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12 Ottobre , 2007

Thomas Friedman, la generazione Q e internet

Archiviato in: Editorialisti — Tag:, , — raffaele @ 7:12 pm

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

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