mastroblog

3 Marzo , 2007

Drm, un’antipatia che cresce

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli, tecnologia — raffaele @ 6:33 pm

testata_fem_180.gifSono in tanti a non poterne più. Lo dicono in pubblico, minacciano di abbandonarli, lavorano a licenze che li mettono al bando. È il partito, sempre più numeroso, degli anti-Drm (acrostico di Digital rights management), tecnologie che limitano ciò che l’utente può fare o non fare di un prodotto digitale. Mettendo un limite al numero di copie di un file, per esempio, o impedendone l’apertura dopo un certo periodo di tempo, oppure chiudendolo a chiave all’interno di un determinato dispositivo.

Diffusi su impulso delle case discografiche e delle major di Hollywood terrorizzate dalla pirateria, negli ultimi tempi questi sistemi hanno subito più di un colpo. Segno, affermano i difensori della libertà di circolazione dell’ingegno umano, che il mondo è pronto ad abbracciare modelli di diffusione della cultura differenti da quelli sviluppati per proteggere il business dei big dell’intrattenimento. (continua…)

2 Ottobre , 2006

Questa mi mancava

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 4:41 pm

gym.jpgGrazie a un articolo di Forbes scopro un nuovo acronimo: GYM. In inglese suona come “palestra” e sta per Google-Yahoo!-Microsoft. Ad accorpare confidenzialmente la triade in un’unica entità sarebbero i web designers e tutti coloro che provano a fare soldi attraverso il search advertising, la pubblicità via motore di ricerca o attrverso i servizi di mappe lanciati dai tre big. Per costoro gli ecosistemi di GYM sono la principale fonte di reddito.

Roba per Franco, vero feticista per quanto riguarda acronimi e neologisimi del mondo tech e non solo.

27 Settembre , 2006

Google ai produttori di contenuti: “volemose bene”

Archiviato in: internet, media, tecnologia — raffaele @ 10:58 am

google.gifIn questo periodo convulso, fitto di colloqui con i big dell’intrattenimento e disturbato da fastidi giudiziari di origine belga, Google trova il tempo di precisare la sua posizione sulla questione più cruciale del suo business: i contenuti e i rapporti con chi li produce e ne detiene i diritti. Obiettivo: rassicurare i potenziali partner sulla condotta di Mountain View, che intende - si ribadisce - restare all’interno della propria vocazione naturale, quella di un mero facilitatore dell’accesso alla conoscenza. BigG ribadisce afferma infatti che:

a - rispetta il copyright e si mantiene nei limiti del “fair use”;

b - lascia libero chiunque di rimanere fuori dai suoi indici;

c - desidera lavorare con i produttori di contenuti per esplorare la strada verso comuni benefici.

Insomma - dicono Larry Page e Sergey Brin - cari quotidiani, care etichette, carissimi mogul di Hollywood, non avete da temere nulla da noi: non vogliamo intralciare i vostri affari, anzi. E se vi sentite in posizione di forza, non c’è bisogno di tribunali e ordinanze, non avete altro da fare che sedervi a un tavolo e negoziare. Come ha fatto Associated Press con cui, dopo un conflitto inziale, Google trovato un accordo commerciale che soddisfa entrambi.

Secondo John Battelle (una vita per Google…) una simile precisazione in questo momento delicatissimo per il futuro dei contenuti in Rete è mooolto importante.

I sense that Google is starting to truly declare its position relative to content creation companies, and it’s this: we’re not in your business, and won’t be. We might impact your business, and in significant ways, but you can’t sue us for that, brother. Now, let’s go make tons of money, together….and if our margins are higher than yours, well, that’s not our fault….

Nel frattempo, a ulteriore tesimonianza che la questione dei contenuti è ancora controversa, arriva la notizia che Fox News ha chiesto a YouTube di eliminare un’intervista a Clinton realizzata dal network. E arriva anche il commento di Jeff Jarvis (ripreso e condiviso da Mantellini): idioti!

22 Settembre , 2006

Il wiki di Reuters e la regola 1:10:89

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 3:16 pm

Anche l’agenzia di stampa Reuters ha il suo wiki: un glossario di termini finanziari. Ben fatto, nota cyberjournalist.net, anche se poco partecipato. E proprio sulle alchimie della socialità online c’è un interessante post di The Mu Life, intitolato “L’importanza del 10%”. Dove 10 è la percentuale di coloro che, nel contesto di un media sociale, mediamente, contribuiscono con commenti, manifestazioni di approvazione o di critica rispetto ai contenuti inseriti.

Secondo una regola emergente (e, per la verità, non so quanto empiricamente testata) in8020_0_1.png un sistema partecipativo solo l’1 per cento dei soggetti contribuisce con contenuti propri (originali o segnalazioni), un po’ di più (il 10 per cento appunto) sono coloro che svolgono un attività di commento, mentre la stragrande maggioranza (l’89 per cento) si limita a godere del risultato. Di qui la formalizzazione della regola, 1:10:89, che fa il verso al più famoso 80:20 teorizzato da Pareto.

Il post di The Mu Life sottolinea proprio l’importanza dell’azione di filtro e di organizzazione dellla conoscenza svolta da quel 10 per cento, senza la quale i media partecipativi si perderebbero in una caotica accozzaglia di materiale ingestibile e poco fruibile. Ma quali sono le motivazioni di costoro? Mentre le ragioni che spingono l’1 per cento a contribuire, per quanto non del tutto chiare, sono state esplorate e risultano anche intuitivamente comprensibili (tra queste ci sono sicuramente l’autopromozione e il narcisismo) molto meno evidente è perché qualcuno si debba prendere la briga di commentare e qualcosa prodotto da altri. Quale è il suo ritorno?

Secondo The Mu Life, le ragioni di questo 10 per cento sono simili a quelle degli elettori: votando le storie che li interessano le promuono e aumentano le probabilità che si sviluppi una discussione. Inoltre, così facendo, incoraggiano l’1 per cento a proporre storie di quel tipo, un modo per aumentare le chances che le future esperienze in una comunità virtuale corrispondano maggiormente alle proprie aspettative.

Conclusione un po’ provocatoria: forse Jason Calcanis di Netscape non dovrebbe pagare solo chi contribuisce, ma anche quel 10 per cento che svolge un’altra, altrettanto preziosa, attività.

By voting on submissions that are appealing to you, you can help promote those stories and ensure that a discussion ensues. Furthermore, if you help promote stories that interest you, the 1% will take note and submit more stories of that nature. This is one way to ensure that your future experience in a particular community is more in line with your expectations.

Considering the importance of the 10% ultimately makes me wonder:

Was it right for Jason Calacanis to just hire the top users from the 1%, or should he also have hired some people out of the 10%?

(via digg)

19 Settembre , 2006

Web 3.0?

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 7:08 pm

cover_vision11.jpgQuesto post rilanciato da Digg pone due questioni: 1) che cosa è il Web 3.0? 2) merita un articolo tutto suo su Wikipedia o deve essere assorbito nella voce Web semantico?

La discussione è in corso. Il tema è un po’ specialistico, ammetto, e io non saprei dare una risposta. Lo segnalo, però, sperando in un’illuminazione dalla mia amica (e collega) Carola, che ha appena pubblicato su Vision un articolo dedicato proprio al Web. 3.0.

15 Settembre , 2006

OpenDocument, nuovo sito

Archiviato in: tecnologia — raffaele @ 10:47 am

E’ online il nuovo sito ufficiale della comunità di OpenDocument, il formato promosso da Oasis - consorzio guidato da Ibm e Sun - come alternativa “aperta” ai formati proprietari.

14 Settembre , 2006

iTv al settaccio

Archiviato in: tecnologia — raffaele @ 6:23 pm

470_applejobs130.jpgSteve Jobs did it gain. Il boss di Apple ancora una volta ha preso in contropiede il mondo lanciando iTv, il dispositivo che permetterà di godere sullo schermo tv dei film scaricati sul proprio Pc. Almeno così pare. Passato il momento di stupore, ora è tempo di analisi. E i dubbi non mancano. Dai motivi che stanno dietro ad un annuncio così anticipato (il prodotto non sarà in vendita prima del 2007) alle effettive dotazioni tecnologiche del dispositivo (tipo quale versione di Wi-Fi adotterà per il trasferimento wireless dei film dal Pc alla tv?).

In attesa che qualche maccofilo vero (Antonio?) mi illumini, la migliore analisi che ho trovato fino ad ora è un botta e risposta tra due giornalisti del settimanale americano BusinessWeek. Dove, nel complesso, sembra prevalere lo scetticismo.

Steve: Forgive my skepticism, but this is all on the come. It could be really important, assuming it delivers what is promised, works simply, meets Hollywood’s demands for content protection, etc. But the devil is in the details. Devices of this sort are called digital media adapters, and I think I have tried every one of them. I have yet to see one that I would buy, or even use if it was given to me.

Cliff: People might call this vaporware because it was announced so far ahead of when it will be sold. Personally, I think Apple did that to blunt criticism that its new movie-download service does not let you burn DVDs or do anything but watch on a PC or tiny iPod screen. Apple hopes you come away from this event with the impression that you can buy movies to your heart’s content and, in time, enjoy them on TV.

5 Settembre , 2006

Il materialismo della coda lunga

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 9:51 am

long tail

Appena finito The Long Tail di Chris Anderson, direttore di Wired. La cosa che più mi colpisce (ne parlo più diffusamente giovedì sul manifesto) è il sano materialismo di Anderson. Che non si limita a raccontarci come sta cambiando il mondo ma ci spiega anche perchè è stato così fino ad ora in ragione di un determinato modello economico che influenza non solo il business ma anche la cultura.

La nostra ossessione per le star del cinema, per gli stipendi degli atleti e degli attori è figlia, secondo Aderson, di un’economia concentrata sui best seller e sui blockbuster che guarda solo alla cima della curva della produzione, trascurando tutto il resto. E non potrebbe essere che così, viste le condizioni di scarsità imposte dal mondo fisico (spazio limitato negli scaffali, numero ridotto di sale cinematografiche, frequenze radio non infinite, etc.) che producono un modello economico di questo tipo: per realizzare profitti bisogna concentrarsi sulle hit (solo i film che fanno più soldi arrivano nelle sale, solo i cd che vendono di più trovano posto sugli scaffali dei negozi, etc.).

Internet, portando in alcuni settori un’economia dell’abbondanza (spazio infinto, costi di distribuzione ridotti, fine della tirannia geografica) sta trasformando non solo i modelli di business ma anche la cultura che ne discende. Rendendola più democratica. Anderson può avere ragione o può avere torto. Ma il piacere che dà un’analisi materialistica del mondo me l’ero quasi dimenticato. E questo merito, al suo libro, non glielo toglie nessuno.

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