Il grande crack del giornalismo

manifesto

Crisi profonda dei media americani, incapaci ormai di analizzare e prevedere le trasformazioni sociali. Il settore è al collasso secondo il rapporto annuale sullo stato dell’informazione. Stampa a picco.

Il tempo stringe per il giornalismo americano. Non bastavano le notizie di licenziamenti e ridimensionamenti delle redazioni che si moltiplicano da qualche mese. Ora lo conferma, con dovizia di dettagli e profondità di analisi, lo State of the news Media 2009 del Project for excellence in journalism, autorevole studio dedicato ai media a stelle e strisce. La diagnosi della sesta edizione del rapporto pubblicata ieri («la più tetra», secondo gli stessi estensori) non lascia spazio a incertezze: lettori e spettatori in fuga verso il web, calo di entrate, licenziamenti in massa, incertezza sulla propria missione sono i sintomi di una crisi che va avanti ormai da troppo tempo per non essere considerata strutturale. Altrettanto dura la prognosi: il settore deve reinventare in fretta se stesso oppure rassegnarsi a morire. Con grave danno per l’economia ma, soprattutto, per la democrazia.

Le cifre del malessere

Il 2008 visto attraverso le lenti della ricerca è l’annus horribilis per la professione dei reporter dall’altra parte dell’oceano. Salvo la televisione via cavo, che ha beneficiato di una copertura ossessiva delle elezioni presidenziali, tutti gli altri media si leccano le ferite. Le produzioni giornalistiche delle tv locali hanno visto i propri staff tagliati, l’audience diminuire e le entrate calare del 7 %. Da un supporto all’altro, alla carta stampata non è andata meglio, anzi. I numeri dicono meno 14 % di entrate (un calo del 23 % in due anni) e circolazione in discesa (4,6 %) per i quotidiani… Continua a leggere

I fatti e le opinioni

E’ davvero possibile tenere separati i fatti dalle opinioni? Non sempre, secondo Jeff Jarvis, soprattutto non in queste primarie Usa. Dove, dice (e dimostra) il giornalista, i media rivelano un forte pregiudizio negativo nei confronti della Clinton e uno positivo verso Obama.

E allora? La soluzione, dice Jarvis, è che i giornalisti dichiarino pubblicamente per chi votano e chi sostengono.

PS: Nel caso non si fosse capito, Jarvis nelle primarie ha votato Hillary.

: I didn’t think it was necessary to append this to every post on the topic but judging by the comments, it couldn’t hurt: I voted for Clinton in the primaries.

In missione per conto di dio

L’americanista Alessandro Portelli trova che ci sia un aspetto positivo nel fatto che a contendersi la nomination democratica alla Casa Bianca siano Hillary Clinton e Barack Obama:

 Quello che resta significativo, piuttosto, è il fatto che, nonostante tutte le pesanti ambiguità e arretratezze di entrambi, nonostante la loro sostanziale appartenenza al pensiero unico del liberismo globale, le candidature democratiche in campo marcano comunque una differenza non trascurabile da tutto quello che Bush ha rappresentato finora. Certo, uno vorrebbe di più (specie sulla guerra, sul Medio Oriente, sui diritti dei lavoratori), ma questo passa il convento: molto meno del desiderabile e forse del sufficiente, ma qualcosa più di zero. Anche qui, le differenze passano in primo luogo sul piano che sto chiamando simbolico: con tutti i loro sforzi, per esempio, né Obama né Clinton riescono a non essere riconoscibilmente laici, almeno per come è possibile esserlo negli Stati Uniti contemporanei. Nessuno dei due sta in missione per conto di Dio, e non è cosa da poco.

Battaglie culturali e sane discussioni

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur (ora tradotto anche in Italia).

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ’90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

Ricatto di famiglia

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-178)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando – leggo dal volantino preparato dagli organizzatori – che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

Terrorismo: stiamo perdendo la guerra. Parola di esperti.

chart1.pngUna rivista come Foreign Policy, periodico americano di affari esteri, sembra fatta apposta per dare ragione alla tesi di Chomsky, secondo cui più sono lontani dal grande pubblico e diretti a lettori ricchi, potenti e influenti, più i media tendono a rappresentare la realtà in modo accurato, senza pemettere all’ideologia di influenzare il racconto dei fatti. Quelli che pagano, infatti, pretendono anche. E’ questo uno dei motivi per cui, secondo Chomsky, al di fuori di qualche periodico marxista, uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare descrizioni della società in termini di classe è il Wall Street Journal (uno dei miei quotidiani preferiti, tra parentesi).

Foreign Policy, dicevo, conferma a questa ipotesi perché, pur essendo un periodico per l’establishment, contiene spesso posizioni (di solito circostanziate e ben argomentate) che non sfigurerebbero in bocca a critici radicali della politica americana e che offrono ai suoi altolocati lettori una rappresentazione della realtà non edulcorata e non compiacente. Tutto il contrario, giusto per fare un paragone, di quello che solitamente si legge sugli editoriali del Corriere della sera quando si parla di politica estera.

Si vedano, ad esempio, gli ultimi risultati del FOREIGN POLICY/Center for American Progress Terrorism Index, un indice promosso dalla rivista stessa per giudicare i risultati della politica antiterrorismo degli Stati Uniti attraverso le opinioni di un campione bi-partisan di 100 esperti, gente che ha lavorato per il governo, l’esercito o l’intelligence.

Bene, a quanto pare, l’81 per cento di costoro vede un mondo sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e , il 75 per cento di questi pensa che l’America stia “perdendo la guerra al terrorismo”. L’80 per cento è convinto che nel giro di dieci anni si verificheà un attacco al suolo americano paragonabile all’11 settembre.

Interrogati poi sulle singole priorità, gli esperti sono altrettanto impietosi. L’87 per cento giudica del tutto insufficienti le performance gli Stati Uniti per quanto riguarda la public diplomacy, vale a dire quell’insieme di strumenti e di azioni che servono per “vincere il cuore e le menti” di altre popolazioni, migliorando la percezione dell’America. Quanto all’Iraq, solo il 19 per cento dei rispondenti pensa che quella di inviare più truppe sia una buona idea, mentre il 92 per cento concorda che la gestione dell’Iraq da parte di Bush sia stata insufficiente (il 60 per cento la definisce “la peggiore possibile”).

Una bocciatura impietosa. Che non viene da uno sparuto gruppo di radicali di sinistra. Ma da rispettabili signori di tendenze, nel complesso, moderate su una rivista moderata che non ha paura di offrire ai suoi lettori una visione accurata della realtà.

Democrazia e politica estera: uno spunto

stars-and-stripes.gifThere’s a huge gap between public opinion and public policy. Both political parties are well to the right of the population on a host of major issues

(Noam Chomsky)

Ma in una democrazia chi decide? La domanda, assieme alla considerazione spesso ripetuta da Chomsky (ad esempio, qui) che in genere i governi degli Stati Uniti (democratici o repubblicani) si collocano a destra degli elettori su alcuni temi chiave, mi ritorna in mente quando leggo l’ultimo studio realizzato da WorldPublicOpinion.org.

Scorrendolo, si scopre infatti che, tra la popolazione statunitense, esiste un sostanziale accordo bi-partisan su alcune questioni centrali.

Ad esempio, rivela la ricerca, l’88% dei democratici e il 62% dei repubblicani ritegono che i soldati Usa dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 2008. In percentuali analoghe (72% e 82%) poi, i cittadini Usa pensano che il loro governo dovrebbe sancire chiaramente che non intende stabilire delle basi permanenti nel Paese. Continua a leggere