni sociali. Il settore è al collasso secondo il rapporto annuale sullo stato dell’informazione. Stampa a picco.

Il tempo stringe per il giornalismo americano. Non bastavano le notizie di licenziamenti e ridimensionamenti delle redazioni che si moltiplicano da qualche mese. Ora lo conferma, con dovizia di dettagli e profondità di analisi, lo State of the news Media 2009 del Project for excellence in journalism, autorevole studio dedicato ai media a stelle e strisce. La diagnosi della sesta edizione del rapporto pubblicata ieri («la più tetra», secondo gli stessi estensori) non lascia spazio a incertezze: lettori e spettatori in fuga verso il web, calo di entrate, licenziamenti in massa, incertezza sulla propria missione sono i sintomi di una crisi che va avanti ormai da troppo tempo per non essere considerata strutturale. Altrettanto dura la prognosi: il settore deve reinventare in fretta se stesso oppure rassegnarsi a morire. Con grave danno per l’economia ma, soprattutto, per la democrazia.

Le cifre del malessere

Il 2008 visto attraverso le lenti della ricerca è l’annus horribilis per la professione dei reporter dall’altra parte dell’oceano. Salvo la televisione via cavo, che ha beneficiato di una copertura ossessiva delle elezioni presidenziali, tutti gli altri media si leccano le ferite. Le produzioni giornalistiche delle tv locali hanno visto i propri staff tagliati, l’audience diminuire e le entrate calare del 7 %. Da un supporto all’altro, alla carta stampata non è andata meglio, anzi. I numeri dicono meno 14 % di entrate (un calo del 23 % in due anni) e circolazione in discesa (4,6 %) per i quotidiani… Continua a leggere

I fatti e le opinioni

E’ davvero possibile tenere separati i fatti dalle opinioni? Non sempre, secondo Jeff Jarvis, soprattutto non in queste primarie Usa. Dove, dice (e dimostra) il giornalista, i media rivelano un forte pregiudizio negativo nei confronti della Clinton e uno positivo verso Obama.

E allora? La soluzione, dice Jarvis, è che i giornalisti dichiarino pubblicamente per chi votano e chi sostengono.

PS: Nel caso non si fosse capito, Jarvis nelle primarie ha votato Hillary.

: I didn’t think it was necessary to append this to every post on the topic but judging by the comments, it couldn’t hurt: I voted for Clinton in the primaries.

In missione per conto di dio

L’americanista Alessandro Portelli trova che ci sia un aspetto positivo nel fatto che a contendersi la nomination democratica alla Casa Bianca siano Hillary Clinton e Barack Obama:

 Quello che resta significativo, piuttosto, è il fatto che, nonostante tutte le pesanti ambiguità e arretratezze di entrambi, nonostante la loro sostanziale appartenenza al pensiero unico del liberismo globale, le candidature democratiche in campo marcano comunque una differenza non trascurabile da tutto quello che Bush ha rappresentato finora. Certo, uno vorrebbe di più (specie sulla guerra, sul Medio Oriente, sui diritti dei lavoratori), ma questo passa il convento: molto meno del desiderabile e forse del sufficiente, ma qualcosa più di zero. Anche qui, le differenze passano in primo luogo sul piano che sto chiamando simbolico: con tutti i loro sforzi, per esempio, né Obama né Clinton riescono a non essere riconoscibilmente laici, almeno per come è possibile esserlo negli Stati Uniti contemporanei. Nessuno dei due sta in missione per conto di Dio, e non è cosa da poco.

Battaglie culturali e sane discussioni

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur (ora tradotto anche in Italia).

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ’90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

Ricatto di famiglia

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-178)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando – leggo dal volantino preparato dagli organizzatori – che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

Terrorismo: stiamo perdendo la guerra. Parola di esperti.

chart1.pngUna rivista come Foreign Policy, periodico americano di affari esteri, sembra fatta apposta per dare ragione alla tesi di Chomsky, secondo cui più sono lontani dal grande pubblico e diretti a lettori ricchi, potenti e influenti, più i media tendono a rappresentare la realtà in modo accurato, senza pemettere all’ideologia di influenzare il racconto dei fatti. Quelli che pagano, infatti, pretendono anche. E’ questo uno dei motivi per cui, secondo Chomsky, al di fuori di qualche periodico marxista, uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare descrizioni della società in termini di classe è il Wall Street Journal (uno dei miei quotidiani preferiti, tra parentesi).

Foreign Policy, dicevo, conferma a questa ipotesi perché, pur essendo un periodico per l’establishment, contiene spesso posizioni (di solito circostanziate e ben argomentate) che non sfigurerebbero in bocca a critici radicali della politica americana e che offrono ai suoi altolocati lettori una rappresentazione della realtà non edulcorata e non compiacente. Tutto il contrario, giusto per fare un paragone, di quello che solitamente si legge sugli editoriali del Corriere della sera quando si parla di politica estera.

Si vedano, ad esempio, gli ultimi risultati del FOREIGN POLICY/Center for American Progress Terrorism Index, un indice promosso dalla rivista stessa per giudicare i risultati della politica antiterrorismo degli Stati Uniti attraverso le opinioni di un campione bi-partisan di 100 esperti, gente che ha lavorato per il governo, l’esercito o l’intelligence.

Bene, a quanto pare, l’81 per cento di costoro vede un mondo sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e , il 75 per cento di questi pensa che l’America stia “perdendo la guerra al terrorismo”. L’80 per cento è convinto che nel giro di dieci anni si verificheà un attacco al suolo americano paragonabile all’11 settembre.

Interrogati poi sulle singole priorità, gli esperti sono altrettanto impietosi. L’87 per cento giudica del tutto insufficienti le performance gli Stati Uniti per quanto riguarda la public diplomacy, vale a dire quell’insieme di strumenti e di azioni che servono per “vincere il cuore e le menti” di altre popolazioni, migliorando la percezione dell’America. Quanto all’Iraq, solo il 19 per cento dei rispondenti pensa che quella di inviare più truppe sia una buona idea, mentre il 92 per cento concorda che la gestione dell’Iraq da parte di Bush sia stata insufficiente (il 60 per cento la definisce “la peggiore possibile”).

Una bocciatura impietosa. Che non viene da uno sparuto gruppo di radicali di sinistra. Ma da rispettabili signori di tendenze, nel complesso, moderate su una rivista moderata che non ha paura di offrire ai suoi lettori una visione accurata della realtà.

Democrazia e politica estera: uno spunto

stars-and-stripes.gifThere’s a huge gap between public opinion and public policy. Both political parties are well to the right of the population on a host of major issues

(Noam Chomsky)

Ma in una democrazia chi decide? La domanda, assieme alla considerazione spesso ripetuta da Chomsky (ad esempio, qui) che in genere i governi degli Stati Uniti (democratici o repubblicani) si collocano a destra degli elettori su alcuni temi chiave, mi ritorna in mente quando leggo l’ultimo studio realizzato da WorldPublicOpinion.org.

Scorrendolo, si scopre infatti che, tra la popolazione statunitense, esiste un sostanziale accordo bi-partisan su alcune questioni centrali.

Ad esempio, rivela la ricerca, l’88% dei democratici e il 62% dei repubblicani ritegono che i soldati Usa dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 2008. In percentuali analoghe (72% e 82%) poi, i cittadini Usa pensano che il loro governo dovrebbe sancire chiaramente che non intende stabilire delle basi permanenti nel Paese. Continua a leggere

La storia di due internet

Due notizie che, accostate dal flusso causale e caotico dell’informazione in rete, ci raccontano di due internet. La prima, a stelle e strisce, cresce e si diffonde diventando sempre di più un ingrediente della dieta mediatica dei cittadini. La seconda, tricolore, procede a passo di lumaca.

La prima. Negli Stati Uniti l’internet si appresta a diventare a tutti gli effetti un media mainstream. Nel 2007 la navigazione online superare in termini di ore la lettura dei giornali: 195 ore contro 175.

La seconda. In Italia, afferma un’indagine Istat segnalata da Punto Informatico, tra il 2005 e il 2006 la percentuale di famiglie collegate in rete è cresciuta di poco assestandosi al 40 per cento. Un risultato che ci colloca al 15° posto nella classifica dell’Europa a 25. ‘ Piuttosto sconfortante, poi, è scoprire che tra le ragioni del mancato accesso il 31,9 per cento delle famiglie cita l’incompetenza informatica, mentre il 39,6 per cento afferma di non avere interesse per il medium. Come a dire c’è chi forse vorrebbe ma non può. E chi, ancora peggio, nulla sa della marea di opportunità offerte dal mondo online.

I profughi della medicina

Non si va in India solo per turismo o per esternalizzare l’It (anche se BusinessWeek ci racconta che Bangalore non è più l’unica destinazione delle aziende ccidentali).

Sempre di più, secondo questo articolo di Wired, la patria di Gandhi è meta di
di turisti un po’ particolaie: americani che vanno alla ricerca di prestazioni mediche che non potrebbero permettersi nel loro Paese.

L’aspetto interessante del fenomeno è che non riguarda interventi di chirurgia plastica, che da tempo sono una delle ragioni di viaggi in Turchia e altre nazioni. Al contrario, a servirsi degli ospedali indiani sono per lo più statunitensi senza assicurazione sanitaria (erano 46 milioni nel 2005). Questi “profughi della medicina”, come li chiama il New England Medical Journal, vanno alla ricerca di cure più essenziali. E il trend aumenterà nei prossimi anni: secondo uno studio condotto da McKinsey e la Confederation of Indian Industry nel 2012 i turisti stranieri spenderanno in India 2 miliardi di dollari per servizi sanitari.

Ora che ci penso, mi viene in mente che quest’estate, in vacanza in India, mi sono comprato un paio di occhiali da vista. E non perchè li avessi perso quelli che avevo, ma perché costavano poco e mi parevano di ottima qualità. Ero un quasi-profugo della medicina e non lo sapevo.

The phenomenon of “medical tourists” — people who casually travel to foreign lands for face lifts or breast implants — has been well documented. But the new exodus of patients are looking for more essential care. Indian hospitals welcome these sick travelers with open arms, often lavishing them with more attention than they could expect in their home country.

Ingrati

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk – che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani – si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

Salari e sindacati, le preoccupazioni del business

storyinternetlabor.jpgI democratici conquistano la Camera e il Senato e il mondo del business comincia a preoccuparsi. Dopo un decennio abbondante di profitti in ascesa senza corrispondenti aumenti dei salari, la vittoria al Congresso di un partito , almeno sulla carta, più favorevole ai sindacati spinge le testate economiche più importanti ad interrogarsi sul prossimo futuro del rapporto capitale-lavoro.

Dietro queste riflessioni la preoccupazione, alimentata dal successo delle battaglie sull’innalzamento del salario minimo, che ci possa essere un’inversione di rotta. Comincia BusinessWeek con un servizio significativamente intitolato “The return of workers’ rights?”. Risponde l’Economist con un articolo [a pagamento] su Sarah Horowitz, giovane sindacalista, fondatrice della Freelancers Union, dedicata alla protezione del mondo dei lavoratori mobili, autonomi e precari (37 mila membri nello stato di New York). Al settimanale inglese questa attivista moderna e dinamica, che applica alcuni principi presi dal business alla tutela dei lavoratori sembra piacere molto. Tanto da definirla una “imprenditrice sociale”, una tipa così moderna da applicare “lo spirito innovativo e la disciplina di business di una start-up della Silicon Valley per risovere i più spinosi problemi della società”.

A rassicurare il modo degli affari ci pensa però Patrick Cockburn, codirettore della newsletter radicale Counterpunch, in un’ intervista (online, ahinoi, solo per i prossimi 7 giorni) a Marco D’Eramo sul manifesto di ieri. Sui Democratici al Congresso Cockburn non si fa illusioni: “… porteranno il salario minimo a 7,55 dollari, che comunque è ridicolo: se adesso al vicino di casa adolescente offri 7 dollari l’ora per tagliare l’erba del tuo prato ti sputa in un occhio. Le lavoratrici immigrate clandestinamente dal Messico percepiscono un salario di 15 dollari l’ora per fare le collaboratrici domestiche”.

Media in trasformazione

Quando si parla di elezioni, sondaggi e proiezioni sono solo una parte della storia (e nemmeno, a giudicare da quanto è accaduto in Italia nelle ultime tornate, la più interessante e veritiera). Proprio per questo il programma radiofonico della BBC, Radio Five Live ha deciso di raccontare le elezioni che ridisegneranno il parlamento americano (da pochi giorni tutte le informazioni sono anche su Google Earth) il prossimo 7 novembre attraverso la collaborazione dei cittadini. Non possiamo essere ovunque – dice la BBC – e dunque abbiamo bisogno del vostro aiuto giornalistico.

Nel frattempo, il Sun, quotidiano di Rupert Murdoch, lancia MySun, una sorta di “comunità” virtuale dei lettori del giornale. Virgolette d’obbligo perché c’è chi solleva qualche perplessità sulla natura effettivamente comunitaria del servizio.

Infine, dopo Reuters, anche Wired e CNet hanno deciso di aprire una redazione virtuale su Second Life, dove realizzare interviste, conferenze, eventi.

UPDATE: Nel suo ufficio virtuale CNet ha intervistato Adam Reuters (alias Adam Pasick), il repoter che Reuters ha “inviato” ad esplorare Second Life.

10 anni di paghe da fame

Tanto per uscire un po’ dalla faticosa (almeno per me) vicenda cazzate (su cui, inevitabilmente, ritornerò nei prossimi giorni), parlo d’altro. Se qualcuno mi chiedesse quale è il mio saggio preferito degli utlimi anni probabilmente risponderei Riti di sangue di Barbara Ehrenreich, un meravigioso libro che va alla ricerca delle origini biologiche, culturali e sociali della guerra.

Se poi la stessa persona mi domandasse quale è il mio secondo saggio preferito risponderei Una paga da fame, sempre della Ehrenreich, che per un anno si è travestita da cameriera, donna delle pulizie, impiegata di Wal Mart per raccontare come è la vita di chi sbarca il lunario con salario minimo e doppi lavori.

Beh, oggi scopro sul blog di Barbara che  sono dieci anni che il libro è nella classifica dei best seller del New York Times. Per celebrare l’anniversario la Ehrenreich pubblica una serie di Faq che chi ha amato il testo non può proprio perdere. Dalle difficoltà di vivere una vita non sua ai rapporti con i colleghi del periodo fino alla destinazione dei soldi guadagnati con l’inaspettato successo.

Le verità nascoste del Medio Oriente

verita_nascoste.jpgUn saggio (come sempre) magistrale di Robert Fisk sul Medio Oriente, la sua storia e le verità che noi occidentali preferiamo non vedere.

Dal supporto al programma nucelare iraniano, alla fornitura di componenti per le armi chimiche di Saddam, alla tendenza a considerare i nostri fallimenti solo un problema di relazioni pubbliche e mai una questione di azioni e conseguenze di queste azioni.

Una voce (ancora una volta) saggia, informata, ricca di fatti e testimonianze di prima mano che parla in nome di una concezione molto alta del giornalismo.
Con un monito: quello che preferiamo rimuovere ritorna, prima o poi, sotto forma di mostro.
(Via ZNet)

L’informazione politica scorre su internet

Cresce il numero degli utenti che usano l’Internet per informarsi sulla politica. Sarebbero 26 milioni, secondo l’utimo rapporto del Pew Internet & American Life Project, gli statunitensi che si sono rivolti al web in un tipico giorno del mese di agosto per trovare notizie sulle prossime elezioni di mid-term. Vale a dire, praticamente un quinto degli adulti che navigano in rete, pari al 13 per cento della popolazione americana sopra i 18 anni.

Secondo il Pew, si tratterebbe di un record. Il precedente primato risale infatti al novembre 2004 in occasione delle elezioni presidenziali quando gli americani alla ricerca di news politiche virtuali furono 21 milioni.

Dal punto di vista demografico, il navigatore interessato alla politica è prevalentemente maschio (62 per cento contro 48 per cento), con educazione universitaria (55 per cento contro una media degli utenti internet del 36 per cento) e dotato di connessione veloce (77 per cento contro il 66 per cento della media degli utenti).

On a typical day in August, 26 million Americans were using the internet for news or information about politics and the upcoming mid-term elections. That corresponds to 19% of adult internet users, or 13% of all Americans over the age of 18.

This is a high-point in the number of internet users turning to cyberspace on the average day for political news or information, exceeding the 21 million figure registered in a Pew Internet Project survey during the November 2004 general election campaign.

Demographically, those who said they got political news online on the typical day in August 2006 are more likely than the average internet user to be male (62% versus 48% for all online users), college graduates (55% versus 36% for all online users), and home broadband users (77% versus 61% for all online users). “Typical day” political surfers are only slightly younger than average internet users.

Bin Laden promosso, Bush bocciato

bushhome.jpgLo dice il New York Times. Lo conferma, da un punto di vista tecnico, Toni Muzi Falconi (che ha anche un suo blog) in un editoriale sul sito di Ferpi, la federazione italiana relatori pubblici. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi la battaglia della comunicazione la sta vincendo il leader di Al Qaeda.

Se per relazioni pubbliche intendiamo

il governo consapevole delle relazioni fra una organizzazione e i suoi pubblici influenti, realizzato con comportamenti, anche (ma non solo) comunicativi, capaci di tenere conto delle aspettative di quegli stessi pubblici per attirarne l’attenzione e il sostegno alle proprie finalità ‘

appare difficile non pensare che Bin Laden e la sua tecnostruttura’ si siano dimostrati assai più competenti, efficaci, e soprattutto, dotati di uno straordinario senso dello spettacolo e di una raffinata scelta dei tempi.

Se invece per relazioni pubbliche intendiamo

la pervicace, pervasiva e impetuosa spinta comunicativa di una organizzazione, realizzata con ingente impiego di risorse finanziarie e professionali, per persuadere i pubblici influenti – con la propaganda, la corruzione e la forza delle armi – che i propri comportamenti sono condivisibili perché dichiarati comunque coerenti con il bene comune…’

..allora possiamo soltanto dire che i due soggetti: Bin Laden e Bush giocano due partite diverse, con carte e regole diverse, inconfrontabili fra loro, se non nella valutazione oggettiva dell’efficacia dei programmi adottati che vanno in ogni caso a vantaggio del primo.

Intanto, il periodico americano Foreign Policy dà un’occhiata a come il terrorismo è utilizzato nella campagna elettorale per il Congresso. 5 video, di destra e di sinistra, per conquistare i voti degli americani.

..five recent ads that hope to sway your vote in November, either by inspiring raw fear, stoking your anger, or appealing to your sense of patriotism.

Ma Dio è autoritario o benevolo?

who-is-god.jpgE’ vero, di questi tempi si preferisce discutere della razionalità di Dio piuttosto che del suo atteggiamento nei confronti degli esseri umani. Però questo sondaggio riportato dall’Economist è troppo stuzzicante. Secondo l’indagine, realizzata da Gallup per conto del Baylor University’s Institute for Studies of Religion di Waco (Texas) gli americani optano per la severità.

Il 31 per cento degli statunitensi pensa infatti a un Dio che tutto controlla e sempre pronto a punire il peccato. Un’immagine più soft, quella di una divinità benevola e incline al perdono, appartiene invece al 23 per cento dei credenti a stelle e strisce. Un essere superiore “critico” (guarda il mondo ma non interviene, un po’ come l’Osservatore dei fumetti Marvel) è la scelta del 16 per cento dei rispondenti; mentre una versone “distante” (una forza cosmica a cui non importa nulla di noi) raccoglie il 24 per cento delle preferenze.

The survey, by Baylor University’s Institute for Studies of Religion in Waco, Texas, via Gallup, found four broad views of God in America. Homer’s Authoritarian God is the most popular. There then follow, in descending order of intrusiveness, Benevolent God (23%, rising to 29% in the Midwest), who still gives orders but will forgive, rather than smite; Critical God (16%, but 21% in the relativist East), who watches the world but does not intervene; and lastly Distant God (24%), a cosmic force without interest in human matters. This God is especially popular in the wide open West, with its huge views of the stars.

Pessimismo made in Usa

Meno del 50 per cento degli americani è convinto che fra 5 anni la sua vità sarà migliore di quella che conduce oggi. Lo dice il Financial Times che riporta una ricerca del Pew Research Center. 4 anni fa la percentuale degli ottimisti raggiungeva il 61 per cento. Si tratta del maggiore declino degli ultimi 40 anni.

Da notare, inoltre, che anche in questa speciale classifica è aumentato il divario tra ricchi e poveri. Nel 2002, il 45 per cento dei rispondenti nella fascia di reddito più bassa era convinto di avere compiuto dei progressi, contro il 57 per cento degli abitanti delle zone alte: 12 punti di differenza. Qest’anno, il divario è salito a 20 punti, dal momento che solo il 39 per cento di coloro che appartengono alle classi meno abbienti pensa che la sua condizione sia migliorata.

Tutto questo ci riporta alla discussione innescata dalla Ehrenreich.

In 2002, 45 per cent of those with the lowest income saw themselves as having made progress, compared with 57 per cent of those in the highest income bracket. This year, that 12-point gap grew to 20 points, with just 39 per cent in the lowest bracket saying they had made progress.

Votate bene, gente…

nicaragua.jpgA proposito di democrazia, ingerenze sulla politica interna di altri stati, interessi geo-strategici. In un’intervista al Financial Times l’ambasciatore americano in Nicaragua, Paul Trivelli, lancia un avvertimento agli elettori del Paese centro-americano: non votate per Daniel Ortega, storico leader sandinista in corsa per le prossime presidenziali del Paese.

L’intervista, che il quotidiano londinese (non il manifesto) definisce un “vigoroso avvertimento” è anche una franca (e per questo insolita) esposizione delle preoccupazioni americane per quanto riguarda l’America Latina.

1) Si comincia dall’effetto domino, il rischio che il germe nazionalista e progressista si spanda in tutto il sub-continente:

Secondly, elections here can also affect the fate of the entire Central American region. You only have to go back to the 1980s to see that problems here quickly spread to the rest of the region.

2) Si prosegue con la paura per un modello economico “misto”:

First, he [Oriega] has and continues to employ some very strong anti-American rhetoric in his campaign. But he has also said that he wants to reintroduce subsidies, forgive debt, control remittances from Nicaraguans living abroad, reintroduce a mixed economy. And those are things that would be worrisome to the private sector here, to Nicaraguans, to potential domestic, international and regional investors. Continua a leggere

It’s the poverty, stupid!

ehrenreich-0121.jpgPovertà. Insieme a “classe” una delle parole tabù del dibattitto pubblico americano (ma non solo di quello). Tra i pochi intellettuali a stelle e strisce che pensano che le condizioni di vita dei meno abbienti siano un argomento degno di essere seguito e trattato con costanza e competenza c’è Barbara Ehrenreich, autrice dello strepitoso Una paga da fame, un viaggio (in prima persona) nell’America che non arriva alla fine del mese: colf, impiegati di Wal Mart, cameriere. Novella Jack London, la Ehrenreich ha trascorso un anno nei panni dei delusi del sogno americano. E li ha descritti meravigliosamente.

Ne parlo oggi perchè ho scoperto che ora Ehrenreich ha anche un blog (più o meno: nel senso che è più che altro una raccolta dei suoi pezzi. Ci accontentiamo lo stesso). L’ultimo post è un attacco, come sempre splendidamente scritto, a quei commentattori a stelle e strisce che non si capacitano di come le persone possano sentirsi più povere e insicure quando l’economia cresce. La responsabilità, sostengono, è di quei populisti (di sinistra evidentemente) che seminano disinformazione dalle aule universitarie.

Tutta colpa della congiura liberal, insomma. E non ad esempio di una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua. Come ricorda Ehrenreich, la percentuale di prodotto interno lordo Usa che va ai salari è al suo minimo da 59 anni a questa parte, mentre la fetta dei profitti delle aziende ha raggiunto il punto più alto degli ultimi 40 anni. Nel frattempo, il numero di americani senza assicurazione sanitaria è salito di 1,5 milioni nel 2005.

Real wages are declining, in fact the share of the GDP that goes to wages and salaries has reached a 59 year low, while the share going to corporate profits is at a 40 year high. Meanwhile the number of Americans without health insurance rose by 1.3 million in 2005. And while the unemployment rate is admirably low, it fails to take account of the large numbers of people who have given up looking for work or who are working at low-paid jobs for which they may be far overqualified. Odd, isn’t it, that in a “knowledge-based economy” so many college graduates are waiting tables and laid-off engineers are driving airport limos?

Tony Blair, il neoconservatore…

tony-blair.jpgTony Blar neoconservatore? Sì, proprio lui, l’idolo della sinistra riformista nostrana. Lo afferma l’Independent in un articolo in cui fa il punto su quel che resta (non poco, per la verità) dell’influente movimento politico-intelettuale americano. L’occasione di questo riesame dell’operato di Wolfowitz e compagni la offre un discorso di David Cameron sulla politica estera nel quale il leader dei tories sembra prendere le distanze dal neoconservatorismo e si definisce un “conservatore liberale”. Dopo tutto, se c’è un equivalente britannico dei neoconservatori, afferma l’Independent, questi è semmai, “senza dubbio”, Blair.

Il leader del labour corrisponde sotto vari aspetti all’identikit del neo-con americano. Ovviamente la Gran Bretagna, a differenza dell’America, non ha il potere di plasmare il mondo. E neanche Blair è così smaccatamente pro-israeliano come Bush. Ma è un politico di centro-sinistra che abbraccia una politica estera robusta e idealista, nonostante sia a conoscenza dell’impopolarità del suo alleato principe e dell’opposzione interna alla più importante politica neo-con, l’invasione dell’Iraq. Se questo non è neoconservatorismo, che cosa è?

Nel frattempo il necononservatore di Sua Maestà si prende una bella razione di contestazioni in Libano. Proteste che, a quanto pare, non provenivano sono dai militanti di Hezbollah ma da una più ampia fetta della società civile libanese.

Romano, Chomsky e la democrazia esportata

democrazia_iraqCerte volte tocca essere d’accordo anche con Sergio Romano. Soprattutto quando indossa i panni del “realista” duro e puro. Oggi, per esempio, a proposito dell’intervento americano in Iraq scrive:

“Quanto all’esportazione della democrazia, non mi sembra che si debba dare troppa importanza a questo aspetto della politica americana. Prima del 2003 i maggiori esponenti dell’amministrazione Bush erano risolutamente contrari a quella che definivano sprezzantemente la politica del «nation building», vale a dire il paziente lavoro per la trasformazione dei regimi autoritari in società democratiche nell’interesse della pace universale”.

Da notare, paradossalmente (ma non troppo) che Noam Chomsky, con cui ideologicamente Romano condivide davvero poco, la pensa allo stesso modo: Continua a leggere

Il Platone di George Bush

loglimes.gifleo-bush-color_thumb.jpgSe chiedete a George W. Bush quale è il filosofo che più lo ha influenzato vi risponderà: Gesù Cristo. Eppure, anche se il presidente non lo sa o non lo vuole dire, c’è un altro pensatore che sui di lui un forte ascendente l’ha avuto e continua ad averlo. Quantomeno attraverso alcune figure chiave della sua amministrazione, il falco Paul Wolfowitz in testa.

Si chiama Leo Strauss, tedesco, ebreo, emigrato in America nel 1939 per sfuggire a Hitler e rimastovi fino al 1973, anno della morte. Dopo una parentesi newyorchese Strauss ha insegnato per 19 anni a Chicago dove ha creato intorno a sé una scuola di allievi così devoti che qualcuno li ha definiti una “setta”.

Ed è riuscito, attraverso questi allievi (i cosiddetti straussiani), nell’impresa sognata da tutti i filosofi dai tempi di Platone: influenzare chi detiene il potere. In questo caso George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti. Continua a leggere

L’ideologia del modello americano

2507668-travel_picture-where_the_stars_and_stripes_and_the_eagles_fly.jpg(Da gli argomenti umani, n. 6/7, giugno/luglio 2001)

Il confronto tra gli Stati Uniti e l’Europa è diventato in questi ultimi anni un topos con cui editorialisti, economisti, imprenditori, politici e grandi istituzioni internazionali hanno cercato di giustificare e promuovere determinate trasformazioni della società europea. In questo confronto da una parte sono esaltati gli Stati Uniti e quelli che vengono individuati come i fattori del loro successo economico, dall’altra sono criticati ritardi e debolezze dell’Europa, attribuiti ad un welfare dispendioso, all’eccessiva spesa per le pensioni e ad una vaga mancanza di flessibilità. Sulla base di questa rappresentazione della realtà, all’Europa è così raccomandato un programma di tagli, privatizzazioni, flessibilità e riforme.

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