La mappa delle ideologie della rete

Il Chips&Salsa di oggi (l’ultimo prima della pausa agostana) è interamente occupato da una mappa che ci siamo divertiti a realizzare con Marina e Nicola.

E’ un tentativo – senza pretese di esaustività – di inquadrare teorie, posizioni, invettive, atteggiamenti elaborati in questi anni intorno alla rete.

Un divertissement (soprattutto per noi che l’abbiamo realizzata), certo, ma con un suo fondo serietà.

Quanto alla mia collocazione, direi Cybersoviet. Anche se con un fondo di ottimismo in più.

Insomma, un realista di sinistra con influssi panglossiani.

Della Loggia Web 2.0

Di per sé sarebbe già una notizia: un editoriale in prima pagina del Corriere della sera, a firma di Ernesto della Loggia, nomina YouTube alla terza riga. Non solo. Quasi tutta la prima colonna dell’autorevole commento altro non è che una trascrizione del dialogo avvenuto su un video postato sul sito che vede protagonisti una professoressa “abusata” verbalmente e lo studente abusatore. Con tanto di passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?”.

Non ho accesso all’archivio del Corriere, ma sarebbe interessante scoprire se nella più che secolare storia del giornale, le parole “culo” e “puttana” hanno mai trovato posto in un editoriale di apertura. Ad ogni modo, se c’era ancora bisogno di esempi di come la Rete e le nuove tecnologie possono irrompere nella sfera pubblica di un Paese questo commento del più prestigioso quotidiano italiano arriva come ultima importante conferma. Si discute di un fenomeno (in questo caso, il degrado della scuola e i problemi di comunicazione tra le generazioni) a partire da un documento messo a disposizione del dibattito pubblico su una piattaforma Internet. Il tema irrompe nell’agenda (con tanto di appello al ministro: “si svegli, onorevole Fioroni, si svegli!”) attraverso una canale laterale, molto recente, fino a qualche mese fa ignorato da media tradizionali e alimentato in massima parte dagli utenti. E per di più, forse sull’onda dell’indignazione, si lascia spazio a un lessico inusuale per quello scranno. Continua a leggere

Il Platone di George Bush

loglimes.gifleo-bush-color_thumb.jpgSe chiedete a George W. Bush quale è il filosofo che più lo ha influenzato vi risponderà: Gesù Cristo. Eppure, anche se il presidente non lo sa o non lo vuole dire, c’è un altro pensatore che sui di lui un forte ascendente l’ha avuto e continua ad averlo. Quantomeno attraverso alcune figure chiave della sua amministrazione, il falco Paul Wolfowitz in testa.

Si chiama Leo Strauss, tedesco, ebreo, emigrato in America nel 1939 per sfuggire a Hitler e rimastovi fino al 1973, anno della morte. Dopo una parentesi newyorchese Strauss ha insegnato per 19 anni a Chicago dove ha creato intorno a sé una scuola di allievi così devoti che qualcuno li ha definiti una “setta”.

Ed è riuscito, attraverso questi allievi (i cosiddetti straussiani), nell’impresa sognata da tutti i filosofi dai tempi di Platone: influenzare chi detiene il potere. In questo caso George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti. Continua a leggere

Se gli opinionisti screditano la protesta

Dal momento che i media tradizionali si occupano di alcuni fenomeni quando proprio non possono farne a meno, è solo con gli eventi di Seattle del novembre 1999 che la protesta contro la versione neoliberista della globalizzazione è approdata sui maggiori quotidiani, quando a causa dei suoi successi clamorosi non ha più potuto essere ignorata; e agli opinion maker è toccato dare un’interpretazione del fenomeno che rendesse la contestazione e le sue critiche poco attraenti per l’opinione pubblica (1).  Continua a leggere

Sartori, gli opinionisti e il nemico islamico

Pluralismo, multiculturalismo e estranei (Rizzoli, 2001) di Giovanni Sartori, come afferma l’autore, è un testo teorico che ambisce a dire cose rilevanti per la pratica. È “un libro di teoria della buona società” ma “non è un libro di teoria che è soltanto teoria”; intende, infatti, partire “dai principii” per arrivare “sempre alle loro conseguenze e a cosa ne risulta nei fatti” (9).

Proprio perché non vuole scrivere un libro di sola teoria, Sartori non si limita quindi a parlare in astratto di “estranei” che rifiutano la società pluralistica che li ospita, ma fornisce un esempio concreto soffermandosi su un gruppo in particolare, gli immigrati “islamici”. E sebbene non dica mai esplicitamente che cosa fare riguardo a questi “estranei”, il libro nel suo complesso evoca una soluzione: presentandoli come un gravissimo pericolo per una società sull’orlo della disintegrazione, propone, implicitamente, la loro non integrabilità e ne suggerisce, implicitamente, l’esclusione. Continua a leggere