Il G8 dichiara guerra ai pirati

In agenda non c’è. Almeno esplicitamente. Ma dietro le formule di rito, buone per le dichiarazioni pubbliche, quella che si sta preparando al prossimo G8, di scena in Giappone dal 7 al 9 luglio, è una vera e propria campagna internazionale contro la pirateria, un piano globale che potrebbe avere conseguenze spiacevoli per chi usa la rete per condividere risorse.

A denunciare lo scenario è l’autorevole New Scientist (ripreso da CustomPc) che racconta come il giro di vite repressivo si nasconda tra le pieghe dell’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Acta), un trattato internazionale contro la contraffazione proposto per la prima volta nel 2007 e la cui stesura procede speditamente.

Se approvato, il trattato – che coinvolge Stati Uniti, Commissione europea, Svizzera, Australia e Giappone – cambierà il modo in cui la legge tratta i “pirati”. E non in meglio: “chiunque offra materiale protetto da copyright su internet o lo scarica – spiega il periodico scientifico – può essere considerato un criminale e disconnesso forzatamente dalla rete.

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Le passioni del giovane Larry

Ci sono posti in cui le le seguenti cose possono ancora accadere. Nascere politicamente a destra e, invecchiando, spostarsi a sinistra. Essere uno studioso al massimo livello senza rinunciare all’attivismo. Organizzare campagne politiche ma non perdere un grammo della propria autorità scientifica. Utilizzare internet per mettere in piedi movimenti senza essere un comico di successo.

Questo posto sono gli Stati Unti d’America e Lawrence Lessig ne è la prova vivente. In gioventù era un seguace di Ronald Reagan, adesso è un democratico di sinistra. Per lavoro fa il professore universitario a Stanford (California), e per hobby lancia movimenti di opinione che sostiene con un’instancabile attività di conferenziere. In rete è ormai un punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore la libertà di espressione.

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Chips & Salsa – Sommario 8 maggio 2008

Giovedì. E come ogni settimana, è in edicola con il manifesto Chips&Salsa, inserto settimanale di tecnologie realizzato da Totem e il manifesto. Da domani i link ai pezzi.

EDITORIALE – Scelta lodevole ma improvvisata, R.M.

Tra comici celebri che scoprono che anche internet può essere cattiva, associazioni dei consumatori che delirano di class-action da 20 miliardi di euro, quotidiani di Confindustria che scaricano dai sistemi p2p come giovani smanettoni (vedi box sotto), il governo di centro-sinistra saluta e se ne va.

Redditi online, parto prematuro, Raffaele Mastrolonardo
Per Rodotà è fondamentale che il Parlamento affronti un nuovo passaggio normativo prima di autorizzare la pubblicazione dei dati. Ma la classe politica è ancora impreparata al cambiamento tecnologico in atto

Quegli scienziati in cerca di dio, Silvia Bencivelli

Un progetto scientifico europeo indaga le ragioni del fenomeno religioso. Psicologi, antropologi e biologi studiano il rapporto tra la mente umana e il divino

Caso, proiezione o evoluzione? All’origine dell’homo religiosus, S.V.
Il filosofo della scienza Massimo Gigliucci racconta come procede l’indagine sulle radici biologiche della credenza dell’essere superiore

PUBBLICITA’ – La scommessa del neuromarketing, Carola Frediani
Misurare le reazioni del cervello a uno spot costa meno di 3 mila dollari. E i colossi della réclame preparano soluzioni più «persuasive»

E poi:

DIRITTI UMANI – 10 maggio, i continenti convergono, Walter Molino

TASSE – Il filesharing del Sole 24 Ore, Nicola Bruno

SCOMMESSE – Parigi, la fibra entra in casa, Alessandra Carboni

Quegli scricchiolii della pubblicità online

comScore dice che i click sulla pubblicità online sono in calo e il titolo di Google cala del 7 per cento. Ma non è solo il motore di ricerca di Mountain View a soffrire: a quanto pare, anche le performance pubblicitarie di Yahoo! non sono eccellenti.

Complicato individuare le cause di questo risultato negativo. Le spiegazioni proposte vanno dagli inserzionisti che acquisterebbero meno parole chiave nei sistemi di pubblicità testuale, a una minore propensione all’acquisto degli utenti in tempi di quasi recessione (il Wall Street Journal intravede segnali di una “click recession”). E questo nonostante dalle parti di Google siano convinti che la pessima situazione economica possa spingere i consumatori ad aumentare i loro acquisti online alla ricerca di occasioni e le possibilità di comparare i prezzi.

Sia come sia, mi pare interessante notare che questa non è la prima notizia che incrina lo scenario, fin qui prevalentemente roseo ed entusiastico della reclame virtuale. A gennaio era stata proprio Google a denunciare inaspettate difficoltà a monetizzare il traffico dei social networking attraverso la pubblicità. Mentre un recente studio ha rivelato la scarsa attendibilità dei click sui banner: il 50 per cento delle visualizzazioni proverrebbe da un misero 6 per cento di utenti.

Difficile attribuire significati ampi a questi segnali. Una cosa, però, mi pare sicura: la strada verso quegli 80 miliardi di dollari che secondo alcuni analisti costituiranno il mercato della pubblicità online nel 2010 non sarà liscia e in discesa come tante dichiarazioni ottimistiche sembrano implicare. Sarà, invece, piena di curve e di alti e bassi. E dunque molto più interessante.

I clic pubblicitari sono in calo rispetto allo stesso periodo del 2007, ma soprattutto rispetto all’ultimo trimestre dell’anno: tra lo scorso novembre e gennaio 2008 il numero di clic è sceso del 12 per cento. Questi dati sono stati accolti con molta preoccupazione da Wall Street che ha così riversato le perplessità sulle azioni di tutti i motori di ricerca.

I fatti e le opinioni

E’ davvero possibile tenere separati i fatti dalle opinioni? Non sempre, secondo Jeff Jarvis, soprattutto non in queste primarie Usa. Dove, dice (e dimostra) il giornalista, i media rivelano un forte pregiudizio negativo nei confronti della Clinton e uno positivo verso Obama.

E allora? La soluzione, dice Jarvis, è che i giornalisti dichiarino pubblicamente per chi votano e chi sostengono.

PS: Nel caso non si fosse capito, Jarvis nelle primarie ha votato Hillary.

: I didn’t think it was necessary to append this to every post on the topic but judging by the comments, it couldn’t hurt: I voted for Clinton in the primaries.

Parole sante

Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze.

[...]

Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si constata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.

papa-ratzinger.jpgCome non essere d’accordo con queste considerazioni? Soprattutto pensando che vengono da uno che se ne intende. Ovvero, dal capo di un’istituzione che la scorsa settimana ha diretto con la maestria e la sicurezza di un Bernstein l’orchestra dei media italiani in un’opera di sublime “suggestione”. Ci vogliono infatti doti straordinarie (miracolose?) per “creare” una “realtà” nella quale una lettera firmata da 67 docenti universitari, scritta due mesi fa, possa apparire come una censura ai danni di un uomo, di un’istituzione, di uno stato ricchi, potenti e influenti come pochi altri nella vita politica, sociale e culturale italiana.

Un ribaltamento dei fatti e un’opera di “manipolazione delle coscienze” che ha portato tanti a riempirsi la bocca sul diritto di parola e di libertà di pensiero del gigante, senza accorgersi di trascurare – e in alcuni casi dileggiare – lo stesso diritto e la stessa libertà quando riguardava quelli che in questa vicenda erano chiaramente i più deboli.

In missione per conto di dio

L’americanista Alessandro Portelli trova che ci sia un aspetto positivo nel fatto che a contendersi la nomination democratica alla Casa Bianca siano Hillary Clinton e Barack Obama:

 Quello che resta significativo, piuttosto, è il fatto che, nonostante tutte le pesanti ambiguità e arretratezze di entrambi, nonostante la loro sostanziale appartenenza al pensiero unico del liberismo globale, le candidature democratiche in campo marcano comunque una differenza non trascurabile da tutto quello che Bush ha rappresentato finora. Certo, uno vorrebbe di più (specie sulla guerra, sul Medio Oriente, sui diritti dei lavoratori), ma questo passa il convento: molto meno del desiderabile e forse del sufficiente, ma qualcosa più di zero. Anche qui, le differenze passano in primo luogo sul piano che sto chiamando simbolico: con tutti i loro sforzi, per esempio, né Obama né Clinton riescono a non essere riconoscibilmente laici, almeno per come è possibile esserlo negli Stati Uniti contemporanei. Nessuno dei due sta in missione per conto di Dio, e non è cosa da poco.

Né di destra né di sinistra?

Si dice sempre più spesso che la sicurezza non ha colore politico e dovrebbe essere garantita da governi di qualsiasi segno: non é né di destra né di sinistra. Me lo ha ripetuto ancora recentemente un amico che stimo assai in una discussione politica via e-mail. Lo ha ribadito oggi Massimo Giannini su Repubblica in un commento all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Personalmente, ho i miei dubbi. A cominciare dal fatto che gli assertori della neutralità politica della sicurezza (come il mio amico e Giannini) sono invariabilmente di sinistra. E che di solito queste persone si rivolgono ad altri individui della propria parte politica, per invitarli a fare un grande passo, a sfatare un tabù (non a caso il commento di Giannini si intitola “Il tabù infranto della sinistra”). Esprimendo l’idea che ci voglia un cambiamento radicale, fanno cioè riferimento implicito a uno stato di cose che non è per nulla neutrale.

Ma se è così, allora, dietro l’apparenza salomonica, il concetto “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” esprime proprio l’opposto: afferma – mentre lo nega – che la sicurezza è sempre stata di destra ed è ancora (altrimenti non ci sarebbe bisogno di negarlo) di destra. In questo modo spera, ripetendo ossessivamente lo slogan di cui sopra e altri analoghi, di invertire questo dato di fatto, di indurre un cambiamento: farla diventare (anche) di sinistra.

Ma è davvero possibile? Si può a furia di furia negare (seppure ambiguamente) il segno politico tradizionalmente attaccato a un concetto cambiarlo nel suo opposto? O non sarà invece che i cittadini continueranno pensare, più o meno consciamente, che il tema è di destra, e che la sinistra può anche appropriarsene quanto vuole ma è arrivata tardi. Che, per quanto faccia, comunque avevano ragione loro, quelli di destra che l’hanno capito molto prima e che, comunque, avranno buon gioco nello scavalcare a destra i neoconvertiti alla sicurezza.

Insomma – per quanto valga il mio parere, cioè nulla – mi riesce difficile pensare che appropriarsi di un concetto, di un tema e di una bandiera della parte politica opposta sia una “svolta culturale”, come dice Giannini.

A meno che non si pensi che la distinzione destra-sinistra non esista più. Nel qual caso però, anche lo slogan da cui siamo partiti è inutile.

PS: sul primo numero della rivista del Pd vedo che c’è un saggio di George Lakoff che queste cose le spiega certamente meglio me. Insomma, forse, qualcosa si muove…

Thomas Friedman, la generazione Q e internet

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

News gratuite: è il turno del Financial Times

Dopo il New York Times, anche un altra storica testata compie un passo verso l’offerta di news gratuite (anche se parziale). Il Financial Times (FT) ha infatti annunciato che da metà ottobre, in concomitanza con un profondo restyling del sito, “libererà” le sue notizie, fino ad oggi a pagamento, rendendole disponibili gratis anche se con un limite: 30 articoli al mese per lettore. Raggiunta la quota, se vorrà fruire di un maggior numero di contenuti, l’utente dovrà abbonarsi, né più né meno come accade oggi (98,99 sterline all’anno o 8,25 sterline al mese).

La novità dell’approccio sta proprio in questo accesso gratuito parziale che deriva da una netta differenziazione degli utenti del sito e dimostra come i margini per sperimentare nuovi modelli di business da parte dei quotidiani online ci sono. Come ho già scritto qui, il FT cerca in questo modo di salvare capra e cavoli. Da un lato, rendendo i suoi contenuti liberi, spera di far entrare i suoi articoli nella grande conversazione e aumentare gli accessi occasionali di coloro che arrivano al sito dai motori di ricerca e da segnalazioni varie. Dall’altro, vuole conservare un patrimonio del sito, quei lettori fedeli (sono più di 100 mila, a quanto pare), così fedeli da essere disposti a pagare per l’accesso completo ai contenuti.

La strada verso una progressiva offerta gratuita dei contenuti è dunque tracciata. Nemmeno due settimane addietro, come è noto, il quotidiano americano ha deciso di eliminare TimesSelect, il programma che offriva a pagamento (49,95 dollari all’anno, 7,95 al mese) l’accesso agli articoli degli editorialisti del quotidiano e al suo ricchissimo archivio. Ora è la volta di un quotidiano che è stato fin qui uno strenuo difensore del modello a pagamento. Il tutto mentre Murdoch ha già fatto sapere che le news senza abbonamento potrebbe essere una delle prossime mosse del sito del “suo” Wall Street Journal.

L’agenda degli utenti contro quella dei media di massa

Un recente studio redatto dal Project for excellence in journalism (Pej) – gli stessi che ogni anno compilano il fondamentale rapporto sullo stato dell’informazione negli Stati Uniti – mette a confronto, in una settimana tipo, la selezione delle notizie da parte dei media tradizionali e di alcuni dei più popolari siti di notizie gestiti interamente dagli utenti, quali Digg, Reddit e Del.icio.us.

L’obiettivo è quello di capire come cambia l’agenda dei media una volta che sia eliminato il lavoro di una redazione centrale e si esca dalle prassi consolidate dei mainstream media. Si tratta solo di un primo passo, ovviamente, che necessita di ulteriori approfondimenti. Mi pare, comunque, molto interessante. I primi spunti che mi ha suscitato li ho pubblicati qui.

Battaglie culturali e sane discussioni

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur (ora tradotto anche in Italia).

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ’90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

Ricatto di famiglia

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-178)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando – leggo dal volantino preparato dagli organizzatori – che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

C’è partecipante e partecipante

images.jpgSempre in tema di partecipazione e contenuti generati dagli utenti, Nicola Bruno segnala una ricerca di Forrester Research che prova a classificare i vari livelli di partecipazioni possibili in rete.

I partecipanti, in effetti, non sono tutti uguali. E, come ha già ricordato KatyLoghia, inserire un video su YouTube è più complesso tecnicamente e richiede più tempo che modificare una voce di Wikipedia o lasciare un commento su un blog. Giusto distinguere, dunque, tra chi crea, critica, colleziona (cioè tagga o usa gli Rss), è membro di un social network, o fa da semplice spettatore.

Giusto. Anche se poi, come nota Nicola, si può appartenere profili diversi in momenti diversi. E anche se poi è meglio non dimenticare che il fine ultimo di questi servizi è offrire qualcosa di interessante a qualcuno: la partecipazione, invece, è solo il mezzo con cui si pensa di farlo. Lo scopo primario per cui è concepita Wikipedia è regalare a chi ne abbia bisogno degli strumenti di conoscenza. Il fine ultimo di YouTube è mettere a disposizione a degli spettatori dei video interessanti.

Dunque, non ci si può sorprendere che chi frequenta questi siti lo faccia soprattutto per questo. Personalmente, mi capita di contribuire a Wikipedia. Ma la stragrande maggioranza delle volte che vado su quel sito è per lo scopo per cui è stata pensata: trovare delle informazioni.

Insomma, forse non c’è da stupirsi che il 95 per cento delle persone la usi in questo modo. E che faccia lo stesso con YouTube. Semmai, come nota Bruno, fa più riflettere il fatto che, secondo la ricerca Forrester, il 52 per cento del campione non frequenta affatto siti partecipativi. Nemmeno come semplice spettatore.

Un web poco partecipativo? Dipende dai punti di vista

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:

  • YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
  • Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
  • Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto

Di qui il commento di Poggiali:

Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?

Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.

Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.

In questo senso, se le percentuali di cui sopra (0.16%, 4,6%, 0,2%) fossero confrontate anche con analoghe percentuali che illustrano il rapporto produttori/meri consumatori sui i media tradizionali, ho l’impressione che farebbero tutt’altra impressione. E racconterebbero dunque un’altra storia. Che non è quella di una serie di costrutti filosofici-economici-sociologici distrutti dal confronto con i fatti (avvenimento da salutare comunque con favore), ma di una progressiva diffusione dei mezzi di produzione della creatività tra coloro che fino a un lustro addietro erano solo audience passiva.

Insomma, le storie possibili rispetto a questa notizia sono (almeno) due, mi pare. E ciascuno può scegliere quella che ritiene più adeguata. Oppure utilizzarle entrambe contro avversari differenti per sostenere una visione più bilanciata delle trasformazioni a cui stiamo assistendo.

Attenzioni virtuali

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

NewAssignment: scocca l’ora zero

Dopo mesi di raccolta fondi e un blog molto aggiornato sulle dinamiche delle nuove forme di giornalismo in rete, finalmente newassignment, esperimento di open source journalism di Jay Rosen, parte con il suo primo progetto sul campo: AssignmentZero. Il tema assegnato a Jeff Howe, giornalista di Wired che ne parla qui, alla squadra di redattori e grafici capitanati da Lauren Sandler e a tutti quelli che vogliono partecipare all’impresa è, guarda caso, il crowdsourcing, ovvero un’analisi delle possibilità che la rete offre a singoli, aziende, e associazioni di sfruttare l’intelligenza collettiva.

AssignmentZero offre già qualche indicazione su come è stato impostato il lavoro. Un blog, gestito dall’editor, aggiorna sull’evoluzione del progetto. Un’area riguarda agli assignment, i compiti che chi collabora può prendersi in carico. Per esempio: un’analisi del funzionamento di Threadless, sito di design che sfrutta l’immaginazione delle masse virtuali per disegnare t-shirt, oppure la ricerca di persone da intervistare per ottenere informazioni sui siti di social news, o ancora un’intervista a Lawrence Lessig. Un forum, infine, permette ai collaboratori di discutere e sviluppare idee.

La partecipazione, visto che il progetto è appena partito, ovviamente ancora manca. Ma non può non stupire favorevolmente il gran lavoro che già è stato fatto per sviscerare i vari aspetti del tema e trovare i possibili interlocutori. Senza contare che, anche così com’è, l’area di lavoro offre una serie di preziosissime indicazioni per chiunque voglia interessarsi all’argomento.

Detto questo, la riuscita del progetto si giocherà proprio sulla capacità di richiamare e gestire la partecipazione conducendola verso un esito creativo e informativo. E per questo bisognerà aspettare un paio di mesi.

Ne parlo più diffusamente qui.

I numeri della compassione

Lo diceva Madre Teresa. Lo sanno bene direttori dei giornali, politici e spin doctor. Gli esseri umani sono più inclini a sviluppare interesse, provare compassione e passare all’azione quando vedono un singolo individuo in sofferenza piuttosto che una massa in difficoltà. E’ per questo che i leader politici provano sempre a personalizzare i problemi, che i giornalisti raccontano storie a partire da casi individuali, che chi si occupa di propaganda in tempo di guerra è sempre alla caccia di storie che abbiano come protagonisti singoli o ristretti gruppi di persone, come racconta, fra gli altri, Clint Easwood in Flags of our fathers.

Sul perché gli esseri umani “funzionino” così si potrebbe speculare a lungo. Secondo questo articolo di Foreign Policy, il problema è nell’incapacità di capire i numeri e di metterli in relazione con tragedie di grandi dimensioni. Insomma, dal punto di vista emotivo la matematica non funziona. Anzi, quando ci troviamo nel mezzo di un processo decisionale, i numeri rendono più arduo capire se qualcosa è giusto o sbagliato, afferma. E’ per questa ragione che le donazioni a un sito di aiuti umanitari, racconta l’articolo, sono calate quando, accanto alla foto di una bambina africana, sono state inserite le cifre sulla tragedia complessiva. Mentre i risultati di alcuni esperimenti rivelano che per l’offuscamento della compassione può essere sufficiente l’arrivo sul campo anche di un solo individuo ulteriore.

Psychologists have found that the statistics of mass murder or genocide—no matter how large the numbers—do not convey the true meaning of such atrocities. The numbers fail to trigger the affective emotion or feeling required to motivate action. In other words, we know that genocide in Darfur is real, but we do not “feel” that reality. In fact, not only do we fail to grasp the gravity of the statistics, but the numbers themselves may actually hinder the psychological processes required to prompt action.

La legge elettorale secondo fisici e matematici

In questi tempi in cui la riforma della legge elettorale è di nuovo al centro del dibattito politico, vale la pena di leggere questo articolo di Luca Tancredi Barone sul manifesto di ieri (sarà online solo per i prossimi 7 giorni…).

Spiega come con il contributo di fisici e matematici sia possibile minimizzare le distorsioni dei vari sistemi elettorali e rendere così il voto più rispondente alla “volontà degli elettori – anche in presenza di meccanismi che favoriscano l’emergere di una maggioranza”.

Semplicità, trasparenza e accuratezza innanzitutto. Ogni voto poi dovrebbe avere un peso e alla fine il parlamento dovrebbe rispecchiare la volontà degli elettori – anche in presenza di meccanismi che favoriscano l’emergere di una maggioranza. Una buona legge dovrebbe anche incoraggiare gli elettori a esprimere le loro vere intenzioni (e non quelle strategiche, ad esempio votando «il meno peggio»), mentre nel caso di una legge maggioritaria il consiglio è quello di garantire la compattezza e la distribuzione uniforme dei collegi elettorali (scoraggiando la cosiddetta pratica del «gerrymandering», cioè il disegnare i collegi ad hoc per garantirsi la maggioranza dei voti), rispettando le divisioni politiche e sociali presenti. Si tratta di regole scientifiche e buon senso che sarà bene tenere a mente prima di combinare nuovi pasticci.

Neutralità, un’espressione vincente

Periodo proficuo per quanto riguarda il dibattito intorno alla cosiddetta neutralità della rete. Tim Berners Lee parla di fronte alla commissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti difendendo il concetto di un network agnostico (con tanto di passaggio critico contro i Drm: qui il video della testimonianza di Lee). Nel frattempo, da qualche giorno circola in rete un bel video militante che spiega in modo creativo la faccenda (segnalato da PI e Telcoeye).

Fra l’altro, Lawrence Lessig, che segnala a sua volta il video, mette in luce un particolare interessante: l’espressione net neutrality, afferma, è stata coniata da Tim Wu che ha così brillantemente sintetizzato il concetto, un po’ più ostico, di rete “end-to-end”.

Questa attribuzione di paternità ci ricorda un’altra volta il fatto, ovvio ma non sempre tenuto in considerazione, che il linguaggio e le metafore che evoca sono dal punto di vista politico importanti. In questo caso, per esempio, il concetto di neutralità della rete (non a caso creato da uno che la sostiene: avrei dovuto capirlo anche  prima di leggere Lessig), una volta trasferito nel dibattito pubblico, costituisce un indubbio vantaggio per chi è favorevole al mantenimento della stupidità del network.

Neutralità è infatti un concetto positivo quando si parla di informazione e di accesso alla conoscenza. E per le telco, se il dibattito è strutturato (framed, direbbe George Lakoff) attorno a questa nozione, la discussione diventa assai più difficile. Essere, davanti all’opinione pubblica, quelli che “violano” qualcosa che è neutrale, non è di per sé piacevole.

Non è un caso che nel video Edward E. Whitacre, amministratore delegato di At&t dica che lui, la net neutrality non sa “nemmeno cosa sia”. E non è un caso che le telco abbiano cercato fin dall’inizio di introdurre un’altra metafora nell’agone pubblico più consona ai loro interessi, quella del “pranzo a sbafo”, del free lunch che Google e compagnia mangerebbero a spese degli operatori.

Il linguaggio non è mai neutro: è sempre politicamente rilevante e suscettibile di orientare il discorso pubblico in una direzione o nell’altra. E questo vuol dire che anche chi, come il sottoscritto, non ha la competenza tecnica per entrare nei dettagli della discussione, può fare un’azione politicamente significativa contribuendo a far circolare la nozione stessa di “neutralità della rete”. Magari diffondendo il video di cui sopra.

Povera Italia(.it)

logo.gif45 milioni di investimento (7 solo per l’infrastruttura, come ha scoperto MorBlog) . Un paio d’anni di gestazione. E infine eccolo: www.italia.it, il nuovo portale nazionale del turismo. Con tanto di logo fresco di conio (valore della gara per il simbolo: 100 mila euro).

Sarà per la sfortunata coincidenza (nascere il giorno dopo le dimissioni del primo ministro non è proprio il massimo); sarà l’essere figlio di due, forse tre, governi (bandito sotto Berlusconi, preso in consegna da Rutelli e ora chissà da chi), ma la prima impressione è quella di prodotto raffazzonato. Un progetto che, nonostante il tempo che ci è voluto per vederlo nascere (la travagliata storia è ben documentata da Punto Informatico), sembra sia stato ultimato in fretta e furia, con alcuni contenuti inseriti all’ultimo momento e un po’ come veniva, giusto perché qualcuno ha deciso che non si poteva andare oltre con i tempi.

Fatto sta che al di là della scarsa ottimizzazione per Firefox (il pulsante che permette di saltare l’introduzione risulta quasi invisibile con il browser open source), del massiccio ricorso a Flash sottolineato da molti, della lentezza complessiva, quello che lascia più insoddisfatti è la qualità dei contenuti e la loro organizzazione. Continua a leggere

Terrorismo: stiamo perdendo la guerra. Parola di esperti.

chart1.pngUna rivista come Foreign Policy, periodico americano di affari esteri, sembra fatta apposta per dare ragione alla tesi di Chomsky, secondo cui più sono lontani dal grande pubblico e diretti a lettori ricchi, potenti e influenti, più i media tendono a rappresentare la realtà in modo accurato, senza pemettere all’ideologia di influenzare il racconto dei fatti. Quelli che pagano, infatti, pretendono anche. E’ questo uno dei motivi per cui, secondo Chomsky, al di fuori di qualche periodico marxista, uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare descrizioni della società in termini di classe è il Wall Street Journal (uno dei miei quotidiani preferiti, tra parentesi).

Foreign Policy, dicevo, conferma a questa ipotesi perché, pur essendo un periodico per l’establishment, contiene spesso posizioni (di solito circostanziate e ben argomentate) che non sfigurerebbero in bocca a critici radicali della politica americana e che offrono ai suoi altolocati lettori una rappresentazione della realtà non edulcorata e non compiacente. Tutto il contrario, giusto per fare un paragone, di quello che solitamente si legge sugli editoriali del Corriere della sera quando si parla di politica estera.

Si vedano, ad esempio, gli ultimi risultati del FOREIGN POLICY/Center for American Progress Terrorism Index, un indice promosso dalla rivista stessa per giudicare i risultati della politica antiterrorismo degli Stati Uniti attraverso le opinioni di un campione bi-partisan di 100 esperti, gente che ha lavorato per il governo, l’esercito o l’intelligence.

Bene, a quanto pare, l’81 per cento di costoro vede un mondo sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e , il 75 per cento di questi pensa che l’America stia “perdendo la guerra al terrorismo”. L’80 per cento è convinto che nel giro di dieci anni si verificheà un attacco al suolo americano paragonabile all’11 settembre.

Interrogati poi sulle singole priorità, gli esperti sono altrettanto impietosi. L’87 per cento giudica del tutto insufficienti le performance gli Stati Uniti per quanto riguarda la public diplomacy, vale a dire quell’insieme di strumenti e di azioni che servono per “vincere il cuore e le menti” di altre popolazioni, migliorando la percezione dell’America. Quanto all’Iraq, solo il 19 per cento dei rispondenti pensa che quella di inviare più truppe sia una buona idea, mentre il 92 per cento concorda che la gestione dell’Iraq da parte di Bush sia stata insufficiente (il 60 per cento la definisce “la peggiore possibile”).

Una bocciatura impietosa. Che non viene da uno sparuto gruppo di radicali di sinistra. Ma da rispettabili signori di tendenze, nel complesso, moderate su una rivista moderata che non ha paura di offrire ai suoi lettori una visione accurata della realtà.

Wikipedia, fu vera crisi?

nohat-logo-nowords-bgwhite-200px.jpgChe ne sarà di Wikipedia? Il futuro dell’enciclopedia online più popolare del pianeta è oggetto di un’intensa discussione. All’origine di tutto, una frase attribuita a Florence Devourad, presidente della Wikipedia Foundation, che avrebbe messo in dubbio la sopravvivenza dell’iniziativa in caso non fossero arrivati in breve tempo soldi freschi.

Come spiega blogs4biz, tuttavia, non c’è da temere: l’esistenza di Wikipedia non è a rischio. I soldi richiesti servono infatti per la “crescita ed il possente adeguamento strutturale che tale crescita esige”. Resta comunque utile, come fa notare Ubik, interrogarsi sulla sostenibilità “di tutti quei prodotti editoriali che si basano sull’effetto rete a prescindere se basati sul volontariato, come ad esempio i blog, o impostati come forme di nanopublishing”.

Neanche il tempo per i fan (come chi scrive) di tirare un sospiro di sollievo che sulla creatura di Jimmy Wales arriva un altro colpo. Slashdot segnala infatti un saggio (che compare all’interno di Wikipedia ma è cosa differente rispetto alle voci vere e proprie dell’eciclopedia) che si interroga sull’incapacità dell’impresa di essere all’altezza della sua missione.

Intitolato Wikipedia is failing, il contributo fa notare come, almeno nell’edizione inglese, gli articoli di alta qualità (giudicati secondo il sistema di valutazione interno) siano una percentuale minima: il “99,8 per cento di tutti gli articoli su Wikipedia non sono considerate ben scritti, verificabili o vasti o esaustivi”. Il giudizio, alla luce di 6 anni di lavoro e oltre 1 milione e mezzo di voci, è drastico: fallimento. Ovviamente, si tratta solo di un’opinione. E altrettanto ovviamente, come da costume di Wikipedia, il dibattitto è intenso.

If Wikipedia just aimed to be a social site where people with similar interests could come together and write articles about anything they liked, it would certainly be succeeding. However, its stated aim is to be an encyclopaedia, and not just that but an encyclopaedia of the highest quality. Six years of work has resulted in 3,000 articles of good or excellent quality, at which rate it will take many decades to produce the quantity of good or excellent articles found in traditional reference works. Almost 1.6 million articles are mediocre to poor to appalling in quality.

Ribaltamenti: da Linkedin al flip test

Se c’è una cosa che ho scoperto negli ultimi anni, e che apprezzo da morire, è il piacere del ribaltamento di prospettiva. Capita, ad esempio, quando si è nelle fasi iniziali della costruzione di un progetto, di avere la sensazione che qualcosa, alla base, non torni nel modo in cui si è fin lì impostato il lavoro. Può essere l’impressione di una discrasia tra gli strumenti impegati e i fini che ci si è proposti, o anche solo la percezione che ci stia sfuggendo qualcosa di fondamentale. Il risultato è che l’ideazione non procede più in modo fluido, balbetta, si ferma, come se ci fosse un blocco.

Certe volte, e sono le volte che mi danno più soddisfazione, il passo in avanti si rivela possibile solo dietro un ribaltamento di visuale. Grazie a un cambio del punto di osservazione che sconvolge il modo in cui ci si è mossi fin lì. Quando questo accade è come se si rompesse un argine, con le idee che ricominciano a scorrere e a intrecciarsi felicemente mentre l’energia del gruppo si ricarica. Il tutto condito dal piacere intellettuale di avere superato un ostacolo in modo creativo e originale: cambiando un paradigma. Continua a leggere

Responsabilità poco sociale

La responsabilità sociale è, appunto, sociale. E’ una tautologia, lo so. Ma, come spesso accade, una cosa è il mondo della logica, un’altra la realtà concreta. Ci pensavo oggi mentre scrivevo su Visionblog questo post su dotherightthing, un sito che utilizza un sistema alla digg per valutare l’eticità del comportamento di un’impresa.

Uno dei problemi che, mi pare, riguardano la questione è infatti quello di chi decide che cosa è responsabile. Voglio dire: se deve essere “sociale”, l’eventuale responsabilità di un’azione non può essere stabilita – come spesso accade – esclusivamente dal singolo soggetto che la compie sulla base di proprie valutazioni di opportunità e di marketing. Continua a leggere

E se fosse tutta una questione di fiducia?

trust-reflection.jpgPiù volte l’hanno accusato di essere l’uomo che sta mandando in rovina i quotidiani. Tutta colpa del suo sito, craigslist, che sottrae ai giornali preziosi introiti sul fronte annunci (compravendita di case, ricerche di lavoro, etc.). Lui, Craig Newmark, si è sempre difeso da questa accusa, definendo la stampa il sale della democrazia e augurando ai suoi campioni lunga e prospera vita.

Oggi, per ribadire quanto sia lontano dal voler interpretare la parte dell’ammazza-quotidiani, ha deciso di mettere la sua esperienza (via Social Media) di coltivatore di comunità online al servizio dei suoi presunti “nemici”. Offrendo un po’ di consigli ai professionisti della notizia. Gratis, per giunta.

In poche righe, la lezione del professor Newmark può essere sintetizzata così: tutto, ma proprio tutto, parte dalla costruzione di un cultura della fiducia (trust), vale a dire trattare gli altri come questi vogliono essere trattati. Dunque, massima attenzione nel combattere e correggere tutti quegli elementi di disinformazione che possono incrinare questo rapporto. Ad esempio? Ad esempio, dice Craig, quando ascoltando la risposta di un intervistato alla propria domanda, è evidente che il giornalista è conscio che si tratta di una menzogna e non dice nulla. Questo atteggiamento (che spesso viene adottato per mantenere un rapporto di fiducia con l’intervistato, aggiungo io) compromette però la relazione con l’ascoltatore-lettore-telespettatore. Che non viene trattato come vorrebbe: ma si fa finta che sia un deficiente.

Insomma, ogni atto, scelta, decisione, dovrebbero essere presi tenendo presente che è questo il legame che interessa l’organizzazione, ed è questo il rapporto che la può far prosperare, in rete ancora di più che nel mondo reale. Questa è la lezione che viene da una delle comunità più ampie, attive e vibranti delle Rete, quella di craigslist. E deriva dal fatto che aziende come questa (o imprese come Wikipedia) si fondano sulla partecipazione degli utenti, vivono e muoiono sulla qualità di una simile partecipazione e per questo hanno interiorizzato un rapporto con la loro comunità di riferimento profondo e rispettoso. Non potrebbe essere altrimenti, dopo tutto, visto che la loro stessa esistenza dipende da questo. Cosa che sempre di più accadrà ad ogni organizzazione che sposti il suo baricentro verso la Rete.

Già che ci sono, sempre a porposito di social media, segnalo anche tre regole generali di gestione del rapporto della comunità raccolta da Crowdsourcing:

- Fai le domande giuste

- Ascolta anche quando fa male

- Cambia alla giusta velocità e al momento giusto

I turbamenti del giovane Ilvo

ilvodiamanti.gifNon c’è partita. Tanto più se l’informazione locale, gli imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra catalogano l’opposizione alla base, tutta insieme, nel segno dell’antiamericanismo non global. [...] Le ragioni di chi teme per la sicurezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il paesaggio: sepolte dall’antiamericanismo, dalla minaccia all’economia. (la repubblica 18 gennaio 2007)

Anni passati ad esaminare gli umori dell’Italia e a raccontarli su uno dei più influenti quotidiani nazionali. Una vita spesa ad auscultare da un osservatorio mediatico privilegiato le passioni degli italiani. Lustri di onorato servizio come interprete del ventre profondo dello stivale. E proprio quando credi di sapere tutto su questo Paese ecco che un bel giorno, zac!, fai una scoperta disarmante: ci sono vicende in cui la politica (di destra e di sinistra), i media e l’industria (che la politica la influenza e i media, spesso, li controlla) si ritrovano tutti d’accordo per rapresentare la realtà in modo distorto (cioè conforme agli interessi dominanti). Dopo una simile rivelazione come vuoi sentirti? Quantomeno “stupito, sconfitto e un poco stupido”. Che è un po’ come dire preso per il culo.

Eppure non si può dire che Ilvo Diamanti gli strumenti per capire questo curioso fenomeno non li avesse. Bastava, per esempio, chiedere a quelli che manifestavano contro la globalizzazione nel 2001 e dintorni, oppure fare un paio di telefonate al movimento No Tav.

E’ proprio vero: certe volte un’esperienza vale più di mille libri. E di mille sondaggi.

Citizen journalism, il tramonto dell’iperlocale?

Quando l’espressione citizen journalism cominciava a diventare popolare (non si parlava ancora di “Web 2.0″ e Dan Gillmor lasciava il San José Mercury per contribuire allo sviluppo di Bayosphere) era uno dei progetti su cui si concentrava maggiore attenzione. Si trattava infatti di una delle prime inizitive che puntava seriamente sul matrimonio tra giornalismo dal basso e iper-localismo, scommetendo sul desiderio delle persone di leggere e di scrivere su quello che accadeva nel loro quartiere.

Oggi, passato l’entusiamo di quei giorni, a quanto pare, Backfence è in crisi (via Social Media). Dopo avere aperto 13 comunità (e avere, fra l’altro, acquistato proprio Bayosphere) ha perso tre executive, tra i quali la co-fondatrice Susan DeFife e dal punto di vista finanziaro non naviga in buone acque. La pubbilcità sognata, soprattutto quella di attività commerciali che non avrebbero potuto permettersi inserzioni su testate più celebri, non si è materializzata.

Forse c’è stata un piccola bolla nel citizen journalism, così piccola che è passata quasi inosservata e presto assorbita nell’entusiasmo del Web 2.0. Backfence e la sua crisi sono uno dei prodotti di quell’euforia iniziale, contagiosa e anche un po’ sgangherata: quando si pensava che tutti, ma proprio tutti avessero una voglia matta di produrre informazione, bastava un pc, una piattaforma e un progetto a dimensione locale.