Dalla rete ai computer (o ai telefonini) e ritorno. Ovvero, un balzo dal virtuale al reale con giravolta a mezz’aria e approdo finale di nuovo nell’universo natio, Internet. Osservato alla luce delle competizioni nell’arena del capitalismo tecnologico del primo scorcio di millennio, il lancio di Nexus One, il cellulare intelligente marchiato Google, assomiglia più alla capriola di un ginnasta che a un salto in lungo. E conferma una volta di più la strategia del motore di ricerca per tenere testa a Microsoft ed Apple. Un’evoluzione aerea ambiziosa, dove punto di partenza e di arrivo coincidono ma dalla quale si esce, almeno così sperano i boss dell’azienda di Mountain View (California), più forti di prima. In mezzo, ci sono i computer, i portatili, ma soprattutto i netbook, i tablet (vedi pezzo sotto) e gli smartphone, ovvero tutti i dispositivi con cui gli utenti si collegano a Internet, specie se in mobilità.
È per loro che Google si è messa a emulare Juri Chechi. Raggiunto il dominio nel web con il primato nelle ricerche e nella pubblicità online, i capi dell’azienda hanno deciso che la rete gli stava stretta. O meglio che per continuare a regnare nel mondo dei link bisognava uscirne temporaneamente e insediarsi nel cuore degli apparati che presiedono all’accesso. Detto fatto, negli ultimi tre anni l’azienda di Sergey Brin e Larry Page si è esibita in una serie di piroette informatiche con lo scopo finale di penetrare negli oggetti che la gente usa per andare online, inseminarli con la propria intelligenza (leggi: software) e fecondarli con logiche che li rendano più adatti all’esperienza virtuale. Continua a leggere




