Raffaele Mastrolonardo's

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Il capitalismo 3.0 scopre i commons

In Finanza & Mercati, articoli on 12 Maggio , 2007 at 1:37 pm

testata_fem_180.gifChe il capitalismo vada riformato ormai lo pensano in molti. Non solo gli attivisti del movimento contro la globalizzazione. L’allarme sul riscaldamento della terra ha convinto anche parecchi scettici: ci sono risorse come l’ambiente e la natura che devono essere protette dalle conseguenze del libero dispiegamento degli spiriti animali capitalistici. Facile a dirsi, più difficile da tradurre in pratica. Dopo il fallimento del socialismo reale che ha segnato il Novecento indicare la direzione della riforma non è agevole.

Il liberismo mostra la corda ma il ritorno alla collettivizzazione dei mezzi di produzione è un’opzione decisamente improbabile. Sopravvissuti al comunismo, dobbiamo dunque rassegnarci a morire di laissez-faire? Proprio per evitare questa prospettiva disperante Peter Barnes, imprenditore californiano, ha deciso di lanciare al mondo del business una proposta ardita: passare a una nuova versione del capitalismo, ribattezzata, prendendo a prestito il linguaggio del software, 3.0. Come a dire, un upgrade del sistema operativo che permetta al computer (il nostro pianeta) di continuare a funzionare. Come tutti gli aggiornamenti che si rispettino la versione 3.0 riparerà le falle della release precedente, quel 2.0 che si è dimostrato incapace di risolvere problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse energetiche o la povertà. Read the rest of this entry »

Era un dittatore però…

In Senza Categoria on 15 Dicembre , 2006 at 6:13 pm

…il suo Cile è diventato un modello di successo dal punto di vista economico. Milton Friedman, i Chicago Boys, le liberalizzazioni, etc, etc, etc. Beh, in realtà, afferma Greg Palast, a Pinochet non possiamo attribuire nemmeno questo risultato.

2:50-50:1: la regola della ricchezza ineguale

In Senza Categoria on 6 Dicembre , 2006 at 11:04 am

bob1.jpgIl 2 per cento degli adulti più ricchi del pianeta possiede la metà della ricchezza globale.

La metà più povera degli abitanti del pianeta si deve accontentare dell’1 per cento della ricchezza complessiva.

Per essere nella metà più ricca basta possedere una ricchezza stimata in 2.200 dollari.

Per rientrare nel 10 per cento più abbiente bisogna possedere beni o risparmi per un equivalente di 61 mila dollari.

All’1 per cento appartengono quelli che possiedono una ricchezza pari a 500 mila dollari (circa 37 milioni di persone)

I dati vengono da uno studio di un istituto di ricerca dell’Onu.

Ne parlano il Financial Times e la Bbc

Salari e sindacati, le preoccupazioni del business

In Senza Categoria on 12 Novembre , 2006 at 1:29 pm

storyinternetlabor.jpgI democratici conquistano la Camera e il Senato e il mondo del business comincia a preoccuparsi. Dopo un decennio abbondante di profitti in ascesa senza corrispondenti aumenti dei salari, la vittoria al Congresso di un partito , almeno sulla carta, più favorevole ai sindacati spinge le testate economiche più importanti ad interrogarsi sul prossimo futuro del rapporto capitale-lavoro.

Dietro queste riflessioni la preoccupazione, alimentata dal successo delle battaglie sull’innalzamento del salario minimo, che ci possa essere un’inversione di rotta. Comincia BusinessWeek con un servizio significativamente intitolato “The return of workers’ rights?”. Risponde l’Economist con un articolo [a pagamento] su Sarah Horowitz, giovane sindacalista, fondatrice della Freelancers Union, dedicata alla protezione del mondo dei lavoratori mobili, autonomi e precari (37 mila membri nello stato di New York). Al settimanale inglese questa attivista moderna e dinamica, che applica alcuni principi presi dal business alla tutela dei lavoratori sembra piacere molto. Tanto da definirla una “imprenditrice sociale”, una tipa così moderna da applicare “lo spirito innovativo e la disciplina di business di una start-up della Silicon Valley per risovere i più spinosi problemi della società”.

A rassicurare il modo degli affari ci pensa però Patrick Cockburn, codirettore della newsletter radicale Counterpunch, in un’ intervista (online, ahinoi, solo per i prossimi 7 giorni) a Marco D’Eramo sul manifesto di ieri. Sui Democratici al Congresso Cockburn non si fa illusioni: “… porteranno il salario minimo a 7,55 dollari, che comunque è ridicolo: se adesso al vicino di casa adolescente offri 7 dollari l’ora per tagliare l’erba del tuo prato ti sputa in un occhio. Le lavoratrici immigrate clandestinamente dal Messico percepiscono un salario di 15 dollari l’ora per fare le collaboratrici domestiche”.

Salari minimi

In Senza Categoria on 8 Novembre , 2006 at 8:38 pm

Nel martedì elettorale americano (che ha già portato alle dimissioni di Rumsfeld) in alcuni stati si è votato anche per alzare il salario minimo. E, stando alle proiezioni, in 6 di questi la misura sarebbe passata. Lo segnala, ovviamente, Barbara Ehrenreich.

Il microcredito non è…

In Senza Categoria on 17 Ottobre , 2006 at 5:43 pm

… la formula magica per vincere la povertà. Lo afferma, con tutto il rispetto dovuto a Muhammad Yunus, appena insignito del Premio Nobel per la pace, Walden Bello (via AngryArab). E’ un’ottima strategia di sopravvivenza ma non può sostituire investimenti statali in infrastrutture e la riduzione delle diseguaglianze, soprattutto nella distribuzione della terra.

Con buona pace di Paul Wolfowitz e della Banca Mondiale che, secondo Bello, sembrano considerare sempre di più il microcredito come una sorta di rete di protezione per le loro fallimentari politiche di riduzione della miseria.

In other words, microcredit is a great tool as a survival strategy, but it is not the key to development, which involves not only massive capital-intensive, state-directed investments to build industries but also an assault on the structures of inequality such as concentrated land ownership that systematically deprive the poor of resources to escape poverty.

Povertà tricolore

In Senza Categoria on 12 Ottobre , 2006 at 4:32 pm

Parlando di paghe da fame in giorni di finanziarie più o meno redistributive, capita a fagiuolo la notizia riportata oggi da Repubblica e anche dal manifesto (sarà disponibile online da domani, come di consueto) sulla povertà relativa in Italia. Secondo l’Istat la povertà relativa nel nostro Paese è ferma all’11,5 per cento delle famiglie: non cresce e non diminuisce.

Tuttavia, è sconvolgente apprendere che se si scende al Sud il tasso sale al 25 per cento! 27 per cento in Campania, 33 per cento in Sicilia, ad esempio. Tanto per fare un confronto, la povertà relativa in in Emilia Romagna è del 2,5 per cento.

Ecco, mi piacerebbe tanto assai che qualcuno scrivesse una versione italiana del libro della Ehrenreich. Certo, quel rigore e quella capacità di raccontare sono rari. Ma perché non provarci?

10 anni di paghe da fame

In Senza Categoria on 12 Ottobre , 2006 at 9:19 am

Tanto per uscire un po’ dalla faticosa (almeno per me) vicenda cazzate (su cui, inevitabilmente, ritornerò nei prossimi giorni), parlo d’altro. Se qualcuno mi chiedesse quale è il mio saggio preferito degli utlimi anni probabilmente risponderei Riti di sangue di Barbara Ehrenreich, un meravigioso libro che va alla ricerca delle origini biologiche, culturali e sociali della guerra.

Se poi la stessa persona mi domandasse quale è il mio secondo saggio preferito risponderei Una paga da fame, sempre della Ehrenreich, che per un anno si è travestita da cameriera, donna delle pulizie, impiegata di Wal Mart per raccontare come è la vita di chi sbarca il lunario con salario minimo e doppi lavori.

Beh, oggi scopro sul blog di Barbara che  sono dieci anni che il libro è nella classifica dei best seller del New York Times. Per celebrare l’anniversario la Ehrenreich pubblica una serie di Faq che chi ha amato il testo non può proprio perdere. Dalle difficoltà di vivere una vita non sua ai rapporti con i colleghi del periodo fino alla destinazione dei soldi guadagnati con l’inaspettato successo.

Italians lack confidence, innovation: Report

In OhMyNews, articoli, english on 31 Maggio , 2005 at 6:50 pm

title_english.gifItalians did not have to wait until May 25 to know what they have felt for months. But now they can back up their feelings with the rigorous statistical data provided by the Italian National Statistics Institute (ISTAT)’s Annual Report released last Wednesday.

It’s a somber picture painted by the Italian statistical bureau: a country experiencing “enduring stagnation” whose “public administrators, entrepreneurs and citizens” were not able to find “measures aimed at eliminating weak points and appreciating strong points.”

Such a situation comes as no surprise as the latest confidence index by research institute ISAE fell to 84.2, the lowest since November 2001, as Bloomberg reported May 25, another sign of the “air of distrust” mentioned in the report.

On the macroeconomic front ISTAT confirms what the Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) and other international organizations have been repeating: Italy is unable to keep up with the rest of Europe. Between 1995 and 2004, Italy experienced slower growth than her neighbors –1.6 percent per year compared to a less-than-excellent 2.2 percent for the EU.

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Italy faces an economic nightmare

In OhMyNews, articoli, english on 20 Gennaio , 2005 at 6:57 pm

title_english.gifROME (Italy) — Three pieces of bad economic news in six days are hard for many prime ministers to take. It is even harder if you are a battered premier who was forced to briefly resign last month after a poor performance by your coalition in regional elections. But if your name is Silvio Berlusconi and you were elected after promising Italians a miracle, it is perhaps too much to absorb.

Let’s recall what happened. On May 12 preliminary data released by the statistics office ISTAT said Italy’s gross domestic product (GDP) shrank 0.5 percent in the first quarter of 2005. That makes two quarters in a row, since Italian GDP shrank by 0.4 percent in the fourth quarter of 2004.

On May 17 Domenico Siniscalco, Italy’s economy minister, says the government is ready to cut the country’s 2005 economic growth, adding that the deficit could violate European Union limits and implicitly admitting government’s forecasts were overly optimistic.

The next day, the OECD publishes its latest economic survey of Italy asking for “further structural measures” in order to “reach budget targets in 2005.” The organization “projects further falls in 2005 and 2006 on the basis of announced policy measures, with the public-sector deficit exceeding 3 percent of GDP in 2005, more so in 2006.”

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L’ideologia del modello americano

In Saggi, articoli, gli argomenti umani on 12 Luglio , 2001 at 12:41 pm

2507668-travel_picture-where_the_stars_and_stripes_and_the_eagles_fly.jpg(Da gli argomenti umani, n. 6/7, giugno/luglio 2001)

Il confronto tra gli Stati Uniti e l’Europa è diventato in questi ultimi anni un topos con cui editorialisti, economisti, imprenditori, politici e grandi istituzioni internazionali hanno cercato di giustificare e promuovere determinate trasformazioni della società europea. In questo confronto da una parte sono esaltati gli Stati Uniti e quelli che vengono individuati come i fattori del loro successo economico, dall’altra sono criticati ritardi e debolezze dell’Europa, attribuiti ad un welfare dispendioso, all’eccessiva spesa per le pensioni e ad una vaga mancanza di flessibilità. Sulla base di questa rappresentazione della realtà, all’Europa è così raccomandato un programma di tagli, privatizzazioni, flessibilità e riforme.

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