mastroblog

25 Gennaio , 2008

Parole sante

Archiviato in: giornalismo, media — Tag:, , , — raffaele @ 4:05 pm

Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze.

[...]

Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si constata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.

papa-ratzinger.jpgCome non essere d’accordo con queste considerazioni? Soprattutto pensando che vengono da uno che se ne intende. Ovvero, dal capo di un’istituzione che la scorsa settimana ha diretto con la maestria e la sicurezza di un Bernstein l’orchestra dei media italiani in un’opera di sublime “suggestione”. Ci vogliono infatti doti straordinarie (miracolose?) per “creare” una “realtà” nella quale una lettera firmata da 67 docenti universitari, scritta due mesi fa, possa apparire come una censura ai danni di un uomo, di un’istituzione, di uno stato ricchi, potenti e influenti come pochi altri nella vita politica, sociale e culturale italiana.

Un ribaltamento dei fatti e un’opera di “manipolazione delle coscienze” che ha portato tanti a riempirsi la bocca sul diritto di parola e di libertà di pensiero del gigante, senza accorgersi di trascurare - e in alcuni casi dileggiare - lo stesso diritto e la stessa libertà quando riguardava quelli che in questa vicenda erano chiaramente i più deboli.

9 Gennaio , 2008

L’intervista non fa per Grillo

Archiviato in: giornalismo — Tag: — raffaele @ 3:03 pm

L’Espresso gli chiede un’intervista sul V-day contro i giornali. Ma lui preferisce declinare.

31 Ottobre , 2007

Né di destra né di sinistra?

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo — Tag:, , — raffaele @ 10:08 am

Si dice sempre più spesso che la sicurezza non ha colore politico e dovrebbe essere garantita da governi di qualsiasi segno: non é né di destra né di sinistra. Me lo ha ripetuto ancora recentemente un amico che stimo assai in una discussione politica via e-mail. Lo ha ribadito oggi Massimo Giannini su Repubblica in un commento all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Personalmente, ho i miei dubbi. A cominciare dal fatto che gli assertori della neutralità politica della sicurezza (come il mio amico e Giannini) sono invariabilmente di sinistra. E che di solito queste persone si rivolgono ad altri individui della propria parte politica, per invitarli a fare un grande passo, a sfatare un tabù (non a caso il commento di Giannini si intitola “Il tabù infranto della sinistra”). Esprimendo l’idea che ci voglia un cambiamento radicale, fanno cioè riferimento implicito a uno stato di cose che non è per nulla neutrale.

Ma se è così, allora, dietro l’apparenza salomonica, il concetto “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” esprime proprio l’opposto: afferma – mentre lo nega - che la sicurezza è sempre stata di destra ed è ancora (altrimenti non ci sarebbe bisogno di negarlo) di destra. In questo modo spera, ripetendo ossessivamente lo slogan di cui sopra e altri analoghi, di invertire questo dato di fatto, di indurre un cambiamento: farla diventare (anche) di sinistra.

Ma è davvero possibile? Si può a furia di furia negare (seppure ambiguamente) il segno politico tradizionalmente attaccato a un concetto cambiarlo nel suo opposto? O non sarà invece che i cittadini continueranno pensare, più o meno consciamente, che il tema è di destra, e che la sinistra può anche appropriarsene quanto vuole ma è arrivata tardi. Che, per quanto faccia, comunque avevano ragione loro, quelli di destra che l’hanno capito molto prima e che, comunque, avranno buon gioco nello scavalcare a destra i neoconvertiti alla sicurezza.

Insomma - per quanto valga il mio parere, cioè nulla - mi riesce difficile pensare che appropriarsi di un concetto, di un tema e di una bandiera della parte politica opposta sia una “svolta culturale”, come dice Giannini.

A meno che non si pensi che la distinzione destra-sinistra non esista più. Nel qual caso però, anche lo slogan da cui siamo partiti è inutile.

PS: sul primo numero della rivista del Pd vedo che c’è un saggio di George Lakoff che queste cose le spiega certamente meglio me. Insomma, forse, qualcosa si muove…

1 Ottobre , 2007

News gratuite: è il turno del Financial Times

Archiviato in: giornalismo, media — Tag:, , , — raffaele @ 4:44 pm

Dopo il New York Times, anche un altra storica testata compie un passo verso l’offerta di news gratuite (anche se parziale). Il Financial Times (FT) ha infatti annunciato che da metà ottobre, in concomitanza con un profondo restyling del sito, “libererà” le sue notizie, fino ad oggi a pagamento, rendendole disponibili gratis anche se con un limite: 30 articoli al mese per lettore. Raggiunta la quota, se vorrà fruire di un maggior numero di contenuti, l’utente dovrà abbonarsi, né più né meno come accade oggi (98,99 sterline all’anno o 8,25 sterline al mese).

La novità dell’approccio sta proprio in questo accesso gratuito parziale che deriva da una netta differenziazione degli utenti del sito e dimostra come i margini per sperimentare nuovi modelli di business da parte dei quotidiani online ci sono. Come ho già scritto qui, il FT cerca in questo modo di salvare capra e cavoli. Da un lato, rendendo i suoi contenuti liberi, spera di far entrare i suoi articoli nella grande conversazione e aumentare gli accessi occasionali di coloro che arrivano al sito dai motori di ricerca e da segnalazioni varie. Dall’altro, vuole conservare un patrimonio del sito, quei lettori fedeli (sono più di 100 mila, a quanto pare), così fedeli da essere disposti a pagare per l’accesso completo ai contenuti.

La strada verso una progressiva offerta gratuita dei contenuti è dunque tracciata. Nemmeno due settimane addietro, come è noto, il quotidiano americano ha deciso di eliminare TimesSelect, il programma che offriva a pagamento (49,95 dollari all’anno, 7,95 al mese) l’accesso agli articoli degli editorialisti del quotidiano e al suo ricchissimo archivio. Ora è la volta di un quotidiano che è stato fin qui uno strenuo difensore del modello a pagamento. Il tutto mentre Murdoch ha già fatto sapere che le news senza abbonamento potrebbe essere una delle prossime mosse del sito del “suo” Wall Street Journal.

12 Settembre , 2007

L’agenda degli utenti contro quella dei media di massa

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 9:56 pm

Un recente studio redatto dal Project for excellence in journalism (Pej) - gli stessi che ogni anno compilano il fondamentale rapporto sullo stato dell’informazione negli Stati Uniti - mette a confronto, in una settimana tipo, la selezione delle notizie da parte dei media tradizionali e di alcuni dei più popolari siti di notizie gestiti interamente dagli utenti, quali Digg, Reddit e Del.icio.us.

L’obiettivo è quello di capire come cambia l’agenda dei media una volta che sia eliminato il lavoro di una redazione centrale e si esca dalle prassi consolidate dei mainstream media. Si tratta solo di un primo passo, ovviamente, che necessita di ulteriori approfondimenti. Mi pare, comunque, molto interessante. I primi spunti che mi ha suscitato li ho pubblicati qui.

4 Aprile , 2007

Attenzioni virtuali

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 5:35 pm

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

20 Febbraio , 2007

Ma perché non ci legge più nessuno?

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 11:43 am

Molto americano ma anche molto divertente.

(via NewAssignment)

15 Febbraio , 2007

Piccoli quotidiani crescono

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 11:12 am

testpg.gif2043, 2014 o 2012. L’ultima copia cartacea del New York Times sarà venduta in uno di questi anni, a sentire tre differenti ipotesi. La prima è proposta dallo studioso di editoria Philip Meyer. La seconda è il frutto di una ricerca della Columbia University. La terza, in realtà, non è una previsione, quanto la deduzione derivata da un’affermazione di Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo: “non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”.

A seconda dei punti di vista, al caro vecchio quotidiano di carta resterebbe dunque un lasso di vita compreso tra i 5 e 35 anni. Bisogna iniziare a vestirsi a lutto, allora? Può darsi. Ma solo dopo avere considerato che la scomparsa di un oggetto così diffuso e da così tanto nelle abitudini degli individui è soprattutto una bella storia. Che parla dell’inesorabile avanzare del tempo condendolo con un pizzico di millenarismo ed evoca paura del cambiamento insieme a malinconici pensieri su un’epoca al tramonto. L’immagine dell’ultima copia del giornale più famoso del mondo e del progressivo addio alla cellulosa è, in questo senso, più che altro una metafora giornalistica. Non c’è bisogno di immaginare un futuro senza carta, infatti, per avere qualche timida indicazione sull’avvenire; basta guardare qui ed ora. Da tempo, i tradizionali bastioni dell’informazione provano a cambiare mentre si confrontano con il nuovo ambiente e le sue leggi. Producendo tentativi, esperimenti, pratiche che si sviluppano lungo molteplici linee. (continua…)

9 Febbraio , 2007

Carta addio, il New York Times si prepara al salto nella Rete

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 8:16 am

testpg.gif“Davvero, non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”. Così Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, in un’intervista al quotidiano israeliano Haartez, che ha scioccato le redazioni di mezzo globo.

Nel 2012, a sentire l’ultimo discendente della famiglia che da quattro generazioni lo guida, il quotidiano più importante d’America e forse del mondo potrebbe anche avere detto addio alla carta per concentrarsi solo sul Web. “Internet è un posto meraviglioso ed è lì che ci stiamo dirigendo”, ha proclamato, illustrando per il suo gruppo mediatico un percorso verso il mondo virtuale che appare senza ritorno.

È lì, dopo tutto, nell’universo dei bit, che ci sono i numeri (1 milione e mezzo al giorno ormai gli utenti del sito del giornale della Grande Mela), i lettori giovani (37 anni la media dell’edizione online del Times contro i 42 di quella cartacea) e la possibilità di risparmiare sui costi (“L’ultima volta che abbiamo fatto un investimento significativo sulla stampa – ha detto Sulzberger - ci è costato almeno 1 miliardo di dollari. Le spese di sviluppo del sito non arrivano a quel livello”).

Si procede dunque, senza nostalgia, in una transizione che, all’interno dell’organizzazione, passa per l’integrazione della redazione web con quella tradizionale. Un processo non sempre facile, vista la delicatezza dei meccanismi che regolano la produzione di notizie in un giornale, ma che, secondo Sulzberger, “è stato infine abbracciato e supportato dai giornalisti una volta che hanno capito l’idea”.

(continua…)

6 Febbraio , 2007

Quel titolo piace. A Google

Archiviato in: Corriere della sera.it, articoli, giornalismo, internet, media — raffaele @ 10:56 am

logo_home_corriere.gifFantasia, creatività, giochi di parole. E un solo obiettivo: catturare con un colpo ad effetto l’attenzione del lettore. L’arte del titolo, coltivata nelle redazioni con il rispetto che si deve a una disciplina di grande tradizione, è in crisi. Tutta colpa, a leggere un articolo del magazine online Cnet, dei motori di ricerca che, in quanto macchine, sono dei lettori un po’ ottusi: non vogliono farsi stupire e nemmeno appaiono inclini a ridere di un’ardita associazione. Anzi, preferiscono un linguaggio piano e termini strettamente correlati con il contenuto della notizia.

Addio fantasia, dunque? Forse. Anche perché, sempre più spesso, è a questi clienti artificiali che un giornalista online pensa quando deve decidere come titolare un pezzo. La ragione è semplice: una crescente quantità di traffico (e, grazie a questo, di pubblicità) arriva sui siti Web delle maggiori testate passando attraverso Google e compagni. Risultato: su Internet, per farsi trovare dai lettori in carne ed ossa bisogna mettere in soffitta le pratiche tramandate negli anni tra una scrivania di un giornale e l’altra e seguire le regole di una disciplina più fredda ma molto efficace, la Search Engine Optimization (SEO), che raccoglie tutti quegli accorgimenti per massimizzare le probabilità di un sito di figurare in alto nei risultati di una ricerca Internet.

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16 Gennaio , 2007

Vision, dalla carta al bit…

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 7:36 pm

cover_vision15.jpgL’avventura cartacea di Monthly Vision, il mensile per cui ho scritto nell’ultimo anno (qui alcuni articoli), finisce. Domani uscirà in edicola l’ultimo numero.

Dire che spero sia una pausa temporanea è superfluo: a me la carta piace, inebria e senza quotidiani e riviste non saprei davvero vivere. Figuriamoci quando si tratta di un periodico che sento “mio”. Dunque, sono triste. E lo sono ancora di più perché è stata davvero una bella avventura che ha costruito, credo, un bel prodotto sotto la guida, per dare a Cesare quel che è di Cesare, di Franco Carlini e Luciano Lombardi.

In attesa del (rapido, spero) ritorno nel mondo degli atomi, molte energie finiranno impiegate nelVision di bit. Per ora, con aggiornamenti più frequenti e consistenti; fra un po’ con un progetto editoriale completamente nuovo e ambizioso.

Nel frattempo, allego di seguito l’editoriale di addio di Franco Carlini e Ugo Bertone. Non so se condivido tutto il loro ottimismo sulle sorti progressive dei bit. Sicuramente, in quello che dicono c’è tanto di vero e molto su cui discutere.

Dalla carta al bit e ritorno

I titoli clamorosi che annunciavano la fine della carta stampata hanno prodotto molto fragore, ma immediatamente temperato dalle reazioni incredule e tranquillizzanti di tutti quelli, giornalisti ed editori, che non riescono a immaginare un mondo della comunicazione diverso da quello che fino a oggi hanno frequentato.

Le linee concettuali di tale difesa dell’esistente sono state: 1) nessun medium di comunicazione è mai stato totalmente soppiantato da quelli nuovi emergenti, e dunque non succederà nemmeno in questo caso; 2) l’internet ha reso disponibile una grande abbondanza di informazioni, le quali continueranno a crescere vertiginosamente; per questo ci sarà sempre bisogno, anzi più bisogno, di giornalisti ed editori, ovvero di soggetti che organizzano con intelligenza quelle news, dando loro un ordine e un senso; 3) quindi noi, editori e giornalisti, restiamo tranquilli al nostro posto, a garantire la qualità dell’informazione, al servizio dei lettori.

Le prime due affermazioni sono giuste e ragionevoli, ma è sulla terza che la linea di resistenza della carta ai bit vacilla, perché i lettori verificano tutti i giorni che la qualità e autorevolezza declamate spesso non ci sono, nei giornali di oggi, per non dire nelle tv di oggi. È successo per una infinità di motivi, che vanno dalla vocazione spinta alla pubblicità come fonte prevalente di fatturato, agli interessi “vestiti” di molti editori che usano i quotidiani come raffinati strumenti di lobbying, al servizio di altri interessi, legittimi ma diversi. Se dunque le copie vendute calano non è solo per ragioni demografiche (leggono specialmente gli adulti e gli anziani) ma anche perché molti già lettori si sono resi conto che di tanta carta stampata possono benissimo fare a meno: da un lato non porta abbastanza valore di informazione e conoscenza e dall’altro sul web si trova altrettanto se non di più e di meglio (insieme a molta spazzatura, ma i lettori naviganti hanno ormai imparato dove trovare quello che serve loro).

Se le cose stanno così, varrebbe forse la pena di rovesciare le gerarchie dei media, mettendo al centro il web, attivo 24 ore su 24, interattivo con il suo pubblico che genera lui stesso contenuti e condivide conoscenza, e poi declinarli su diversi formati e supporti: carta quotidiana e periodica video, file mp3, tutti quelli che la fantasia consente.

Questa è la strada che anche Vision ha deciso di compiere, ribaltando la propria organizzazione e provando a spostare di colpo l’orizzonte della propria attività, sul terreno che anche tutti gli altri obbligatoriamente seguiranno negli anni a venire. È certamente un azzardo, che ci è reso facile dalla piccolezza e agilità di questa testata. Ma è una strada che intendiamo percorrere con la stessa determinazione con cui The Guardian pochi mesi fa ha ribaltato la gerarchia tra l’edizione internet (che ora pubblica in anteprima gli stessi articoli dell’edizione cartacea) e il giornale tradizionale.

«Io non so quale sia il nostro modello di business – rispose il direttore a chi gli chiedeva come evitare, in questo modo, la cannibalizzazione del quotidiano – ma di una cosa sono certo: il modello tradizionale è destinato a un sicuro deficit».
Sono passati pochi mesi da quella provocazione: The Guardian, che un anno fa faceva fatica a varcare i confini del Galles, oggi vanta nell’edizione online più lettori in America che nel Regno Unito.

Non abbiamo le stesse ambizioni dei colleghi inglesi. Ma la sfida è altrettanto difficile: negli ultimi mesi (che sulla rete valgono anni) è esplosa l’interattività. I lettori vogliono impadronirsi del microfono. Gli addetti ai lavori, i giornalisti (ma anche i portavoce delle aziende come gli intellettuali), resistono perché sanno che dovranno faticare un bel po’ per riconquistare il loro diritto all’ultima parola. Noi ci mettiamo in discussione, pronti a rischiare: forse non è la strada giusta. Ma quella tradizionale di sicuro non porta a nulla.

13 Gennaio , 2007

Effetto Google sui quotidiani

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 2:11 pm

newspaper.jpgApparentemente (e fortunatamente) non esistono solo i quotidiani belgi, quelli che hanno paura di Google. Ci sono anche i giornali che prendono la strada opposta, e invece di portare Brin e Page in tribunale perché il motore di ricerca mostra al mondo i loro articoli, li pagano, invece, proprio per questo

Non solo. A volte fanno anche di più, a quanto pare: insegnano ai loro giornalisti a scrivere articoli in modo che abbiano maggiori probabilità di figurare in alto nei risultati delle ricerche del motore di Mountain View. Lo racconta il Wall Street Journal [a pagamento] (via paidContent).

The Daily Telegraph, per esempio, ha acquistato all’interno del programma di pubblicità AdWords di Google la frase “North Korea Nuclear Test” lo scorso ottobre per capitalizzare sulla curiosità degli utenti a proposito degli esperimenti nucleari coreani. Mentre il Times di Londra compra anche dieci parole la settimana, e accade così che fra i due quotidiani si scatenino spesso delle aste per i termini del momento.

Il Times, inoltre, sta insegnando ai propri giornalisti a scrivere i pezzi in modo da massimizzare la probabilità di venire ripresi da Google News. Il consiglio, così sembra, è quello di inserire le frasi cruciali e le parole chiave nel paragrafo iniziale. (Il che - fra parentesi - non mi pare un’innovazione rivoluzionaria, visto che è quello che predicano da sempre capiservizio e capiredattori: si tratta in sostanza di un vecchio principio del giornalismo novecentesco adattato all’era Internet). Da parte sua, il Daily Telegraph paga un consulente per ricevere consigli, racconta il Wall Street, come quello di non cambiare i titoli delle news in per non “confondere” Google News.

Insomma, i quotidiani (almeno quelli più innovativi) non vivono in un altro mondo. E, come hanno sempre fatto (e sempre faranno, almeno fino a che esisterà la stampa commerciale finanziata dalla pubblicità), adattano i propri contenuti ai bisogni dei lettori e alle esigenze degli inserzionisti

Un’influenza, quest’ultima, da tenere sott’occhio, almeno se crediamo che quella dei ricoperta dai media di informazione sia una funzione cruciale all’interno delle nostre società. Non si tratta, in questo caso, di condannare quanto di capire come il nuovo ambiente (Internet) e i nuovi meccanismi di generazione delle entrate pubblicitarie (Google & c.) abbiano cominciato a influenzare e influenzeranno la proposta inormativa dei quotidiani (e degli altri news media). Siamo solo all’inizio ma mi pare un tema interessante da cominciare a esplorare. Magari con una tesi di laurea o con un bell’approfondimento.

Forse per accorgersi (un po’ di ottimismo non guasta) che i nuovi meccanismi consentiranno ai giornali maggiori margini di libertà editoriale rispetto alle inserzioni tradizionali, del cui effetto ingombrante e negativo sulla scelta, selezione e impostazione dei contenuti dei giornali abbiamo troppo spesso esempi lampanti.

8 Gennaio , 2007

Daylife, il piacere del contesto

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 6:56 pm

daylife.gifdaylife.gifNicola Bruno fa un’utile rassegna delle reazioni suscitate da Daylife, nuovo servizio di aggregazione di notizie. E, a quanto se ne deduce, l’accoglienza è stata freddina.

Pur non avendo ancora “giocato” a lungo con Daylife e potendomi basare solo su impressioni parziali non resisto: devo dire la mia. Anche perché sono d’accordo con gran parte dei rilievi negativio riportati da Nicola (a cominciare dall’assenza di feed Rss e dalla mancata apertura ai commenti), ma penso ci siano almeno due aspetti dell’iniziativa che mi paiono interessanti e andrebbero tenuti sott’occhio.

1) Il primo è il tentativo di aggregare (e dunque di sfruttare la ricchezza della rete) fornendo contesto (merce resa scarsa di questi tempi proprio dagli aggregatori rss e per questo preziosa). Apprezzo cioè lo sforzo di utilizzare i feed e la loro caotica ridondanza non solo per gestire e dare conto della massa di informazioni disponibili in rete, ma anche per cercare di offrire al lettore una cornice attraverso cui interpretare meglio la notizia, senza perdere però per ciò che riguarda la quantità e la velocità dell’informazione. In questo modo, mi pare, si prova a offrire la soluzione a uno dei problemi dell’informazione contemporanea online: il fatto che sia fruita spesso al di fuori dell’ambiente originario (come ha ricordato recentemente Federico Fasce) in cui è stata prodotta e la sua comprensione risulti dunque più problematica.

2) La seconda è l’ampio ricorso alle immagini e il tentativo (si evince fin dalla homepage) di trovare una presentazione alternativa, più visiva, piacevole e meno testuale delle notizie rispetto alla maggior parte dei siti di aggregazione. Quando ci sia abitua alla freddezza dell’aggregazione (lo so per esperienza personale) si corre il rischio di dimenticare che esiste anche una dimensione di piacere nella lettura e questa è spesso data dagli elementi di contorno (e dunque di Daylife mi piacciono molto anche le citazioni in evidenza).

Insomma, ci sono ancora delle pecche in Daylife, ma le intuizioni di cui sopra mi paiono sufficienti per inserirlo nella lista dei progetti da seguire. Aggiungo che un’iniziativa di questo tipo non è necessariamente rivolta ai news junkies, a quelli che il senso sono perfettamente in grado di crearselo da soli con i loro vari strumenti. Ma forse, proprio per questa attenzione al piacere del contesto, ambisce a un pubblico più largo, che di contesto e di piacere ha bisogno (come i news junkies, d’altronde, anche se siamo noi stessi i primi a dimenticarcelo…).

5 Gennaio , 2007

Citizen o non citizen?

Archiviato in: giornalismo — raffaele @ 7:00 am

crowjason-citizenjournalismdocumentarytrailer532.jpgQualche spunto interessante su citizen journalism e dintorni.

Il punto, afferma Dan Gillmor, non è se i media tradizionali abbracceranno sempre di più i contenuti prodotti dai lettori. Ma se lavoreranno o meno per costruire un ecosistema che ricompensi adeguatamente tutti coloro che partecipano alla produzione dell’informazione. Nel primo caso, afferma Gillmor, il sistema sarà sostenibile. Nel secondo, no.

Reporters segnala un’intervista a Bill Grueskin, direttore del sito internet del Wall Street Journal, che spiega perché per il suo giornale è difficile ipotizzare un futuro partecipativo. E’, afferma, una questione di trasparenza: il quotidiano ha un codice molto stretto che regola il rapporto tra i giornalisti e le aziende di cui scrivono. Una simile regolamentazione sarebbe problematica se il sito si aprisse in modo consistente ai contributi di terzi.

Nel frattempo, Ivan su Infoservi.it propone una distinzione tra participatory journalism e citizen journalism. Dove, se interpreto correttamente, il primo definisce il fenomeno della mera partecipazione degli utenti al processo dell’informazione attraverso la pubblicazione di contenuti che vengono poi selezionati dalle redazioni dei media. Sarebbero esempi di participatory journalism, ad esempio, il video dell’impiccagione di Saddam girato con un telefonino e i contributi fotografici inviati dai cittadini in occasione degli attentati di Londra.

Diverso, se capisco bene, è il caso del citizen journalism che prende forma in strumenti grazie ai quali “il cittadino/reporter è direttamente a contatto con il suo pubblico senza filri o editor”. Penso che Ivan si riferisca soprattutto ai blog nel loro complesso.

Mi piace questo tentativo di definizione anche se non sono sicuro che sia una buona mossa individuare, come elemento discriminante, la presenza o meno di un filtro. In questo senso OhMyNews, il quotidiano online coreano, non dovrebbe essere considerato un esempio di citizen journalism perché, nonostante conti più di 40 mila collaboratori, si basa su una redazione di professionisti che, oltre a produrre in proprio le notizie, filtra e organizza i contenuti inviati dai cittadini. Il che, ovviamente, non sarebbe certo una bestemmia: le definizioni non sono scritte nella natura e sono vere anche nella misura in cui ci servono. Mi chiedo però se non si rischia in questo modo di andare troppo oltre rispetto a una definizione che in qualche modo si è già un po’ affermata, per quanto imprecisa e ambigua.

Da parte mia, come contributo alla discussione, offro una schematizzazione che avevo proposto qualche tempo addietro sul manifesto. E’ ovviamente incompleta (manca ad esempio uno spazio per collocare iniziative come NewAssignment) e non mi soddisfa del tutto. Ma, chissa’, forse qualcuno può migliorarla.

Giornalismo partecipativo, citizen journalism, networked journalism, giornalismo dal basso. Tutte espressioni che alludono a un passaggio di ruolo in cui quelli che prima erano solo lettori, diventano oggi anche autori all’interno di sistemi di produzione di news assai differenti tra loro. Vediamoli.

Il modello puro. Il giornalismo dei cittadini nella sua versione più genuina. La produzione di notizie è appannaggio esclusivo dei lettori. Senza l’intervento dall’alto di un filtro editoriale. Accade, ad esempio, nel caso dei blog, nei siti della galassia di Indymedia, oppure nell’esperienza di Wikinews, dove le notizie sono scelte, scritte editate dalla comunità dei lettori. In certi casi, il ruolo dell’editor è svolto da un algoritmo, che elabora le preferenze della comunità. Sono i lettori-autori (Digg o kuro5hin) che «votano» il proprio gradimento a news e segnalazioni contribuendo così a definire ciò che è rilevante o meno (ranking).
Il modello misto. Giornalisti professionisti e semplici cittadini lavorano fianco a fianco. L’esempio più conosciuto (e più di successo) di questo approccio al citizen journalismè OhMyNews, giornale online coreano in cui una redazione di poche decine di professionisti scrive notizie, ma soprattutto si dedica ad un’intensa attività di redazione per gestire contributi di oltre 40 mila semplici cittadini.
Il modello integrato. In questa versione una piattaforma articolata tiene insieme contributi personali, blog, segnalazioni e attività di valutazione delle notizie da parte dei lettori. Nell’esempio più popolare, Newsvine.com, ciascun iscritto dispone di uno spazio personale in cui può scrivere articoli, diffondere notizie, elaborare una lista di media preferiti da tenere sotto osservazione. Il risultato complessivo è un mix caotico ma affascinante di post tipici dei blog, pezzi di semplici cittadini, articoli di testate autorevoli.

23 Dicembre , 2006

Gli inquinatori dell’informazione ‘06

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 3:34 pm

p6b.jpgIl Center for media and democracy ha reso noti i vincitori della suo tradizionale premio di fine anno, Falsies on Parade: The Worst Spinners of 2006, come a dire i peggiori inquinatori dell’informazione nell’anno che va a concludersi.

Vincitore assoluto il network Abc per un documentario sull’11 settembre scritto e prodotto da film-maker conservatori.

Medaglia d’argento per la National Association of Broadcast Communicators e la Radio-Television News Directors Association, due associazioni che si oppongono alle denunce del Center for media and democracy sui video e le interviste pre-confezionate dagli sponsor e mandate in onda dalle emittenti televisive come servizi indipendenti e imparziali.

Terzo posto per le innumerevoli pseudo-associazioni dal basso finanziate, in realtà, dai big delle telecomunicazioni che cercano così, subdolamente, di combattere il principio della neutralità della rete.

(via Craigblog)

17 Novembre , 2006

Ingrati

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti, giornalismo — raffaele @ 11:15 am

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk - che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani - si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

15 Novembre , 2006

La sottile linea rossa

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 4:13 pm

Mentre si parla sempre più spesso di crisi dei quotidiani e dei media tradizionali c’è anche chi, nelle file mainstream, prova a rendere ancora più tenue la linea che separa l’informazione paludata e i blog. Tra questi c’è Reuters che ha deciso di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst e di distribuire i contenuti offerti dal network di blog selezionati della socetà texana (come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian).

E mentre da noi c’è ancora chi discute della differenza sostanziale tra blog e media old style, l’agenzia di stampa sembra, molto laicamente, intenzionata a cogliere il meglio delle novità che emergono dalla rete per aggiungere valore ai suoi servizi. “La nostra idea generale - spiega Chris Ahearn, presidente della divisione Media di Reuters - è che una notizia sia una notizia. Non pensiamo che ci sia un solo punto di vista che sia affidabile e che sia il nostro”. Più chiaro (e sottoscrivibile) di così, non si può.

10 Novembre , 2006

Censura all’occidentale

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 8:28 pm

Di ritorno dalla Sardegna. Stanco morto. Giusto il tempo di una veloce segnalazione: come ricorda (e commenta) Carola, la californiana Sonona State University ha pubblicato il suo annuale elenco delle news più censurate dell’anno. Dove per censura si deve intendere qualcosa di più raffinato rispetto al divieto di pubblicazione imposto da un’autorità superiore: la non adeguata evidenza data a certe news di interesse pubblico o il loro trattamento in modo eccessivamente ideologico e fuorviante. Con il risultato che notizie rilevanti restano fuori dal dibattito pubblico o vi arrivano formulate all’interno di un contesto inadeguato.

7 Novembre , 2006

E i vincitori sono….

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 4:13 pm

censorship.jpg….Bielorussia, Birmania, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Sono questi i 13 stati inseriti nella nuova lista nera dei nemici dell’Internet stilata da Reporters sans frontieres. Come già accennato, dalle 11 di oggi fino alle 11 di domani, in occasione della presentazione della black-list, l’associazione organizza una protesta virtuale a cui si può partecipare visitando questa pagina e visualizzando così la mappa dei buchi neri della Rete.

Già che ci siamo, se ci va, possiamo anche lasciare un messaggio audio a Jerry Young, co-fondatore di Yahoo!, per chedergli conto dell’ateggiamento compiacente della Internet company americana nei confronti delle pretese censorie del governo cinese.

31 Ottobre , 2006

Dichiarazione d’amore

Archiviato in: giornalismo — raffaele @ 7:21 pm

bwcom_377×65.gifC’è una ragione per cui BusinessWeek sta lentamente diventando una delle mie letture preferite (per certi aspetti ancora più dell’Economist). E’ che certi pezzi del settimanale sono davvero “divertenti”. Nel senso che riescono a farti provare piacere (sì, piacere) nella lettura di cose di cui mai avresti pensato di poterti invaghire. Mi ricordo un paio di anni fa un meraviglioso articolo sul business… dei rasoi a partire dalla notizia che Gillette metteva in commercio il suo primo 5-lame.

Ora, potete capire che cosa me e freghi a me (che c’ho pure poca barba) di un rasosio così. Eppure, era cosi’ approfondito, documentato e ben costruito, quel pezzo, che sembrava boxe invece che lamette da barba tanto era coinvolgente. Ricordo di avere pensato allora che a quel livello di precisione e di tecnica giornalistica qualsiasi cosa può diventare interessante.

Quella sensazione ritorna oggi leggendo questo lungo articolo sul business della pubblicità su Second Life, (argomento di per sè più affascinante che la rasatura, lo ammetto). Succede che uno si mette lì, lo legge e alla fine ha la sensazione di avere imparato quasi tutto quello che c’era da sapere sul tema (o almeno tutto quello che uno pensa di poter apprendere da un articolo di un settimanale). Magari non è vero, però quella percezione di completezza è davvero una soddisfazione che tutti i mensili e i settimanali dovrebbero ambire a dare ai loro lettori.

The current flood of corporate press releases announcing a Second Life for presence has echoes of the late ’90s, when every CEO wanted an e-commerce site. Then, as now, it was cool and timely, but not easy to make any real money. (American Apparel, for example, has sold about 5,000 articles of digital clothing since July at $1 a piece, or only $5,000 in three months.) Also, while the population of Second Life is growing quickly, only a fraction are online at any given time.

27 Ottobre , 2006

Contro i censori della rete

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 10:37 am

Reporter senza frontiere organizza una cyberdimostrazione di 24 ore per protestare contro la censura in rete. Per partecipare all’iniziativa è necessario collegarsi al sito dell’associazione tra le 11 di mattina di martedì 7 novembre alle 11 di mercoledì 8 novembre. Ogni click, spiega il comunicato, aiuterà a modificare la mappa dei “Buchi neri dell’Internet”.

Il 7 novembre, inoltre, Reporter senza frontiere pubblicherà la lista dei 13 nemici dell’Internet, gli stati che hanno il peggior record in termini di censura della libertà di espressione in rete.

Everyone is invited to support this struggle by connecting to the Reporters Without Borders website (www.rsf.org) between 11 a.m. (Paris time) on Tuesday, 7 November, and 11 a.m. on Wednesday, 8 November. Each click will help to change the “Internet Black Holes” map and help to combat censorship. As many people as possible must participate so that this operation can be a success and have an impact on those governments that try to seal off what is meant to be a space where people can express themselves freely.

(Via CNet)

26 Ottobre , 2006

Media in trasformazione

Archiviato in: Stati Uniti, giornalismo, media — raffaele @ 11:08 am

Quando si parla di elezioni, sondaggi e proiezioni sono solo una parte della storia (e nemmeno, a giudicare da quanto è accaduto in Italia nelle ultime tornate, la più interessante e veritiera). Proprio per questo il programma radiofonico della BBC, Radio Five Live ha deciso di raccontare le elezioni che ridisegneranno il parlamento americano (da pochi giorni tutte le informazioni sono anche su Google Earth) il prossimo 7 novembre attraverso la collaborazione dei cittadini. Non possiamo essere ovunque - dice la BBC - e dunque abbiamo bisogno del vostro aiuto giornalistico.

Nel frattempo, il Sun, quotidiano di Rupert Murdoch, lancia MySun, una sorta di “comunità” virtuale dei lettori del giornale. Virgolette d’obbligo perché c’è chi solleva qualche perplessità sulla natura effettivamente comunitaria del servizio.

Infine, dopo Reuters, anche Wired e CNet hanno deciso di aprire una redazione virtuale su Second Life, dove realizzare interviste, conferenze, eventi.

UPDATE: Nel suo ufficio virtuale CNet ha intervistato Adam Reuters (alias Adam Pasick), il repoter che Reuters ha “inviato” ad esplorare Second Life.

22 Ottobre , 2006

Il ciclismo e la responsabilità dei media

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 4:20 pm

bici.jpgAvvertenza: post lungo e un po’ pedante

Una notizia pubblicata sulla Repubblica di oggi (ripresa dal sito del settimanale Der Spiegel) , riporta che Ard, la prima rete pubblica tedesca, ha deciso di non trasmettere in diretta il Giro di Germania. La motivazione, secondo quanto riporta l’articolo, è che la pratica del doping nel ciclismo è così diffusa che la diretta servirebbe a dare “il massimo risalto non più a un evento del grande sport popolare, ma a un esempio negativo, a scelte riprovevoli sul piano etico”.

Guardando (sempre meno, per la verità) il ciclismo mi sono sempre chiesto in effetti quali problemi comporti per i colleghi che seguono le gare il fatto di sapere che la competizione è alterata dal doping, come quasi sempre si dimostra a posteriori. Mi domando (con curiosità sincera e senza moralismo, giuro) come gestiscano il fatto di scrivere, appassionarsi, fare del lavoro di qualità su qualcosa che hanno la quasi certezza che sia in qualche modo “falsa” e il cui risultato finale viene spesso modificato a tavolino.

Certe volte ho l’impressione che la copertura mediatica del Giro o del Tour sia un po’ una grande messinscena dove attori (i corridori e il loro staff), registi (i media) e il pubblico (lettori e telespettatori) decidono, come al cinema, di sospendere l’incredulità e di fare finta che tutto si svolga regolarmente. Salvo poi indignarsi quando il trucco è smascherato e dall’alto dello schermo, nella scena clou, spunta un microfono. (continua…)

17 Ottobre , 2006

Georeferenziamo la notizia

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 5:59 pm

immagine.JPGCBSNews.com ha deciso di inserire i titoli delle sue notizie su Google Earth. Solo un esperimento. Non so quanto utile. Sicuramente divertente.

Se avete già scaricato Google Earth potete vedere il risultato qui.

16 Ottobre , 2006

Triste, solitario y final

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 8:23 pm

aic_logo_8inch-width.jpgCerto non si può dire che difettino di coerenza. I quotidiani belgi che hanno già chiesto di scomparire dagli indici di Google News domandano ora di essere dimenticati anche da quelli di Msn.

Non c’è qualcosa di poetico in questo auolesionistico perseguire l’oblio? Per un po’ ho cercato di comprendere la ratio di questa decisione, ora invece propendo per un’interpretazione che ha che fare con il lato destro del cervello.

Trovo infatti qualcosa di evocativo in questa orgogliosa volontà di eclissarsi dalla rete, di sottrarsi alla platea di tutti gli utenti internet che parlano fracesce e tedesco, quasi ci si rifiutasse di contaminarsi con questi barbari telematici. Meglio morire dimenticati, lentamente e dignitosamente, coerenti con la propria storia fatta solo ed esclusivamente di carta piuttosto che provare ad arabattarsi con i meccanismi virtuali e mischiarsi ai nuovi ricchi del mondo digitale.

Questi giornali belgi mi appaiono ora po’ come degli aristocratici che davanti ai moti rivoluzionari e al loro mondo in decadenza si lasciano morire, o come dei vecchi pellerossa che, comprendendo che è arrivata la fine, si allontanano dalla tribù per consegnasi, solitari, al mondo degli spiriti.

8 Ottobre , 2006

Premio Nobel ai blog?

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 2:40 pm

nobel.gifIl comitato di assegnazione dei Nobel dice che in futuro anche i media potranno vincere il nobel per la pace. Jeff Jarvis coglie la palla al balzo per proporre come suo candidato la piattaforma Blogger. Motivazione: ha dato voce a persone di tutto il mondo.

7 Ottobre , 2006

Quotidiani e pubblici attivi

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 4:23 pm

newspapers.gifLuca sulla crisi e sul futuro dei quotidiani. Riassumo:

1) i quotidiani devono ricominciare a sentirsi parte di un progetto culturale; in questo progetto devono sentirsi coinvolti tanto i giornalisti quanto gli editori;

2) tra quotidiani e quel pubblico attivo emerso in questi anni (per lo più in “opposizione” ai giornali che si erano dimenticati di lui per concentrarsi sulle fonti) deve nascere una relazione “simbiotica”; un rapporto stabile tra chi svolge quella necessaria attività di ricerca e organizzaizone dell’informazione a tempo pieno e chi deve criticare, stimolare, pugulare.

3) solo così i quotidiani possono pensare di uscire dalla crisi attuale, e forse editori e giornalisti risovere la vertenza contrattuale.

Penso che il progetto culturale di cui parla Luca - sono d’accordo: non c’è niente di più importante in questo momento - presupponga però che i quotidiani riconoscano gli errori che hanno commesso in questi anni. Che si rendano conto di avere offerto più o meno consciamente narrazioni della realtà ristrette entro confini angusti, entro limiti dettati per lo più dall’ossequio a poteri più o meno forti e dall’accettazione di interpetazioni del mondo sviluppate dai più potenti, siano questi aziende, governi o istituzioni di altra natura.

I quotidiani continuano a produrre informazione di qualità. Quasi ogni giorno i giornali del nostro Paese regalano meravigliosi pezzi di giornalismo, e lo fanno proprio perchè - come dice Luca - sono in grado di pagare persone che si dedicano a tempo pieno a questa attività. Ma l’effetto complessivo, quello prodotto da editoriali, titoli, scelte redazionali, impaginazione, selezione delle notizie, resta, a mio parere, un’informazione stereotipata e spesso lontana dal senso comune. Il risultato è una sfera pubblica in cui si confrontano sì molteplici iterpretazioni della realtà, ma nella quale la “varianza” delle interpretazioni risulta irrimediabilmente limitata.

Se penso a un progetto culturale, non riesco a non pensare a qualcosa che parta dallo sforzo di allargare questa “varianza”, a un’impresa, come dice Luca, che può essere compiuta soltanto con la collaborazione del massimo numero di intelligenze e punti di vista, in una parola di quei pubblici attivi che sono emersi in questi anni anche grazie alla rete.

Detto questo, confesso il mio pessimismo. Non riesco a immaginare come istituzioni che hanno interiorizzato in profondità (fino a non esserne nemmeno più consapevoli) una narrazione del mondo così ristretta e autorefrenziale possano oggi (e domani) rinnovarsi all’interno di un progetto che metta in crisi il paradigma in cui sono cresciute. Mi sembra più facile cioè che trovino il modo di sopravvivere economicamente, piutosto che cambiare così radicalmente la loro un’identità di cui non sono del tutto coscienti.

3 Ottobre , 2006

Discutendo di giornalismo, nuovo e vecchio

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 11:16 pm

E’ online l’annunciata intervista di Slashdot a Jay Rosen, teorico e promotore di nuove forme di giornalismo (ne avevo accennato qui). Oltre a parlare del suo progetto, NewAssignmet.net (già menzionato qui), Rosen sviluppa una serie di considerazioni sul citizen journalism e sui nuovi media che mi sembrano piuttosto interessanti. Qui di seguito mi limito a 3 spunti.

1) Chomskyanamente, mi verrebbe da dire, Rosen è convinto che il peccato originale dei grandi media non è quello di sopprimere deliberatamente alcune storie “scomode” in ossequio a poteri più o meno contigui. Il vero dramma sono le storie che i grandi media non raccontano in modo corretto (e qunidi sopprimono de facto) semplicemente perché, quasi inconsciamente, hanno interiorizzato un sistema di valori e un’affinità che non consente loro di cogliere l’essenza di alcune vicende. Rosen fa l’esempio di Bob Woodward, il celebre giornalista americano, che in due libri (Bush at War e Plan of Attack) non è riuscito a cogliere la sostanza di quello che stava accadendo alla Casa Bianca lanciata verso la guerra in Iraq. Vale a dire, l’incredibile storia di un’amministrazione che, vittima di un gigatesco fenomeno di group think, si è gettata in modo ideologicamente testardo in un piano concepito in astratto, senza valutare adeguatamente quelli che gli psicologi chiamano “dati di realtà”. Per Woodward, così vicino al sistema proprio a causa del suo metodo giornalistico, questa interpretazione era del tutto inconcepibile. Solo ora, forse, comincia rendersene conto nel suo nuovo libro, State of denial (qui una recensione, dura ma obiettiva, di AngryArab).

2) Per aumentare l’autorevolezza del giornalismo online non c’è altra strada, secondo Rosen, che il rigore. Intervenire su argomenti che si conoscono a fondo (per esempio: io dovrei stare quasi sempre zitto..), correggere tutto, principalmente se stessi, fare le pulci ai grandi media.

3) Altra cosa che ho apprezzato è il rispetto dimostrato da Rosen nei confronti di media alternativi e politicamente schierati: The NewStandard, DemocracyNow (con cui mi è capitato di collaborare: qui il link alla mia performance) e Indymedia che, non so perchè (anzi no, lo immagino) viene quasi ignorata quando si parla di citizen journalism. Eppure facevano giornalismo dal basso prima che il concetto diventasse popolare di moda.

28 Settembre , 2006

Fatica risparmiata

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 7:09 pm

beppe-severgnini.jpgMi accorgo adesso (ore 18.58: sempre sulla notizia, eh?) che sul Corriere di oggi Severgnini ritorna sulla questione blog vs giornali.

Rassicurante, Severgnini prevede la sopravvivenza dei media tradizionali a patto che conquistino “maggiore indipendenza dai capricci della proprietà e del potere (economico, politico), consapevoli che ‘fare la cosa giusta’ sia anche ‘fare la cosa utile’…” eccetera, eccetera. Tutto tanto bello quanto utopistico.

Di malavoglia, stanco dell’ennesima variazione sul tema, stavo quasi per commentare. Poi mi sono reso conto che l’hanno già fatto Mauro Lupi e Stefano Hesse e mi sono risparmiato la fatica.

Gli editorialisti? Non ne abbiamo più bisogno (se mai ne abbiamo avuto…)

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, media — raffaele @ 1:44 pm

In this age of open media, when every voice and viewpoint can be heard, when news is analyzed and overanalyzed, and when we certainly are not suffering a shortage of opinion, do we need editorialists? No.

I media tradizionali sono soto pressione, i giornali sono in crisi e anche gli editorialisti non se la passano tanto bene. Almeno a parere di Jeff Jarvis, autore di un post (”La morte degli editorialisti”) dove la scomparsa degli opinionisti, almeno nella loro forma tradizionale, è tanto predetta quanto auspicata.

Gli opinion maker sono, secondo Jarvis, merce scaduta, figli di un’epoca in cui i quotidiani avevano il monopolio dell’inchiostro e dell’informazione. Ma oggi che ogni utente ha a propria disposizione tonnellate di inchiostro virtuale, hanno ancora un senso? E soprattutto sono economicamente sostenibili per un’industria in crisi?

La risposta è no. Seguita da una proposta di riforma della “professione”. Una ricetta che prevede: smettere di essere la voce dell’istituzione e aprire gli editoriali ad un numero maggiore di nuove voci e punti di vista. Non più proclami dal pulpito ma una collezione dei migliori argomenti sulle varie questioni. In una parola, conversazione.

Certo che se ci penso, un futuro senza Della Loggia, Panebianco, Ostellino e il loro quotidiano dispiego di certezze sarà anche auspicabile, ma senza dubbio molto meno divertente.

Intanto, sempre a proposito di editorialisti e ideologia, AngryArab segnala che Thomas Friedman, opinionista principe del New York Times, scrive un pezzo sui “dittatori del petrolio” escludendo dalla categoria la dinastia saudita e mettendoci dentro Chavez (che fino a prova contraria è stato eletto…).

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