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28 Settembre , 2007

Volenterosi?

Archiviato in: Iraq — Tag:, — raffaele @ 8:43 am
Paesi come Messico, Cile, Angola e Camerun devono sapere che c’è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti e agire con un sentimento di amicizia nei nostri confronti. Il presidente Lagos deve sapere che l’accordo di libero scambio con il Cile è in attesa di conferma da parte del Senato, e che un atteggiamento negativo potrebbe mettere in pericolo la ratifica. L’Angola sta ricevendo fondi del Millenniun Account e anche questi potrebbero essere compromessi se non si mostreranno positivi.

Questi, secondo i documenti recuperati da El Pais, gli “argomenti” che Bush aveva in mente di usare con alcuni Paesi per ottenere l’approvazione della risoluzione che doveva autorizzare l’invasione dell’Iraq. Un bello squarcio dietro la retorica di facciata dell’amicizia, dei volenterosi, etc. etc.

4 Gennaio , 2007

Democrazia e politica estera: uno spunto

Archiviato in: Iraq, Stati Uniti — raffaele @ 12:45 pm

stars-and-stripes.gifThere’s a huge gap between public opinion and public policy. Both political parties are well to the right of the population on a host of major issues

(Noam Chomsky)

Ma in una democrazia chi decide? La domanda, assieme alla considerazione spesso ripetuta da Chomsky (ad esempio, qui) che in genere i governi degli Stati Uniti (democratici o repubblicani) si collocano a destra degli elettori su alcuni temi chiave, mi ritorna in mente quando leggo l’ultimo studio realizzato da WorldPublicOpinion.org.

Scorrendolo, si scopre infatti che, tra la popolazione statunitense, esiste un sostanziale accordo bi-partisan su alcune questioni centrali.

Ad esempio, rivela la ricerca, l’88% dei democratici e il 62% dei repubblicani ritegono che i soldati Usa dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 2008. In percentuali analoghe (72% e 82%) poi, i cittadini Usa pensano che il loro governo dovrebbe sancire chiaramente che non intende stabilire delle basi permanenti nel Paese. (continua…)

17 Novembre , 2006

Ingrati

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti, giornalismo — raffaele @ 11:15 am

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk - che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani - si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

7 Novembre , 2006

La condanna di Saddam secondo Fisk

Archiviato in: Iraq — raffaele @ 4:52 pm

Perché è importante leggere un evento nel suo contesto, senza dimenticare i fatti. Perché è così difficile farlo.

Questi “perché” nell’articolo di Robert Fisk sulla condanna a morte di Saddam Hussein.

Ricostruzione?

Archiviato in: Iraq, Stati Uniti — raffaele @ 11:30 am

Dovevano ricostruire l’Iraq. Hanno incassato milioni di dollari (talvolta miliardi) dal governo americano. Non hanno portato a termine il loro compito. Foreing Policy, rivista di affari internazionali ben dentro l’estabilishment Usa, dà un’occhiata ai casi più clamorosi di missione incompiuta.

Parsons Corp
A Pasadena, California, engineering and construction company
What it’s doing: Rebuilding Iraq’s infrastructure, including healthcare and security facilities and water and sewage systems
Value of contracts in Iraq: More than $5 billion
Major missteps: The Pentagon terminated one of its contracts with Parsons when only six of the 142 health clinics the company was contracted to build were completed after more than two years. The company also cut corners on a $75 million police academy, leaving bathrooms that leak into student barracks.
Parsons’ take: The contractor cites a lack of security in Iraq when explaining its construction shortcomings. The company’s executives also blame subcontractors for the mess.

13 Ottobre , 2006

Se 600 mila vi sembrano pochi

Archiviato in: Editorialisti, Iraq — raffaele @ 7:07 pm

Secondo uno studio pubblicato sul sito della rivista medica The Lancet i morti in Iraq “in eccesso” in conseguenza della guerra sarebbero oltre 650 mila. 600 mila di questi sarebbero deceduti a causa di violenza, per lo più sparatorie. Se i dati sono corretti, insomma, è come se in pochi anni una città come Genova fosse sparita.

Ovviamente, lo studio è stato giudicato da molti poco attendibile e la sua pubblicazione nell’imminenza delle elezioni americana bollata come “politica” e dunque destituita di valore scientifico. Resta però il fatto che è stato proposto da The Lancet, che è una seria rigorosa rivista scientifica, di quelle con alto “impact factor”, dove molti ricercatori vorrebbero riuscire a pubblicare per il prestigio che da questo fatto deriva. Il che, ovviamente, non vuol dire che sia infallibile, solo che lo sforzo compiuto per verificare la correttezza metodologica degli studi presentati è molto alto.

L’Economist che pure sulla guerra in Iraq ha sempre avuto posizioni più che moderate afferma [a pagamento] che, anche se bisogna essere “cauti”, lo studio “rapresenta un tentativo statisticamente valido di calcolare le cose terribili che sono accadute e che continuano ad accadere”.

Nel frattempo, il ministero dell’immigrazione dell’Iraq fa sapere che gli iracheni che hanno dovuto lasciare le loro case per sfuggire alla violenza sono circa 300 mila. Come dire, continuando con i paragoni cittadini, che Firenze è stata quasi completamente evacuata.

Ora, sarebbe tanto tanto bello se i realisti di casa nostra, quelli che spesso sulle prime pagine dei giornali denunciano le anime belle della sinistra, l’incapacità delle opinioni pubbliche di “pensare la guerra”, il pacifismo senza se e senza, ecco, sarebbe tanto bello dico, se ora tenessero fede ai loro principi e si confrontassero con questi fatti. Se dessero insomma prova di autentico realismo spendendo un po’ della loro abilità argomentativa per sostenere che, nonostante questi morti, ne è comunque valsa la pena. In quel caso, credo, sarebbero dei realisti assai più stimabili.

6 Settembre , 2006

Romano, Chomsky e la democrazia esportata

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti — raffaele @ 11:03 am

democrazia_iraqCerte volte tocca essere d’accordo anche con Sergio Romano. Soprattutto quando indossa i panni del “realista” duro e puro. Oggi, per esempio, a proposito dell’intervento americano in Iraq scrive:

“Quanto all’esportazione della democrazia, non mi sembra che si debba dare troppa importanza a questo aspetto della politica americana. Prima del 2003 i maggiori esponenti dell’amministrazione Bush erano risolutamente contrari a quella che definivano sprezzantemente la politica del «nation building», vale a dire il paziente lavoro per la trasformazione dei regimi autoritari in società democratiche nell’interesse della pace universale”.

Da notare, paradossalmente (ma non troppo) che Noam Chomsky, con cui ideologicamente Romano condivide davvero poco, la pensa allo stesso modo: (continua…)

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