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	<title>Articoli &#38; Commenti</title>
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	<description>il blog di Raffaele Mastrolonardo</description>
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		<title>Articoli &#38; Commenti</title>
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		<title>Le tecno-illusioni dei liberali dell&#8217;iPod</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 09:19:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-498" style="margin:5px;" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=173&#038;h=27" alt="" width="173" height="27" /></a>Eserciti di blogger al soldo di governi repressivi. Facebook e Twitter come immensi database di informazioni personali ad uso dei dittatori. Una rete che diventa sempre più terreno di manipolazione dall&#8217;alto fino a trasformarsi in una piattaforma di indottrinamento, una <strong>«Spinternet»</strong> (crasi tra spin, l&#8217;arte della propaganda in inglese, e internet). Se a questo quadro si aggiunge l&#8217;acritica tendenza dei media occidentali a esaltare sempre e comunque il web come strumento di democrazia, non c&#8217;è molto da stare allegri. Eppure <strong>Evgney Morozov,</strong> studioso del rapporto tra internet e politica e autore di questo quadro fosco, difficilmente perde il buon umore e il gusto della provocazione.</p>
<p>Nel luglio scorso, di fronte alla platea di tecnofili che affollava l&#8217;edizione europea della prestigiosa TED Conference, <a href="http://www.ted.com/talks/evgeny_morozov_is_the_internet_what_orwell_feared.html">si è divertito</a> a prendere in giro il <strong>«liberalismo dell&#8217;iPod»</strong>, ovvero l&#8217;idea che basta riempire un Paese di connessioni internet e gadget e la democrazia seguirà. Nato in Bielorussia, Morozov svolge attività di ricerca presso l&#8217;Università di Georgetown a Washington. Ma soprattutto cura il blog <a href="http://neteffect.foreignpolicy.com">NetEffect</a>, ospitato dal sito della rivista <a href="http://www.foreignpolicy.com/">Foreign Policy</a>, in cui libera il suo ironico realismo ogni qualvolta sente odore di illusioni cyber-utopiste. A cominciare dal caso più clamoroso degli ultimi tempi, la rivoluzione verde iraniana. «Il ruolo di Twitter è stato ampiamente esagerato», spiega al manifesto con cui ha accettato di condividere le sue analisi sull&#8217;evoluzione delle tecniche di propaganda governativa in rete. «Prima delle elezioni in Iran gli utenti del servizio erano solo 20 mila e molti di questi erano iraniani che stavano fuori dal Paese».</p>
<p><strong>Vuol dire che Twitter non serve come strumento di azione politica?</strong><br />
E&#8217; una questione di mezzi e obiettivi. Se devi informare 5 mila persone istantaneamente Twitter è lo strumento giusto. Sono più scettico sul fatto che serva per organizzare proteste, soprattutto perché è una piattaforma aperta che può essere letta da chiunque, anche dal governo. Fino ad ora non ho trovato alcuna evidenza che le rivolte iraniane siano state gestite via Twitter. Dietro c&#8217;era una struttura. Gli entourage di Mousavi e di Karroubi son ben consapevoli di come si organizza e coordina una dimostrazione. La mia sensazione è che si riunivano, si organizzavano, pubblicavano informazioni sui loro siti e infine, ma solo alla fine, arrivava Twitter. E&#8217; un quadro molto diverso da quello, raccontato in occidente: gruppi spontanei di iraniani che scendevano in piazza dopo avere discusso le azioni sui media sociali online.</p>
<p><strong>Ma perché i media occidentali sempre pronti a celebrare il ruolo democratizzante della rete?</strong><br />
Internet è un medium molto visibile e dunque è facile estendere singoli casi di successo alla società intera. Vediamo un gruppo di giovani studenti iraniani che usano Twitter e tendiamo a pensare che questo valga per tutti i giovani del Paese dimenticando che si tratta di una società complessa. Per i media occidentali raccontare storie di questo tipo è come raccontare il secondo tempo della caduta del muro di Berlino. Si pensa al ruolo che allora hanno avuto i fax e le fotocopiatrici nel disseminare informazioni e aiutare la gente a mobilitarsi e si pensa lo stesso della rete. Ma, a differenza di fax e fotocopiatrici, internet può fare tante altre cose ed essere usata in vari modi: per esempio per migliorare la propria carriera, per sfuggire ad un ambiente familiare o religioso oppressivo, o semplicemente per svago. Non tutti la usano a fini politici. Anche perché può aiutare i governi a individuare i dissidenti e restringere il dissenso&#8230;.<span id="more-799"></span></p>
<p><strong>Vuol dire il carattere aperto di internet la rende poco funzionale in una rivoluzione?</strong><br />
Non dubito che internet possa essere utile, ma è chiaro che nell’organizzare un evento si lasciano anche molte tracce che, per esempio, possono essere usate dalle autorità per scovare legami tra dissidenti e gruppi esteri. Tehran può controllare quali attivisti e quali gruppi stranieri hanno contattato cittadini iraniani. Anche quando questi non hanno risposto a un messaggio su Twitter o Facebook il solo fatto che qualcuno negli Usa li abbia raggiunti è abbastanza perché le autorità denuncino un complotto occidentale. Queste piattaforme offrono alle autorità informazioni che un tempo i servizi segreti facevano molta fatica a reperire. Per capire chi erano le persone nella tua agenda ci volevano anni, ora basta guardare su Facebook e su Twitter.</p>
<p><strong>Un altro fenomeno che lei descrive è la cosiddetta «Spinternet», ovvero la presenza occulta della propaganda governativa in rete.<br />
</strong>C&#8217;è stato un radicale cambiamento nel modo in cui i governi autoritari esercitano il controllo in rete. Fino a qualche anno fa le soluzioni più frequenti erano la censura e i filtri. Con la crescita dei blog e degli strumenti che permettono a tutti di pubblicare è diventato impossibile controllare la diffusione dei contenuti sgraditi. Quando viene chiesta la rimozione di un post basta che il blogger attivi la sua cerchia di amici e questo verrà ripreso e ripubblicato altrove. I governi autoritari hanno capito il meccanismo e cominciato ad adottare tecniche più sofisticate.</p>
<p><strong>Per esempio?</strong><br />
Diffamano il blogger, lo screditano dal punto di vista personale, lo accusano di avere complicità con servizi segreti stranieri, minano la sua credibilità personale e professionale. E&#8217; un sistema più efficace. L&#8217;obiettivo è seminare dubbi tra quella parte dell&#8217;opinione pubblica digitale che non ha ancora preso posizioni nette sulle questioni. Ma c&#8217;è di più: Russia, Cina e Iran hanno cominciato a mettere insieme eserciti di blogger e commentatori online. Lo scorso anno le forze Basij iraniane hanno annunciato che avrebbero creato un battaglione di 10 mila blogger.</p>
<p><strong>Ma, in ultima analisi, quanto sono efficaci questi blogger al servizio del governo?</strong><br />
Dipende. Anche se 10 mila blogger producessero 100 mila post non è detto che riuscirebbero ad avere l&#8217;influenza sperata. Nella blogosfera per avere attenzione devi essere brillante e provocatorio. Il governo cinese è più sofisticato. Ha assoldato dei blogger, il cosiddetto «Esercito dei 50 centesimi», che interviene nelle discussioni già in corso. Non pretende di crearle dal nulla, si limita ad indirizzarle e deviarle. Hanno imparato dalle aziende americane che fanno «astroturfing»,: pagano blogger o gruppi fintamente indipendenti per scrivere cose favorevoli. Ma anche in Iran provano soluzioni diverse. A Qom, la città iraniana che ospita i più autorevoli centri di studio dell&#8217;Islam sciita, il clero organizza seminari per blogger dal 2006: cercano di indottrinare le persone, di instillare delle regole prima che diventino parte attiva della blogosfera.</p>
<p><strong>Il mensile Wired ha proposto di dare il premio Nobel per la pace a Internet. Cosa ne pensa?</strong><br />
Trovo l&#8217;idea del Nobel per la Pace a Internet ancora più atroce che darlo a Obama. É determinismo tecnologico allo stato puro. Secondo lo stesso metro dovremmo darlo alla Tv (dopo tutto alcune persone la guardano per imparare). Internet non ha solo lati oscuri, certo, ma questo premio sarebbe prematuro e puerile. Invece di impegnarci in una simile campagna dovremmo studiare bene l&#8217;impatto della rete sulla memoria, l&#8217;apprendimento,la privacy, la formazione del carattere. Wired sembra avere già risposto in modo positivo a tutte queste domande. O forse non se le è nemmeno poste.</p>
<p><strong>Raffaele Mastrolonardo</strong></p>
<p><em>Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 5 dicembre 2009</em></p>
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		<title>Il guru di Internet che scopre la gratuità</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 13:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
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		<category><![CDATA[Chris Anderson]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel regno dell&#8217;abbondanza le merci digitali hanno costi di produzione che tendono a zero. Così nel web la gratuità tende a diventare la norma e non l&#8217;eccezione. È la tesi che lo studioso e direttore di «Wired» Chris Anderson propone in «Gratis», il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><a href="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-498" style="margin:5px;" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=179&#038;h=28" alt="" width="179" height="28" /></a>Nel regno dell&#8217;abbondanza le merci digitali hanno costi di produzione che tendono a zero. Così nel web la gratuità tende a diventare la norma e non l&#8217;eccezione. È la tesi che lo studioso e direttore di «Wired» Chris Anderson propone in «Gratis», il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli<br />
</em><br />
C&#8217;è l&#8217;economia della scarsità fisica, quella in cui gli esseri umani hanno trascorso la gran parte della loro storia. E poi c&#8217;è quella dell&#8217;<strong>abbondanza digitale</strong> nella quale abbiamo cominciato a vivere solo da qualche anno. La prima funziona seguendo la teoria economica classica; la seconda si muove secondo regole in gran parte ancora da scrivere che poco hanno a che fare con i testi sacri della «scienza triste». Per capire lo scarto basta andare in edicola, sfogliare quintali di carta pieni di informazioni a pagamento e poi farsi un giro online per trovare la stessa informazione (e anche di più), solo gratis.</p>
<p>La differenza non è da poco e non è casuale. È anzi la caratteristica distintiva della «rivoluzione» innescata dalla rete che trasforma tutto quello che può in bit, immateriali e facili da trasportare, e rende abbondanti beni che prima erano scarsi. A pensarla così, fra gli altri, è Chris Anderson, direttore del mensile <em>Wired</em> e acclamato guru della rete, sbarcato in Italia con la sua ultima fatica, <em>Gratis</em> (Rizzoli, 19,50 euro). Nel precedente e fortunato saggio, La <strong>coda lunga</strong>, raccontava come cambia il business nell&#8217;era dell&#8217;abbondanza immateriale quando, senza le costrizioni dello spazio e degli scaffali fisici, prodotti che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli di massa.</p>
<p>In Gratis Anderson fa un passo ulteriore. Il futuro della maggior parte dei beni digitali, dice, è marchiato da una sola cifra: lo zero. Il cuore dell&#8217;argomento del nuovo libro è puro materialismo tecnologico. A portarci nel regno della gratuità saranno quei processi in virtù dei quali il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l&#8217;architrave di ogni erogazione di servizi web, si dimezza in un periodo compreso <strong>tra i 9 e i 18 mesi</strong>. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero e le aziende più aggressive si comportano di conseguenza, dando via beni digitali senza chiedere nulla in cambio&#8230;<span id="more-793"></span></p>
<p>Chi fino a ieri prosperava su quello che è destinato a perdere valore non deve però preoccuparsi. Basta seguire i consigli del libro e andare a caccia di quella che l&#8217;autore definisce <strong>«scarsità adiacente»</strong>. Ovvero: non chiedere soldi online per quello che prima o poi qualcun altro regalerà ma trova una fonte di remunerazione collegata. In una parola, freemium: «con una mano dona e con l&#8217;altra fatti pagare».</p>
<p>Più facile a dirsi che a farsi, ma qualcuno lo fa. Google, per esempio, fattura miliardi con la pubblicità online e offre gratis YouTube, Google News e il servizio di posta elettronica Gmail. Flickr, sito di condivisione di foto, è gratis per tutti tranne per quei pochi che sono disposti a spendere per funzionalità aggiuntive. La prestigiosa <strong>conferenza «Ted»</strong>, invece, aumenta la sua popolarità pubblicando gratuitamente i video dei relatori sul web e chiede migliaia di dollari per assistere dal vivo ai convegni e godere del privilegio di conversazioni interessanti nei corridoi.</p>
<p>Pochi sanno<strong> impacchettare</strong> le idee con la maestria del direttore di Wired e del suo staff di editor. Gratis tiene in perfetto equilibrio teoria (vedi le riflessioni sulla strategia di massimizzazione della distribuzione di Google) ed esempi pratici (le band di tecnobrega, genere musicale brasiliano, che accettano la vendita sottocosto dei loro cd nelle strade considerandola pubblicità per le performance dal vivo). Alterna con sapienza storie individuali (King Gillette che fa fortuna vendendo sotto costo rasoi e guadagnando sulle lamette) ed excursus storici sul concetto di «zero», dai babilonesi fino ai giorni nostri.</p>
<p>Tutto così perfetto e ben congegnato da far venire il sospetto che Anderson abbia preferito evitare qualsiasi brutta notizia per non sporcare la confezione ottimista del pacchetto editoriale. Eppure la logica del processo brillantemente descritta lascia più di un dubbio sul <strong>futuro radioso promesso</strong>.</p>
<p>Come ha spiegato <strong>Yochai Benkler</strong>, studioso di Harvard, i bassi costi della distribuzione in rete e la facilità della comunicazione online hanno aperto le porte di svariati campi a milioni di individui animati da motivazioni non pecuniarie (dalla passione al divertimento). Risultato: grazie a Internet una serie di domini che fino a ieri erano solo «economici» oggi sono anche «sociali», come la realizzazione di un enciclopedia (Wikipedia), la produzione di software (l&#8217;open source), l&#8217;informazione (blog e siti dal basso).</p>
<p>E allora, hai voglia di elencare in appendice 50 modelli di business disponibili, stilare liste di «tattiche» e di «regole» per sfruttare le opportunità aperte della gratuità portata dai bit. Il punto, alla fine, è che comunque la si giri, in molti settori lo<strong> spazio dell&#8217;azione meramente economica si restringe</strong>, si amplia quello non monetario e la torta dei profitti esce dal forno digitale più piccola.</p>
<p>Gratis si ferma un passo prima di trarre queste conseguenze e indagarle. Peccato. Forse è la preoccupazione di non disturbare troppo l&#8217;umore di uomini d&#8217;affari già disorientati dall&#8217;avanzata del digitale. O forse la resistenza ad ammettere che, in fondo, quella dell&#8217;abbondanza non è proprio una vera economia. E che definirla così è solo l&#8217;estremo tentativo di infilare a forza la logica del <strong>«nudo e freddo pagamento in contanti»</strong> (per dirla con Marx) in spazi dove questo non è più la motivazione sovrana dell&#8217;azione degli individui.</p>
<p><strong>Raffaele Mastrolonardo</strong></p>
<p><em>Artico﻿﻿lo pubblicato originariamente su il manifesto del 20 novembre 2009</em></p>
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		<title>L&#8217;Europa? Non è unita nemmeno sul web</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 11:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere della sera.it]]></category>
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		<description><![CDATA[Una mappa fotografa la discussione politica europea online. Ancora pochi i contatti tra le varie comunità. Italia la più isolata
BARCELLONA &#8211; L&#8217;Europa sarà anche unita a livello istituzionale, ma per quanto riguarda la percezione politica dei cittadini, c&#8217;è ancora molto lavoro da fare. Nella realtà, ma anche sul web. Almeno questo è il verdetto emesso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=790&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><em><a href="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-538" style="margin:5px;" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=174&#038;h=22" alt="" width="174" height="22" /></a>Una mappa fotografa la discussione politica europea online. Ancora pochi i contatti tra le varie comunità. Italia la più isolata</em></p>
<p><strong>BARCELLONA &#8211; </strong>L&#8217;Europa sarà anche unita a livello istituzionale, ma per quanto riguarda la percezione politica dei cittadini, c&#8217;è ancora molto lavoro da fare. Nella realtà, ma anche sul web. Almeno questo è il verdetto emesso da una ricerca condotta su un campione selezionato di 10 mila siti politici in Francia, Germania, Italia e Olanda. Il risultato dell&#8217;<a rel="nofollow" href="http://us.linkfluence.net/blog/2009/11/20/first-map-of-the-eurosphere/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">indagine</span></a>, realizzata da linkfluence, azienda specializzata in ricerche di mercato sui media sociali, è una mappa che fotografa le comunità politiche sul web del continente costruita analizzando la rete di collegamenti tra i vari siti.</p>
<p><strong>UNITI MA DIVISI -</strong> Il quadro che emerge descrive un dibattito politico sull’Europa che continua a crescere, ma riproduce sul web i tradizionali confini fisici. Le aggregazioni di siti si compongono seguendo linee linguistiche, con poche intersezioni tra le varie comunità, che continuano, per lo più, a parlare a se stesse: i francesi con i francesi, i tedeschi con i tedeschi. Nella generale tendenza alla separazione, la sorpresa viene proprio dai soggetti che non ti aspetti, i gruppi di euroscettici, quelli che, per ideologia, sembrerebbero meno inclini alla contaminazione. E invece, secondo la ricerca, sono proprio i siti e i blog che esprimono posizioni contro l&#8217;Unione europea ad avere maggiori legami transnazionali attraverso reti parallele a quelle degli altri gruppi.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_novembre_20/europa-web-disunita_80375ac8-d5dd-11de-a0b">Continua a leggere qui</a></p>
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		<title>La rete? Attendere prego</title>
		<link>http://mastroblog.wordpress.com/2009/11/06/la-rete-attendere-prego/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 11:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[banda larga]]></category>
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		<category><![CDATA[piano romani]]></category>

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		<description><![CDATA[Berlusconi blocca gli investimenti per lo sviluppo della banda larga
Scusate tanto, avevamo scherzato. Dopo mesi di rinvii, tentennamenti, dichiarazioni imbarazzate e rassicurazioni poco credibili, finalmente l&#8217;ammissione: i soldi promessi dal governo nel giugno scorso per lo sviluppo della banda larga nel nostro Paese non arriveranno. Con tanti saluti  all&#8217;obiettivo di garantire una connessione da 2 [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=784&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Berlusconi blocca gli investimenti per lo sviluppo della banda larga</em></p>
<p>Scusate tanto<img class="alignright size-full wp-image-498" style="margin:5px;" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=161&#038;h=25" alt="manifesto" width="161" height="25" />, avevamo scherzato. Dopo mesi di rinvii, tentennamenti, dichiarazioni imbarazzate e rassicurazioni poco credibili, finalmente l&#8217;ammissione: <strong>i soldi promessi</strong> dal governo nel giugno scorso per lo sviluppo della banda larga nel nostro Paese non arriveranno. Con tanti saluti  all&#8217;obiettivo di garantire una connessione da 2 megabit al secondo a tutti gli italiani entro il 2012.</p>
<p>A togliere ogni dubbio residuo è stato <strong>Gianni Letta in persona</strong>: gli 800 milioni che l&#8217;esecutivo aveva stanziato a giugno nell&#8217;ambito del cosiddetto “Piano Romani” (dal viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani) sono rimandati a data da destinarsi. «Lo stanziamento – ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – era stato previsto prima dell&#8217;avvento della crisi». Dopodiché il governo «ha dovuto riconsiderare le cose dando la precedenza a questioni come gli ammortizzatori sociali».</p>
<p>I soldi – ha precisato Letta – arriveranno «una volta usciti dalla crisi». Un orizzonte temporale che mette la parola fine ad un “giallo” che sempre più appariva come un <strong>segreto di Pulcinella</strong>. Tra gli addetti ai lavori, infatti, lo scetticismo serpeggiava da tempo. «Purtroppo lo prevedevo», è stato il commento del presidente dell&#8217;Autorità per le garanzie nelle comunicazioni <strong>Corrado Calabrò</strong>.</p>
<p>A fugare le perplessità del numero uno dell&#8217;Agcom non erano evidentemente bastate le dichiarazioni del ministro per la Pubblica amministrazione e l&#8217;innovazione <strong>Renato Brunetta</strong> che poco più due settimane fa scommetteva su una svolta positiva a breve: «Il piano è già pronto. Ho parlato con il viceministro Paolo Romani. E&#8217; un problema di investimenti, ma manca ormai solo l&#8217;ultima spinta. Nell&#8217;arco di ottobre-novembre possiamo avere il via libera dal Cipe», <a href="http://it.reuters.com/article/internetNews/idITMIE59H07A20091018">aveva detto</a>.</p>
<p>Bisognerà, invece, aspettare tempi economici migliori. Contattato dal manifesto ilministro Brunetta ha declinato ogni commento. Ma certo la notizia non deve avergli fatto piacere visto che gli 800 milioni previsti erano un puntello importante per il suo <strong>piano di e-government</strong> che prevede una pubblica amministrazione più digitale e informatizzata&#8230;.<span id="more-784"></span></p>
<p>Anche quei <strong>7,5 milioni di italiani</strong> che si devono accontentare di obsolete connessioni inferiori a 1 megabit al secondo hanno poco da rallegrarsi. A loro non resta che sperare, ancor più di prima, che la crisi passi presto. Mentre l&#8217;Italia sembra condannata a rimanere in quella mediocrità digitale nella quale la fotografano le ricerche internazionali. Secondo il recente Broadband Quality Index, <a href="http://www.blogcatalog.com/search.frame.php?term=broadband+quality+index&amp;id=2a47d5cbe3e4bb0de2591191362ab21b">studio </a>condotto dalle Università di Oxford e Oviedo, il nostro Paese si colloca al 38simo posto (su 66 stati analizzati) per la qualità delle connessioni Internet. Un risultato che consente agli abitanti dello stivale di utilizzare in modo appena adeguato i servizi web odierni ma impedirà, dice lo studio, di sfruttare le applicazioni che popoleranno l&#8217;universo online di qui a 5 anni.</p>
<p>E proprio il futuro è la prima vittima dell&#8217;annuncio di Letta. Il “Piano Romani” era già di per sé figlio dell&#8217;opzione meno ambiziosa tra quelle proposte nel <strong>“Rapporto Caio”</strong>, l&#8217;indagine che Francesco Caio ha realizzato per conto dell&#8217;esecutivo. Il governo rinunciava a una stratega di sviluppo di reti di nuova generazione capaci portare nelle case di tutti gli italiani connessioni da almeno 50 megabit al secondo per concentrarsi su un obiettivo più limitato: 2 megabit al secondo per tutti entro 2 anni. Ora, anche questa ipotesi minima subisce uno stop. Solo dopo la crisi, dice Letta, «si potrà riprendere l&#8217;ordine delle priorità».</p>
<p>Posizione discutibile visto che altrove l&#8217;innovazione delle reti è vista come un&#8217;opportunità proprio per uscire dalla recessione. Due giorni fa il ministro delle comunicazioni svedese <strong>Asa Torstensson</strong> ha annunciato che il governo <a href="http://www.pcpro.co.uk/news/broadband/353062/swedish-plans-leave-digital-britain-trailing">varerà un piano</a> per portare connessioni da 100 megabit al secondo al 90% della popolazione entro il 2020 (il 40% nel 2015). «Gran parte della futura crescita economica &#8211; ha spiegato &#8211; dipenderà dalla rete». Ancora più radicale la Finlandia che a metà ottobre, in piena crisi, dunque, ha sancito il diritto alla banda larga: per legge, entro il 2010 tutti i finlandesi dovranno poter andare in rete alla velocità di <a href="http://yle.fi/uutiset/news/2009/10/1mb_broadband_access_becomes_legal_right_1080940.html?origin=rss">almeno 1 megabit al secondo</a>, che diventeranno 100 nel 2015.</p>
<p><strong>Raffaele Mastrolonardo</strong></p>
<p><em>Articolo pubblicato su il manifesto de il 6 novembre 2009</em></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mastroblog.wordpress.com/784/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mastroblog.wordpress.com/784/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mastroblog.wordpress.com/784/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mastroblog.wordpress.com/784/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mastroblog.wordpress.com/784/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mastroblog.wordpress.com/784/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mastroblog.wordpress.com/784/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mastroblog.wordpress.com/784/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mastroblog.wordpress.com/784/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mastroblog.wordpress.com/784/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=784&subd=mastroblog&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>I neuroni delle celebrità</title>
		<link>http://mastroblog.wordpress.com/2009/07/27/i-neuroni-delle-celebrita/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:49:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel nostro cervello alcuni gruppi di neuroni si attivano in relazione al «richiamo» dei personaggi famosi
MILANO - Nel cervello di molti americani c&#8217;è il neurone di Oprah Winfrey e quello di Halle Berry. Nella materia grigia degli italiani, chissà, saranno probabilmente presenti neuroni dedicati a Belen Rodriguez, Sabrina Ferilli, Raoul Bova (più probabile nelle donne) [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=780&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Nel nostro cervello alcuni gruppi di neuroni si attivano in relazione al «richiamo» dei personaggi famosi</em></p>
<p><strong>MILANO -</strong> Nel cervello di molti americani c&#8217;è il neurone di Opr<img class="alignright size-full wp-image-538" style="margin:5px;" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=187&#038;h=24" alt="logo_home_corriere" width="187" height="24" />ah Winfrey e quello di Halle Berry. Nella materia grigia degli italiani, chissà, saranno probabilmente presenti neuroni dedicati a Belen Rodriguez, Sabrina Ferilli, Raoul Bova (più probabile nelle donne) e, fra i meno giovani, Sofia Loren. Potenza della celebrità e o stranezza della natura umana? Difficile a dirsi, fatto sta che, a quanto pare, i protagonisti del mondo dello spettacolo hanno la capacità di penetrare molto in profondità nel nostro cervello e di rimanerci. Tanto che alla loro immagine o al loro nome tende ad associarsi l&#8217;attività di specifiche aree cerebrali.</p>
<p><strong>CELEBRITÀ CEREBRALI -</strong> A dirlo è un esperimento condotto da un team di neuroscienziati dell&#8217;Università di Leicester in Gran Bretagna che non ha nessuna pretesa di indagare le conseguenze neurologiche della cultura ossessionata dalle celebrità nella quale viviamo. Obiettivo dello studio era capire in che modo il suono o l&#8217;immagine di una determinata persona sono in grado di stimolare nel cervello un concetto astratto riferito ad esse e quindi capire meglio come funziona la nostra memoria. A questo scopo gli scienziati inglesi hanno studiato le reazioni di sette pazienti affetti da epilessia ai quali erano stati impiantati degli elettrodi nel cervello. Nel corso dello studio, ai pazienti sono state mostrate le immagini di celebrità, monumenti e luoghi famosi. Il risultato è che determinati neuroni, particolarmente nell&#8217;ippocampo, si sono accesi in relazioni a specifici concetti, persone o edifici che fossero. «È importante avere neuroni in grado di fare questo. È così che registriamo i ricordi», ha spiegato al sito del <a rel="nofollow" href="http://www.newscientist.com/article/dn17508-oprah-neuron-hints-at-nature-of-memory.html" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">New Scientist</span></a> Quian Quiroga, autore della ricerca.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_luglio_24/neurone_star_63f86b82-7853-11de-96fb-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mastroblog.wordpress.com/780/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mastroblog.wordpress.com/780/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mastroblog.wordpress.com/780/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mastroblog.wordpress.com/780/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mastroblog.wordpress.com/780/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mastroblog.wordpress.com/780/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mastroblog.wordpress.com/780/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mastroblog.wordpress.com/780/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mastroblog.wordpress.com/780/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mastroblog.wordpress.com/780/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=780&subd=mastroblog&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Attenti alle nuvole</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:44:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
				<category><![CDATA[VisionPost]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[Un editoriale del New York Times mette in guardia da rischi del cloud computing, la tendenza a trasferire le applicazioni fuori dal Pc e dentro la rete. A rischio privacy e innovazione.
Attenzione alle nuvole. Non quelle fisiche che portano pioggia ma quelle virtuali che ospitano una parte sempre più grande della nostra vita online man [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=776&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Un</em><em> editoriale del New York Times mette in guardia da rischi del cloud computing, la tendenza a trasfe</em><em>rire le applicazioni fuori dal </em><em>Pc e dentro la rete. A rischio privacy e innovazione.</em></p>
<p>At<em><img class="alignright size-full wp-image-524" style="margin:5px;" title="visionpost" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/visionpost.jpg?w=181&#038;h=52" alt="visionpost" width="181" height="52" /></em>tenzione alle nuvole. Non quelle fisiche che portano pioggia ma quelle virtuali che ospitano una parte sempre più grande della nostra vita online man mano che le aplicazioni escono dal Pc per essere utilizzate direttamente dal web. Saranno anche belli e seducenti questi addensamenti di bit ma portano con sé rischi consistenti. A dirlo è<strong> Joanathan Zittrain</strong>, membro del prestigioso <a href="http://cyber.law.harvard.edu/" target="_blank">Berkman Center for Internet &amp; Society</a> dell&#8217;università di Harvard che ha appena lanciato l&#8217;allarme dalle non meno autorevoli pagine degli editoriali del <a href="http://www.nytimes.com/2009/07/20/opinion/20zittrain.html?_r=2&amp;bl&amp;ex=1248235200&amp;en=7d30b8c05442733a&amp;ei=5087%0A" target="_blank">New York Times</a>.</p>
<p>Il fenomeno contro cui Zittrain invita a tenere alta la guardia è chiamato, in gergo, <strong>cloud computing</strong>, dove &#8220;cloud&#8221; (nuvola, appunto) indica gli agglomerati di server che i grandi colossi del web come Goolge, Microsoft e Amazon stanno ammassando in <strong>data center sparsi in tutto il mondo</strong> per offrire via internet servizi, come quelli per la produttività in ufficio per esempio, che fino a poco tempo fa riposavano nei dischi fissi dei nostri computer. La stessa Microsoft <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2009/jul/15/microsoft-office-2010-online" target="_blank">ha annunciato</a> che metterà online una versione del suo Office, mossa pensata anche per contrastare <a href="http://docs.google.com/?tab=mo" target="_blank">Google Docs</a>, la suite tutta online dell&#8217;arcirivale Google.</p>
<p>Il problema è che questa tendenza apparentemente inarrestabile e spesso spacciata come manna per gli utenti presenta anche molti rischi. Quali? Zittrain, che lo scorso anno ha pubblicato il saggio <a href="http://futureoftheinternet.org/" target="_blank">The Future of the Internet and How to Stop It</a> per mettere in guardia contro alcune pericolose strade imboccate dalla rete contemporanea, ne individua almeno tre. Vediamoli.</p>
<p><strong>Controllo dei dati<br />
</strong>Chi ci assicura, si chiede e ci chiede, che ciò che acquistiamo online, per esempio un mp3 o un libro elettronico è veramente nostro? Domandatelo a quei possessori di Kindle, il lettore di e-book targato Amazon, che hanno visto le loro copie digitali del romanzo <strong>1984 di George Orwell</strong> cancellate improvvisamente, una possibilità sancita nel contratto di servizio, che probabilmente pochi avevano letto. &#8220;Se tu affidi i tuoi dati ad altri, questi possono anche tradirti&#8221;, è l&#8217;ammonimento di Zittrain..</p>
<p><a href="http://www.visionpost.it/nexteconomy/attenzione-a-quelle-nuvole.htm">Continua a leggere qui&#8230;</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mastroblog.wordpress.com/776/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mastroblog.wordpress.com/776/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mastroblog.wordpress.com/776/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mastroblog.wordpress.com/776/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mastroblog.wordpress.com/776/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mastroblog.wordpress.com/776/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mastroblog.wordpress.com/776/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mastroblog.wordpress.com/776/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mastroblog.wordpress.com/776/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mastroblog.wordpress.com/776/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=776&subd=mastroblog&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>I pirati diventano predatori e lanciano la rete anonima</title>
		<link>http://mastroblog.wordpress.com/2009/07/24/i-pirati-diventano-predatori-e-lanciano-la-rete-anonima/</link>
		<comments>http://mastroblog.wordpress.com/2009/07/24/i-pirati-diventano-predatori-e-lanciano-la-rete-anonima/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 13:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere della sera.it]]></category>
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		<category><![CDATA[anonimato]]></category>
		<category><![CDATA[pirateria]]></category>
		<category><![CDATA[The Pirate Bay]]></category>

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		<description><![CDATA[I creatori di The Pirate Bay lanciano «iPredator» per poter navigare senza essere identificati
MILANO – Da pirati a predatori. I creatori di The Pirate Bay, il popolare e controverso sito svedese che permette lo scaricamento di contenuti digitali, ne hanno pensata un&#8217;altra che rischia di creare nuovi grattacapi all&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento. I bucanieri scandinavi, condannati in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=771&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>I </em><em>creatori di </em><em>The Pirate Bay lanciano «iPredator» per poter navigare senza essere ide</em><em><img class="alignright size-full wp-image-538" style="margin:5px;" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=335&#038;h=43" alt="logo_home_corriere" width="335" height="43" /></em><em>ntificati</em></p>
<p><strong>MILANO – </strong>Da pirati a predatori. I creatori di<a rel="nofollow" href="http://thepiratebay.org/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"> The Pirate Bay</span></a>, il popolare e controverso sito svedese che permette lo scaricamento di contenuti digitali, ne hanno pensata un&#8217;altra che rischia di creare nuovi grattacapi all&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento. I bucanieri scandinavi, condannati in primo grado al pagamento di 3 milioni e 600 mila euro di danni alle major del video, si sono lanciati in una nuova impresa che permetterà agli utenti di navigare in rete in totale anonimato. <a rel="nofollow" href="http://www.ipredator.se/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">IPREDator</span></a>, questo il nome del servizio, ha già raccolto l&#8217;adesione di circa 180 mila utenti che hanno cominciato in questi giorni a testare il sito. A regime, per garantirsi la navigazione lontana da occhi indiscreti dovranno sborsare circa 5 euro al mese.</p>
<p><strong>FATTA LA LEGGE&#8230;. -</strong> L&#8217;obiettivo è chiaro: consentire agli utenti di navigare in rete senza essere identificati e dunque senza correre il rischio di essere incriminati per le attività svolte online. Il nome stesso del sito è un esplicito riferimento a Ipred, la direttiva europea sulla proprietà intellettuale del 2004, recepita dalla Svezia con una legge entrata in vigore all&#8217;inizio di aprile. Il provvedimento permette ai detentori dei diritti d&#8217;autore di rivolgersi direttamente ai fornitori di accesso a Internet per ottenere dettagli sugli utenti sospettati di attività che violano la normativa sul copyright. Secondo alcune stime, nei giorni successivi alla promulgazione della legge il traffico dei servizi di file sharing sarebbe calato di un terzo. Allo stesso tempo, però, proprio l&#8217;inasprimento delle norme sembra avere fatto aumentare il numero di utenti che ricorrono a sistemi che permettono di navigare in rete senza essere identificati come <a rel="nofollow" href="https://dold.se/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">Dold.se</span></a> o <a rel="nofollow" href="https://www.relakks.com/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">Relakks</span></a>. I 180 mila utenti che hanno richiesto di provare IPREDator sembrano dare ragione a queste impressioni.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_luglio_24/pirati_diventano_predatori_a20959f8-7845-11de-96fb-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui&#8230;</a></p>
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<h2>I creatori di The Pirate Bay lanciano «iPredator» per poter navigare senza essere identificati</h2>
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		<title>Gratis. Ad ogni costo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 08:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla California è in arrivo l&#8217;ultima grande narrazione tecno-ideologica: un mondo di beni e servizi a costo zero. In nome del business. Lo dice Free, l&#8217;ultimo saggio di Chris Anderson, direttore di Wired e teorico della Coda lunga. Ma le aziende in crisi lo seguiranno?
Che cosa hanno in comune un&#8217;azienda multimiliardaria come Google e i [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=769&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-498" style="margin:5px;" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=217&#038;h=34" alt="manifesto" width="217" height="34" />Dalla California è in arrivo l&#8217;ultima grande narrazione tecno-ideologica: un mondo di beni e servizi a costo zero. In nome del business. Lo dice Free, l&#8217;ultimo saggio di Chris Anderson, direttore di Wired e teorico della Coda lunga. Ma le aziende in crisi lo seguiranno?</em></p>
<p>Che cosa hanno in comune un&#8217;azienda multimiliardaria come Google e i venditori ambulanti brasiliani che offrono cd per le strade di San Paolo? L&#8217;esclusiva <a href="http://www.ted.com/talks?gclid=CLCg-_Ww5psCFdMWzAod1iGyAw">conferenza TED</a> che chiede fino 6 mila dollari per un biglietto di ingresso e <a href="http://www.wikipedia.org"><em>Wikipedia</em></a>, l&#8217;enciclopedia online che regala conoscenza grazie a migliaia di volontari? Se diamo retta all&#8217;ultima grande narrazione tecno-ideologica che arriva dalla California sono tutti esempi di «un modello economico completamente nuovo» che, grazie alla diffusione delle tecnologie di rete, promette di rivoluzionare interi settori di business e caratterizzare l&#8217;economia del prossimo futuro: l&#8217;<strong>offerta gratuita di beni e servizi</strong>.</p>
<p>Teorico, cantore e ideologo di questa rivoluzione &#8220;a costo zero&#8221; è <strong>Chris Anderson</strong>, direttore del mensile <em><a href="http://www.wired.com/" target="_blank">Wired</a></em>. Il testo in cui descrive i fondamenti del paradigma &#8220;no-cost&#8221; è approdato a inizio di luglio nelle librerie di Stati Uniti e Gran Bretagna e si candida a diventare il punto di riferimento di un&#8217;<em>intellighenzia</em> digital-globale affamata di visioni d&#8217;insieme e suggestioni di business.</p>
<p>A suon di esempi di aziende che prosperano regalando qualcosa, <strong>«<em><a href="http://www.amazon.com/Free-Future-Radical-Chris-Anderson/dp/1401322905" target="_blank">Free. The future of a radical price</a></em>»</strong>, questo il titolo del libro, descrive l&#8217;irresistibile e progressiva prevalenza del «gratis» nell&#8217;era digitale. Tra excursus storici e incursioni nella psicologia del consumatore attratta dallo zero, il cuore dell&#8217;argomento di Anderson è tutto tecnologico. A portarci nel regno della gratuità fatta business saranno infatti, secondo il direttore di <em>Wired</em>, quei processi di innovazione che fanno sì che il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l&#8217;architrave di ogni erogazione di servizi via web, si dimezzi in un periodo compreso <strong>tra i 9 e i 18 mesi</strong>. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero&#8230;<span id="more-769"></span>Il resto lo fanno i meccanismi economici che spingono le aziende a vendere oggi al prezzo di domani e a offrire gratuitamente beni e servizi online. «Mai – scrive l&#8217;autore &#8211; nel corso della storia umana i fattori primari di un&#8217;economia industriale sono scesi di prezzo così velocemente e così a lungo».</p>
<p>E&#8217; così che Google fa profitti con la pubblicità associata alle ricerche e regala al mondo Gmail, sistema di posta elettronica, o YouTube. Allo stesso modo la conferenza TED pubblica le riprese degli interventi dei relatori sul web senza domandare un euro (aumentando la sua popolarità) mentre ottiene migliaia di dollari da chi vuole vedere il pensatore di turno dal vivo e godere di conversazioni interessanti nei corridoi del convegno. Analogamente, <strong>le band di <em>tecnobrega</em></strong>, genere musicale brasiliano, accettano la vendita sottocosto di cd nelle strade considerandola pubblicità per le performance dal vivo. Tutti questi soggetti regalano qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe costata (e-mail, video su internet, le riprese di un convegno, la musica) monetizzando qualcos&#8217;altro. La tendenza è questa: «Prima o poi ogni azienda dovrà capire come ricorrere al &#8220;gratis&#8221; o competere con il &#8220;gratis&#8221; in un modo o nell&#8217;altro».</p>
<p>Nato da un <a href="http://www.wired.com/techbiz/it/magazine/16-03/ff_free" target="_blank">articolo pubblicato su <em>Wired</em></a> nel febbraio dell&#8217;anno scorso, «<em>Free»</em> è l&#8217;ideale seguito della precedente fatica di Anderson, <strong>«<em><a href="http://codiceedizioni.it/catalogo/pubblicazioni/la-coda-lunga" target="_blank">La coda lunga</a>»</em></strong> (pubblicato in Italia da Codice). Uscito nel 2006, il saggio spiegava come cambia il business nell&#8217;era dell&#8217;economia dell&#8217;abbondanza, quando «senza le costrizioni dello spazio degli scaffali fisici… beni e servizi che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli <em>mainstream</em>». Numeri dei rivenditori online alla mano, raccontava alle imprese assetate di visioni come il mondo immateriale renda economicamente sostenibile concentrarsi sulla parte sottile (e lunga) della curva delle vendite: milioni di prodotti che vendono poco ma che, sommati, possono portare immensi profitti puntando sulle nicchie piuttosto che sui bestseller.</p>
<p>Nel frattempo, ironia della sorte, proprio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga"><em>«La coda lunga»</em></a> è diventato un bestseller che, per le regole dell&#8217;economia della scarsità, ha richiesto un seguito, «<em>Free»</em>. Stessa ideologia di fondo (la tecnologia salverà il mondo), medesima cornice (addio scarsità, benvenuta abbondanza), immutato sforzo di marketing. Resta da vedere, però, se il nuovo libro otterrà lo stesso successo di vendite e di influenza culturale del precedente.</p>
<p>Di certo, l&#8217;inizio è stato complicato. Mark Cuban, proprietario della squadra di basket dei Dallas Mavericks grazie a miliardi incassati ai tempi della new economy, <a href="http://blogmaverick.com/2009/07/05/the-freemium-company-lifecycle-challenge/">ha messo in guardia gli imprenditori</a>: «Quando hai successo con il Gratis, morirai con il Gratis. Ci sarà sempre una società che vi rimpiazza come Facebook con MySpace o Google con Yahoo». Sul settimanale <em>The New Yorker</em> Malcolm Gladwell <a href="http://www.newyorker.com/arts/critics/books/2009/07/06/090706crbo_books_gladwell?currentPage=all">ha accusato</a> il collega di essere un «utopista tecnologico» che nel suo entusiasmo dimentica alcuni particolari. Per esempio, che YouTube, offerto gratis al mondo da Google, sottrae un sacco di soldi al motore di ricerca. Alla faccia dei costi marginali declinanti, solo la banda per trasmettere i video – il cui prezzo, per Anderson, volge inesorabilmente verso lo zero – <strong>costa 362 milioni di dollari l&#8217;anno</strong>. Nel complesso le stime dicono che il sito per la condivisione di video perde 470 milioni di dollari.</p>
<p>Dalle nostre parti <strong><a href="http://blog.quintarelli.it/" target="_blank">Stefano Quintarelli</a></strong>, grande esperto di telecomunicazioni, conferma: «Il costo dello storage e della banda continua a calare. Ma aumentano anche gli utenti, il numero dei video, la qualità dei video e con questi i server e i costi dell&#8217;elettricità per l&#8217;alimentazione e il raffreddamento dei computer. Questi fattori eccedono il calo dei prezzi della tecnologie». Il risultato, numeri alla mano, è che «un servizio come YouTube non può essere sostenuto solo dall&#8217;attuale modello di pubblicità».</p>
<p>Viene il sospetto, allora, che la gratuità di YouTube derivi dall&#8217;anomala condizione di forza del motore di Mountain View. Dall&#8217;alto di una quota di mercato stratosferica nella ricerca su internet e nella pubblicità connessa, Google si può permettere di offrire servizi gratis su mercati adiacenti per impedire la nascita di concorrenti (vedi <a href="http://www.visionpost.it/nexteconomy/processo-a-google.htm"><em>Chips&amp;Salsa</em> del 20 giugno scorso</a>). Invece di invocare «un nuovo modello economico» sarebbe meglio parlare di un meccanismo antico quanto il capitalismo, la vecchia e cara <strong>rendita da monopolio</strong> ma il fascino della narrazione ne risentirebbe.</p>
<p>A rallentare la corsa del libro verso il successo dalla «<em>Coda lunga</em>» c&#8217;è poi il problematico momento in cui fa la sua comparsa. Dal febbraio 2008, quando è stato pubblicato l&#8217;articolo da cui il testo ha preso spunto, il Nasdaq, il listino tecnologico Usa, ha perso quasi un quarto del suo valore e il mondo si trova nella più grave recessione del dopoguerra. Persino i <strong>venture capital</strong>, che hanno finanziato buona parte dei servizi gratuiti del cosiddetto web 2.0 da cui Anderson prende ispirazione teorica, stringono i cordoni della borsa. Secondo la <em>National</em> <em>Venture</em><em> Capital</em> <em>Association</em>, associazione di categoria, nel primo trimestre dell&#8217;anno <strong>gli investimenti in aziende internet sono caduti</strong> del 31 per cento rispetto all&#8217;ultimo trimestre del 2008 e del 58 % rispetto all&#8217;inizio dell&#8217;anno scorso.</p>
<p>Insomma, mentre l&#8217;economia della scarsità torna a chiedere il conto a quella dell&#8217;abbondanza, il mondo del business (ma anche quello giornalistico) non sembra nella condizione ideale per credere a chi vuole convincerli a regalare qualcosa. Anche se si chiama Anderson ed è <strong>il miglior impacchettatore di idee in circolazione</strong>, a anche se <em>«Free»</em> resta un pacco ben confezionato. Per una volta il geniale venditore potrebbe avere scelto il momento sbagliato per piazzare il suo prodotto.</p>
<p><em>Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 18 luglio 2009</em></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mastroblog.wordpress.com/769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mastroblog.wordpress.com/769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mastroblog.wordpress.com/769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mastroblog.wordpress.com/769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mastroblog.wordpress.com/769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mastroblog.wordpress.com/769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mastroblog.wordpress.com/769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mastroblog.wordpress.com/769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mastroblog.wordpress.com/769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mastroblog.wordpress.com/769/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=769&subd=mastroblog&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Solo un dato ci può salvare</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 20:25:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.
La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=764&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-498" style="margin:5px;" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=186&#038;h=29" alt="manifesto" width="186" height="29" />Le nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.</em></p>
<p>La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce online dove le inserzioni, a parità di lettori, costano meno. Risultato: i quotidiani sono in declino, il giornalismo è in pericolo e anche la democrazia non sta tanto bene. Quello che non tutti conoscono è il racconto laterale: <strong>i germi del futuro dell&#8217;informazione</strong> sono già all&#8217;opera. Bisogna andarli a cercare nelle divisioni online dei media più innovativi o nei dipartimenti più visionari di certe università. È lì che si tentano esperimenti che, con l&#8217;aiuto della tecnologia, provano a immaginare le vie delle news che verranno. Con un&#8217;idea a fare da collante: l&#8217;eccesso di informazione può essere piegato a vantaggio di quei soggetti che, per tradizione e risorse, possono usare la massa enorme di dati che ci assale ogni giorno per fornire contesto, interpretazioni della realtà, basi per nuovi business. Se le cose stanno così, chi meglio dei quotidiani?</p>
<p><strong>Copiando Google<br />
</strong>L&#8217;americano <a href="http://developer.nytimes.com/gallery" target="_blank"><em>New York Times</em></a> e l&#8217;inglese <em><a href="http://www.guardian.co.uk/open-platform" target="_blank">The Guardian</a> </em>sono tra i più decisi a battere la nuova strada. Per farlo hanno scelto un esempio non da poco: Google. Esattamente come il motore di ricerca ha agito per i suoi servizi più popolari (le mappe, per esempio) i due quotidiani hanno aperto ai programmatori le tecnologie (in gergo API, acronimo per Application programming interface) necessarie per &#8220;giocare&#8221; con i loro archivi di dati e notizie e creare servizi. In questo modo tale Taylor Barstow ha lanciato <a href="http://nytexplorer.com/" target="_blank">Nytexplorer.com</a> per effettuare ricerche avanzatissime nel database del quotidiano. Altri hanno preferito impiegare le informazioni sul Congresso prese dal <em>New York Times</em> per tenere sotto controllo l&#8217;attività dei parlamentari dell&#8217;Oregon: è il caso di <a href="http://gov.oregonlive.com/" target="_blank">YourGovernment</a>. Uno sviluppatore italo-olandese, Cristiano Betta, infine, ha utilizzato l&#8217;archivio del <em>Guardian</em> per aggiungere informazioni di contesto al suo <a href="http://shouldibackupmy.com/" target="_blank">ShouldIBackupMy.com</a>, che fornisce consigli su come non perdere i propri dati.</p>
<p>Come le mappe di Google sono il punto di riferimento per chi realizza servizi di georeferenziazione sul web così, condividendo il patrimonio informativo e tecnologico, i giornali sperano di diventare la fermata obbligata per chi sperimenta con l&#8217;informazione. A che pro? Lo spiega l&#8217;influente blog americano <a href="http://gigaom.com/2009/02/08/the-nyt-api-newspaper-as-platform/" target="_blank"><em>GigaOm</em></a>: simili iniziative «trasformano il giornale in una piattaforma per altri servizi e funzionalità. Questo rende il quotidiano e il suo contenuto più preziosi e apre le porte ad ogni tipo di partnership o forma di licenza commerciale»&#8230;<span id="more-764"></span></p>
<p><strong>Numeri per la comunità<br />
</strong>Una volta presa coscienza del salto di paradigma imposto dall&#8217;ambiente virtuale, alcuni giornali iniziano a individuare i loro punti di forza in rete. Anche ai tempi in cui si sfogliavano e basta non erano solo fornitori di articoli ma anche di servizi (si pensi agli annunci commerciali o funebri) e ora possono offrire, oltre a notizie, strumenti online al servizio della comunità. «Oggi circolano più dati che in qualsiasi altro momento della storia», dice <strong>Irfan Essa</strong>, professore presso la <em>School of interactive computing</em> del Georgia Institute of Technology. «In quest&#8217;epoca, i giornalisti non hanno solo il compito di mostrare valide ipotesi su quanto questi dati dimostrano, ma devono anche fornire ai lettori gli strumenti interattivi per vedere che impatto hanno su di loro».</p>
<p>Tra quelli che hanno capito la lezione c&#8217;è il <em>Los Angeles Times</em>. Il suo <a href="http://projects.latimes.com/" target="_blank">&#8220;Data Desk&#8221;</a> offre accesso ad una serie di database tematici. C&#8217;è la possibilità di cercare i nomi dei soldati californiani deceduti in Afganistan e Iraq o di esplorare i risultati delle ispezioni sanitarie nei ristoranti della Contea. Ancora, si può scoprire, sulla base di dati ufficiali, quali piscine pubbliche non brillano per igiene oppure, per il genere informazioni amene, investigare la frequenza dei nomi più popolari dei cani quartiere per quartiere.</p>
<p><strong>Reporter e database</strong></p>
<p><strong></strong>In fondo, la capacità di scavare tra i dati è sempre stata una delle virtù del giornalismo di ogni epoca. Bisogna solo adattarla al web. Ad aiutare le redazioni in questa transizione ci pensano, in America, istituzioni come l&#8217;<a href="http://www.ire.org/" target="_blank"><em>Investigative reporters and editors</em></a>, associazione no profit dedita al sostegno del giornalismo d&#8217;inchiesta che ha sede presso <a href="http://www.journalism.missouri.edu/" target="_blank">la scuola di giornalismo dell&#8217;Università del Missouri</a>. Da anni organizza corsi di formazione nei media del Paese per diffondere il verbo del &#8220;giornalismo aiutato dal computer&#8221;, ovvero l&#8217;applicazione di tecniche computazionali all&#8217;analisi dei dati per l&#8217;attività dei reporter investigativi. I Bob Woodward e Carl Bernstein di domani, insomma, non indosseranno camicie con lunghi colletti a punta, semmai magliette e occhialoni da nerd.</p>
<p>&#8220;La prima competenza che il pubblico vuole dai giornalisti sta progressivamente spostandosi dalla <em>scrittura di buone storie</em> alla <em>capacità di aiutare il lettore</em> a navigare attraverso tutta questa informazione&#8221;, spiega <strong>Clyde Bentley</strong>, professore all&#8217;Università del Missouri. &#8220;I giornalisti devono raffinare la loro capacità di setacciare storie in modo da dare alla gente quello che potrebbe massimamente interessarla. Questo siginfica che devon avere l&#8217;abilità di cercare in fretta tra una serie di fornitori di informazione, dalla blogosfera all&#8217;Associated Press. Dare un senso alla poltiglia sarà il nostro primo dovere&#8221;.</p>
<p>Al Georgia Institute of Technology ne sono così convinti che insegnano i rudimenti del &#8220;giornalismo computazionale&#8221;, disciplina che coniuga informatica e giornalismo. L&#8217;obiettivo, spiega <strong>Essa</strong>, è formare figure ibride: «I giornalisti-computazionali sanno costruire strumenti per fare in modo che i giornalisti diventino più efficaci nella condivisione di informazioni e che i cittadini possano fruirne in modo efficace. Oppure sviluppano algoritmi per aiutare a garantire la qualità dell&#8217;informazione». Esempio di questo connubio è <a href="http://www.everyblock.com/" target="_blank">EveryBlock.com</a>. Realizzato da <strong>Adrian Holovaty</strong>, reporter-informatico già capo dell&#8217;innovazione al sito del Washington Post, aggrega e georeferenzia informazioni (dalle recensioni di ristoranti ai fatti di cronaca nera) sui quartieri di 15 città americane.</p>
<p><strong>Lettore, aiutaci tu<br />
</strong>Se poi le tecnologie in dotazione sono antiquate e i giornalisti tecnologizzati scarseggiano, i quotidiani in cerca di futuro possono affidarsi alla rete di raccogliere abbastanza occhi per lavori che nessun reporter da solo riuscirebbe a portare a termine. Lo ha fatto il <em>Guardian</em> qualche settimana fa. <a href="http://mps-expenses.guardian.co.uk/" target="_blank">Ha messo sul web</a> migliaia di pagine di note spese dei parlamentari britannici e chiesto agli utenti di leggerle e segnalare voci sospette.</p>
<p>In attesa dei risultati la morale è chiara: computer o esseri umani, la salvezza del giornalismo passa dalla capacità di dare un senso ai dati.<br />
<em><br />
Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 11 luglio 2009</em></p>
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		<title>Il volto intelligente della semantica</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 09:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte ritornano. Potrebbe intitolarsi così, come un famoso racconto di Stephen King, il film di una delle più controverse promesse dell&#8217;universo tecnologico: la semantica. Sì, proprio la scienza dei significati. Da un buon lustro viene periodicamente indicata come la rivoluzione che ci darà motori di ricerca intelligenti in grado di comprendere il linguaggio naturale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=761&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignright size-full wp-image-498" title="manifesto" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/05/manifesto.gif?w=211&#038;h=33" alt="manifesto" width="211" height="33" />A volte ritornano. Potrebbe intitolarsi così, come un famoso racconto di Stephen King, il film di una delle più controverse promesse dell&#8217;universo tecnologico: la semantica. Sì, proprio la scienza dei significati. Da un buon lustro viene periodicamente indicata come la rivoluzione che ci darà <strong>motori di ricerca intelligenti</strong> in grado di comprendere il linguaggio naturale e di capire le relazioni tra i concetti (utilizzando soltanto algoritmi automatizzati), di interrogare Google &amp; C. come faremmo con un nostro amico al bar ricevendo risposte pertinenti (a differenza di quelle che, spesso, riceviamo al bar).</p>
<p>Peccato che le grandi aspettative vadano regolarmente deluse e la semantica torni ogni volta ad essere quello che è sempre stata, disciplina da umanisti. Almeno fino alla prossima occasione. Come quella che stiamo vivendo oggi. Il mondo dei motori di ricerca, come si racconta nel pezzo a fianco, torna a regalare novità (<a href="http://tutti%20contro%20google,%20ecco%20gli%20sfidanti.%20microsoft%20scende%20in%20campo%20con%20bing.%20e%20wolfram%20alpha%20tenta%20la%20strada%20dell%c3%a2%e2%82%ac%e2%84%a2intelligenza%20artificiale.%20mentre%20facebook%20e%20twitter%20promettono%20risposte%20in%20tempo%20reale%20grazie%20al%20loro%20%c3%a2%e2%82%ac%c5%93database%20delle%20emozioni%c3%a2%e2%82%ac%ef%bf%bd./" target="_blank"><em>Bing </em>di Microsoft <em>in primis</em></a>) e subito qualcuno ricomincia a parlare di tecnologie che comprendono i significati. Per capire se in questo caso c&#8217;è un po&#8217; di grano in mezzo al solito loglio ci siamo rivolti a <strong>Luca Scagliarini</strong> che cura l&#8217;espansione internazionale di <a href="http://www.expertsystem.net/" target="_blank">Expert System</a>, azienda modenese che da anni prospera grazie Cogito, tecnologia (veramente) semantica sviluppata in un&#8217;area che più che per il software si è sempre distinta per la meccanica e la ceramica. Scagliarini è reduce dalla <a href="http://www.semantic-conference.com/" target="_blank"><em>Semantic Conference 2009</em></a>, uno dei più importanti eventi mondiali dedicati alle tecnologie semantiche che si è tenuto in California dal 14 al 18 giugno scorso.</p>
<p><strong>Di semantica in ambito tecnologico si parla da così tanto tempo che il termine ha fatto a tempo a diventare di moda e scomparire almeno un paio di volte negli ultimi 5 anni. A che punto siamo oggi, a tuo parere, dopo l&#8217;edizione 2009 della Semantic Technology Conference?</strong></p>
<p>Diciamo che sta tornando interesse intorno al tema. Anche con la crisi economica c&#8217;è stato un cospicuo aumento di partecipanti alla manifestazione e, soprattutto, non si è trattato dei soliti noti.</p>
<p><strong>Per la prima volta, <strong>tutti i grandi, da Google a Yahoo a Oracle, sono stati coinvolti in presentazioni</strong>. Come interpreti questo segnale?</strong></p>
<p>E&#8217; l&#8217;indicazione che si sta uscendo dalla fase di laboratorio. Google stessa ha cambiato idea. Ancora l&#8217;anno scorso snobbava apertamente la semantica. Un mese fa ha annunciato che inizierà ad inserire degli aspetti semantici nella sua indicizzazione dei siti web. Yahoo! lo fa già. Detto questo, non ci sono ancora evidenze chiare che la semantica farà quel salto che molti da tempo auspicano. C&#8217;è qualche indizio in più rispetto allo scorso anno ma prove non se ne vedono ancora.</p>
<p><span id="more-761"></span></p>
<p><strong>Dalle tecnologie semantiche potrà nascere l&#8217;anti-Google?</strong></p>
<p>Penso di no. Nel senso di un motore orizzontale in grado di restituire risposte per ogni contenuto e che impieghi per questo tecnologia in grado di comprendere significato e relazioni tra i termini lo escluderei. Nella sua funzione generalista Google è ottimo.</p>
<p><strong>Uno dei problemi del web contemporaneo è come aiutare gli utenti a tenere traccia e ritrovare le informazioni prodotte nei social network. La semantica può aiutare in questo?</strong></p>
<p>Assolutamente sì e ci sono già dei primi tentativi, anche se siamo ancora lontani dal risultato finale. La semantica può contribuire a comprendere il linguaggio naturale e quindi a mettere più ordine nell&#8217;universo caotico dei social network permettendo di capire, magari in tempo reale, che cosa sta accadendo nelle reti sociali o i trend che stanno emergendo su Twitter.</p>
<p><strong>Quali altri settori di ricerca delle informazioni possono beneficiare dall&#8217;introduzione di nuove tecnologie?</strong></p>
<p>Internet sui cellulari. Noi scommettiamo che tanto l&#8217;universo dei consumatori quanto le aziende avranno sempre più bisogno di tecnologie che aiutino a trovare facilmente le informazioni pertinenti mentre si naviga in mobilità. E&#8217; un ambito in cui, a causa della differente usabilità dei dispositivi mobili rispetto al computer e delle situazioni in cui si tende ad usarli, c&#8217;è bisogno di meno informazioni ma più precise.</p>
<p><strong>In che modo le tecnologie che comprendono il significato dei termini possano aiutare il grande motore della rete commerciale, la pubblicità online?</strong></p>
<p>Mentre la pubblicità legata ai motori di ricerca (la troviamo di fianco ai risultati di Google, <em>ndr</em>) funziona molto bene, quella che cerca di associare determinati contenuti, per esempio, un articolo del <em>manifesto</em> online, a un inserzionista lascia ancora molto a desiderare. Credo che tecnologie come le nostre possano giocare un ruolo in questo senso. Permetteranno agli editori, per esempio, di indicizzare meglio i propri contenuti, di categorizzarli in modo accurato e dunque di offrire agli inserzionisti e alle agenzie di pubblicità contenuti più pregiati.</p>
<p><strong>Vuoi dire che le tecnologie semantiche salveranno i quotidiani?</strong></p>
<p>Non esageriamo. Però possono aiutarli. Se in un articolo online si parla di un jet precipitato non ha senso che, associata a quel pezzo, ci sia una pubblicità di Ryan Air. Sarebbe meglio la pubblicità di una compagnia di assicurazione. Le tecnologie semantiche possono fare questo e quindi offrire ai quotidiani web maggiori possibilità di introiti.</p>
<p><strong>Vorrei da te un giudizio sintetico su alcune recenti novità nel mondo dei motori di ricerca di cui parliamo nel pezzo a fianco. Quale è la tua opinione sul molto pubblicizzato Wolfram Alpha?</strong></p>
<p>Non è un motore di ricerca. Al momento è una cosa in cui il valore per l&#8217;utente medio è vicino allo zero. Io, per esempio, non so mai cosa chiedergli. Se è vero che l&#8217;obiettivo è creare una sorta di &#8220;Wikipedia dei dati&#8221; che vengono calcolati in tempo reale da mettere a disposizione per nuove applicazioni può darsi che si rivelerà in futuro interessante. Ma non può essere considerato l&#8217;anti-Google e nemmeno, ripeto, un motore di ricerca.</p>
<p><strong>Che ne pensi invece di Bing, il nuovo motore di ricerca di Microsoft di cui si parla molto?</strong></p>
<p>Penso che alcune trovate siano buone. Mi sembra discreto come riescono a formattare i risultati di alcune ricerche verticali, per esempio, nel settore farmaceutico. Di certo non è un motore semantico. Ma Microsoft, dopo tutto, non lo ha mai presentato in questo modo.</p>
<p><strong>Dietro a Bing si dice però che ci sia la tecnologia semantica di Powerset, start-up acquisita da Microsoft un anno fa. </strong></p>
<p>Quelli di Powerset affermano che la loro tecnologia è presente nel back office e nell&#8217;elaborazione delle gerarchie. Personalmente, però, non vedo quasi nulla di quello di cui si vantavano a Powerset prima dell&#8217;acquisizione. Per esempio, non vengono estratte relazioni e significati e anche per quanto riguarda il raggruppamento dei risultati per aree tematiche mi pare basato più sulla frequenza delle ricerche che sulla capacità dell&#8217;algoritmo di capire che quando digito &#8220;automobile&#8221; posso anche essere interessato a un &#8220;Suv&#8221;. Di certo con Bing Microsoft ha fatto un bel lavoro e per la prima volta hanno introdotto delle novità che hanno diminuito il divario da Google.</p>
<p><strong>Come vedi il futuro dei motori di ricerca di qui a 5 anni?</strong></p>
<p>Credo che si sarà sempre Google a dominare ma sarà affiancato da molti motori verticali specifici, dai viaggi ai singoli hobby. Nello stesso tempo, sempre meno Google sarà il punto di partenza della navigazione. Gli utenti tenderanno a partire Twitter o Facebook, cioè dai suggerimenti e dalle indicazioni degli amici.</p>
<p><em>Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 4 luglio 2009</em></p>
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		<title>La favola? Meglio parlare con i genitori</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 12:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><img class="alignright size-full wp-image-538" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=219&#038;h=28" alt="logo_home_corriere" width="219" height="28" />MILANO</strong> &#8211; Una buona conversazione vale più di una favola. Leggere storie ai bambini è buona pratica, certo, ma ad influire in modo decisivo sullo sviluppo linguistico nei primi anni di vita sono soprattutto le parole scambiate nell&#8217;ambito di un dialogo con gli adulti. Genitori, armatevi di pazienza dunque: parlare ai figli non basta, bisogna soprattutto discutere con loro. Ad affermarlo è uno <a href="//newsroom.ucla.edu/portal/ucla/conversing-with-child-more-effective-94603.aspx">studio</a> pubblicato sul numero di luglio di Pediatrics, la rivista dell&#8217;Accademia americana di Pediatria. Secondo i ricercatori della Scuola di salute pubblica dell&#8217;<strong>Università della California &#8211; Los Angeles</strong> che hanno realizzato la ricerca, uno scambio di parole che coinvolge piccoli e grandi ha un effetto positivo sul linguaggio dei bimbi 6 volte superiore alla semplice lettura di un testo. Quanto all&#8217;esposizione alla televisione, dicono gli studiosi americani, non ha nessun impatto diretto, positivo o negativo, sulle capacità linguistiche dei bambini. A meno che, fanno notare, i momenti trascorsi davanti allo schermo non costituiscano tempo sottratto a possibili interazioni con mamma e papà.</p>
<p><strong>SBAGLIANDO SI IMPARA</strong> – Sì perché non c&#8217;è nulla che faccia fiorire le abilità oratorie dei figli come un bel dialogo con i grandi. Il maggiore beneficio di queste conversazioni deriva dalle possibilità offerte ai bambini di sperimentare il linguaggio, ingrandire il proprio vocabolario e ricevere correzioni e indicazioni su un più adeguato impiego della lingua. “Ai bambini piace ascoltare ma migliorano quando sono loro a provare a parlare”, spiega <strong>Frederick J. Zimmerman</strong>, autore dello studio. “Dategli la possibilità di esprimere quello che hanno in testa anche se è soltanto &#8216;guu gaa&#8217; o qualcosa di simile”. Per arrivare a simili conclusioni la ricerca ha coinvolto 275 famiglie con bambini di età compresa tra i due mesi e i 4 anni. Nell&#8217;arco di sei mesi, ogni famiglia ha fornito le registrazioni di 5 giornate complete dei propri figli consentendo così ai ricercatori di valutare i vari tipi di stimoli linguistici a cui essi erano sottoposti. Dall&#8217;analisi delle registrazioni, gli studiosi hanno scoperto che, in media, i bambini ascoltano circa 13 mila parole da parte degli adulti e partecipano più o meno a 400 conversazioni al giorno.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cronache/09_luglio_01/bambini_genitori_zapping_5a3f2606-6635-11de-8bcb-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui&#8230;</a></p>
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		<title>La morte di &#8220;Jacko&#8221; manda in tilt Wikipedia</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 12:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;eccesso di emozione e di partecipazione seguita al decesso del cantante ha causato difficoltà anche alla celebre enciclopedia online e al popolare social network
MILANO - Che fatica star dietro alle notizie ai tempi della rete. Se il ciclo continuo delle news sul web è un rebus per le testate tradizionali che hanno redazioni dedicate a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=754&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-538" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=234&#038;h=30" alt="logo_home_corriere" width="234" height="30" />L&#8217;eccesso di emozione e di partecipazione seguita al decesso del cantante ha causato difficoltà anche alla celebre enciclopedia online e al popolare social network</em></p>
<p><strong>MILANO -</strong> Che fatica star dietro alle notizie ai tempi della rete. Se il ciclo continuo delle news sul web è un rebus per le testate tradizionali che hanno redazioni dedicate a seguire i fatti nella loro evoluzione, anche i media sociali (e i loro milioni di collaboratori) possono soffrire nella rincorsa all&#8217;incessante istantaneità. La notizia della morte di Michael Jackson, dalle prime voci fino alla definitiva conferma, è stata in questo senso un banco di prova impegnativo per i principali siti partecipativi. A cominciare dalla regina del genere, Wikipedia dove, a partire dai primi rumors che davano la pop star ricoverata in ospedale, è scattata la guerra delle modifiche alla <a rel="nofollow" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Michael_Jackson" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">«voce» in lingua inglese</span></a> dedicata al cantante.</p>
<p><strong>LA BATTAGLIA DELLE REVISIONI –</strong> Tra chi lo spacciava già per deceduto, chi parlava di arresto cardiaco, o di semplice ricovero, c&#8217;era anche chi gettava acqua sul fuoco appellandosi a minimi criteri di attendibilità: «Non è morto fino a che una fonte degna di fiducia non lo conferma». Nel mezzo di modifiche, revisioni, restaurazioni e discussioni il sito partecipativo è andato in tilt: «Scusate &#8211; recitava ad un certo punto un messaggio che accoglieva i visitatori – questo sito ha delle difficoltà tecniche». Ad un certo punto, per porre fine alla contesa, qualcuno dei redattori di Wikipedia ha aumentato i livelli di protezione inibendo ulteriori modifiche fino a quando la situazione non fosse stata chiarita. Questa mattina, ad acque più calme, l&#8217;enciclopedia recita: «Michael Jackson è morto il 25 giugno 2009 all&#8217;età di 50 anni, a causa di un sospetto arresto cardiaco o di un attacco di cuore. La causa specifica del decesso deve ancora essere determinata»&#8230;</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/spettacoli/09_giugno_26/morte_jackson_tilt_wikipedia_twitter_ec648d4e-623b-11de-8ba1-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui</a></p>
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		<title>Gentili commissari, ma se scrivo &#8220;pokare&#8221; mi capite?</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 09:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
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I social network e la scuola dei millennials, il tema di maturità di una giovane collaboratrice di Totem e de il manifesto..
Ci chiamano nativi digitali, generazione always-on, millennials ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle «intelligenze connettive» e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=749&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p><em>I social network e la scuola dei millennials, il tema di maturità di una giovane collaboratrice di Totem e de il manifesto..</em></p>
<p>Ci chiamano nativi digitali, generazione <em>always-on</em>, <em>millennials</em> ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle <strong>«intelligenze connettive»</strong> e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa traccia molti di noi devono ancora provare l&#8217;ebbrezza del «potere di connessione». Sì perché è bello quello che scrive Manuel Castells quando ammonisce che viviamo nella «galassia internet» e non possiamo sentirci soli anche se lo vogliamo.</p>
<p>Però dovrebbe dirlo a quelli di di Telecom Italia. Io, per esempio, sto in una cosiddetta area rurale e Internet non ce l&#8217;ho, o meglio possiedo una connessione lenta e traballante che non raggiunge 1 megabit al secondo di velocità. Nella mia condizione ci sono altri 7,5 milioni di italiani i quali, nella galassia, più che a pianeti o stelle assomigliano a buchi neri. Lo afferma anche un rapporto riservato che però si può leggere su <a href="http://www.wikileaks.org">Wikileaks.org</a>, sito dove si pubblicano cose che i governi censurano. Forse anche questa è la <strong>«trasparenza radicale»</strong> di cui si parla nella traccia. Comunque sia, qualcuno dovrebbe dirglielo a Castells che se vuole prendersi un po&#8217; di riposo dallo stressante mondo interconnesso può venire a farsi un vacanza qui da me, in provincia, dove di «reti» che si «occupano» di noi anche se non vogliamo se ne vedono poche.</p>
<p>L&#8217;altro giorno, poi, ho letto che meno della metà delle famiglie italiane ha un Pc e che <strong>più del 60 %</strong> degli adulti non ha usato internet negli ultimi 3 mesi. Sono dunque un po&#8217; restia a discutere dei «social network» menzionati nel titolo e nel passo di Daniel Goleman. Statistiche alla mano, ho paura che l&#8217;argomento potrebbe risultare oscuro alla maggior parte dei membri della commissione d&#8217;esame. E se parlare di<strong> «pokare»</strong>, uno di quei gesti di amicizia che si fanno su Facebook, venisse considerata una divagazione? Soffermarmi su Twitter, di cui in questi giorni parlano tutti i giornali in relazione agli eventi iraniani, potrebbe essere altrettanto rischioso. Non so quanto gli esaminatori possano stimare degna di un tema di maturità la sfumatura tra blogging e micro-blogging. Di sicuro, qui da noi, durante l&#8217;anno scolastico non se ne è mai parlato. [...]<span id="more-749"></span></p>
<p>Allora preferisco commentare la frase sulla <strong>«mutazione in atto»</strong> che ha «a che fare con la componente &#8220;partecipativa&#8221; che passa attraverso i media». E&#8217; facile e mi tocca da vicino. Stamattina prima di venire a scuola un mio amico ricco, che può permettersi di navigare con l&#8217;iPhone, mi ha fatto vedere la conferenza stampa del presidente del Consiglio <strong>Berlusconi</strong> e della ministra <strong>Carfagna</strong> mentre annunciavano un provvedimento. Esilarante. Soprattutto quando il presidente dice: «abbiamo fatto un disegno di legge con pene elevate per chi sfrutta la prostituzione e per gli stessi clienti».</p>
<p>Il video è condiviso su <a href="http://bit.ly/prostituzione" target="_blank">YouTube</a> e mi dicono che su Facebook è segnalato in continuazione: un vero tormentone. È davvero bello, in effetti, poter condividere video stupidi. Penso che questo esempio spieghi anche il pensiero di <strong>Yochai Benkler</strong>, quando dice che «sulla Rete ci sono un sacco di sciocchezze» ma che questo ci insegna «a essere scettici, a cercare riferimenti incrociati e, più in generale a cercare da soli quello che ci serve». Sempre meglio, conclude, «rispetto alla ricerca della risposta da parte di un&#8217;autorità».</p>
<p>Mi piace. Vuol dire, mi sembra, che se una cosa non la dicono al <strong>TG1</strong> puoi sempre andartela a cercare sul web, a patto che tu ti prenda la briga di distinguere tra bufale e verità. E questo, a pensarci bene, è un consiglio che vale anche per i telegiornali e tutti i media in generale. Forte questo Benkler! Ma perché nella mia scuola non ce lo hanno mai fatto leggere?</p>
<p><strong>Matilde Leone</strong></p>
<p><em>Articolo pubblicato sul Manifesto del 26 giugno 2009</em></p>
<div id="_mcePaste" style="overflow:hidden;position:absolute;left:-10000px;top:8px;width:1px;height:1px;">La scuola dei millennials, il tema di maturità di una giovane collaboratrice di Totem e del Manifesto..</div>
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		<title>L&#8217;azienda è in crisi? Te lo dice l&#8217;e-mail</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 12:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Indagine sulla Enron: nei momenti di difficoltà i dipendenti usano la posta elettronica in modo diverso.
MILANO &#8211; Ci si chiude in gruppi ristretti, si parla solo con persone fidate, le informazioni restano all&#8217;interno di una cerchia selezionata. Se questo è quello che sta accadendo nella vostra azienda, forse fareste bene a preoccuparvi: grossi guai potrebbe [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=739&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-538" style="margin:5px;" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=211&#038;h=27" alt="logo_home_corriere" width="211" height="27" />Indagine sulla Enron: nei momenti di difficoltà i dipendenti usano la posta elettronica in modo diverso.</em></p>
<p><strong>MILANO</strong> &#8211; Ci si chiude in gruppi ristretti, si parla solo con persone fidate, le informazioni restano all&#8217;interno di una cerchia selezionata. Se questo è quello che sta accadendo nella vostra azienda, forse fareste bene a preoccuparvi: grossi guai potrebbe essere in vista. Il suggerimento arriva da una ricerca americana che ha analizzato i percorsi dei messaggi di posta elettronica inviati dai dipendenti della Enron durante gli ultimi 18 mesi di vita del colosso energetico americano fallito alla fine del 2001. Lo studio, realizzato dal Florida Institute of Technology di Melbourne, rivela come nel mese precedente la fine i modelli di comunicazione elettronica tra i dipendenti abbiano subito un brusco mutamento ispirato da diffidenza e paura. Le persone hanno cominciato a scambiarsi messaggi soprattutto all&#8217;interno di gruppi ridotti e a non condividere le informazioni con il resto dell&#8217;organizzazione. La ricerca è stata presentata alla fine di maggio a Catania in occasione di <a rel="nofollow" href="http://complenet09.diit.unict.it/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">un simposio internazionale sulle reti complesse</span></a>.</p>
<p><a href="http://http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_23/azienda_crisi_email_mastrolonardo_7e61ad54-5fe8-11de-bd53-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui</a></p>
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		<title>Il sito che fa i raggi x ai parlamentari</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 08:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaele</dc:creator>
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Debutta OpenParlamento. Presenze, assenze, attività in Aula, leggi presentate: tutte le statistiche con un click
ROMA &#8211; Il più ribelle, tra i deputati, è Furio Colombo. Da quando è iniziata la legislatura, dicono i numeri, ha votato il 16,5 per cento delle volte (circa un voto su sei) in contrasto con il suo gruppo, il Pd. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=736&subd=mastroblog&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><img class="alignright size-full wp-image-538" style="margin:5px;" title="logo_home_corriere" src="http://mastroblog.files.wordpress.com/2008/09/logo_home_corriere.gif?w=203&#038;h=26" alt="logo_home_corriere" width="203" height="26" /></strong></p>
<p><em>Debutta OpenParlamento. Presenze, assenze, attività in Aula, leggi presentate: tutte le statistiche con un click</em></p>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; Il più ribelle, tra i deputati, è Furio Colombo. Da quando è iniziata la legislatura, dicono i numeri, ha votato il 16,5 per cento delle volte (circa un voto su sei) in contrasto con il suo gruppo, il Pd. Il senatore più presente, invece, è Cristiano De Eccher (Pdl) che divide la prima piazza con il leghista Mandell Valli: entrambi hanno preso parte a 2114 sedute, tutte tranne una. Alla Camera, invece, si distingue per assiduità Gaetano Nastri (Pdl) che si è seduto in aula 3674 volte (su un totale di 3682) per una percentuale del 99,78 per cento. A offrire questi dettagli sull’attività dei nostri rappresentanti a chiunque sia interessato e a rendere più trasparente l’attività legislativa è un sito lanciato oggi: <a href="http://www.openparlamento.it">OpenParlamento</a>.</p>
<p><strong>I PIÙ E I MENO</strong> &#8211; Non c’è più bisogno di essere dei cronisti politici o di imbarcarsi in esplorazioni (sempre un po’ faticose) dei siti istituzionali per sapere cosa accade nelle aule legislative del Belpaese. Basta un clic e, in modo affidabile e chiaro, l’attività degli eletti diventa meno arcana e assume nuove forme. Ecco materializzarsi i ribelli, gli assenteisti, gli assidui ma anche gli stakanovisti, identificati sulla base di un indice dell’attività parlamentare che non tiene conto solo dei voti espressi ma anche degli atti presentati. Per la cronaca, nella contesa della solerzia, l’esito è bipartisan. Angela Napoli del Pdl primeggia tra i deputati più attivi mentre Donatella Poretti del Pd si afferma tra i senatori. Dai singoli ai gruppi, per quanto riguarda le presenze in aula a farla da padrona è la maggioranza. Alla Camera i primi 20 posti sono tutti appannaggio di Pdl e Lega. Mentre al Senato, i rappresentanti dei partiti di governo occupano 18 delle prime 20 posizioni. Un’assiduità, non mancheranno di far notare gli esperti, merito anche dei tanti voti di fiducia che costringono i parlamentari filogovernativi alla presenza.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/politica/09_giugno_15/open_parlamento_statistiche%20_deputati_senatori_italiani_0a154792-59e1-11de-8980-00144f02aabc.shtml">Continua a leggere qui</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mastroblog.wordpress.com/736/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mastroblog.wordpress.com/736/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mastroblog.wordpress.com/736/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mastroblog.wordpress.com/736/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mastroblog.wordpress.com/736/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mastroblog.wordpress.com/736/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mastroblog.wordpress.com/736/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mastroblog.wordpress.com/736/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mastroblog.wordpress.com/736/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mastroblog.wordpress.com/736/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mastroblog.wordpress.com&blog=397679&post=736&subd=mastroblog&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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