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Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Il G8 dichiara guerra ai pirati

In Uncategorized on 8 Luglio , 2008 at 8:31 am

In agenda non c’è. Almeno esplicitamente. Ma dietro le formule di rito, buone per le dichiarazioni pubbliche, quella che si sta preparando al prossimo G8, di scena in Giappone dal 7 al 9 luglio, è una vera e propria campagna internazionale contro la pirateria, un piano globale che potrebbe avere conseguenze spiacevoli per chi usa la rete per condividere risorse.

A denunciare lo scenario è l’autorevole New Scientist (ripreso da CustomPc) che racconta come il giro di vite repressivo si nasconda tra le pieghe dell’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Acta), un trattato internazionale contro la contraffazione proposto per la prima volta nel 2007 e la cui stesura procede speditamente.

Se approvato, il trattato – che coinvolge Stati Uniti, Commissione europea, Svizzera, Australia e Giappone – cambierà il modo in cui la legge tratta i “pirati”. E non in meglio: “chiunque offra materiale protetto da copyright su internet o lo scarica – spiega il periodico scientifico – può essere considerato un criminale e disconnesso forzatamente dalla rete.

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Le passioni del giovane Larry

In Linus, articoli, ritratti on 21 Maggio , 2008 at 8:00 am

Ci sono posti in cui le le seguenti cose possono ancora accadere. Nascere politicamente a destra e, invecchiando, spostarsi a sinistra. Essere uno studioso al massimo livello senza rinunciare all’attivismo. Organizzare campagne politiche ma non perdere un grammo della propria autorità scientifica. Utilizzare internet per mettere in piedi movimenti senza essere un comico di successo.

Questo posto sono gli Stati Unti d’America e Lawrence Lessig ne è la prova vivente. In gioventù era un seguace di Ronald Reagan, adesso è un democratico di sinistra. Per lavoro fa il professore universitario a Stanford (California), e per hobby lancia movimenti di opinione che sostiene con un’instancabile attività di conferenziere. In rete è ormai un punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore la libertà di espressione.

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ngn, privacy, pubblicità, religione, tasse online

Chips & Salsa – Sommario 8 maggio 2008

In chips&salsa on 8 Maggio , 2008 at 6:17 pm

Giovedì. E come ogni settimana, è in edicola con il manifesto Chips&Salsa, inserto settimanale di tecnologie realizzato da Totem e il manifesto. Da domani i link ai pezzi.

EDITORIALE – Scelta lodevole ma improvvisata, R.M.

Tra comici celebri che scoprono che anche internet può essere cattiva, associazioni dei consumatori che delirano di class-action da 20 miliardi di euro, quotidiani di Confindustria che scaricano dai sistemi p2p come giovani smanettoni (vedi box sotto), il governo di centro-sinistra saluta e se ne va.

Redditi online, parto prematuro, Raffaele Mastrolonardo
Per Rodotà è fondamentale che il Parlamento affronti un nuovo passaggio normativo prima di autorizzare la pubblicazione dei dati. Ma la classe politica è ancora impreparata al cambiamento tecnologico in atto

Quegli scienziati in cerca di dio, Silvia Bencivelli

Un progetto scientifico europeo indaga le ragioni del fenomeno religioso. Psicologi, antropologi e biologi studiano il rapporto tra la mente umana e il divino

Caso, proiezione o evoluzione? All’origine dell’homo religiosus, S.V.
Il filosofo della scienza Massimo Gigliucci racconta come procede l’indagine sulle radici biologiche della credenza dell’essere superiore

PUBBLICITA’ – La scommessa del neuromarketing, Carola Frediani
Misurare le reazioni del cervello a uno spot costa meno di 3 mila dollari. E i colossi della réclame preparano soluzioni più «persuasive»

E poi:

DIRITTI UMANI – 10 maggio, i continenti convergono, Walter Molino

TASSE – Il filesharing del Sole 24 Ore, Nicola Bruno

SCOMMESSE – Parigi, la fibra entra in casa, Alessandra Carboni

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Google, Microsoft, pubblicità online, Yahoo!

Quegli scricchiolii della pubblicità online

In Uncategorized on 27 Febbraio , 2008 at 4:47 pm

comScore dice che i click sulla pubblicità online sono in calo e il titolo di Google cala del 7 per cento. Ma non è solo il motore di ricerca di Mountain View a soffrire: a quanto pare, anche le performance pubblicitarie di Yahoo! non sono eccellenti.

Complicato individuare le cause di questo risultato negativo. Le spiegazioni proposte vanno dagli inserzionisti che acquisterebbero meno parole chiave nei sistemi di pubblicità testuale, a una minore propensione all’acquisto degli utenti in tempi di quasi recessione (il Wall Street Journal intravede segnali di una “click recession”). E questo nonostante dalle parti di Google siano convinti che la pessima situazione economica possa spingere i consumatori ad aumentare i loro acquisti online alla ricerca di occasioni e le possibilità di comparare i prezzi.

Sia come sia, mi pare interessante notare che questa non è la prima notizia che incrina lo scenario, fin qui prevalentemente roseo ed entusiastico della reclame virtuale. A gennaio era stata proprio Google a denunciare inaspettate difficoltà a monetizzare il traffico dei social networking attraverso la pubblicità. Mentre un recente studio ha rivelato la scarsa attendibilità dei click sui banner: il 50 per cento delle visualizzazioni proverrebbe da un misero 6 per cento di utenti.

Difficile attribuire significati ampi a questi segnali. Una cosa, però, mi pare sicura: la strada verso quegli 80 miliardi di dollari che secondo alcuni analisti costituiranno il mercato della pubblicità online nel 2010 non sarà liscia e in discesa come tante dichiarazioni ottimistiche sembrano implicare. Sarà, invece, piena di curve e di alti e bassi. E dunque molto più interessante.

I clic pubblicitari sono in calo rispetto allo stesso periodo del 2007, ma soprattutto rispetto all’ultimo trimestre dell’anno: tra lo scorso novembre e gennaio 2008 il numero di clic è sceso del 12 per cento. Questi dati sono stati accolti con molta preoccupazione da Wall Street che ha così riversato le perplessità sulle azioni di tutti i motori di ricerca.

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Mobile World Congress 2008

Retrospettiva Barcellona

In Uncategorized on 19 Febbraio , 2008 at 10:23 am

Nell’inarrestabile ciclo delle news, il Mobile World Congress di Barcellona è già roba vecchia. Non questo speciale di BusinessWeek, però, che approfondisce i temi più caldi della fiera catalana.

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Hillary Clinton, Obama, primarie 2008, Stati Uniti

I fatti e le opinioni

In Uncategorized on 19 Febbraio , 2008 at 9:35 am

E’ davvero possibile tenere separati i fatti dalle opinioni? Non sempre, secondo Jeff Jarvis, soprattutto non in queste primarie Usa. Dove, dice (e dimostra) il giornalista, i media rivelano un forte pregiudizio negativo nei confronti della Clinton e uno positivo verso Obama.

E allora? La soluzione, dice Jarvis, è che i giornalisti dichiarino pubblicamente per chi votano e chi sostengono.

PS: Nel caso non si fosse capito, Jarvis nelle primarie ha votato Hillary.

: I didn’t think it was necessary to append this to every post on the topic but judging by the comments, it couldn’t hurt: I voted for Clinton in the primaries.

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calderoli, elezioni italiane, porcellum

Porcate d’autore

In Uncategorized on 7 Febbraio , 2008 at 9:37 am

Giusto per non dimenticare con quale legge elettorale andremo a votare, con quale scopo è stata fatta e da chi.

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giornalismo, internet, media, papa ratzinger

Parole sante

In Uncategorized on 25 Gennaio , 2008 at 4:05 pm

Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze.

[...]

Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si constata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.

papa-ratzinger.jpgCome non essere d’accordo con queste considerazioni? Soprattutto pensando che vengono da uno che se ne intende. Ovvero, dal capo di un’istituzione che la scorsa settimana ha diretto con la maestria e la sicurezza di un Bernstein l’orchestra dei media italiani in un’opera di sublime “suggestione”. Ci vogliono infatti doti straordinarie (miracolose?) per “creare” una “realtà” nella quale una lettera firmata da 67 docenti universitari, scritta due mesi fa, possa apparire come una censura ai danni di un uomo, di un’istituzione, di uno stato ricchi, potenti e influenti come pochi altri nella vita politica, sociale e culturale italiana.

Un ribaltamento dei fatti e un’opera di “manipolazione delle coscienze” che ha portato tanti a riempirsi la bocca sul diritto di parola e di libertà di pensiero del gigante, senza accorgersi di trascurare – e in alcuni casi dileggiare – lo stesso diritto e la stessa libertà quando riguardava quelli che in questa vicenda erano chiaramente i più deboli.

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Alessandro Portelli, Barack Obama, Hillary Clinton, primarie usa, Stati Uniti

In missione per conto di dio

In Uncategorized on 21 Gennaio , 2008 at 12:01 pm

L’americanista Alessandro Portelli trova che ci sia un aspetto positivo nel fatto che a contendersi la nomination democratica alla Casa Bianca siano Hillary Clinton e Barack Obama:

 Quello che resta significativo, piuttosto, è il fatto che, nonostante tutte le pesanti ambiguità e arretratezze di entrambi, nonostante la loro sostanziale appartenenza al pensiero unico del liberismo globale, le candidature democratiche in campo marcano comunque una differenza non trascurabile da tutto quello che Bush ha rappresentato finora. Certo, uno vorrebbe di più (specie sulla guerra, sul Medio Oriente, sui diritti dei lavoratori), ma questo passa il convento: molto meno del desiderabile e forse del sufficiente, ma qualcosa più di zero. Anche qui, le differenze passano in primo luogo sul piano che sto chiamando simbolico: con tutti i loro sforzi, per esempio, né Obama né Clinton riescono a non essere riconoscibilmente laici, almeno per come è possibile esserlo negli Stati Uniti contemporanei. Nessuno dei due sta in missione per conto di Dio, e non è cosa da poco.

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massimo giannini, repubblica, sicurezza

Né di destra né di sinistra?

In Uncategorized on 31 Ottobre , 2007 at 10:08 am

Si dice sempre più spesso che la sicurezza non ha colore politico e dovrebbe essere garantita da governi di qualsiasi segno: non é né di destra né di sinistra. Me lo ha ripetuto ancora recentemente un amico che stimo assai in una discussione politica via e-mail. Lo ha ribadito oggi Massimo Giannini su Repubblica in un commento all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Personalmente, ho i miei dubbi. A cominciare dal fatto che gli assertori della neutralità politica della sicurezza (come il mio amico e Giannini) sono invariabilmente di sinistra. E che di solito queste persone si rivolgono ad altri individui della propria parte politica, per invitarli a fare un grande passo, a sfatare un tabù (non a caso il commento di Giannini si intitola “Il tabù infranto della sinistra”). Esprimendo l’idea che ci voglia un cambiamento radicale, fanno cioè riferimento implicito a uno stato di cose che non è per nulla neutrale.

Ma se è così, allora, dietro l’apparenza salomonica, il concetto “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” esprime proprio l’opposto: afferma – mentre lo nega – che la sicurezza è sempre stata di destra ed è ancora (altrimenti non ci sarebbe bisogno di negarlo) di destra. In questo modo spera, ripetendo ossessivamente lo slogan di cui sopra e altri analoghi, di invertire questo dato di fatto, di indurre un cambiamento: farla diventare (anche) di sinistra.

Ma è davvero possibile? Si può a furia di furia negare (seppure ambiguamente) il segno politico tradizionalmente attaccato a un concetto cambiarlo nel suo opposto? O non sarà invece che i cittadini continueranno pensare, più o meno consciamente, che il tema è di destra, e che la sinistra può anche appropriarsene quanto vuole ma è arrivata tardi. Che, per quanto faccia, comunque avevano ragione loro, quelli di destra che l’hanno capito molto prima e che, comunque, avranno buon gioco nello scavalcare a destra i neoconvertiti alla sicurezza.

Insomma – per quanto valga il mio parere, cioè nulla – mi riesce difficile pensare che appropriarsi di un concetto, di un tema e di una bandiera della parte politica opposta sia una “svolta culturale”, come dice Giannini.

A meno che non si pensi che la distinzione destra-sinistra non esista più. Nel qual caso però, anche lo slogan da cui siamo partiti è inutile.

PS: sul primo numero della rivista del Pd vedo che c’è un saggio di George Lakoff che queste cose le spiega certamente meglio me. Insomma, forse, qualcosa si muove…

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generation q, internet, Thomas Friedman

Thomas Friedman, la generazione Q e internet

In Uncategorized on 12 Ottobre , 2007 at 7:12 pm

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

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financial times, free, media, new york times, news

News gratuite: è il turno del Financial Times

In Uncategorized on 1 Ottobre , 2007 at 4:44 pm

Dopo il New York Times, anche un altra storica testata compie un passo verso l’offerta di news gratuite (anche se parziale). Il Financial Times (FT) ha infatti annunciato che da metà ottobre, in concomitanza con un profondo restyling del sito, “libererà” le sue notizie, fino ad oggi a pagamento, rendendole disponibili gratis anche se con un limite: 30 articoli al mese per lettore. Raggiunta la quota, se vorrà fruire di un maggior numero di contenuti, l’utente dovrà abbonarsi, né più né meno come accade oggi (98,99 sterline all’anno o 8,25 sterline al mese).

La novità dell’approccio sta proprio in questo accesso gratuito parziale che deriva da una netta differenziazione degli utenti del sito e dimostra come i margini per sperimentare nuovi modelli di business da parte dei quotidiani online ci sono. Come ho già scritto qui, il FT cerca in questo modo di salvare capra e cavoli. Da un lato, rendendo i suoi contenuti liberi, spera di far entrare i suoi articoli nella grande conversazione e aumentare gli accessi occasionali di coloro che arrivano al sito dai motori di ricerca e da segnalazioni varie. Dall’altro, vuole conservare un patrimonio del sito, quei lettori fedeli (sono più di 100 mila, a quanto pare), così fedeli da essere disposti a pagare per l’accesso completo ai contenuti.

La strada verso una progressiva offerta gratuita dei contenuti è dunque tracciata. Nemmeno due settimane addietro, come è noto, il quotidiano americano ha deciso di eliminare TimesSelect, il programma che offriva a pagamento (49,95 dollari all’anno, 7,95 al mese) l’accesso agli articoli degli editorialisti del quotidiano e al suo ricchissimo archivio. Ora è la volta di un quotidiano che è stato fin qui uno strenuo difensore del modello a pagamento. Il tutto mentre Murdoch ha già fatto sapere che le news senza abbonamento potrebbe essere una delle prossime mosse del sito del “suo” Wall Street Journal.

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media

L’agenda degli utenti contro quella dei media di massa

In Uncategorized on 12 Settembre , 2007 at 9:56 pm

Un recente studio redatto dal Project for excellence in journalism (Pej) – gli stessi che ogni anno compilano il fondamentale rapporto sullo stato dell’informazione negli Stati Uniti – mette a confronto, in una settimana tipo, la selezione delle notizie da parte dei media tradizionali e di alcuni dei più popolari siti di notizie gestiti interamente dagli utenti, quali Digg, Reddit e Del.icio.us.

L’obiettivo è quello di capire come cambia l’agenda dei media una volta che sia eliminato il lavoro di una redazione centrale e si esca dalle prassi consolidate dei mainstream media. Si tratta solo di un primo passo, ovviamente, che necessita di ulteriori approfondimenti. Mi pare, comunque, molto interessante. I primi spunti che mi ha suscitato li ho pubblicati qui.

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Stati Uniti

Battaglie culturali e sane discussioni

In Uncategorized on 9 Giugno , 2007 at 1:19 pm

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur (ora tradotto anche in Italia).

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ‘90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

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Stati Uniti

Ricatto di famiglia

In Uncategorized on 10 Maggio , 2007 at 2:08 pm

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-178)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando – leggo dal volantino preparato dagli organizzatori – che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

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C’è partecipante e partecipante

In Uncategorized on 24 Aprile , 2007 at 5:28 pm

images.jpgSempre in tema di partecipazione e contenuti generati dagli utenti, Nicola Bruno segnala una ricerca di Forrester Research che prova a classificare i vari livelli di partecipazioni possibili in rete.

I partecipanti, in effetti, non sono tutti uguali. E, come ha già ricordato KatyLoghia, inserire un video su YouTube è più complesso tecnicamente e richiede più tempo che modificare una voce di Wikipedia o lasciare un commento su un blog. Giusto distinguere, dunque, tra chi crea, critica, colleziona (cioè tagga o usa gli Rss), è membro di un social network, o fa da semplice spettatore.

Giusto. Anche se poi, come nota Nicola, si può appartenere profili diversi in momenti diversi. E anche se poi è meglio non dimenticare che il fine ultimo di questi servizi è offrire qualcosa di interessante a qualcuno: la partecipazione, invece, è solo il mezzo con cui si pensa di farlo. Lo scopo primario per cui è concepita Wikipedia è regalare a chi ne abbia bisogno degli strumenti di conoscenza. Il fine ultimo di YouTube è mettere a disposizione a degli spettatori dei video interessanti.

Dunque, non ci si può sorprendere che chi frequenta questi siti lo faccia soprattutto per questo. Personalmente, mi capita di contribuire a Wikipedia. Ma la stragrande maggioranza delle volte che vado su quel sito è per lo scopo per cui è stata pensata: trovare delle informazioni.

Insomma, forse non c’è da stupirsi che il 95 per cento delle persone la usi in questo modo. E che faccia lo stesso con YouTube. Semmai, come nota Bruno, fa più riflettere il fatto che, secondo la ricerca Forrester, il 52 per cento del campione non frequenta affatto siti partecipativi. Nemmeno come semplice spettatore.

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Un web poco partecipativo? Dipende dai punti di vista

In Uncategorized on 18 Aprile , 2007 at 6:09 pm

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:

  • YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
  • Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
  • Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto

Di qui il commento di Poggiali:

Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?

Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.

Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.

In questo senso, se le percentuali di cui sopra (0.16%, 4,6%, 0,2%) fossero confrontate anche con analoghe percentuali che illustrano il rapporto produttori/meri consumatori sui i media tradizionali, ho l’impressione che farebbero tutt’altra impressione. E racconterebbero dunque un’altra storia. Che non è quella di una serie di costrutti filosofici-economici-sociologici distrutti dal confronto con i fatti (avvenimento da salutare comunque con favore), ma di una progressiva diffusione dei mezzi di produzione della creatività tra coloro che fino a un lustro addietro erano solo audience passiva.

Insomma, le storie possibili rispetto a questa notizia sono (almeno) due, mi pare. E ciascuno può scegliere quella che ritiene più adeguata. Oppure utilizzarle entrambe contro avversari differenti per sostenere una visione più bilanciata delle trasformazioni a cui stiamo assistendo.

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internet

Attenzioni virtuali

In Uncategorized on 4 Aprile , 2007 at 5:35 pm

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

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media

NewAssignment: scocca l’ora zero

In Uncategorized on 15 Marzo , 2007 at 9:32 am

Dopo mesi di raccolta fondi e un blog molto aggiornato sulle dinamiche delle nuove forme di giornalismo in rete, finalmente newassignment, esperimento di open source journalism di Jay Rosen, parte con il suo primo progetto sul campo: AssignmentZero. Il tema assegnato a Jeff Howe, giornalista di Wired che ne parla qui, alla squadra di redattori e grafici capitanati da Lauren Sandler e a tutti quelli che vogliono partecipare all’impresa è, guarda caso, il crowdsourcing, ovvero un’analisi delle possibilità che la rete offre a singoli, aziende, e associazioni di sfruttare l’intelligenza collettiva.

AssignmentZero offre già qualche indicazione su come è stato impostato il lavoro. Un blog, gestito dall’editor, aggiorna sull’evoluzione del progetto. Un’area riguarda agli assignment, i compiti che chi collabora può prendersi in carico. Per esempio: un’analisi del funzionamento di Threadless, sito di design che sfrutta l’immaginazione delle masse virtuali per disegnare t-shirt, oppure la ricerca di persone da intervistare per ottenere informazioni sui siti di social news, o ancora un’intervista a Lawrence Lessig. Un forum, infine, permette ai collaboratori di discutere e sviluppare idee.

La partecipazione, visto che il progetto è appena partito, ovviamente ancora manca. Ma non può non stupire favorevolmente il gran lavoro che già è stato fatto per sviscerare i vari aspetti del tema e trovare i possibili interlocutori. Senza contare che, anche così com’è, l’area di lavoro offre una serie di preziosissime indicazioni per chiunque voglia interessarsi all’argomento.

Detto questo, la riuscita del progetto si giocherà proprio sulla capacità di richiamare e gestire la partecipazione conducendola verso un esito creativo e informativo. E per questo bisognerà aspettare un paio di mesi.

Ne parlo più diffusamente qui.

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I numeri della compassione

In Uncategorized on 13 Marzo , 2007 at 6:33 pm

Lo diceva Madre Teresa. Lo sanno bene direttori dei giornali, politici e spin doctor. Gli esseri umani sono più inclini a sviluppare interesse, provare compassione e passare all’azione quando vedono un singolo individuo in sofferenza piuttosto che una massa in difficoltà. E’ per questo che i leader politici provano sempre a personalizzare i problemi, che i giornalisti raccontano storie a partire da casi individuali, che chi si occupa di propaganda in tempo di guerra è sempre alla caccia di storie che abbiano come protagonisti singoli o ristretti gruppi di persone, come racconta, fra gli altri, Clint Easwood in Flags of our fathers.

Sul perché gli esseri umani “funzionino” così si potrebbe speculare a lungo. Secondo questo articolo di Foreign Policy, il problema è nell’incapacità di capire i numeri e di metterli in relazione con tragedie di grandi dimensioni. Insomma, dal punto di vista emotivo la matematica non funziona. Anzi, quando ci troviamo nel mezzo di un processo decisionale, i numeri rendono più arduo capire se qualcosa è giusto o sbagliato, afferma. E’ per questa ragione che le donazioni a un sito di aiuti umanitari, racconta l’articolo, sono calate quando, accanto alla foto di una bambina africana, sono state inserite le cifre sulla tragedia complessiva. Mentre i risultati di alcuni esperimenti rivelano che per l’offuscamento della compassione può essere sufficiente l’arrivo sul campo anche di un solo individuo ulteriore.

Psychologists have found that the statistics of mass murder or genocide—no matter how large the numbers—do not convey the true meaning of such atrocities. The numbers fail to trigger the affective emotion or feeling required to motivate action. In other words, we know that genocide in Darfur is real, but we do not “feel” that reality. In fact, not only do we fail to grasp the gravity of the statistics, but the numbers themselves may actually hinder the psychological processes required to prompt action.

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La legge elettorale secondo fisici e matematici

In Uncategorized on 9 Marzo , 2007 at 9:41 am

In questi tempi in cui la riforma della legge elettorale è di nuovo al centro del dibattito politico, vale la pena di leggere questo articolo di Luca Tancredi Barone sul manifesto di ieri (sarà online solo per i prossimi 7 giorni…).

Spiega come con il contributo di fisici e matematici sia possibile minimizzare le distorsioni dei vari sistemi elettorali e rendere così il voto più rispondente alla “volontà degli elettori – anche in presenza di meccanismi che favoriscano l’emergere di una maggioranza”.

Semplicità, trasparenza e accuratezza innanzitutto. Ogni voto poi dovrebbe avere un peso e alla fine il parlamento dovrebbe rispecchiare la volontà degli elettori – anche in presenza di meccanismi che favoriscano l’emergere di una maggioranza. Una buona legge dovrebbe anche incoraggiare gli elettori a esprimere le loro vere intenzioni (e non quelle strategiche, ad esempio votando «il meno peggio»), mentre nel caso di una legge maggioritaria il consiglio è quello di garantire la compattezza e la distribuzione uniforme dei collegi elettorali (scoraggiando la cosiddetta pratica del «gerrymandering», cioè il disegnare i collegi ad hoc per garantirsi la maggioranza dei voti), rispettando le divisioni politiche e sociali presenti. Si tratta di regole scientifiche e buon senso che sarà bene tenere a mente prima di combinare nuovi pasticci.

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Neutralità, un’espressione vincente

In Uncategorized on 2 Marzo , 2007 at 3:14 pm

Periodo proficuo per quanto riguarda il dibattito intorno alla cosiddetta neutralità della rete. Tim Berners Lee parla di fronte alla commissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti difendendo il concetto di un network agnostico (con tanto di passaggio critico contro i Drm: qui il video della testimonianza di Lee). Nel frattempo, da qualche giorno circola in rete un bel video militante che spiega in modo creativo la faccenda (segnalato da PI e Telcoeye).

Fra l’altro, Lawrence Lessig, che segnala a sua volta il video, mette in luce un particolare interessante: l’espressione net neutrality, afferma, è stata coniata da Tim Wu che ha così brillantemente sintetizzato il concetto, un po’ più ostico, di rete “end-to-end”.

Questa attribuzione di paternità ci ricorda un’altra volta il fatto, ovvio ma non sempre tenuto in considerazione, che il linguaggio e le metafore che evoca sono dal punto di vista politico importanti. In questo caso, per esempio, il concetto di neutralità della rete (non a caso creato da uno che la sostiene: avrei dovuto capirlo anche  prima di leggere Lessig), una volta trasferito nel dibattito pubblico, costituisce un indubbio vantaggio per chi è favorevole al mantenimento della stupidità del network.

Neutralità è infatti un concetto positivo quando si parla di informazione e di accesso alla conoscenza. E per le telco, se il dibattito è strutturato (framed, direbbe George Lakoff) attorno a questa nozione, la discussione diventa assai più difficile. Essere, davanti all’opinione pubblica, quelli che “violano” qualcosa che è neutrale, non è di per sé piacevole.

Non è un caso che nel video Edward E. Whitacre, amministratore delegato di At&t dica che lui, la net neutrality non sa “nemmeno cosa sia”. E non è un caso che le telco abbiano cercato fin dall’inizio di introdurre un’altra metafora nell’agone pubblico più consona ai loro interessi, quella del “pranzo a sbafo”, del free lunch che Google e compagnia mangerebbero a spese degli operatori.

Il linguaggio non è mai neutro: è sempre politicamente rilevante e suscettibile di orientare il discorso pubblico in una direzione o nell’altra. E questo vuol dire che anche chi, come il sottoscritto, non ha la competenza tecnica per entrare nei dettagli della discussione, può fare un’azione politicamente significativa contribuendo a far circolare la nozione stessa di “neutralità della rete”. Magari diffondendo il video di cui sopra.

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e-government

Povera Italia(.it)

In Uncategorized on 22 Febbraio , 2007 at 7:17 pm

logo.gif45 milioni di investimento (7 solo per l’infrastruttura, come ha scoperto MorBlog) . Un paio d’anni di gestazione. E infine eccolo: www.italia.it, il nuovo portale nazionale del turismo. Con tanto di logo fresco di conio (valore della gara per il simbolo: 100 mila euro).

Sarà per la sfortunata coincidenza (nascere il giorno dopo le dimissioni del primo ministro non è proprio il massimo); sarà l’essere figlio di due, forse tre, governi (bandito sotto Berlusconi, preso in consegna da Rutelli e ora chissà da chi), ma la prima impressione è quella di prodotto raffazzonato. Un progetto che, nonostante il tempo che ci è voluto per vederlo nascere (la travagliata storia è ben documentata da Punto Informatico), sembra sia stato ultimato in fretta e furia, con alcuni contenuti inseriti all’ultimo momento e un po’ come veniva, giusto perché qualcuno ha deciso che non si poteva andare oltre con i tempi.

Fatto sta che al di là della scarsa ottimizzazione per Firefox (il pulsante che permette di saltare l’introduzione risulta quasi invisibile con il browser open source), del massiccio ricorso a Flash sottolineato da molti, della lentezza complessiva, quello che lascia più insoddisfatti è la qualità dei contenuti e la loro organizzazione. Read the rest of this entry »

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Stati Uniti

Terrorismo: stiamo perdendo la guerra. Parola di esperti.

In Uncategorized on 15 Febbraio , 2007 at 7:21 pm

chart1.pngUna rivista come Foreign Policy, periodico americano di affari esteri, sembra fatta apposta per dare ragione alla tesi di Chomsky, secondo cui più sono lontani dal grande pubblico e diretti a lettori ricchi, potenti e influenti, più i media tendono a rappresentare la realtà in modo accurato, senza pemettere all’ideologia di influenzare il racconto dei fatti. Quelli che pagano, infatti, pretendono anche. E’ questo uno dei motivi per cui, secondo Chomsky, al di fuori di qualche periodico marxista, uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare descrizioni della società in termini di classe è il Wall Street Journal (uno dei miei quotidiani preferiti, tra parentesi).

Foreign Policy, dicevo, conferma a questa ipotesi perché, pur essendo un periodico per l’establishment, contiene spesso posizioni (di solito circostanziate e ben argomentate) che non sfigurerebbero in bocca a critici radicali della politica americana e che offrono ai suoi altolocati lettori una rappresentazione della realtà non edulcorata e non compiacente. Tutto il contrario, giusto per fare un paragone, di quello che solitamente si legge sugli editoriali del Corriere della sera quando si parla di politica estera.

Si vedano, ad esempio, gli ultimi risultati del FOREIGN POLICY/Center for American Progress Terrorism Index, un indice promosso dalla rivista stessa per giudicare i risultati della politica antiterrorismo degli Stati Uniti attraverso le opinioni di un campione bi-partisan di 100 esperti, gente che ha lavorato per il governo, l’esercito o l’intelligence.

Bene, a quanto pare, l’81 per cento di costoro vede un mondo sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e , il 75 per cento di questi pensa che l’America stia “perdendo la guerra al terrorismo”. L’80 per cento è convinto che nel giro di dieci anni si verificheà un attacco al suolo americano paragonabile all’11 settembre.

Interrogati poi sulle singole priorità, gli esperti sono altrettanto impietosi. L’87 per cento giudica del tutto insufficienti le performance gli Stati Uniti per quanto riguarda la public diplomacy, vale a dire quell’insieme di strumenti e di azioni che servono per “vincere il cuore e le menti” di altre popolazioni, migliorando la percezione dell’America. Quanto all’Iraq, solo il 19 per cento dei rispondenti pensa che quella di inviare più truppe sia una buona idea, mentre il 92 per cento concorda che la gestione dell’Iraq da parte di Bush sia stata insufficiente (il 60 per cento la definisce “la peggiore possibile”).

Una bocciatura impietosa. Che non viene da uno sparuto gruppo di radicali di sinistra. Ma da rispettabili signori di tendenze, nel complesso, moderate su una rivista moderata che non ha paura di offrire ai suoi lettori una visione accurata della realtà.

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Wikipedia, fu vera crisi?

In Uncategorized on 14 Febbraio , 2007 at 5:44 pm

nohat-logo-nowords-bgwhite-200px.jpgChe ne sarà di Wikipedia? Il futuro dell’enciclopedia online più popolare del pianeta è oggetto di un’intensa discussione. All’origine di tutto, una frase attribuita a Florence Devourad, presidente della Wikipedia Foundation, che avrebbe messo in dubbio la sopravvivenza dell’iniziativa in caso non fossero arrivati in breve tempo soldi freschi.

Come spiega blogs4biz, tuttavia, non c’è da temere: l’esistenza di Wikipedia non è a rischio. I soldi richiesti servono infatti per la “crescita ed il possente adeguamento strutturale che tale crescita esige”. Resta comunque utile, come fa notare Ubik, interrogarsi sulla sostenibilità “di tutti quei prodotti editoriali che si basano sull’effetto rete a prescindere se basati sul volontariato, come ad esempio i blog, o impostati come forme di nanopublishing”.

Neanche il tempo per i fan (come chi scrive) di tirare un sospiro di sollievo che sulla creatura di Jimmy Wales arriva un altro colpo. Slashdot segnala infatti un saggio (che compare all’interno di Wikipedia ma è cosa differente rispetto alle voci vere e proprie dell’eciclopedia) che si interroga sull’incapacità dell’impresa di essere all’altezza della sua missione.

Intitolato Wikipedia is failing, il contributo fa notare come, almeno nell’edizione inglese, gli articoli di alta qualità (giudicati secondo il sistema di valutazione interno) siano una percentuale minima: il “99,8 per cento di tutti gli articoli su Wikipedia non sono considerate ben scritti, verificabili o vasti o esaustivi”. Il giudizio, alla luce di 6 anni di lavoro e oltre 1 milione e mezzo di voci, è drastico: fallimento. Ovviamente, si tratta solo di un’opinione. E altrettanto ovviamente, come da costume di Wikipedia, il dibattitto è intenso.

If Wikipedia just aimed to be a social site where people with similar interests could come together and write articles about anything they liked, it would certainly be succeeding. However, its stated aim is to be an encyclopaedia, and not just that but an encyclopaedia of the highest quality. Six years of work has resulted in 3,000 articles of good or excellent quality, at which rate it will take many decades to produce the quantity of good or excellent articles found in traditional reference works. Almost 1.6 million articles are mediocre to poor to appalling in quality.

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Ribaltamenti: da Linkedin al flip test

In Uncategorized on 1 Febbraio , 2007 at 3:27 pm

Se c’è una cosa che ho scoperto negli ultimi anni, e che apprezzo da morire, è il piacere del ribaltamento di prospettiva. Capita, ad esempio, quando si è nelle fasi iniziali della costruzione di un progetto, di avere la sensazione che qualcosa, alla base, non torni nel modo in cui si è fin lì impostato il lavoro. Può essere l’impressione di una discrasia tra gli strumenti impegati e i fini che ci si è proposti, o anche solo la percezione che ci stia sfuggendo qualcosa di fondamentale. Il risultato è che l’ideazione non procede più in modo fluido, balbetta, si ferma, come se ci fosse un blocco.

Certe volte, e sono le volte che mi danno più soddisfazione, il passo in avanti si rivela possibile solo dietro un ribaltamento di visuale. Grazie a un cambio del punto di osservazione che sconvolge il modo in cui ci si è mossi fin lì. Quando questo accade è come se si rompesse un argine, con le idee che ricominciano a scorrere e a intrecciarsi felicemente mentre l’energia del gruppo si ricarica. Il tutto condito dal piacere intellettuale di avere superato un ostacolo in modo creativo e originale: cambiando un paradigma. Read the rest of this entry »

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Responsabilità poco sociale

In Uncategorized on 30 Gennaio , 2007 at 7:02 pm

La responsabilità sociale è, appunto, sociale. E’ una tautologia, lo so. Ma, come spesso accade, una cosa è il mondo della logica, un’altra la realtà concreta. Ci pensavo oggi mentre scrivevo su Visionblog questo post su dotherightthing, un sito che utilizza un sistema alla digg per valutare l’eticità del comportamento di un’impresa.

Uno dei problemi che, mi pare, riguardano la questione è infatti quello di chi decide che cosa è responsabile. Voglio dire: se deve essere “sociale”, l’eventuale responsabilità di un’azione non può essere stabilita – come spesso accade – esclusivamente dal singolo soggetto che la compie sulla base di proprie valutazioni di opportunità e di marketing. Read the rest of this entry »

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media

E se fosse tutta una questione di fiducia?

In Uncategorized on 26 Gennaio , 2007 at 7:13 pm

trust-reflection.jpgPiù volte l’hanno accusato di essere l’uomo che sta mandando in rovina i quotidiani. Tutta colpa del suo sito, craigslist, che sottrae ai giornali preziosi introiti sul fronte annunci (compravendita di case, ricerche di lavoro, etc.). Lui, Craig Newmark, si è sempre difeso da questa accusa, definendo la stampa il sale della democrazia e augurando ai suoi campioni lunga e prospera vita.

Oggi, per ribadire quanto sia lontano dal voler interpretare la parte dell’ammazza-quotidiani, ha deciso di mettere la sua esperienza (via Social Media) di coltivatore di comunità online al servizio dei suoi presunti “nemici”. Offrendo un po’ di consigli ai professionisti della notizia. Gratis, per giunta.

In poche righe, la lezione del professor Newmark può essere sintetizzata così: tutto, ma proprio tutto, parte dalla costruzione di un cultura della fiducia (trust), vale a dire trattare gli altri come questi vogliono essere trattati. Dunque, massima attenzione nel combattere e correggere tutti quegli elementi di disinformazione che possono incrinare questo rapporto. Ad esempio? Ad esempio, dice Craig, quando ascoltando la risposta di un intervistato alla propria domanda, è evidente che il giornalista è conscio che si tratta di una menzogna e non dice nulla. Questo atteggiamento (che spesso viene adottato per mantenere un rapporto di fiducia con l’intervistato, aggiungo io) compromette però la relazione con l’ascoltatore-lettore-telespettatore. Che non viene trattato come vorrebbe: ma si fa finta che sia un deficiente.

Insomma, ogni atto, scelta, decisione, dovrebbero essere presi tenendo presente che è questo il legame che interessa l’organizzazione, ed è questo il rapporto che la può far prosperare, in rete ancora di più che nel mondo reale. Questa è la lezione che viene da una delle comunità più ampie, attive e vibranti delle Rete, quella di craigslist. E deriva dal fatto che aziende come questa (o imprese come Wikipedia) si fondano sulla partecipazione degli utenti, vivono e muoiono sulla qualità di una simile partecipazione e per questo hanno interiorizzato un rapporto con la loro comunità di riferimento profondo e rispettoso. Non potrebbe essere altrimenti, dopo tutto, visto che la loro stessa esistenza dipende da questo. Cosa che sempre di più accadrà ad ogni organizzazione che sposti il suo baricentro verso la Rete.

Già che ci sono, sempre a porposito di social media, segnalo anche tre regole generali di gestione del rapporto della comunità raccolta da Crowdsourcing:

- Fai le domande giuste

- Ascolta anche quando fa male

- Cambia alla giusta velocità e al momento giusto

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I turbamenti del giovane Ilvo

In Uncategorized on 22 Gennaio , 2007 at 7:22 pm

ilvodiamanti.gifNon c’è partita. Tanto più se l’informazione locale, gli imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra catalogano l’opposizione alla base, tutta insieme, nel segno dell’antiamericanismo non global. [...] Le ragioni di chi teme per la sicurezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il paesaggio: sepolte dall’antiamericanismo, dalla minaccia all’economia. (la repubblica 18 gennaio 2007)

Anni passati ad esaminare gli umori dell’Italia e a raccontarli su uno dei più influenti quotidiani nazionali. Una vita spesa ad auscultare da un osservatorio mediatico privilegiato le passioni degli italiani. Lustri di onorato servizio come interprete del ventre profondo dello stivale. E proprio quando credi di sapere tutto su questo Paese ecco che un bel giorno, zac!, fai una scoperta disarmante: ci sono vicende in cui la politica (di destra e di sinistra), i media e l’industria (che la politica la influenza e i media, spesso, li controlla) si ritrovano tutti d’accordo per rapresentare la realtà in modo distorto (cioè conforme agli interessi dominanti). Dopo una simile rivelazione come vuoi sentirti? Quantomeno “stupito, sconfitto e un poco stupido”. Che è un po’ come dire preso per il culo.

Eppure non si può dire che Ilvo Diamanti gli strumenti per capire questo curioso fenomeno non li avesse. Bastava, per esempio, chiedere a quelli che manifestavano contro la globalizzazione nel 2001 e dintorni, oppure fare un paio di telefonate al movimento No Tav.

E’ proprio vero: certe volte un’esperienza vale più di mille libri. E di mille sondaggi.

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Citizen journalism, il tramonto dell’iperlocale?

In Uncategorized on 17 Gennaio , 2007 at 6:20 pm

Quando l’espressione citizen journalism cominciava a diventare popolare (non si parlava ancora di “Web 2.0″ e Dan Gillmor lasciava il San José Mercury per contribuire allo sviluppo di Bayosphere) era uno dei progetti su cui si concentrava maggiore attenzione. Si trattava infatti di una delle prime inizitive che puntava seriamente sul matrimonio tra giornalismo dal basso e iper-localismo, scommetendo sul desiderio delle persone di leggere e di scrivere su quello che accadeva nel loro quartiere.

Oggi, passato l’entusiamo di quei giorni, a quanto pare, Backfence è in crisi (via Social Media). Dopo avere aperto 13 comunità (e avere, fra l’altro, acquistato proprio Bayosphere) ha perso tre executive, tra i quali la co-fondatrice Susan DeFife e dal punto di vista finanziaro non naviga in buone acque. La pubbilcità sognata, soprattutto quella di attività commerciali che non avrebbero potuto permettersi inserzioni su testate più celebri, non si è materializzata.

Forse c’è stata un piccola bolla nel citizen journalism, così piccola che è passata quasi inosservata e presto assorbita nell’entusiasmo del Web 2.0. Backfence e la sua crisi sono uno dei prodotti di quell’euforia iniziale, contagiosa e anche un po’ sgangherata: quando si pensava che tutti, ma proprio tutti avessero una voglia matta di produrre informazione, bastava un pc, una piattaforma e un progetto a dimensione locale.

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media

Vision, dalla carta al bit…

In Uncategorized on 16 Gennaio , 2007 at 7:36 pm

cover_vision15.jpgL’avventura cartacea di Monthly Vision, il mensile per cui ho scritto nell’ultimo anno (qui alcuni articoli), finisce. Domani uscirà in edicola l’ultimo numero.

Dire che spero sia una pausa temporanea è superfluo: a me la carta piace, inebria e senza quotidiani e riviste non saprei davvero vivere. Figuriamoci quando si tratta di un periodico che sento “mio”. Dunque, sono triste. E lo sono ancora di più perché è stata davvero una bella avventura che ha costruito, credo, un bel prodotto sotto la guida, per dare a Cesare quel che è di Cesare, di Franco Carlini e Luciano Lombardi.

In attesa del (rapido, spero) ritorno nel mondo degli atomi, molte energie finiranno impiegate nelVision di bit. Per ora, con aggiornamenti più frequenti e consistenti; fra un po’ con un progetto editoriale completamente nuovo e ambizioso.

Nel frattempo, allego di seguito l’editoriale di addio di Franco Carlini e Ugo Bertone. Non so se condivido tutto il loro ottimismo sulle sorti progressive dei bit. Sicuramente, in quello che dicono c’è tanto di vero e molto su cui discutere.

Dalla carta al bit e ritorno

I titoli clamorosi che annunciavano la fine della carta stampata hanno prodotto molto fragore, ma immediatamente temperato dalle reazioni incredule e tranquillizzanti di tutti quelli, giornalisti ed editori, che non riescono a immaginare un mondo della comunicazione diverso da quello che fino a oggi hanno frequentato.

Le linee concettuali di tale difesa dell’esistente sono state: 1) nessun medium di comunicazione è mai stato totalmente soppiantato da quelli nuovi emergenti, e dunque non succederà nemmeno in questo caso; 2) l’internet ha reso disponibile una grande abbondanza di informazioni, le quali continueranno a crescere vertiginosamente; per questo ci sarà sempre bisogno, anzi più bisogno, di giornalisti ed editori, ovvero di soggetti che organizzano con intelligenza quelle news, dando loro un ordine e un senso; 3) quindi noi, editori e giornalisti, restiamo tranquilli al nostro posto, a garantire la qualità dell’informazione, al servizio dei lettori.

Le prime due affermazioni sono giuste e ragionevoli, ma è sulla terza che la linea di resistenza della carta ai bit vacilla, perché i lettori verificano tutti i giorni che la qualità e autorevolezza declamate spesso non ci sono, nei giornali di oggi, per non dire nelle tv di oggi. È successo per una infinità di motivi, che vanno dalla vocazione spinta alla pubblicità come fonte prevalente di fatturato, agli interessi “vestiti” di molti editori che usano i quotidiani come raffinati strumenti di lobbying, al servizio di altri interessi, legittimi ma diversi. Se dunque le copie vendute calano non è solo per ragioni demografiche (leggono specialmente gli adulti e gli anziani) ma anche perché molti già lettori si sono resi conto che di tanta carta stampata possono benissimo fare a meno: da un lato non porta abbastanza valore di informazione e conoscenza e dall’altro sul web si trova altrettanto se non di più e di meglio (insieme a molta spazzatura, ma i lettori naviganti hanno ormai imparato dove trovare quello che serve loro).

Se le cose stanno così, varrebbe forse la pena di rovesciare le gerarchie dei media, mettendo al centro il web, attivo 24 ore su 24, interattivo con il suo pubblico che genera lui stesso contenuti e condivide conoscenza, e poi declinarli su diversi formati e supporti: carta quotidiana e periodica video, file mp3, tutti quelli che la fantasia consente.

Questa è la strada che anche Vision ha deciso di compiere, ribaltando la propria organizzazione e provando a spostare di colpo l’orizzonte della propria attività, sul terreno che anche tutti gli altri obbligatoriamente seguiranno negli anni a venire. È certamente un azzardo, che ci è reso facile dalla piccolezza e agilità di questa testata. Ma è una strada che intendiamo percorrere con la stessa determinazione con cui The Guardian pochi mesi fa ha ribaltato la gerarchia tra l’edizione internet (che ora pubblica in anteprima gli stessi articoli dell’edizione cartacea) e il giornale tradizionale.

«Io non so quale sia il nostro modello di business – rispose il direttore a chi gli chiedeva come evitare, in questo modo, la cannibalizzazione del quotidiano – ma di una cosa sono certo: il modello tradizionale è destinato a un sicuro deficit».
Sono passati pochi mesi da quella provocazione: The Guardian, che un anno fa faceva fatica a varcare i confini del Galles, oggi vanta nell’edizione online più lettori in America che nel Regno Unito.

Non abbiamo le stesse ambizioni dei colleghi inglesi. Ma la sfida è altrettanto difficile: negli ultimi mesi (che sulla rete valgono anni) è esplosa l’interattività. I lettori vogliono impadronirsi del microfono. Gli addetti ai lavori, i giornalisti (ma anche i portavoce delle aziende come gli intellettuali), resistono perché sanno che dovranno faticare un bel po’ per riconquistare il loro diritto all’ultima parola. Noi ci mettiamo in discussione, pronti a rischiare: forse non è la strada giusta. Ma quella tradizionale di sicuro non porta a nulla.

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media

Effetto Google sui quotidiani

In Uncategorized on 13 Gennaio , 2007 at 2:11 pm

newspaper.jpgApparentemente (e fortunatamente) non esistono solo i quotidiani belgi, quelli che hanno paura di Google. Ci sono anche i giornali che prendono la strada opposta, e invece di portare Brin e Page in tribunale perché il motore di ricerca mostra al mondo i loro articoli, li pagano, invece, proprio per questo. 

Non solo. A volte fanno anche di più, a quanto pare: insegnano ai loro giornalisti a scrivere articoli in modo che abbiano maggiori probabilità di figurare in alto nei risultati delle ricerche del motore di Mountain View. Lo racconta il Wall Street Journal [a pagamento] (via paidContent).

The Daily Telegraph, per esempio, ha acquistato all’interno del programma di pubblicità AdWords di Google la frase “North Korea Nuclear Test” lo scorso ottobre per capitalizzare sulla curiosità degli utenti a proposito degli esperimenti nucleari coreani. Mentre il Times di Londra compra anche dieci parole la settimana, e accade così che fra i due quotidiani si scatenino spesso delle aste per i termini del momento.

Il Times, inoltre, sta insegnando ai propri giornalisti a scrivere i pezzi in modo da massimizzare la probabilità di venire ripresi da Google News. Il consiglio, così sembra, è quello di inserire le frasi cruciali e le parole chiave nel paragrafo iniziale. (Il che – fra parentesi - non mi pare un’innovazione rivoluzionaria, visto che è quello che predicano da sempre capiservizio e capiredattori: si tratta in sostanza di un vecchio principio del giornalismo novecentesco adattato all’era Internet). Da parte sua, il Daily Telegraph paga un consulente per ricevere consigli, racconta il Wall Street, come quello di non cambiare i titoli delle news in per non “confondere” Google News.

Insomma, i quotidiani (almeno quelli più innovativi) non vivono in un altro mondo. E, come hanno sempre fatto (e sempre faranno, almeno fino a che esisterà la stampa commerciale finanziata dalla pubblicità), adattano i propri contenuti ai bisogni dei lettori e alle esigenze degli inserzionisti. 

Un’influenza, quest’ultima, da tenere sott’occhio, almeno se crediamo che quella dei ricoperta dai media di informazione sia una funzione cruciale all’interno delle nostre società. Non si tratta, in questo caso, di condannare quanto di capire come il nuovo ambiente (Internet) e i nuovi meccanismi di generazione delle entrate pubblicitarie (Google & c.) abbiano cominciato a influenzare e influenzeranno la proposta inormativa dei quotidiani (e degli altri news media). Siamo solo all’inizio ma mi pare un tema interessante da cominciare a esplorare. Magari con una tesi di laurea o con un bell’approfondimento.

Forse per accorgersi (un po’ di ottimismo non guasta) che i nuovi meccanismi consentiranno ai giornali maggiori margini di libertà editoriale rispetto alle inserzioni tradizionali, del cui effetto ingombrante e negativo sulla scelta, selezione e impostazione dei contenuti dei giornali abbiamo troppo spesso esempi lampanti.

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internet, media

Daylife, il piacere del contesto

In Uncategorized on 8 Gennaio , 2007 at 6:56 pm

daylife.gifdaylife.gifNicola Bruno fa un’utile rassegna delle reazioni suscitate da Daylife, nuovo servizio di aggregazione di notizie. E, a quanto se ne deduce, l’accoglienza è stata freddina.

Pur non avendo ancora “giocato” a lungo con Daylife e potendomi basare solo su impressioni parziali non resisto: devo dire la mia. Anche perché sono d’accordo con gran parte dei rilievi negativio riportati da Nicola (a cominciare dall’assenza di feed Rss e dalla mancata apertura ai commenti), ma penso ci siano almeno due aspetti dell’iniziativa che mi paiono interessanti e andrebbero tenuti sott’occhio.

1) Il primo è il tentativo di aggregare (e dunque di sfruttare la ricchezza della rete) fornendo contesto (merce resa scarsa di questi tempi proprio dagli aggregatori rss e per questo preziosa). Apprezzo cioè lo sforzo di utilizzare i feed e la loro caotica ridondanza non solo per gestire e dare conto della massa di informazioni disponibili in rete, ma anche per cercare di offrire al lettore una cornice attraverso cui interpretare meglio la notizia, senza perdere però per ciò che riguarda la quantità e la velocità dell’informazione. In questo modo, mi pare, si prova a offrire la soluzione a uno dei problemi dell’informazione contemporanea online: il fatto che sia fruita spesso al di fuori dell’ambiente originario (come ha ricordato recentemente Federico Fasce) in cui è stata prodotta e la sua comprensione risulti dunque più problematica.

2) La seconda è l’ampio ricorso alle immagini e il tentativo (si evince fin dalla homepage) di trovare una presentazione alternativa, più visiva, piacevole e meno testuale delle notizie rispetto alla maggior parte dei siti di aggregazione. Quando ci sia abitua alla freddezza dell’aggregazione (lo so per esperienza personale) si corre il rischio di dimenticare che esiste anche una dimensione di piacere nella lettura e questa è spesso data dagli elementi di contorno (e dunque di Daylife mi piacciono molto anche le citazioni in evidenza).

Insomma, ci sono ancora delle pecche in Daylife, ma le intuizioni di cui sopra mi paiono sufficienti per inserirlo nella lista dei progetti da seguire. Aggiungo che un’iniziativa di questo tipo non è necessariamente rivolta ai news junkies, a quelli che il senso sono perfettamente in grado di crearselo da soli con i loro vari strumenti. Ma forse, proprio per questa attenzione al piacere del contesto, ambisce a un pubblico più largo, che di contesto e di piacere ha bisogno (come i news junkies, d’altronde, anche se siamo noi stessi i primi a dimenticarcelo…).

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Citizen o non citizen?

In Uncategorized on 5 Gennaio , 2007 at 7:00 am

crowjason-citizenjournalismdocumentarytrailer532.jpgQualche spunto interessante su citizen journalism e dintorni.

Il punto, afferma Dan Gillmor, non è se i media tradizionali abbracceranno sempre di più i contenuti prodotti dai lettori. Ma se lavoreranno o meno per costruire un ecosistema che ricompensi adeguatamente tutti coloro che partecipano alla produzione dell’informazione. Nel primo caso, afferma Gillmor, il sistema sarà sostenibile. Nel secondo, no.

Reporters segnala un’intervista a Bill Grueskin, direttore del sito internet del Wall Street Journal, che spiega perché per il suo giornale è difficile ipotizzare un futuro partecipativo. E’, afferma, una questione di trasparenza: il quotidiano ha un codice molto stretto che regola il rapporto tra i giornalisti e le aziende di cui scrivono. Una simile regolamentazione sarebbe problematica se il sito si aprisse in modo consistente ai contributi di terzi.

Nel frattempo, Ivan su Infoservi.it propone una distinzione tra participatory journalism e citizen journalism. Dove, se interpreto correttamente, il primo definisce il fenomeno della mera partecipazione degli utenti al processo dell’informazione attraverso la pubblicazione di contenuti che vengono poi selezionati dalle redazioni dei media. Sarebbero esempi di participatory journalism, ad esempio, il video dell’impiccagione di Saddam girato con un telefonino e i contributi fotografici inviati dai cittadini in occasione degli attentati di Londra.

Diverso, se capisco bene, è il caso del citizen journalism che prende forma in strumenti grazie ai quali “il cittadino/reporter è direttamente a contatto con il suo pubblico senza filri o editor”. Penso che Ivan si riferisca soprattutto ai blog nel loro complesso.

Mi piace questo tentativo di definizione anche se non sono sicuro che sia una buona mossa individuare, come elemento discriminante, la presenza o meno di un filtro. In questo senso OhMyNews, il quotidiano online coreano, non dovrebbe essere considerato un esempio di citizen journalism perché, nonostante conti più di 40 mila collaboratori, si basa su una redazione di professionisti che, oltre a produrre in proprio le notizie, filtra e organizza i contenuti inviati dai cittadini. Il che, ovviamente, non sarebbe certo una bestemmia: le definizioni non sono scritte nella natura e sono vere anche nella misura in cui ci servono. Mi chiedo però se non si rischia in questo modo di andare troppo oltre rispetto a una definizione che in qualche modo si è già un po’ affermata, per quanto imprecisa e ambigua.

Da parte mia, come contributo alla discussione, offro una schematizzazione che avevo proposto qualche tempo addietro sul manifesto. E’ ovviamente incompleta (manca ad esempio uno spazio per collocare iniziative come NewAssignment) e non mi soddisfa del tutto. Ma, chissa’, forse qualcuno può migliorarla.

Giornalismo partecipativo, citizen journalism, networked journalism, giornalismo dal basso. Tutte espressioni che alludono a un passaggio di ruolo in cui quelli che prima erano solo lettori, diventano oggi anche autori all’interno di sistemi di produzione di news assai differenti tra loro. Vediamoli.

Il modello puro. Il giornalismo dei cittadini nella sua versione più genuina. La produzione di notizie è appannaggio esclusivo dei lettori. Senza l’intervento dall’alto di un filtro editoriale. Accade, ad esempio, nel caso dei blog, nei siti della galassia di Indymedia, oppure nell’esperienza di Wikinews, dove le notizie sono scelte, scritte editate dalla comunità dei lettori. In certi casi, il ruolo dell’editor è svolto da un algoritmo, che elabora le preferenze della comunità. Sono i lettori-autori (Digg o kuro5hin) che «votano» il proprio gradimento a news e segnalazioni contribuendo così a definire ciò che è rilevante o meno (ranking).
Il modello misto. Giornalisti professionisti e semplici cittadini lavorano fianco a fianco. L’esempio più conosciuto (e più di successo) di questo approccio al citizen journalismè OhMyNews, giornale online coreano in cui una redazione di poche decine di professionisti scrive notizie, ma soprattutto si dedica ad un’intensa attività di redazione per gestire contributi di oltre 40 mila semplici cittadini.
Il modello integrato. In questa versione una piattaforma articolata tiene insieme contributi personali, blog, segnalazioni e attività di valutazione delle notizie da parte dei lettori. Nell’esempio più popolare, Newsvine.com, ciascun iscritto dispone di uno spazio personale in cui può scrivere articoli, diffondere notizie, elaborare una lista di media preferiti da tenere sotto osservazione. Il risultato complessivo è un mix caotico ma affascinante di post tipici dei blog, pezzi di semplici cittadini, articoli di testate autorevoli.

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Poeti, navigatori e free-rider

In Uncategorized on 28 Dicembre , 2006 at 9:20 am

italia_flag.jpgCercherò di farla breve. Non mi ricordo dove, né esattamente quando, né come, so solo che qualche giorno fa mi è capitato di imbattermi dopo tanto tempo nel concetto di free-rider. Semplificando molto (lo dico come se se fossi in grado di esprimermi altrimenti…), costui, il free-rider, è il cruccio ma anche il nocciolo delle riflessioni di molti economisti e filosofi politici.

Free-rider infatti è chi, agendo in modo massimamente razionale (quantomeno dal punto di vista di una razionalità puramente utilitaristica e individuale) sfrutta il fatto che tutti gli altri seguano le regole mentre lui le trasgredisce a proprio vantaggio. Dal punto di vista teorico, quella del free-rider è evidentemente la posizione ideale: tutti rispettano le leggi e quindi limitrano la ricerca del proprio interesse tranne lui che ne approfitta.

Per ridurre la presenza e l’influsso di free-rider ci sono varie strategie. Si può, per esempio, aumentare le pene o renderle più certe in modo da scoraggiare il comportamento deviante con la paura delle conseguenze negative. Oppure si può puntare su una diffusa riprovazione sociale in modo da rendere simili atteggiamenti meno accettabili e dunque meno convenienti in un dato contesto. Il sistema di feedback di eBay che determina la reputazione del venditore serve proprio a questo. Read the rest of this entry »

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media

Gli inquinatori dell’informazione ‘06

In Uncategorized on 23 Dicembre , 2006 at 3:34 pm

p6b.jpgIl Center for media and democracy ha reso noti i vincitori della suo tradizionale premio di fine anno, Falsies on Parade: The Worst Spinners of 2006, come a dire i peggiori inquinatori dell’informazione nell’anno che va a concludersi.

Vincitore assoluto il network Abc per un documentario sull’11 settembre scritto e prodotto da film-maker conservatori.

Medaglia d’argento per la National Association of Broadcast Communicators e la Radio-Television News Directors Association, due associazioni che si oppongono alle denunce del Center for media and democracy sui video e le interviste pre-confezionate dagli sponsor e mandate in onda dalle emittenti televisive come servizi indipendenti e imparziali.

Terzo posto per le innumerevoli pseudo-associazioni dal basso finanziate, in realtà, dai big delle telecomunicazioni che cercano così, subdolamente, di combattere il principio della neutralità della rete.

(via Craigblog)

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La scelta di Time vista da dietro le quinte

In Uncategorized on 20 Dicembre , 2006 at 6:46 pm

NewAssignment.Net intervista Stephen Koepp di Time Magazine sul processo decisionale che ha portato alla scelta del popolo della rete come persona dell’anno.

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internet, Stati Uniti

La storia di due internet

In Uncategorized on 19 Dicembre , 2006 at 2:53 pm

Due notizie che, accostate dal flusso causale e caotico dell’informazione in rete, ci raccontano di due internet. La prima, a stelle e strisce, cresce e si diffonde diventando sempre di più un ingrediente della dieta mediatica dei cittadini. La seconda, tricolore, procede a passo di lumaca.

La prima. Negli Stati Uniti l’internet si appresta a diventare a tutti gli effetti un media mainstream. Nel 2007 la navigazione online superare in termini di ore la lettura dei giornali: 195 ore contro 175.

La seconda. In Italia, afferma un’indagine Istat segnalata da Punto Informatico, tra il 2005 e il 2006 la percentuale di famiglie collegate in rete è cresciuta di poco assestandosi al 40 per cento. Un risultato che ci colloca al 15° posto nella classifica dell’Europa a 25. ‘ Piuttosto sconfortante, poi, è scoprire che tra le ragioni del mancato accesso il 31,9 per cento delle famiglie cita l’incompetenza informatica, mentre il 39,6 per cento afferma di non avere interesse per il medium. Come a dire c’è chi forse vorrebbe ma non può. E chi, ancora peggio, nulla sa della marea di opportunità offerte dal mondo online.

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internet

Sempre a proposito di….noi: i termini più cliccati su Google nel 2006

In Uncategorized on 18 Dicembre , 2006 at 4:56 pm

google-zeitgeist.jpgLa Bbc segnala la classifica dei termini più cliccati su Google nel 2006. La lista sembra la giusta musica di accompagnamento per la “scoperta” di Time. A farla da padrone, infatti, è il web sociale.

Ai primi due posti si trovano Bebo e MySpace, due siti di social networking. Al quarto il sito di video Metacafe (mentre il termine “video” si piazza settimo). Wikipedia e “wiki” occupano, rispettivamente il sesto e il decimo posto delle parole più cercate e “radioblog” raggiunge la quinta piazza.

Senza avventurarsi in analisi sociologiche azzardate, il responso di Google una sua chiarezza, mi pare, ce l’ha. Chi frequenta la rete è sempre più conscio delle potenzialità creative e relazionali del mezzo. Va alla ricerca di strumenti per esprimersi, ha voglia di creare, desidera vedere, leggere e ascoltare quello che producono gli altri utenti, si fida della conoscenza elaborata dai suoi pari. Se non è democrazia questa, non so cos’altro lo sia.

Niente di nuovo,verrebbe da dire, niente che chi frequenta la blogosfera e scrive di queste cose non sapesse già da tempo. Ma la classifica di Google, nella sua bruta rappresentazione quantitativa, offre un’evidenza cristallina di questo processo. E spiega anche un po’ perché Time si sia accorto del fenomeno. Finalmente, si dice in giro. Personalmente, sarei per leggere l’avverbio in senso positivo: quando il rappresentante di un sistema di potere consolidato riconosce quello che fino a un po’ di tempo addietro ha o ignorato o considerato nemico non può essere che una vittoria. Tra chi invita a salutare con favore l’evento e chi resta scettico, dunque, per quel che vale (pochissimo….), sto con i primi.

I termini più cliccati su Google nel 2006

1. Bebo

2. MySpace

3. World Cup

4. Metacafe

5. Radioblog

6. Wikipedia

7. Video

8. Rebelde

9. Mininova

10. Wiki

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internet

La persona dell’anno sei TU

In Uncategorized on 17 Dicembre , 2006 at 1:16 pm

genimageaspx.jpg

Più del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, più del numero uno cinese Hu Jintao, più del famigerato dittatore nordcoerano Kim Jong-il. Più di tutti gli individui influenti che in questo anno hanno occupato le cronache dei giornali.

La persona più influente del 2006 secondo il settimanale Time, sei TU (e quindi anche io e anche voi, direi) in quanto utente generatore di contenuti. La motivazione: avere attentato “al dominio dei media globali”, avere fondato e dato una struttura “alla nuova democrazia digitale”, e “lavorare senza compenso e di battere i professionisti nel loro stesso campo” (anche se su questo qualcosa da dire c’è…).

Ovviamente, il riconoscimento di Time vale quel che vale (per lo più a far sì che gli altri media parlino del settimanale) , però è anche il segnale che, mentre qualcuno discute ancora del pericolo rappresentato dai video in rete, di bullismo via internet e cose del genere, il mondo è già da un’altra parte. La sfida è comprenderlo questo mondo e anche, già che ci siamo, partecipare per farlo andare nella direzione che riteniamo migliore.

UPDATE (17.45): vedo ora che ne parla anche Jeff Jarvis. Che dice un paio di cose che mi piacciono assai.

La prima è racchiusa nel titolo del suo post: “Siete sempre stati voi”. Nel senso che i protagonisti sono sempre stati le persone, gli individui, gli utenti, in una parola “noi”. L’unica differenza, secondo Jarvis, è che ora istituzioni come Time, che sono a lungo state convinte di essere gli unici detentori del potere di costruire l’informazione, non possono fare a meno di riconoscere il protagonismo dei pubblici attivi.

La seconda (che forse mi piace ancora di più per il suo  slancio antagonista…) è che “la copertina di quest’anno rivela come la nozione [...] di una singola persona della anno nella singola più duffusa rivista sia un anacronismo sociale. E’ un retaggio dell’era della massa. E’ la presunzione dei mass media che pensano di poter scegliere una persona che è stata importante per il mondo e che noi presteremo attenzione”.

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internet

3.0, semantico o chimera?

In Uncategorized on 14 Dicembre , 2006 at 2:49 pm

Mi è capitato di parlare più volte (qui, qui e qui, ad esempio) della discussione, sempre più affollata, sul prossimo web: 3.0 o semantico che dir si voglia. L’impressione è che, al di là delle tecnologie e della ricerca, ci sia anche tanta voglia di creare una nuova parola d’ordine, un po’ di buzz a fini strettamente commerciali.

Conferma il mio scetticismo Bernardo Parrella con un bell’articolo su Apogeonline significativamente intitolato “Il miraggio del Web 3.0″. Un pezzo tanto più interessante perché offre qualche indicazione più precisa su alcuni degli interessi dietro questa partita e su qualche tecnologia allo studio.

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Stati Uniti

I profughi della medicina

In Uncategorized on 13 Dicembre , 2006 at 8:00 am

Non si va in India solo per turismo o per esternalizzare l’It (anche se BusinessWeek ci racconta che Bangalore non è più l’unica destinazione delle aziende ccidentali).

Sempre di più, secondo questo articolo di Wired, la patria di Gandhi è meta di
di turisti un po’ particolaie: americani che vanno alla ricerca di prestazioni mediche che non potrebbero permettersi nel loro Paese.

L’aspetto interessante del fenomeno è che non riguarda interventi di chirurgia plastica, che da tempo sono una delle ragioni di viaggi in Turchia e altre nazioni. Al contrario, a servirsi degli ospedali indiani sono per lo più statunitensi senza assicurazione sanitaria (erano 46 milioni nel 2005). Questi “profughi della medicina”, come li chiama il New England Medical Journal, vanno alla ricerca di cure più essenziali. E il trend aumenterà nei prossimi anni: secondo uno studio condotto da McKinsey e la Confederation of Indian Industry nel 2012 i turisti stranieri spenderanno in India 2 miliardi di dollari per servizi sanitari.

Ora che ci penso, mi viene in mente che quest’estate, in vacanza in India, mi sono comprato un paio di occhiali da vista. E non perchè li avessi perso quelli che avevo, ma perché costavano poco e mi parevano di ottima qualità. Ero un quasi-profugo della medicina e non lo sapevo.

The phenomenon of “medical tourists” — people who casually travel to foreign lands for face lifts or breast implants — has been well documented. But the new exodus of patients are looking for more essential care. Indian hospitals welcome these sick travelers with open arms, often lavishing them with more attention than they could expect in their home country.

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In morte di un dittatore

In Uncategorized on 11 Dicembre , 2006 at 7:39 pm

augusto-pinochet.jpgAnche i blog possono dire qualcosa sullo stato d’animo di un Paese. Certo, bisogna leggerli bene e bene interpretarli. Come fa questo articolo di PeaceReporter: la morte di Pinochet attraverso la lente della blogosfera cilena.

“I pinochetisti danno del codardo ad Allende, ma chi è più codardo, chi ha attaccato gente indifesa o chi è morto cadendo per i suoi ideali. Chiamano Pinochet il liberatore, ma si può essere liberatore quando si è colpevoli di repressione e omicidi? Quanti bambini ha lasciato senza genitori? Quante madri sono rimaste senza figli? A quanti ha ucciso il fratello? Quanti hanno dovuto sopportare vessazioni? Quante donne sono state violentate mentre venivano torturate? Se qualcuno pensa che è così che si comporta un eroe della patria…”.

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Blog d’Egitto

In Uncategorized on 3 Dicembre , 2006 at 4:10 pm

sfinge.gifRipete spesso Chomsky: vivere in un Paese dove è garantito un buon livello di libertà di stampa e di espressione, dove non si è messi automaticamente in carcere perchè si esprimono opinioni “pericolose”, dove non si è torturati o anche uccisi sempicemente per avere pronunciato parole scomode, aumenta le responsabilità degli individui. Quanto più si è liberi, tanto più si ha il dovere di cercare di raccontare la verità.

Questa visione mi torna in mente leggendo, su PeaceReporter (ringrazio Antonio per avermelo fatto scoprire), questo reportage sul crescente ruolo dei blogger e del citizen journalism in Egitto, un fenomeno che supera il conformismo dei media di regime, sfida la censura e il carcere e offre una nuova possibilità di espressione politica e sociale per le generazioni più giovani. Più di tante teorie, le storie e le voci di questi ragazzi ci rivelano concretamente il potenziale di libertà e di emancipazione portato dalla rete.

“Il mondo dell’informazione si rivolge sempre più spesso verso i blog, per cercare di capire cosa bolla in pentola nel nostro paese” commenta Hossam el Hamalawi, giornalista, attivista politico e autore del blog ‘Arabawi’. “I quotidiani egiziani sono, nel novanta per cento dei casi, organi di stampa del potere centrale e non forniscono notizie sui fatti che i lettori possano riscontrare nella vita di tutti i giorni. I blog, pur non pretendendo di essere obiettivi e di sostituire la stampa nel suo compito di formare l’opinione pubblica, riflettono da vicino i cambiamenti della società, e questo suscita l’interesse di tutti, in particolare delle nuove generazioni”.

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internet, media

Se il contesto val più del contenuto

In Uncategorized on 28 Novembre , 2006 at 6:04 pm

information.jpgNell’intrattenimento digitale il valore si spostano verso il centro. Lo dice un report (questa la presentazione) segnalato da PaidContent. Lo studio analizza la catena del valore nell’intrattenimento alla luce della teoria della coda lunga e profetizza che con la crescita dell’offerta, in conseguenza della moltiplicazione dei produttori di contenuti, il valore si concentrerà sempre di più su chi saprà aggregare e impaccchettare al meglio questa molteplicità di prodotti creativi. Nello stesso tempo, si afferma, sempre più importanti saranno i marchi, in quanto riconoscibili indicatori di credbilità nel caotico mondo dell’offerta infinita che caratterizza l’economia dell’abbondanza.

Da una parte non è niente di nuovo. Si potrebbe dire che questa conseguenza è già tutta dentro il libro di Chris Anderson laddove afferma che uno degli ingredienti chiave dell’economia della coda lunga sono gli strumenti di ricerca e di rating che permettono agli utenti di allontanarsi dal mainstream e addentrarsi nelle profondità della coda alla ricerca di quello che desiderano.

Dall’altra, questa schematizzazione può essere utile, soprattutto se la portiamo fuori dal mondo dell’intrattenimento e la applichiamo a quello dell’informazione. In questo scenario infatti – se solo lo capissero – i grandi quotidiani potrebbero scoprire di avere un grande futuro anche davanti alle loro spalle (e non solo dietro). In fondo, molti di essi sono tuttora dei credibili aggregatori e impacchettatori di notizie e opinioni. E questa loro virtù (insieme al valore del loro marchio) potrebbero efficacemente trasportarli nel futuro prossimo. Dovrebbero però aprirsi ad altre fonti di contenuti e puntare molto di più di quanto non facciano ora nello sforzo di a) entrare in relazione con le nuove masse creative (sfruttando così nuove fonti e nuovi talenti) e b) fornire contesto e dunque senso all’informazione. Quello che il singolo blogger non può fare (e ha difficoltà a farlo anche Technorati, secondo me, pur essendo questa una delle sue ambizioni, credo, e pur facendo un indispensabile lavoro di filtro e organizzazione), lo possono fare istituzioni con un buon numero di risorse dedicate e specializzate e con una grande competenza sviluppata in questo senso.

E’ in questo tipo di creatività, che si potrebbe forse definire narrativa, che i grandi quotidiani (e con loro i settimanali e tutti i media tradizionali) dovrebbero cercare di investire sempre di più. IMHO

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I Mapuche contro Bill Gates

In Uncategorized on 24 Novembre , 2006 at 5:07 pm

250px-mapuche.jpgbillgates.jpgA chi appartiene una lingua? Secondo Reuters, è questa la questione dietro la contesa tra Microsoft e i Mapuche, popolazione indigena sudamericana che in Cile protesta contro la decisione di Bill Gates di commercializzare una versione di Windows in Mapuzugun, la loro lingua madre.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa, i Mapuche accusano Microsoft di “pirateria intellettuale” per avere utilizzato la lingua indigena senza il loro permesso e si oppongono così a una iniziativa con cui l’azienda contribuisce, parole sue, ad “aprire una finestra così che il resto del mondo possa accedere alla ricchezza culturale di questo popolo indigeno”.

Ma i Mapuche, che Reuters definisce “famosi per la loro ferocia”, non sembrano gradire tanta generosità, anche a rischio di subire la reprimenda di “molti cileni” che “ritengono assurdo” da parte loro “reclamare i diritti intellettuali sul linguaggio”.

Eppure, sempre stando all’articolo, quel che fa arrabbiare i Mapuche pare essere soprattutto il fatto di non essere stati coinvolti nell’inziativa. Microsoft e il Ministero dell’educazione cileno, prima di procedere alla traduzione del software, hanno infatti insediato un comitato di studi senza però chiedere il permesso dei nativi, senza invitarli e senza consultarli in proposito.

Si tratta dello stesso governo, fra l’altro, con cui, leggo sempre su Wikipedia, i Mapuche hanno tradizionalmente rapporti tesi e a cui chiedono, senza successo, di far diventare il Mapuzugun lingua ufficiale dello stato accanto allo spagnolo.

Il punto, insomma, per quel che mi è dato di capire dall’articolo, potrebbe anche non essere l’astratta questione se i Mapuche (o qualunque altro popolo) ha i diritti di proprietà intellettuale sulla sua lingua (problema che, così impostato, suscita facilmente il sorriso ironico dei cileni non Mapuche e non solo) . Potremmo cioè invece chiederci se è giusto che un governo ostile, per suoi interessi propagandistci, e una multinazionale, per suoi interessi economici, traggano vantaggi da una decisione che hanno preso senza coinvolgere gli interessati e senza concordare con essi una spartizione equa degli eventuali benefici.

Sempre, ovviamente, che le cose siano andate così come le racconta Reuters (che sull’argomento per ora è la mia unica fonte).

UPDATE: di questa cosa ne parla anche PeaceReporter con un pezzo che, mi segnala via mail l’autore, Alessandro Grandi, è uscito un paio di settimane fa su Left e dunque si sofferma più sulla notizia e le politiche di Microsoft nei confronti delle lingue indigene che sulla protesta dei Mapuche.

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Espropri 2.0

In Uncategorized on 22 Novembre , 2006 at 7:58 pm

marx.gifArrivano i primi commenti da D-Day di Dada, altri ne arriveranno tra stasera e domani visto che nei panel e in platea i blogger non mancavano (anche se, a quanto pare, la connessione era a pagamento e le procedure di profilazione non troppo immediate: non proprio l’ideale se vuoi che la blogosfera parli dell’evento…).

Comunque, grande spazio, comprensibilmente, è stato dato al Web 2.0 e ai contenuti generati dagli utenti, un fenomeno che tutti si dicono entusiasti di abbracciare e ansiosi di monetizzare.

Nel caso questo evento si verificasse, – commenta Luciano Lombardi – non assisteremmo però ad un esproprio? Dopo tutto, gli altri creano e producono e io ci faccio i soldi (qualche estremista direbbe che è così che funziona il capitalismo).

In effetti, il problema esiste e qualcuno comincia a porselo non solo come battuta. Ad esempio, Bob Garfeld su Wired si domanda come reagiranno gli utenti quando i profitti cominceranno inizieranno ad entrare nelle casse di YouTube/Google: non è che a quel punto qualche user fin lì solo generoso generatore di contenuti avrà la bella idea di mettere su una class action (le cause collettive che in America sono molto di moda) per chiedere una fetta della torta?

Fino ad ora l’equilibrio tra produttori di contenuti e piattaforme si è retto su un reciproco (equo) scambio. Da una parte la creatività degli utenti con la loro voglia di produrre e mettere in mostra i parti del loro ingegno, dall’altra i servizi alla YouTube che offriono strumenti di soddisfazione a di questi bisogni attraverso facili tool per la pubblicazione e piattaforme sulle quali essere visti e trovati (principio importante nell’economia della coda lunga).

Insomma, fino ad ora tutto è filato liscio anche perché, evidentemente, le parti hanno giudicato che ci fosse una reciproca convenienza. Ma cosa succederà quando i soldi cominceranno a scorrere copiosi prevalentemente in una sola direzione? Si sa che gli esseri umani mostrano una certa propensione (innata?) all’equità e sono inclini a punire, quando gliene venga data la possibilità, un interlocutore che proponga loro un accordo iniquo. Senza contare che, come segnala Garfeld, laddove non arrivasse la natura, arriverebbero sicuramente gli avvocati.

Dunque, il problema dell’esproprio segnalato da Lombardi (che suggerisce anche un acrostico per definirlo: User generated revenue) esiste ed è difficile immaginare come reagiranno all’ingiustizia i proletari del Web 2.0. Forse la “contraddizione” (il termine marxisteggiante è d’obbligo) non esploderà oggi che i profitti YouTube & C. ancora non li producono. Ma domani, certamente, si farà sentire. Con quali risultati pratici, al momento, nessuno lo può sapere. Quantomeno non io.

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internet

Conformismi, ignoranze e bullismo

In Uncategorized on 20 Novembre , 2006 at 8:19 pm

Sulla vicenda del video del ragazzo down picchiato e dei vari episodi di “bullismo” trasportati su internet si sentiva il bisogno di opinioni rinfrescanti. Il fatto è che uno legge i giornali, guarda la televisione e resta con l’impressione che il punto della faccenda sia che queste cose sono finite in rete.

Segui la ridda di editoriali e interviste sugli eventi e te ne vai con l’impressione che gli atti incriminati siano comunque meno gravi della loro presenza su internet e dunque del fatto che c’è un medium così cattivo, così deregolato, così anarchico che osa ospitare (anzi diventa ricettacolo di) simili brutture.

Ovvio che se la rete non la conosci (e in Italia, a quanto pare, su questo fronte non stiamo messi molto bene a confronto dei nostri cugini europei)  finisci per pensare che sia davvero un deposito di mostruosità e non ti viene in mente che, magari, proprio il fatto che lì dentro ci sta di tutto possa essere anche un valore positivo.
Meno male che a riportare un po’ di ordine in questa faccenda ci pensano Massimo Mantellini e Franco Carlini, entrambi impegnati in una appassionata difesa delle virtù della rete e della forza educativa della sua molteplicità.

Così Mantellini:

Eppure, non sarebbe difficile capire che Internet è il luogo dell’alterità. Il contesto in cui possono convivere gli estremi e dove la concomitanza delle diversità si trasforma in valore. E maggiore libertà per tutti. E abitudine al contraddittorio e alla tolleranza. Non è cosi difficile capire che molti degli “al lupo al lupo” che impegnano le energie di polizia e magistrati oggi in questo paese, terz’ultimo nelle graduatorie dell’Europa dei 25 per la diffusione della rete, ricordano la barzelletta della vecchietta che chiama la polizia perchè nel condominio di fronte una coppia sta facendo l’amore nella propria stanza a finestre aperte e che alla contestazione dei poliziotti sul fatto che da lì non si veda nulla, risponde con leggerezza: “Da lì no, agente, ma se si arrampica in cima a quell’armadio vedrà perfettamente tutto”.

E così Carlini:

A tutti loro, ai ministri dei giovani e dello sport, agli psicologi tuttologi, si consiglia fortemente un’ora di navigazione al giorno in rete, corso di educazione per adulti, sì che conoscano il mondo. La facciano a caso, un link via l’altro: vadano su YouTube.com, inseriscano una parola chiave a caso, per esempio school, per esempio peace, per esempio war, e seguano le suggestioni. Troveranno una moltitudine di idee in forma di video, ingenue, entusiasmanti, respingenti. E’ come un bagno antropologico nel mondo. Una ricerca segnala che le pagine pornografiche in rete sono solo una su cento, e allo stesso modo si scoprirà che dalle scuole non vengono solo seggiole spaccate e professori umiliati, ma anche tenerissime storie, oltre a tutto girate e montate benissimo, di vite normali e allegre, e che una banale gita scolastica, fatta solo di foto cellulari sfumate e accostate, ma accompagnata da musiche adatte, può dire molto di questi sedicenni di oggi (la si trova battendo « Classe IV O»), così come l’ultimo giorno di liceo della III D, girato da Prisca Amoroso, la stessa diciottenne di Lanciano che come pri_angel182 organizza degli Street Team per la sua band preferita (e chi non sapesse di che si tratta, per favore si faccia un giro sull’enciclopedia online Wikipedia).

Da leggere entrambi.

Discolosure: Franco è anche il mio capo…

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internet

La zietta paga

In Uncategorized on 20 Novembre , 2006 at 4:26 pm

bbc-news-generic-2003-1.jpgLa zietta (auntie), come la chiamano gli inglesi, è la Bbc che, ancora una volta, si rivela all’avanguardia quando si tratta di utilizzare al meglio le tecnologie e i meccanismi del mondo digitale. L’emittente britannica ha deciso infatti che, in determinate circostanze, quando il materiale sia particolarmente meritevole, pagherà i contributi fotografici inviati dagli utenti.

Un riconoscimento al crescente ruolo dei non professionisti nella produzione di informazione contemporanea. Un incoraggiamento ulteriore (e cauto: la Bbc invita le redazioni a non far passare il pagamento come la norma) alla collaborazione tra dilettanti e giornalisti di professione che segnala, una volta di più, come i media tradizionali possano sfrutare le potenzialità della rete e delle tecnologie abilitanti che hanno messo in mano a milioni di persone strumenti che fino a poco tempo fa erano privilegio di pochissimi.

Arroccarsi in difesa di rendite di posizione significa solo ritardare il momento in cui si dovrà affrontare una realtà che dice che gli antichi monopoli fondati sul possesso esclusivo dei mezzi di produzione dell’informazione sono finiti. Meglio cominciare fin da subito, come fa la Bbc, a sperimentare nuovi modelli si relazione con le masse attive e intelligenti. Si può rischiare di sbagliare, si può essere costretti a rivedere profondamente i processi di lavoro delle redazioni, ma non si può fingere, come fanno molti media qui da noi, che non stia succedendo niente.

Se ne parla anche qui.

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La storia (collaborativa) dei network sociali

In Uncategorized on 17 Novembre , 2006 at 7:42 pm

Una storia, in progress e inevitabilmente aperta al contributo di tutti, dei social networks.

Dai primi profili pubblici lanciati nel 1988 da Aol alla “apertura” a tutti di Facebook nel 2006. Passando per il lancio di CyWorld (1999) e di MySpace (2003).

(via)

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media

La sottile linea rossa

In Uncategorized on 15 Novembre , 2006 at 4:13 pm

Mentre si parla sempre più spesso di crisi dei quotidiani e dei media tradizionali c’è anche chi, nelle file mainstream, prova a rendere ancora più tenue la linea che separa l’informazione paludata e i blog. Tra questi c’è Reuters che ha deciso di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst e di distribuire i contenuti offerti dal network di blog selezionati della socetà texana (come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian).

E mentre da noi c’è ancora chi discute della differenza sostanziale tra blog e media old style, l’agenzia di stampa sembra, molto laicamente, intenzionata a cogliere il meglio delle novità che emergono dalla rete per aggiungere valore ai suoi servizi. “La nostra idea generale – spiega Chris Ahearn, presidente della divisione Media di Reuters – è che una notizia sia una notizia. Non pensiamo che ci sia un solo punto di vista che sia affidabile e che sia il nostro”. Più chiaro (e sottoscrivibile) di così, non si può.

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Neutralità premiata

In Uncategorized on 13 Novembre , 2006 at 11:53 pm

danger.gifFine anno, tempo di classifiche. Tra queste anche quella di Scientific American (che, fra parentesi, presenta uno dei siti meno navigabili, più confusi e con le pubblicità posizionate nei posti più irritanti in cui mi sia capitato di imbattermi ultimamente).

Ad ogni modo, vincendo il nervosismo che mi avrebbe indotto ad abbandonare il sito dopo 3 minuti, segnalo (via Slashdot), che tra i 50 nominativi scelti dal periodico c’è anche Tim Wu, menzionato per la sua attività di studioso e di attivista in favore della cosiddetta network neutrality. Da notare che proprio la questione neutralità della rete è stata recentemente inclusa dal Project Censored della Sonoma State University tra le news più censuare negli Stati Uniti nel 2006.

Secondo Scientific American, Wu è stato in prima fila “nell’articolare e riarticolare il valore della neutralità”.

Phone and cable companies have recently begun floating the idea of charging major Internet content providers such as Google and Vonage for “premium” access to bandsize. Outraged at the proposed tampering with so-called network neutrality-the concept that all Internet traffic should be carried and charged for in the same way–consumer groups lobbied the Federal Communications Commission to enshrine neutrality as a regulatory principle. Columbia University law professor Timothy Wu has been a leader in articulating and articulating the value of neutrality. Unfortunately, this June the House of Representatives voted down the Network Neutrality Act of 2006, introduced by Edward Markey of Massachusetts, one of several proposed bills to consolidate the principle of network neutrality as law.

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Il New York Times lancia il Web 3.0

In Uncategorized on 12 Novembre , 2006 at 10:14 pm

semantic_web.jpgQuando scende in campo sua maestà il New York Times è bene intendere l’orecchio. Tale è il potere di influenza del quotidiano della Grande mela che anche quando quel che scrive può apparire approssimativo o magari un po’ riscaldato, il rischio è di ritrovarselo di qui a pochi mesi come un dato da tutti accettato.

E dunque se John Markoff decide di chiamare il web semantico Web 3.o, è meglio segnarselo e tenerlo a mente. Chissà che nel prossimo futuro non sia defintivamente questo il significato dell’espressione che si imporrà nel pubblico dibattito tecnologico.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century. Referred to as Web 3.0, the effort is in its infancy, and the very idea has given rise to skeptics who have called it an unobtainable vision.

Nella versione di Markoff, il Web 3.0 è un Web popolato di agenti intelligenti che sono in grado di svolgere da soli alcune funzioni utili per gli esseri umani.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century.

E così, mentre l’elemento definitorio del Web 2.0 è il “mash-up”, l’utilizzo da parte degli utenti di differenti piattaforme e applicazioni per creare nuovi servizi,

The classic example of the Web 2.0 era is the “mash-up” — for example, connecting a rental-housing Web site with Google Maps to create a new, more useful service that automatically shows the location of each rental listing.

il Web3.0 è dunque un’Internet in grado di rispondere a domande banali ma molto utili e precise per l’utente come una vacanza per due persone al di sotto di una determinata cifra.

In contrast, the Holy Grail for developers of the semantic Web is to build a system that can give a reasonable and complete response to a simple question like: “I’m looking for a warm place to vacation and I have a budget of $3,000. Oh, and I have an 11-year-old child.”

Insomma, per quel che mi è dato di capire, nella interpretazione del Times il Web 3.0 è il web semantico sposato ai web services.

(Via Digg)

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Censura all’occidentale

In Uncategorized on 10 Novembre , 2006 at 8:28 pm

Di ritorno dalla Sardegna. Stanco morto. Giusto il tempo di una veloce segnalazione: come ricorda (e commenta) Carola, la californiana Sonona State University ha pubblicato il suo annuale elenco delle news più censurate dell’anno. Dove per censura si deve intendere qualcosa di più raffinato rispetto al divieto di pubblicazione imposto da un’autorità superiore: la non adeguata evidenza data a certe news di interesse pubblico o il loro trattamento in modo eccessivamente ideologico e fuorviante. Con il risultato che notizie rilevanti restano fuori dal dibattito pubblico o vi arrivano formulate all’interno di un contesto inadeguato.

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Se la tirannia finanziaria diventa quotidiana

In Uncategorized on 9 Novembre , 2006 at 9:38 pm

8-leviathan-a.jpgProprio oggi a Cagliari parlavo con un rappresentante di una grossa casa farmaceutica tedesca a proprietà familiare che mi raccontava come il fatto di non essere quotati in borsa sia sempre più un vantaggio per un’azienda. Si sfugge, mi spiegava, alla tirannia delle trimestrali e si riesce a programmare senza pressione, soprattutto per quanto riguarda la ricerca.

Qualche mese fa il boss Emea di una società internazionale che produce sistemi di gestione documentale per le aziende mi diceva la stessa cosa. La sua azienda stava per essere rilevata da un private equity ed era quindi in procinto di tornare “privata”, una prospettiva che mandava in sollucchero l’executive, molto sollevato all’idea di sfuggire liberarsi dalla dittatura della borsa: “essere quotiati non conviene più”, mi disse.

Siccome due pareri raccolti casualmente mi bastano per farmi un’opinione, è con un po’ di stupore che leggo oggi la notizia che 6 grandi società di revisione chiedono che i report finanziari delle aziende diventino nientemeno che “in tempo reale”. Quello che propongono, senza scendere nei dettagli ovviamente, è un sistema di comunicazione dei risultati più adatto, secondo loro, all’era Internet, che non prevede pause.

Mi domando (e non sono l’unico, a quanto pare) se un simile sistema, ammesso che sia realizzabile, risolverebbe il problema messo in luce dai miei interlocutori o se, invece, non finirebbe per aggravarlo rendendo ancora più orientate al breve (anzi, al brevissimo) termine le scelte aziendali.

Six financial heavyweights have called for companies to overhaul financial reporting to maken it more suited to the Internet age. This could potentially mean the scrapping of traditional quarterly and annual reports.

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A proposito di video

In Uncategorized on 7 Novembre , 2006 at 1:20 pm

Mentre Time nomina YouTube invenzione dell’anno, sul versante video on the Net continuano ad accadere cose. E così se Google e la Nba si lasciano, il motore di Mountain View si consola con un nuovo partner: la Nhl, la lega professionistica americana di hockey. Quel che è interessante in questo caso, come scrive Techdirt, è che che la Nhl ha deciso di inserire i video della partite del campionato a gratis. Sì, gratuitamente. E non solo: come si scopre qui, la lega invita i fan a postare in rete i propri video amatoriali.

Il comportamento è evidentemente un po’ differente da quello di altri colossi dello sport professionistico (a stelle e strisce ma non solo). Certo, è facile dire che la Nhl può pemettersi questo atteggiamento liberale perchè il suo giro di affari e di pubblico è inferiore agli altri giganti dello sport Usa (baseball, football, basket). Insomma, ha meno da perdere e più da guadagnare dalla ricerca della popolarità virale online. Tutto vero, ma l’esperimento, resta da seguire perché apre una breccia nella disposizione, fin qui assai conservativa, delle maggiori associazioni sportive professionistiche. Se funzionasse (al contrario di quello che è accaduto all’accordo tra Google e Nba) potrebbe aprire prospettive interessanti, per gli utenti e per le squadre, per le leghe. Ne riparliamo tra un anno.

Nel frattempo, merita un occhio l’ultima iniziativa di Sun Microsystems che, dopo avere aperto ai blog invitando i dipendenti a creare diari online (ne ho parlato un po’ di tempo fa sul manifesto: l’articolo è disponibile qui), ora indice un concorso tra i lavoratori: vincerà chi riuscirà a creare il miglior video su YouTube in cui si parli di prodotti dell’azienda.

Come nel caso dei blog, l’idea guida è che Internet, con i suoi meccanismi abilitanti e la capacità di mettere in rete le persone, possa aiutare l’azienda a sfruttare quei giacimenti di creatività nascosti all’interno degli uffici che processi e organigrammi, da soli, non riescono a sfruttare.

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internet, media

newassignment.net: online il sito sperimentale

In Uncategorized on 3 Novembre , 2006 at 8:00 pm

Inizia lentamente a materializzarsi newassignment.net, la creatura di Jay Rosen che sperimenterà una modalità open source di finanziamento e produzione di giornalismo di qualità. Per ora, come segnala Craig Newmark, si tratta ancora di un sito-test. Non sono infatti ancora attivi progetti giornalistici autenticamente partecipativi così come sono prefigurati nell’idea originaria.

Si tratta piuttosto di un ricco blog informativo sui temi del citizen journalism e del networkerd journalism. Si segnala, fra l’atro, un’intervista a Regina Lynn, la regina del sesso 2.0, (scusate l’inciso ma è venerdì: sono stanco) e il ruolo delle smart mob nel suo lavoro.

Da ricordare, sempre in tema di giornalismo partecipativo, questo pezzo di BusinessWeek, sulle difficoltà di crescita, soprattutto sul fronte internazionale, di OhMyNews, il celebre quotidiano online coreano.

This is a temporary site during our “test” phase. You won’t find us doing open source reporting projects with teams of volunteers quite yet. A new site (with the capacity to handle that kind of participation) is being built and will launch with the hiring of our first editor in the first quarter of 2007.

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PayPerPost: virus e zolfo

In Uncategorized on 30 Ottobre , 2006 at 4:39 pm

satan.jpgIl titolo del saggio potrebbe essere: Come provare a distruggere, per amor del profitto, un fenomeno straordinario. Dove la brama di denaro è quella di PayPerPost, società che offre ai blogger dollaroni per parlare di specifici prodotti. E il fenomeno straordinario è, ovviamente, quello di decine di milioni di persone che producono conoscenza, conversazione, beni sociali attraverso i diari online seguendo alcune regole liberamente accettate da una comunità pronta a sanzionare duramente le eventuali deviazioni: prima fra tutti, la mancanza di trasparenza. Ne sanno qualcosa, tra gli altri, Mazda e, più recentemente, Edelman.

In questo scenario PayPerPost minaccia di diffondere un pericoloso virus visto che, mentre con una mano offre biglietti verdi, con l’altra non richiede obbligatoriamente ai blogger di esplicitare il rapporto economico che li lega all’azienda che detiene i diritti del prodotto di cui si scrive.

Già così ci sarebbe da preoccuparsi. Se non fosse che c’è anche qualcosa di più di più, come denuncia Techcrunch. PayPerPost infatti non si accontenta di agire come diavolo tentatore, punta ora anche a spargere cortine di fumo intorno alla sua attività sotto forma di un servizio che permette a ogni blogger di creare in pochi passi la propria disclosure policy, vale a dire di specificare il proprio rapporto con pubblicità, sponsor e inserzioni a pagamento. Fra l’altro, PayPerPost pagherà 10 dollari ogni blogger che inserirà sul sito la sua disclosure. La quale, fa notare Michael Arrington, come nella migliore tradizione di Lucifero e compagni, nasconde l’inganno nei dettagli. Accade infatti che le tre alternative proposte ricadano tutte in un continuum che prevede:

a) esplicitazione del rifiuto di accettare compensi, sponsorizzazioni e pubblicità accompagnato però dall’ammissione che i contenuti del blog sono pieni di pregiudizi dovuti a razza, sesso e religione, etc.;

b) esplicitazione del rifiuto di accettare compensi, sponsorizzazioni e pubblicità accompagnato per dall’ammisione che si accettano regali;

c) esplicitazione dell’accettazione di pubblicità, sponsorizzazioni e inserzioni a pagamento.

Nessuno è innocente, insomma. Io sarò anche peccatore dice il diavolo, ma voi, a guardare bene, non siete certo da meno, perchè, nel migliore dei casi, siete inevitabilmente soggetti a pregiudizi. E se madre natura ci ha fatto intrinsecamente fallibili, un difetto in più o in meno non fa poi tanta differenza. Siamo tutti nella stessa peccaminosa barca nella quale, altro particolare sulfureo, pubblicità e inserzioni a pagamento viaggiano nello stessa cabina.

Che dire? Mi viene in mente un recente post (intitolato significativamente: Corrupting blog) di Jeff Jarvis dove si propone una forma di disclosure un po’ meno infernale:

1. No one can buy my editorial voice or opinion.
2. No one can buy my editorial space; if it’s an ad it will clearly be an ad.
3. No one should be confused about the source of anything on my pages.
4. I will disclose my business relationships whenever it is relevant and possible.

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internet

Contro i censori della rete

In Uncategorized on 27 Ottobre , 2006 at 10:37 am

Reporter senza frontiere organizza una cyberdimostrazione di 24 ore per protestare contro la censura in rete. Per partecipare all’iniziativa è necessario collegarsi al sito dell’associazione tra le 11 di mattina di martedì 7 novembre alle 11 di mercoledì 8 novembre. Ogni click, spiega il comunicato, aiuterà a modificare la mappa dei “Buchi neri dell’Internet”.

Il 7 novembre, inoltre, Reporter senza frontiere pubblicherà la lista dei 13 nemici dell’Internet, gli stati che hanno il peggior record in termini di censura della libertà di espressione in rete.

Everyone is invited to support this struggle by connecting to the Reporters Without Borders website (www.rsf.org) between 11 a.m. (Paris time) on Tuesday, 7 November, and 11 a.m. on Wednesday, 8 November. Each click will help to change the “Internet Black Holes” map and help to combat censorship. As many people as possible must participate so that this operation can be a success and have an impact on those governments that try to seal off what is meant to be a space where people can express themselves freely.

(Via CNet)

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media, Stati Uniti

Media in trasformazione

In Uncategorized on 26 Ottobre , 2006 at 11:08 am

Quando si parla di elezioni, sondaggi e proiezioni sono solo una parte della storia (e nemmeno, a giudicare da quanto è accaduto in Italia nelle ultime tornate, la più interessante e veritiera). Proprio per questo il programma radiofonico della BBC, Radio Five Live ha deciso di raccontare le elezioni che ridisegneranno il parlamento americano (da pochi giorni tutte le informazioni sono anche su Google Earth) il prossimo 7 novembre attraverso la collaborazione dei cittadini. Non possiamo essere ovunque – dice la BBC – e dunque abbiamo bisogno del vostro aiuto giornalistico.

Nel frattempo, il Sun, quotidiano di Rupert Murdoch, lancia MySun, una sorta di “comunità” virtuale dei lettori del giornale. Virgolette d’obbligo perché c’è chi solleva qualche perplessità sulla natura effettivamente comunitaria del servizio.

Infine, dopo Reuters, anche Wired e CNet hanno deciso di aprire una redazione virtuale su Second Life, dove realizzare interviste, conferenze, eventi.

UPDATE: Nel suo ufficio virtuale CNet ha intervistato Adam Reuters (alias Adam Pasick), il repoter che Reuters ha “inviato” ad esplorare Second Life.

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internet

Se i belgi fanno scuola

In Uncategorized on 24 Ottobre , 2006 at 6:52 pm

Come dimostra la vicenda degli editori belgi (dove è palese, per altro, quel che Freud avrebbe definito impulso di morte), la questione dei contenuti sul web, della loro distribuzione, riaggregazione e associazione alla pubblicità lontano dal luogo di origine è sempre più calda. Lo segnala Carola Frediani, riprendendo e commentando la protesta di Jason Calcanis contro gli aggregatori Rss che sfruttano i suoi contenuti per vendere pubblicità.

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internet

Il mondo capovolto

In Uncategorized on 23 Ottobre , 2006 at 7:30 pm

upside1.gif“La cosa curiosa riguardo a YouTube è che le persone che dovrebbero essere pagate (i singoli creatori di contenuti) non stanno facendo pressioni per questo, mentre le aziende minacciano azioni legali (anche se, normalmente, sono assai contente di pagare una piattaforma media per mostrare spezzoni di film o di show televisivi per generare interesse verso il prodotto e stimolare la vendita di Dvd)”. (Victor Keegan)

(Via PaidContent.org)

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internet

La seconda vita di Ibm

In Uncategorized on 19 Ottobre , 2006 at 7:27 pm

Sì, lo so, il titolo non è molto fantasioso. Ma a quest’ora, e con 5 ore di treno Genova-Roma sulle spalle, le mie meningi non sono molto brillanti. Comunque sia, pare che anche Ibm si diverta a giocare con Second Life, l’ormai sempre più popolare mondo virtuale, dove qualcuno ha deciso di fare del business e l’agenzia di stampa Reuters ha recentemente aperto una filiale. Sembra infatti che Big Blue abbia già cominciato a tenere dei meeting aziendali in questo universo alternativo. Così, giusto per saggiare le potenzialità dell’ambiente.

L’impulso alla sperimentazione verrebbe dall’alto. Irving Wladawsky-Berger, vice president strategie tecniche e innovazione, ha scritto al proposito sul suo blog: “Abbiamo la sensazione che questo avrà un forte impatto sul business, la società e le nostre vite personali, anche se nessuno di noi può prevedere quale sarà questo impatto”.

Nel frattempo, appunto, vale la pena di giocare con lo strumento e vedere cosa succede.

Prima di loro, come mi ha segnalato da tempo Paolo Subioli, in Italia è attiva in questo campo la società Sci Group, distributore per il nostro Paese  della piattaforma MondiAttivi, che offre anche a clienti business per “supporto alla clientela (CRM), presentazioni interattive di prodotti e servizi, formazione on-line ed altri tipi di iniziative di e-learning“.

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media

Georeferenziamo la notizia

In Uncategorized on 17 Ottobre , 2006 at 5:59 pm

immagine.JPGCBSNews.com ha deciso di inserire i titoli delle sue notizie su Google Earth. Solo un esperimento. Non so quanto utile. Sicuramente divertente.

Se avete già scaricato Google Earth potete vedere il risultato qui.

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50 milioni per Craig

In Uncategorized on 17 Ottobre , 2006 at 5:33 pm

jim_buckmaster_and_craig_newmark.jpgIl sito di annunci craigslist sarebbe sulla buona strada per raggiungere nel 2007 ricavi per 50 milioni di dollari. Si tratta di stime, visto che la società non rilascia dati finanziari, ma sempre di un buon (ipotetico) bottino. Perché riporto questa notizia? Perchè tempo fa mi è capitato di intervistare per Monthly Vision Craig Newmark, il fondatore della società, e Jim Buckmaster, l’amministratore delegato, e ho scoperto che sono davvero dei bei personaggi.

A parte il fatto che Buckmaster è un ammiratore di Chomsky (e per me è un punto in più, di per sé) mi ha colpito il loro sforzo di cercare di costruire un business sostenibile, di migliorare e investire solo ed esclusivamente in collaborazione con, e sotto lo stimolo della comunità degli utilizzatori, il fatto che craigslist sia tra i primi 10 siti più visitati d’America ma che le sue entrate siano meno dell’1 per cento di quele di tutti gli altri nove. Il fatto insomma che questi due e il loro sito rappresentino una piacevole anomalia.

Sapere che continuano a navigare in ottime acque, mi da fiducia e mi fa sperare che davvero ci siano altri modi, migliori, di fare business.

Ah quasi dimenticavo: Craig ha anche un suo blog.

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internet, media

Triste, solitario y final

In Uncategorized on 16 Ottobre , 2006 at 8:23 pm

aic_logo_8inch-width.jpgCerto non si può dire che difettino di coerenza. I quotidiani belgi che hanno già chiesto di scomparire dagli indici di Google News domandano ora di essere dimenticati anche da quelli di Msn.

Non c’è qualcosa di poetico in questo auolesionistico perseguire l’oblio? Per un po’ ho cercato di comprendere la ratio di questa decisione, ora invece propendo per un’interpretazione che ha che fare con il lato destro del cervello.

Trovo infatti qualcosa di evocativo in questa orgogliosa volontà di eclissarsi dalla rete, di sottrarsi alla platea di tutti gli utenti internet che parlano fracesce e tedesco, quasi ci si rifiutasse di contaminarsi con questi barbari telematici. Meglio morire dimenticati, lentamente e dignitosamente, coerenti con la propria storia fatta solo ed esclusivamente di carta piuttosto che provare ad arabattarsi con i meccanismi virtuali e mischiarsi ai nuovi ricchi del mondo digitale.

Questi giornali belgi mi appaiono ora po’ come degli aristocratici che davanti ai moti rivoluzionari e al loro mondo in decadenza si lasciano morire, o come dei vecchi pellerossa che, comprendendo che è arrivata la fine, si allontanano dalla tribù per consegnasi, solitari, al mondo degli spiriti.

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internet

Effetti collaterali

In Uncategorized on 13 Ottobre , 2006 at 2:37 pm

L’affare Google-YouTube ha già portato dei benefici laterali. No, non quelli di Sequoia Capital (che con i suoi 11 milioni e passa investiti nella società di Steven Chen e Chud Hurley si può fregare le mani)  o di Artis Capital Management, hedge fund che, si scopre in questi giorni, avrebbe anch’esso puntato su YouTube. Qui si parla dell’oscura Universal Tube & Rollform Equipment Corp, una piccola società specializzata nella compravendita di… tubi. Niente a che fare con video amatoriali e contenuti generati dagli utenti, dunque, ma solo un dominio foneticamente identico: utube.com.

Come segnala Techdirt, nei giorni passati il sito dell’azienda è stato sommerso di visite da parte di persone che, in conseguenza della notizia dell’accordo, cercavano YouTube, quello vero. Ovviamente, il diluvio di richieste ha mandato in tilt il sito.

Tanta pubblicità involontaria non ha portato solo problemi, però. Pare che la società abbia già rifiutato un’offerta da 1 milione di dollari per il nome dominio. E che sia pronta a venderlo per 2,5 milioni.

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internet

Tutti pazzi per GooTube

In Uncategorized on 10 Ottobre , 2006 at 12:30 pm

Allora è successo veramente: Google si è pappato YouTube. Ne parla chiunque.

Mi limito dunque a un piccolissimo contributo di filtro segnalando il post del mio amico TelcoEye (detto anche “occhio di telco”: buona questa, te la cedo per un etto di cioccolatini Venchi) che fa una pima piccola selezione dei commenti.

E segnalo che c’è anche chi, come Om Malik, sarà ora costretto a perdere 20 chili visto che aveva scommesso contro l’accordo…

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Stati Uniti

Le verità nascoste del Medio Oriente

In Uncategorized on 9 Ottobre , 2006 at 7:16 pm

verita_nascoste.jpgUn saggio (come sempre) magistrale di Robert Fisk sul Medio Oriente, la sua storia e le verità che noi occidentali preferiamo non vedere.

Dal supporto al programma nucelare iraniano, alla fornitura di componenti per le armi chimiche di Saddam, alla tendenza a considerare i nostri fallimenti solo un problema di relazioni pubbliche e mai una questione di azioni e conseguenze di queste azioni.

Una voce (ancora una volta) saggia, informata, ricca di fatti e testimonianze di prima mano che parla in nome di una concezione molto alta del giornalismo.
Con un monito: quello che preferiamo rimuovere ritorna, prima o poi, sotto forma di mostro.
(Via ZNet)

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internet, media

Quotidiani e pubblici attivi

In Uncategorized on 7 Ottobre , 2006 at 4:23 pm

newspapers.gifLuca sulla crisi e sul futuro dei quotidiani. Riassumo:

1) i quotidiani devono ricominciare a sentirsi parte di un progetto culturale; in questo progetto devono sentirsi coinvolti tanto i giornalisti quanto gli editori;

2) tra quotidiani e quel pubblico attivo emerso in questi anni (per lo più in “opposizione” ai giornali che si erano dimenticati di lui per concentrarsi sulle fonti) deve nascere una relazione “simbiotica”; un rapporto stabile tra chi svolge quella necessaria attività di ricerca e organizzaizone dell’informazione a tempo pieno e chi deve criticare, stimolare, pugulare.

3) solo così i quotidiani possono pensare di uscire dalla crisi attuale, e forse editori e giornalisti risovere la vertenza contrattuale.

Penso che il progetto culturale di cui parla Luca – sono d’accordo: non c’è niente di più importante in questo momento – presupponga però che i quotidiani riconoscano gli errori che hanno commesso in questi anni. Che si rendano conto di avere offerto più o meno consciamente narrazioni della realtà ristrette entro confini angusti, entro limiti dettati per lo più dall’ossequio a poteri più o meno forti e dall’accettazione di interpetazioni del mondo sviluppate dai più potenti, siano questi aziende, governi o istituzioni di altra natura.

I quotidiani continuano a produrre informazione di qualità. Quasi ogni giorno i giornali del nostro Paese regalano meravigliosi pezzi di giornalismo, e lo fanno proprio perchè – come dice Luca – sono in grado di pagare persone che si dedicano a tempo pieno a questa attività. Ma l’effetto complessivo, quello prodotto da editoriali, titoli, scelte redazionali, impaginazione, selezione delle notizie, resta, a mio parere, un’informazione stereotipata e spesso lontana dal senso comune. Il risultato è una sfera pubblica in cui si confrontano sì molteplici iterpretazioni della realtà, ma nella quale la “varianza” delle interpretazioni risulta irrimediabilmente limitata.

Se penso a un progetto culturale, non riesco a non pensare a qualcosa che parta dallo sforzo di allargare questa “varianza”, a un’impresa, come dice Luca, che può essere compiuta soltanto con la collaborazione del massimo numero di intelligenze e punti di vista, in una parola di quei pubblici attivi che sono emersi in questi anni anche grazie alla rete.

Detto questo, confesso il mio pessimismo. Non riesco a immaginare come istituzioni che hanno interiorizzato in profondità (fino a non esserne nemmeno più consapevoli) una narrazione del mondo così ristretta e autorefrenziale possano oggi (e domani) rinnovarsi all’interno di un progetto che metta in crisi il paradigma in cui sono cresciute. Mi sembra più facile cioè che trovino il modo di sopravvivere economicamente, piutosto che cambiare così radicalmente la loro un’identità di cui non sono del tutto coscienti.

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MySpace dai capelli d’argento

In Uncategorized on 6 Ottobre , 2006 at 3:19 pm

Allora, pare che più del 50 per cento dei frequentatori di MySapce superi 35 anni. Sembra anche che “solo” il 30 per cento dei dei frequentatori del sito di social networking abbia meno di 25 anni.  Ne parla anche il Wall Street Journal.

Dove sta l’importanza della notizia? Da nessuna parte, a meno che non siate possibili inserzionisti del sito di Rupert Murdoch. Quello che in grande mogul vuol farvi sapere strillando ai quattro venti il rapporto di comScore media metrix è che sul suo servizo non trovate solo un massa di adolescenti con pochi soldi in tasca, ma anche e soprattutto danarosi individui di mezza età pronti a spendere quattrini per tutto quello che gli presenterete.

Riuscirà a convincervi?

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Il Web 2.0 spiegato alle masse

In Uncategorized on 6 Ottobre , 2006 at 12:05 pm

Nel mezzo degli eterni dibattiti tra geek e professionisti dell’informatica s’alza, finalmente, una voce per il popolo. E’ quella del Pew Internet Project che ha appena realizzato uno studio breve e chiaro per chiarire meglio a tutti (e non solo agli adepti tecnofili) che cosa è il Web 2.0. Ma senza troppe ansie di arrivare a una definizione, piuttosto guardando a come si comportano effettivamente gli utenti e a come si comportavano nell’era precedente

La nuova formula magica dell’internet 2006, spiega il rapporto, non ha niente a che fare con Internet 2, non è un nuovo network che opera su dorsali separate ma, soprattutto, “non c’è niente di male se avete sentito il termine, avete annuito in segno di comprensione, senza avere in realtà la minima idea di che cosa si tratta”.

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Discutendo di giornalismo, nuovo e vecchio

In Uncategorized on 3 Ottobre , 2006 at 11:16 pm

E’ online l’annunciata intervista di Slashdot a Jay Rosen, teorico e promotore di nuove forme di giornalismo (ne avevo accennato qui). Oltre a parlare del suo progetto, NewAssignmet.net (già menzionato qui), Rosen sviluppa una serie di considerazioni sul citizen journalism e sui nuovi media che mi sembrano piuttosto interessanti. Qui di seguito mi limito a 3 spunti.

1) Chomskyanamente, mi verrebbe da dire, Rosen è convinto che il peccato originale dei grandi media non è quello di sopprimere deliberatamente alcune storie “scomode” in ossequio a poteri più o meno contigui. Il vero dramma sono le storie che i grandi media non raccontano in modo corretto (e qunidi sopprimono de facto) semplicemente perché, quasi inconsciamente, hanno interiorizzato un sistema di valori e un’affinità che non consente loro di cogliere l’essenza di alcune vicende. Rosen fa l’esempio di Bob Woodward, il celebre giornalista americano, che in due libri (Bush at War e Plan of Attack) non è riuscito a cogliere la sostanza di quello che stava accadendo alla Casa Bianca lanciata verso la guerra in Iraq. Vale a dire, l’incredibile storia di un’amministrazione che, vittima di un gigatesco fenomeno di group think, si è gettata in modo ideologicamente testardo in un piano concepito in astratto, senza valutare adeguatamente quelli che gli psicologi chiamano “dati di realtà”. Per Woodward, così vicino al sistema proprio a causa del suo metodo giornalistico, questa interpretazione era del tutto inconcepibile. Solo ora, forse, comincia rendersene conto nel suo nuovo libro, State of denial (qui una recensione, dura ma obiettiva, di AngryArab).

2) Per aumentare l’autorevolezza del giornalismo online non c’è altra strada, secondo Rosen, che il rigore. Intervenire su argomenti che si conoscono a fondo (per esempio: io dovrei stare quasi sempre zitto..), correggere tutto, principalmente se stessi, fare le pulci ai grandi media.

3) Altra cosa che ho apprezzato è il rispetto dimostrato da Rosen nei confronti di media alternativi e politicamente schierati: The NewStandard, DemocracyNow (con cui mi è capitato di collaborare: qui il link alla mia performance) e Indymedia che, non so perchè (anzi no, lo immagino) viene quasi ignorata quando si parla di citizen journalism. Eppure facevano giornalismo dal basso prima che il concetto diventasse popolare di moda.

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Raccomandazione da 1 milione di dollari

In Uncategorized on 3 Ottobre , 2006 at 3:09 pm

Netflix, noleggatore di Dvd online è pronto a offrire 1 miione di dollari a chi riuscirà a migliorare del 10 per cento il suo sistema di raccomandazione, vale a dire quel meccanismo che permette al servizio di suggerire all’utente i fim “giusti” sulla base delle sue preferenze. Se nessuno riuscirà nell’impresa Netflix è pronto comunque a dare 50 mila euro a coloro che proporranno i miglioramenti più significativi.

Una simile offerta è la conferma che uno dei fattori fondamentali della cosiddetta coda lunga sono i flitri, le tecnologie che permettono agli utenti di avventurarsi nelle profondità della coda, lasciando l’universo dei blockbuster per andare alla ricerca della propria nicchia personale. Senza aiuti di questo tipo non si darebbe il fenomeno della coda lunga e l’enorme massa di contenuti che la riempie resterrebbe inesplorabile e inesplorata. Non a caso Chris Anderson, che della long tail è il teorico, dedica un lungo e approfondito post a questa notizia, con tanto di grafici e di tabelle.

The simple answer is that search, recommendations and other filters tend to drive demand down the tail, from the hits down to the niches where minority tastes are often better satisfied. Aside from happier customers, this also has some clear economics benefits for Netflix. It so happens that older titles, well down the Long Tail of time, are both cheaper to acquire and tend to get higher ratings than new titles (mostly because they’ve passed the test of time and have moved beyond the fog of hype that accompanies new releases). Not only that, but Netflix can also buy fewer of them, since as you go further down the curve the demand is spread out over more titles and there’s less of a need to buy stacks of expensive new blockbusters to satisfy the rush of rentals requests around the release date.

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Google Reader, nuova veste (e non solo)

In Uncategorized on 29 Settembre , 2006 at 1:42 pm

Proprio ieri chiedevo a Carola quale lettore rss “web based” avrei potuto sperimentare. Google Reader, quello che ho sempre utilizzato, mi stava un po’ annoiando, era “fermo” da tempo e volevo provare qualcosa di nuovo. Oggi (sopresa e fortuna di Google) scopro che il lettore di Mountain View è cambiato radicalmente e, per quel che posso apprezzare dopo averci “giocato” una mattinata, decisamente in meglio.

Interfaccia grafica assai migliorata (e molto più simile a quella di Gmail), lettura per “folder” e per “testata” molto più agevole, possiblità di visualizzare solo i titoli dei feed in una lista (e quindi lettura veloce assai più semplice), più facile accesso alle funzionalità di condivisione: dall’invio per e-mail alla pubblicazione dei post su una propria pagina (qui c’è un esempio della mia).

Insomma, missa’ proprio che ancora per un po’ non cambierò reader.

Due difetti, per adesso. Come lamenta Niall Kennedy ci si poteva aspettare una maggiore integrazione con altri servizi dell’ecosistema Google (gmail, Google calendar o la stessa ricerca). Inoltre, mi pare sparita la possibilità di postare i feed direttamente sul proprio blog (account blogger, ovviamente) che prima campeggiava chiaramente una volta visualizzato l’articolo. Non la trovo io? E’ effettivamente sparita? Perché?

Ne parla anche Zambardino.

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Gli editorialisti? Non ne abbiamo più bisogno (se mai ne abbiamo avuto…)

In Uncategorized on 28 Settembre , 2006 at 1:44 pm

In this age of open media, when every voice and viewpoint can be heard, when news is analyzed and overanalyzed, and when we certainly are not suffering a shortage of opinion, do we need editorialists? No.

I media tradizionali sono soto pressione, i giornali sono in crisi e anche gli editorialisti non se la passano tanto bene. Almeno a parere di Jeff Jarvis, autore di un post (“La morte degli editorialisti”) dove la scomparsa degli opinionisti, almeno nella loro forma tradizionale, è tanto predetta quanto auspicata.

Gli opinion maker sono, secondo Jarvis, merce scaduta, figli di un’epoca in cui i quotidiani avevano il monopolio dell’inchiostro e dell’informazione. Ma oggi che ogni utente ha a propria disposizione tonnellate di inchiostro virtuale, hanno ancora un senso? E soprattutto sono economicamente sostenibili per un’industria in crisi?

La risposta è no. Seguita da una proposta di riforma della “professione”. Una ricetta che prevede: smettere di essere la voce dell’istituzione e aprire gli editoriali ad un numero maggiore di nuove voci e punti di vista. Non più proclami dal pulpito ma una collezione dei migliori argomenti sulle varie questioni. In una parola, conversazione.

Certo che se ci penso, un futuro senza Della Loggia, Panebianco, Ostellino e il loro quotidiano dispiego di certezze sarà anche auspicabile, ma senza dubbio molto meno divertente.

Intanto, sempre a proposito di editorialisti e ideologia, AngryArab segnala che Thomas Friedman, opinionista principe del New York Times, scrive un pezzo sui “dittatori del petrolio” escludendo dalla categoria la dinastia saudita e mettendoci dentro Chavez (che fino a prova contraria è stato eletto…).

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Google ai produttori di contenuti: “volemose bene”

In Uncategorized on 27 Settembre , 2006 at 10:58 am

google.gifIn questo periodo convulso, fitto di colloqui con i big dell’intrattenimento e disturbato da fastidi giudiziari di origine belga, Google trova il tempo di precisare la sua posizione sulla questione più cruciale del suo business: i contenuti e i rapporti con chi li produce e ne detiene i diritti. Obiettivo: rassicurare i potenziali partner sulla condotta di Mountain View, che intende – si ribadisce – restare all’interno della propria vocazione naturale, quella di un mero facilitatore dell’accesso alla conoscenza. BigG ribadisce afferma infatti che:

a – rispetta il copyright e si mantiene nei limiti del “fair use”;

b – lascia libero chiunque di rimanere fuori dai suoi indici;

c – desidera lavorare con i produttori di contenuti per esplorare la strada verso comuni benefici.

Insomma – dicono Larry Page e Sergey Brin – cari quotidiani, care etichette, carissimi mogul di Hollywood, non avete da temere nulla da noi: non vogliamo intralciare i vostri affari, anzi. E se vi sentite in posizione di forza, non c’è bisogno di tribunali e ordinanze, non avete altro da fare che sedervi a un tavolo e negoziare. Come ha fatto Associated Press con cui, dopo un conflitto inziale, Google trovato un accordo commerciale che soddisfa entrambi.

Secondo John Battelle (una vita per Google…) una simile precisazione in questo momento delicatissimo per il futuro dei contenuti in Rete è mooolto importante.

I sense that Google is starting to truly declare its position relative to content creation companies, and it’s this: we’re not in your business, and won’t be. We might impact your business, and in significant ways, but you can’t sue us for that, brother. Now, let’s go make tons of money, together….and if our margins are higher than yours, well, that’s not our fault….

Nel frattempo, a ulteriore tesimonianza che la questione dei contenuti è ancora controversa, arriva la notizia che Fox News ha chiesto a YouTube di eliminare un’intervista a Clinton realizzata dal network. E arriva anche il commento di Jeff Jarvis (ripreso e condiviso da Mantellini): idioti!

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Slashdot intervista Jay Rosen

In Uncategorized on 27 Settembre , 2006 at 10:11 am

Slashdot ha in programma di intervistare Jay Rosen, teorico (e pratico) del citizen journalism (anche se lui ora preferisce chiamarlo networking journalism o open source journalism). L’intervista si volgerà nel consueto sitle partecipativo alla Slashdot: chiunque può proporre domande.

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Muni Wi-Fi, pubblico o privato?

In Uncategorized on 26 Settembre , 2006 at 2:56 pm

In questi tempi di polemiche sul futuro della Telecom fa piacere constatare che anche altrove si dibatte sulla natura e la proprietà dei beni di pubblica utilità. Solo che in America, almeno in questo caso, si discute di accesso wireless all’internet e dei progetti di copertura Wi-Fi di intere città. Simili progetti possono essere appaltati a privati o devono rimanere in mano a consorzi pubblici?

Lo spunto per questa riflessione tratta da GigaOm, è la sorte per ora non troppo chiara della più famosa di queste iniziative: quella di San Francisco che è stata assegnata a Google in accoppiata con Earthlink. E così mentre, a quanto pare, anche gli executive di Mountain View si stanno stufando della lentezza del processo decisionale pubblico l’Institute for Local Self-Reliance e la Media Alliance hanno pubblicato uno studio secondo il quale una rete in mani municipali garantirebbe il ritorno dell’investimento in poco più di 4 anni, 6.1 milioni di dollari di guadagno in un lustro e 16,8 milioni di dollari nei 5 anni successivi. In dieci anni il network porterebbe nelle casse pubbliche 22,9 milioni di biglietti verdi.

Niente male come numeri. E pazienza se non è abbastanza per attirare gli interessi dei Venture Capitalist: se si ritiene vantaggioso che un progetto che riguarda un bene pubblico rimanga sotto il controllo dei cittadini, si può anche optare per un guadagno minore. L’importante è discuterne. senza pregiudizi e ideologie. Come si farà oggi a San Francisco.

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Giornalisticamente

In Uncategorized on 25 Settembre , 2006 at 2:49 pm

incantation_1999_10_06_the_ny_times.gifTre notizie veloci veloci che ci parlano dello stato del giornalismo di questi tempi tra incomprensione della rete, business da rivedere e speranze.

Il tribunale ha rigettato la richiesta di Google di non pubblicare sul sito l’ordinanza con cui si ordina la sospensione dei link ai giornali belgi. Fino ad ora il motore di ricerca aveva pubblicato soltanto un link al testo della corte.

Ad agosto le entrate pubblicitarie della New York Times Company sono calate del 3,8 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (4,2 per cento per le attività legate al quotidiano). Nel frattempo, la pubblicità online è cresciuta del 17,3 per cento, risultato in calo rispetto a maggio (+ 27 per cento), giugno (+ 23 per cento) e luglio (+ 27,5 per cento). Che anche il picolo boom della pubblicità online sia in fase discendente? Forse: dopo tutto nel 2005 il tasso di crescita rispetto al 2004 è stato del 30 per cento.

Si terrà a Londra tra il 26 e il 27 ottobre prossimo la World Digital Publishing Conference and Expo organizzata dalla World Association of Newspapers.

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Il wiki di Reuters e la regola 1:10:89

In Uncategorized on 22 Settembre , 2006 at 3:16 pm

Anche l’agenzia di stampa Reuters ha il suo wiki: un glossario di termini finanziari. Ben fatto, nota cyberjournalist.net, anche se poco partecipato. E proprio sulle alchimie della socialità online c’è un interessante post di The Mu Life, intitolato “L’importanza del 10%”. Dove 10 è la percentuale di coloro che, nel contesto di un media sociale, mediamente, contribuiscono con commenti, manifestazioni di approvazione o di critica rispetto ai contenuti inseriti.

Secondo una regola emergente (e, per la verità, non so quanto empiricamente testata) in8020_0_1.png un sistema partecipativo solo l’1 per cento dei soggetti contribuisce con contenuti propri (originali o segnalazioni), un po’ di più (il 10 per cento appunto) sono coloro che svolgono un attività di commento, mentre la stragrande maggioranza (l’89 per cento) si limita a godere del risultato. Di qui la formalizzazione della regola, 1:10:89, che fa il verso al più famoso 80:20 teorizzato da Pareto.

Il post di The Mu Life sottolinea proprio l’importanza dell’azione di filtro e di organizzazione dellla conoscenza svolta da quel 10 per cento, senza la quale i media partecipativi si perderebbero in una caotica accozzaglia di materiale ingestibile e poco fruibile. Ma quali sono le motivazioni di costoro? Mentre le ragioni che spingono l’1 per cento a contribuire, per quanto non del tutto chiare, sono state esplorate e risultano anche intuitivamente comprensibili (tra queste ci sono sicuramente l’autopromozione e il narcisismo) molto meno evidente è perché qualcuno si debba prendere la briga di commentare e qualcosa prodotto da altri. Quale è il suo ritorno?

Secondo The Mu Life, le ragioni di questo 10 per cento sono simili a quelle degli elettori: votando le storie che li interessano le promuono e aumentano le probabilità che si sviluppi una discussione. Inoltre, così facendo, incoraggiano l’1 per cento a proporre storie di quel tipo, un modo per aumentare le chances che le future esperienze in una comunità virtuale corrispondano maggiormente alle proprie aspettative.

Conclusione un po’ provocatoria: forse Jason Calcanis di Netscape non dovrebbe pagare solo chi contribuisce, ma anche quel 10 per cento che svolge un’altra, altrettanto preziosa, attività.

By voting on submissions that are appealing to you, you can help promote those stories and ensure that a discussion ensues. Furthermore, if you help promote stories that interest you, the 1% will take note and submit more stories of that nature. This is one way to ensure that your future experience in a particular community is more in line with your expectations.

Considering the importance of the 10% ultimately makes me wonder:

Was it right for Jason Calacanis to just hire the top users from the 1%, or should he also have hired some people out of the 10%?

(via digg)

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internet, media

Quotidiani gelosi di Google News?

In Uncategorized on 21 Settembre , 2006 at 2:13 pm

Ultimi sviluppi della vicenda “giornali belgi vs Google News” a cui ho accennato qualche giorno fa.

Come spiega Techdirt, Google:

- ha presentato appello (accettato dal tribunale: sarà discusso il prossimo 24 novembre)

- ha rimosso i link alle testate belghe;

- si è rifiutato di pubblicare in homepage (come era richiesto dal tribunale) l’ordinanza, giudicando la richiesta eccessiva, e ha provveduto solo con un link.

Nel frattempo Danny Sullivan si è preso la briga di fare un po’ di indagini supplementari e di sentire Copiepresse, l’associazione di editori belgi che ce l’ha con Google. Ed è giunto alla conclusione che l’associazione di fatto vuole comparire nei motori di ricerca di Google ma pretende che Mountain View negozi con lei i termini della presenza nell’indice del search engine californiano. Dal momento che in questo modo il motore diventa più ampio ed esaustivo, ragionano i quotidiani, è giusto che Google ci ricompensi per questo.

Alla fine dei giochi, dunque, la sostanza è: guadagna più Google ad avere i giornali belgi nel suo indice o i giornali belgi a ricevere traffico tramite Google?

Ma questa, come conclude Sullivan, è una questione che può essere risolta fuori dai tribunali. Basta fare una prova, togliere i link alle testate, e vedere come va a finire.

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L’informazione politica scorre su internet

In Uncategorized on 21 Settembre , 2006 at 1:22 pm

Cresce il numero degli utenti che usano l’Internet per informarsi sulla politica. Sarebbero 26 milioni, secondo l’utimo rapporto del Pew Internet & American Life Project, gli statunitensi che si sono rivolti al web in un tipico giorno del mese di agosto per trovare notizie sulle prossime elezioni di mid-term. Vale a dire, praticamente un quinto degli adulti che navigano in rete, pari al 13 per cento della popolazione americana sopra i 18 anni.

Secondo il Pew, si tratterebbe di un record. Il precedente primato risale infatti al novembre 2004 in occasione delle elezioni presidenziali quando gli americani alla ricerca di news politiche virtuali furono 21 milioni.

Dal punto di vista demografico, il navigatore interessato alla politica è prevalentemente maschio (62 per cento contro 48 per cento), con educazione universitaria (55 per cento contro una media degli utenti internet del 36 per cento) e dotato di connessione veloce (77 per cento contro il 66 per cento della media degli utenti).

On a typical day in August, 26 million Americans were using the internet for news or information about politics and the upcoming mid-term elections. That corresponds to 19% of adult internet users, or 13% of all Americans over the age of 18.

This is a high-point in the number of internet users turning to cyberspace on the average day for political news or information, exceeding the 21 million figure registered in a Pew Internet Project survey during the November 2004 general election campaign.

Demographically, those who said they got political news online on the typical day in August 2006 are more likely than the average internet user to be male (62% versus 48% for all online users), college graduates (55% versus 36% for all online users), and home broadband users (77% versus 61% for all online users). “Typical day” political surfers are only slightly younger than average internet users.

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Stati Uniti

Bin Laden promosso, Bush bocciato

In Uncategorized on 21 Settembre , 2006 at 12:21 pm

bushhome.jpgLo dice il New York Times. Lo conferma, da un punto di vista tecnico, Toni Muzi Falconi (che ha anche un suo blog) in un editoriale sul sito di Ferpi, la federazione italiana relatori pubblici. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi la battaglia della comunicazione la sta vincendo il leader di Al Qaeda.

Se per relazioni pubbliche intendiamo

‘il governo consapevole delle relazioni fra una organizzazione e i suoi pubblici influenti, realizzato con comportamenti, anche (ma non solo) comunicativi, capaci di tenere conto delle aspettative di quegli stessi pubblici per attirarne l’attenzione e il sostegno alle proprie finalità ‘

appare difficile non pensare che Bin Laden e la sua tecnostruttura’ si siano dimostrati assai più competenti, efficaci, e soprattutto, dotati di uno straordinario senso dello spettacolo e di una raffinata scelta dei tempi.

Se invece per relazioni pubbliche intendiamo

‘la pervicace, pervasiva e impetuosa spinta comunicativa di una organizzazione, realizzata con ingente impiego di risorse finanziarie e professionali, per persuadere i pubblici influenti – con la propaganda, la corruzione e la forza delle armi – che i propri comportamenti sono condivisibili perché dichiarati comunque coerenti con il bene comune…’

..allora possiamo soltanto dire che i due soggetti: Bin Laden e Bush giocano due partite diverse, con carte e regole diverse, inconfrontabili fra loro, se non nella valutazione oggettiva dell’efficacia dei programmi adottati che vanno in ogni caso a vantaggio del primo.

Intanto, il periodico americano Foreign Policy dà un’occhiata a come il terrorismo è utilizzato nella campagna elettorale per il Congresso. 5 video, di destra e di sinistra, per conquistare i voti degli americani.

..five recent ads that hope to sway your vote in November, either by inspiring raw fear, stoking your anger, or appealing to your sense of patriotism.

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internet, media

NewAssignment.net assume il suo primo editor

In Uncategorized on 20 Settembre , 2006 at 1:22 pm

Prove di giornalismo open source in corso. NewsAssignment.net, l’esperimento promosso da Jay Rosen, riceve 100 mila dollari di donazione da parte di Reuters (via BuzzMachine).

Grazie a questo finanziamento, l’iniziativa potrà assumere il suo primo editor, figura che nell’architettura del progetto ricoprirà un ruolo centrale di gestione della comunità e di raccordo tra comunità e il giornalista a cui sarà assegnato il pezzo in questione.

Nel caso di NewAssigment.Net, l’approccio open source applicato al giornalismo funziona grosso modo così. Gli argomenti degli articoli sono scelti da comunità di utenti che contribuiscono alla definizione della storia, sollevano gli interrogativi a cui pensano si debba dare risposta, mettono in comune eventuali fonti e materiali di supporto.

Quando la storia raggiunge, a parere di un redattore, un sufficiente livello di struttura si passa ad un secondo livello, quello della pubblica raccolta di fondi: coloro che desiderano che l’oggetto del pezzo sia sviscerato in un articolo secondo le linee definite possono contribuire con donazioni.

Raggiunto il budget stabilito, il redattore affiderà infine il lavoro ai reporter professionisti giudicati più adatti. I giornalisti dovranno rispondere a tutte le questioni definite dalla comunità impegnandosi a restare in contatto e a collaborare con questa.

Ne parlo più diffusamente qui

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Web 3.0?

In Uncategorized on 19 Settembre , 2006 at 7:08 pm

cover_vision11.jpgQuesto post rilanciato da Digg pone due questioni: 1) che cosa è il Web 3.0? 2) merita un articolo tutto suo su Wikipedia o deve essere assorbito nella voce Web semantico?

La discussione è in corso. Il tema è un po’ specialistico, ammetto, e io non saprei dare una risposta. Lo segnalo, però, sperando in un’illuminazione dalla mia amica (e collega) Carola, che ha appena pubblicato su Vision un articolo dedicato proprio al Web. 3.0.

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Stati Uniti

Ma Dio è autoritario o benevolo?

In Uncategorized on 19 Settembre , 2006 at 5:11 pm

who-is-god.jpgE’ vero, di questi tempi si preferisce discutere della razionalità di Dio piuttosto che del suo atteggiamento nei confronti degli esseri umani. Però questo sondaggio riportato dall’Economist è troppo stuzzicante. Secondo l’indagine, realizzata da Gallup per conto del Baylor University’s Institute for Studies of Religion di Waco (Texas) gli americani optano per la severità.

Il 31 per cento degli statunitensi pensa infatti a un Dio che tutto controlla e sempre pronto a punire il peccato. Un’immagine più soft, quella di una divinità benevola e incline al perdono, appartiene invece al 23 per cento dei credenti a stelle e strisce. Un essere superiore “critico” (guarda il mondo ma non interviene, un po’ come l’Osservatore dei fumetti Marvel) è la scelta del 16 per cento dei rispondenti; mentre una versone “distante” (una forza cosmica a cui non importa nulla di noi) raccoglie il 24 per cento delle preferenze.

The survey, by Baylor University’s Institute for Studies of Religion in Waco, Texas, via Gallup, found four broad views of God in America. Homer’s Authoritarian God is the most popular. There then follow, in descending order of intrusiveness, Benevolent God (23%, rising to 29% in the Midwest), who still gives orders but will forgive, rather than smite; Critical God (16%, but 21% in the relativist East), who watches the world but does not intervene; and lastly Distant God (24%), a cosmic force without interest in human matters. This God is especially popular in the wide open West, with its huge views of the stars.

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Le inesattezze di Ratzinger

In Uncategorized on 19 Settembre , 2006 at 4:29 pm

Il mantra predominante intorno a discorso di Ratisbona è: “leggetelo con attenzione prima di giudicare”. C’è chi lo ha fatto (oltre a Lex Wtc, ovviamente, su questa piattaforma) e ha trovato qualche errore (via AngryArab) o meglio qualche semplificazione. Glenn Reynolds mette in fila, invece, una serie di commenti favorevoli al Papa.

His allegation is incorrect. Surah 2 is a Medinan surah revealed when Muhammad was already established as the leader of the city of Yathrib (later known as Medina or “the city” of the Prophet). The pope imagines that a young Muhammad in Mecca before 622 (lacking power) permitted freedom of conscience, but later in life ordered that his religion be spread by the sword. But since Surah 2 is in fact from the Medina period when Muhammad was in power, that theory does not hold water.

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Google morsica la mela?

In Uncategorized on 18 Settembre , 2006 at 10:29 pm

C’era da aspettarselo. Da quando Eric Schmidt siede nel board di Apple qualsiasi mossa di di Google o della Mela viene vista alla luce di una potenziale allenza. Non poteva NON succedere, dunque nel caso di iTv, l’ultima trovata di Steve Jobs.

Secondo uno dei blog di ZDNet (via Slashdot), il dispositivo “ponte” tra Pc e televisione di Cupertino preluderebbe allo sbarco sul nostro televisore di contenuti forniti in streaming proprio che da Mountain View. Ovviamente, con tanto di pubblicità contestuale.

Per ora, mi sembrano speculazioni che lasciano il tempo che trovano. Anche perché io continuo a fidarmi di più di chi di Apple se ne intende e vede nell’approdo di Schmidt nel consiglio di amministrazione della mela solo un piano di riserva.

It’s not hard to imagine a Gapple iTV that that would not only allow you to consume media files on your home theater system, but also stream television content and display relevant advertisements from Google — especially since this device requires a network to do anything useful.

UPDATE: Secondo la Bbc, però, qualcosa di più solido bollerebbe in pentola.

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Niente link, siamo belgi

In Uncategorized on 18 Settembre , 2006 at 6:02 pm

hercule-poirot.gifIncredibile: c’è ancora qualcuno che sembra non avere capito come funzionano i meccanismi della Rete. Quelli più elementari dico, come i link, e come il fatto che essere linkati da qualcuno è un bene. Tra quelli più duri di comprendonio c’è, a quanto pare, un tribunale belga.

Secondo Tichdirt la corte, dando ragione alla Associazione degli editori belgi, ha chiesto a Google News di rimuovere tutti i link a testate (sia in tedesco che in francese) del paese di Hercule Poirot. La richiesta riguarderebbe anche la normale cache di Google.

I dettagli non sono chiari. Quel che emerge, però, è che il tribunale non sembra del tutto a conoscenza del funzionamento dell’aggregatore di notizie di Mountain View. Il ragionamento del giudice scorre infatti come segue: essendo un portale (!) piuttosto che un motore di ricerca, Google News finisce per avere un impatto negativo sui proventi della pubblicità delle testate locali. Sembra, dunque, che la corte non sappia che Google News mostra soltanto un piccolo estratto della notizia e poi rimanda alla fonte originale.

E soprattutto sembra ignorare del tutto l’idea che traffico generato dal servizio possa essere un beneficio per le testate in questione. Mah.

Its reasoning is that Google News is actually a portal, rather than a search engine, and thus is impacting ad revenue. This ignores, of course, that Google News shows barely an excerpt of the story and sends plenty of people clicking through those links to the original news story. The court also seems to confuse Google’s regular “cache” with Google News at points, never noting that Google does not offer cached versions on its News site.

Su questa vicenda anche CNet e PaidConten.org

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Stati Uniti

Pessimismo made in Usa

In Uncategorized on 15 Settembre , 2006 at 3:03 pm

Meno del 50 per cento degli americani è convinto che fra 5 anni la sua vità sarà migliore di quella che conduce oggi. Lo dice il Financial Times che riporta una ricerca del Pew Research Center. 4 anni fa la percentuale degli ottimisti raggiungeva il 61 per cento. Si tratta del maggiore declino degli ultimi 40 anni.

Da notare, inoltre, che anche in questa speciale classifica è aumentato il divario tra ricchi e poveri. Nel 2002, il 45 per cento dei rispondenti nella fascia di reddito più bassa era convinto di avere compiuto dei progressi, contro il 57 per cento degli abitanti delle zone alte: 12 punti di differenza. Qest’anno, il divario è salito a 20 punti, dal momento che solo il 39 per cento di coloro che appartengono alle classi meno abbienti pensa che la sua condizione sia migliorata.

Tutto questo ci riporta alla discussione innescata dalla Ehrenreich.

In 2002, 45 per cent of those with the lowest income saw themselves as having made progress, compared with 57 per cent of those in the highest income bracket. This year, that 12-point gap grew to 20 points, with just 39 per cent in the lowest bracket saying they had made progress.

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Stati Uniti

Votate bene, gente…

In Uncategorized on 15 Settembre , 2006 at 11:33 am

nicaragua.jpgA proposito di democrazia, ingerenze sulla politica interna di altri stati, interessi geo-strategici. In un’intervista al Financial Times l’ambasciatore americano in Nicaragua, Paul Trivelli, lancia un avvertimento agli elettori del Paese centro-americano: non votate per Daniel Ortega, storico leader sandinista in corsa per le prossime presidenziali del Paese.

L’intervista, che il quotidiano londinese (non il manifesto) definisce un “vigoroso avvertimento” è anche una franca (e per questo insolita) esposizione delle preoccupazioni americane per quanto riguarda l’America Latina.

1) Si comincia dall’effetto domino, il rischio che il germe nazionalista e progressista si spanda in tutto il sub-continente:

Secondly, elections here can also affect the fate of the entire Central American region. You only have to go back to the 1980s to see that problems here quickly spread to the rest of the region.

2) Si prosegue con la paura per un modello economico “misto”:

First, he [Oriega] has and continues to employ some very strong anti-American rhetoric in his campaign. But he has also said that he wants to reintroduce subsidies, forgive debt, control remittances from Nicaraguans living abroad, reintroduce a mixed economy. And those are things that would be worrisome to the private sector here, to Nicaraguans, to potential domestic, international and regional investors. Read the rest of this entry »

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OpenDocument, nuovo sito

In Uncategorized on 15 Settembre , 2006 at 10:47 am

E’ online il nuovo sito ufficiale della comunità di OpenDocument, il formato promosso da Oasis – consorzio guidato da Ibm e Sun – come alternativa “aperta” ai formati proprietari.

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internet

Ancora sulla coda lunga: una recensione (mia)

In Uncategorized on 15 Settembre , 2006 at 10:37 am

L’avevo annunciata giovedì scorso. Poi, per ragioni di foliazione del giornale, era saltata a questa settimana. Ora, chi fosse interessato alla mia recensione di The long tail sul manifesto può leggerla sul sito del quotidiano (per una settimana).

UPDATE: la recensione ora la si può trovare qui

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La Pa e quei 36 milioni di euro in licenze

In Uncategorized on 14 Settembre , 2006 at 6:40 pm

photo-money-5.jpg36 milioni di euro all’anno. A tanto ammonta la spesa delle amministrazioni pubbliche locali del nostro Paese per licenze d’uso del software. Il quasi 5 per cento della spesa totale It dei Comuni, il 2 per cento delle regioni, l’1,81 delle comunità montane.

Le cifre sono fornite da una ricerca targata Netics che si propone di offrire strumenti per individuare margini di risparmio nell’acquisizione di prodotti software a elevata diffusione. Su questo argomento e sull’opportunità da parte delle Pa di passare all’open source ne discutiamo nello speciale Pa sul numero di Vision in edicola questo mese.

Rapportando il volume di spesa in licenze d’uso per prodotti “client base” alla spesa totale in Information Technology (IT) della Pubblica Amministrazione Locale italiana, si evince che Comuni e Province destinano al pagamento di licenze “base” quasi il 5% della propria spesa totale IT; le Regioni si attestano intorno al 2% della propria spesa totale, mentre le Comunità Montane rimangono al di sotto di tale soglia con un 1,81%.
La notizie è stata segnalata anche da Paolo, vera autorità in materia di per tutto ciò che riguarda tecnologie e amministrazioni pubbliche.

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Stati Uniti

It’s the poverty, stupid!

In Uncategorized on 14 Settembre , 2006 at 1:09 pm

ehrenreich-0121.jpgPovertà. Insieme a “classe” una delle parole tabù del dibattitto pubblico americano (ma non solo di quello). Tra i pochi intellettuali a stelle e strisce che pensano che le condizioni di vita dei meno abbienti siano un argomento degno di essere seguito e trattato con costanza e competenza c’è Barbara Ehrenreich, autrice dello strepitoso Una paga da fame, un viaggio (in prima persona) nell’America che non arriva alla fine del mese: colf, impiegati di Wal Mart, cameriere. Novella Jack London, la Ehrenreich ha trascorso un anno nei panni dei delusi del sogno americano. E li ha descritti meravigliosamente.

Ne parlo oggi perchè ho scoperto che ora Ehrenreich ha anche un blog (più o meno: nel senso che è più che altro una raccolta dei suoi pezzi. Ci accontentiamo lo stesso). L’ultimo post è un attacco, come sempre splendidamente scritto, a quei commentattori a stelle e strisce che non si capacitano di come le persone possano sentirsi più povere e insicure quando l’economia cresce. La responsabilità, sostengono, è di quei populisti (di sinistra evidentemente) che seminano disinformazione dalle aule universitarie.

Tutta colpa della congiura liberal, insomma. E non ad esempio di una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua. Come ricorda Ehrenreich, la percentuale di prodotto interno lordo Usa che va ai salari è al suo minimo da 59 anni a questa parte, mentre la fetta dei profitti delle aziende ha raggiunto il punto più alto degli ultimi 40 anni. Nel frattempo, il numero di americani senza assicurazione sanitaria è salito di 1,5 milioni nel 2005.

Real wages are declining, in fact the share of the GDP that goes to wages and salaries has reached a 59 year low, while the share going to corporate profits is at a 40 year high. Meanwhile the number of Americans without health insurance rose by 1.3 million in 2005. And while the unemployment rate is admirably low, it fails to take account of the large numbers of people who have given up looking for work or who are working at low-paid jobs for which they may be far overqualified. Odd, isn’t it, that in a “knowledge-based economy” so many college graduates are waiting tables and laid-off engineers are driving airport limos?

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Democrazie riluttanti atto II: il testamento di Riotta (che se ne va al tg1)

In Uncategorized on 13 Settembre , 2006 at 3:48 pm

0j5j915m-180x140.jpgGianni Riotta è stato appena nominato nuovo direttore del Tg1. Se ne andrà dunque dal Corriere. Non prima, però, di averci lasciato un’altra testimonianza (la seconda in pochi giorni) del suo credo: la “riluttanza” delle democrazie alla guerra. Un’avversione, molto consolante, che questa volta scopriamo essere nota al mondo da “antica” data.

La lezione antica è che le democrazie riluttano sempre, fino alla fine, davanti alla guerra: perché gli elettori non la vogliono, e castigano i leader se gli esiti non sono quelli desiderati.

Resta il mistero sulla data a cui dobbiamo fare risalire questa lezione. Dobbiamo fermarci solo un paio di secoli addietro o dobbiamo scendere fino alla Guerra del Peloponneso tra la democratica Atene e l’oligarchica Sparta? Forse Riotta ci risponderà dal teleschermo.

Nel frattempo, quanto agli “esiti” delle guerre, quella al terrore, secondo l’Independent, ha causato “direttamente” la morte di almeno 62.006 persone e creato 4,5 milioni di profughi. Dalla cifra sono esclusi i militari iracheni morti durante l’invasione del 2003, i caduti della guerriglia in Iraq, coloro che sono morti di ferite collegate alla guerra e tutti i decessi non riportati dai media occidentali.

The “war on terror” – and by terrorists – has directly killed a minimum of 62,006 people, created 4.5 million refugees and cost the US more than the sum needed to pay off the debts of every poor nation on earth. If estimates of other, unquantified, deaths – of insurgents, the Iraq military during the 2003 invasion, those not recorded individually by Western media, and those dying from wounds – are included, then the toll could reach as high as 180,000.

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Stati Uniti

Tony Blair, il neoconservatore…

In Uncategorized on 12 Settembre , 2006 at 3:07 pm

tony-blair.jpgTony Blar neoconservatore? Sì, proprio lui, l’idolo della sinistra riformista nostrana. Lo afferma l’Independent in un articolo in cui fa il punto su quel che resta (non poco, per la verità) dell’influente movimento politico-intelettuale americano. L’occasione di questo riesame dell’operato di Wolfowitz e compagni la offre un discorso di David Cameron sulla politica estera nel quale il leader dei tories sembra prendere le distanze dal neoconservatorismo e si definisce un “conservatore liberale”. Dopo tutto, se c’è un equivalente britannico dei neoconservatori, afferma l’Independent, questi è semmai, “senza dubbio”, Blair.

Il leader del labour corrisponde sotto vari aspetti all’identikit del neo-con americano. Ovviamente la Gran Bretagna, a differenza dell’America, non ha il potere di plasmare il mondo. E neanche Blair è così smaccatamente pro-israeliano come Bush. Ma è un politico di centro-sinistra che abbraccia una politica estera robusta e idealista, nonostante sia a conoscenza dell’impopolarità del suo alleato principe e dell’opposzione interna alla più importante politica neo-con, l’invasione dell’Iraq. Se questo non è neoconservatorismo, che cosa è?

Nel frattempo il necononservatore di Sua Maestà si prende una bella razione di contestazioni in Libano. Proteste che, a quanto pare, non provenivano sono dai militanti di Hezbollah ma da una più ampia fetta della società civile libanese.

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La tigre del Bengala e il dilemma del topo muschiato

In Uncategorized on 10 Settembre , 2006 at 3:10 pm

benji12web.jpgLa tigre del Bengala è più a rischo che mai. Anche l’Economist (che in questo numero si preoccupa di riscaldamento globale dopo avere contribuito a lanciare la fama dell’ambientalista scettico…) lancia l’allarme. Secondo le ultime stime, la popolazione della tigre sarebbe scesa a 1200-1500 esemplari. Causa principale della diminuzione: la caccia. L’animale è infatti ambito per i suoi denti, le sue ossa e il suo pene, ingredienti preziosi della medicina tradizionale cinese.

Il rischio di estinzione non sembra tuttavia muovere a compassione il governo indiano in carica che, anzi, appare più propenso a tutelare i diritti e gli interessi delle popolazioni tribali che condividono l’habitat con le tigri. Il risultato è un dilemma. Da una parte, il rischio di estinzione di un animale meraviglioso e ormai ecologicamente (e geneticamente) sempre più debole. Dall’altra, le esigenze di popolazioni, per lo più povere e agli ultimi gradini della scala sociale, che vivono nelle riserve o ai margini di queste e il cui bestiame è frequentemente pasto dei predatori.

ondatra_zibethicus_da1039.jpgUna classica lotta tra poveri. Un altro esempio di quello che il saggista David Quammen nel suo libro Alla ricerca del predatore alfa, definisce il dilemma del topo muschiato. Vale a dire il fatto che i “costi” della conservazione dei grandi predatori non sono egualmente distribuiti. Read the rest of this entry »

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media

Giornalismo a rete: una definizione

In Uncategorized on 8 Settembre , 2006 at 6:27 pm

Una delle espressioni che vanno attualmente più di moda tra quelli che si occupano dell’evoluzione del giornalismo ai tempi della rete è networked journalism. L’ha inventata Jeff Jarvis che di queste cose si occupa quasi a tempo pieno ed è una specie di autorità in materia. Oggi Jeff ha deciso di offrirci una definizione più precisa della sua nuova creatura. Ne riporto qui di seguito una parte:

“il giornalismo deve diventare collaborativo a tanti livelli. I media giornalistici dovrebbero imparare a puntare sui cittadini per ricevere aiuto su storie di largo respiro [...], a un livello individuale (cittadini che contribuiscono agli sforzi della testata), e come network (testate che supportano gli sforzi dei cittadini con promozione di contenuti, educazione, compensi). Il gioralismo diventerà collaborativo non solo a questo livello in cui si legano professionisti e dilettanti, ma anche al livello dei soli professionisti (non possiamo permetterci di inviare i nostri reporter per coprere alcune storie solo per soddisfare il nostro ego ma possiamo invece linkare e consegnare ai nostri lettori [...] il meglio di altre testate)”.

C’è già chi si è mosso in questa direzione. Come Newassignment.net (a cui Jarvis collabora) di cui ho scritto recentemente su Chips&Salsa, inserto tecnologico del manifesto.

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internet

La scimmia del videogioco

In Uncategorized on 8 Settembre , 2006 at 5:59 pm

monkey03.jpgEssere tra le nazioni più cablate al mondo ha anche i suoi svantaggi. Chiedere in Corea per informazioni. Nello stato al mondo con la seconda più alta penetrazione di connessioni internet a banda larga (25,4 per cento, stime Ocse) la dipendenza dai videogiochi online è quasi una piaga sociale. Secondo BusinessWeek, 546 mila persone (il 2,4 per cento dei coreani tra i 9 e i 39 anni) hanno bisogno di aiuto perché il gaming online gli ha preso un po’ troppo la mano. Dopo tutto, anche grazie alla capillare diffusione della rete il business dei giochi online ha raggiunto il miliardo e mezzo di dollari lo scorso anno. Meno male che in Italia con il nostro 11,9 per cento di penetrazione non corriamo certo questi rischi…

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media

Le riluttanti democrazie di Riotta

In Uncategorized on 7 Settembre , 2006 at 8:17 pm

riottaSi parlava, ieri, degli editorialisti e del loro controverso rapporto con i fatti. Sul Corriere di oggi Gianni Riotta ci offre un altro saggio di questa relazione complicata. In un editoriale sull’11 settembre e le sue conseguenze sul mondo Riotta non resiste dal ricorrere a uno dei topos preferiti dai commentatori nostrani: la “riluttanza” delle democrazie alla guerra. Scrive il vicedirettore del Corriere:

“C’è acrimonia, contro chi, come il presidente Clinton, non aggredì Al Qaeda con la forza necessaria: recriminazione ingiuste, le democrazie riluttano alla guerra, gli americani contro il fondamentalismo, gli europei contro i pogrom dei Balcani.”
Riluttanza? Dal 1991 a oggi gli Stati Uniti hanno invaso due volte l’Iraq (1991 e 2003). Nell’intervallo tra le due invasioni, lo hanno bombardato ripetutamente con l’aiuto della democratica Gran Bretagna. Nel frattempo, hanno sganciato bombe due volte sull’Afghanistan (1998 e 2001) e una volta sul Sudan (1998). Infine, insieme ad un altro manipolo di democrazie, tra cui l’Italia, hanno bombardato la Serbia (1999).

Ammettiamo anche che tutti questi interventi fossero giustificati. Ma non vi pare che anche in questo caso l’aggettivo “riluttanti” avrebbe avuto bisogno di qualche qualificazione ulteriore? Che, forse, buttarlo lì così senza altre specificazioni è un po’ azzardato?

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media

Mac vince, i quotidiani perdono

In Uncategorized on 7 Settembre , 2006 at 2:34 pm

McEnroeIl trionfo di McEnroe nel sondaggio di Repubblica è una buona notizia per gli appasionati di tennis. Un po’ meno, forse, per i quotidiani. Che un’altra volta confermano di essere letti in maggioranza da persone oltre i 35. La maggioranza dei votanti al sondaggio, come rileva anche il maestro Gianni Clerici nel suo articolo, appartiene evidentemente alla generazione del ‘68. O a quelli, come me, che sono stati adolescenti negli anni ‘80, quando non c’era ancora la PayTv. Quelli che quando pensano al tennis hanno in mente Mac, Borg, Connors, Lendl.

I più giovani, da parte loro, continuano a fuggire i giornali, anche (seppur in misura minore) nella loro versione online. D’altronde, come dice l’Economist, “da quando i ragazzi britannici tra i 15 e i 24 anni hanno scoperto la rete passano quasi il 30% in meno del loro tempo a leggere”. E’ anche per questo, per inseguire il sogno di tutti i pubblicitari, la categoria demografica tra i 18 e i 34 anni, che Rupert Murdoch ha appena lanciato un nuovo quotidiano gratuito a Londra, thelondonpaper. Read the rest of this entry »

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internet

News: l’archivio (a pagamento) di Google

In Uncategorized on 6 Settembre , 2006 at 10:41 am

Google News si arricchisce di un archivio di notizie tratte dai database, fra gli altri di Wall Street Journal, New York Tiimes, Time, Guardian e altre testate: oltre 200 anni di news, recita lo slogan. Il database conterrà tanto articoli gratuiti quanto a pagamento. Google fa sapere che non percepirà percentuali. Insomma, per ora, niente profitti. Anche se una breccia si è aperta. BusinessWeek fa notare, ad esempio, che i piccoli editori potrebbero effetturae pagamenti tramite Checkout, il servizio di transazioni online di Google. Insomma, qualcosa si sta muovendo sul fronte del denaro. Persino a Google News, lanciato nel 2002 e, fino ad ora, privo di un modello di business.

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internet

Il materialismo della coda lunga

In Uncategorized on 5 Settembre , 2006 at 9:51 am

long tail

Appena finito The Long Tail di Chris Anderson, direttore di Wired. La cosa che più mi colpisce (ne parlo più diffusamente giovedì sul manifesto) è il sano materialismo di Anderson. Che non si limita a raccontarci come sta cambiando il mondo ma ci spiega anche perchè è stato così fino ad ora in ragione di un determinato modello economico che influenza non solo il business ma anche la cultura.

La nostra ossessione per le star del cinema, per gli stipendi degli atleti e degli attori è figlia, secondo Aderson, di un’economia concentrata sui best seller e sui blockbuster che guarda solo alla cima della curva della produzione, trascurando tutto il resto. E non potrebbe essere che così, viste le condizioni di scarsità imposte dal mondo fisico (spazio limitato negli scaffali, numero ridotto di sale cinematografiche, frequenze radio non infinite, etc.) che producono un modello economico di questo tipo: per realizzare profitti bisogna concentrarsi sulle hit (solo i film che fanno più soldi arrivano nelle sale, solo i cd che vendono di più trovano posto sugli scaffali dei negozi, etc.).

Internet, portando in alcuni settori un’economia dell’abbondanza (spazio infinto, costi di distribuzione ridotti, fine della tirannia geografica) sta trasformando non solo i modelli di business ma anche la cultura che ne discende. Rendendola più democratica. Anderson può avere ragione o può avere torto. Ma il piacere che dà un’analisi materialistica del mondo me l’ero quasi dimenticato. E questo merito, al suo libro, non glielo toglie nessuno.

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