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31 Ottobre , 2007

Né di destra né di sinistra?

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo — Tag:, , — raffaele @ 10:08 am

Si dice sempre più spesso che la sicurezza non ha colore politico e dovrebbe essere garantita da governi di qualsiasi segno: non é né di destra né di sinistra. Me lo ha ripetuto ancora recentemente un amico che stimo assai in una discussione politica via e-mail. Lo ha ribadito oggi Massimo Giannini su Repubblica in un commento all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Personalmente, ho i miei dubbi. A cominciare dal fatto che gli assertori della neutralità politica della sicurezza (come il mio amico e Giannini) sono invariabilmente di sinistra. E che di solito queste persone si rivolgono ad altri individui della propria parte politica, per invitarli a fare un grande passo, a sfatare un tabù (non a caso il commento di Giannini si intitola “Il tabù infranto della sinistra”). Esprimendo l’idea che ci voglia un cambiamento radicale, fanno cioè riferimento implicito a uno stato di cose che non è per nulla neutrale.

Ma se è così, allora, dietro l’apparenza salomonica, il concetto “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” esprime proprio l’opposto: afferma – mentre lo nega - che la sicurezza è sempre stata di destra ed è ancora (altrimenti non ci sarebbe bisogno di negarlo) di destra. In questo modo spera, ripetendo ossessivamente lo slogan di cui sopra e altri analoghi, di invertire questo dato di fatto, di indurre un cambiamento: farla diventare (anche) di sinistra.

Ma è davvero possibile? Si può a furia di furia negare (seppure ambiguamente) il segno politico tradizionalmente attaccato a un concetto cambiarlo nel suo opposto? O non sarà invece che i cittadini continueranno pensare, più o meno consciamente, che il tema è di destra, e che la sinistra può anche appropriarsene quanto vuole ma è arrivata tardi. Che, per quanto faccia, comunque avevano ragione loro, quelli di destra che l’hanno capito molto prima e che, comunque, avranno buon gioco nello scavalcare a destra i neoconvertiti alla sicurezza.

Insomma - per quanto valga il mio parere, cioè nulla - mi riesce difficile pensare che appropriarsi di un concetto, di un tema e di una bandiera della parte politica opposta sia una “svolta culturale”, come dice Giannini.

A meno che non si pensi che la distinzione destra-sinistra non esista più. Nel qual caso però, anche lo slogan da cui siamo partiti è inutile.

PS: sul primo numero della rivista del Pd vedo che c’è un saggio di George Lakoff che queste cose le spiega certamente meglio me. Insomma, forse, qualcosa si muove…

12 Ottobre , 2007

Thomas Friedman, la generazione Q e internet

Archiviato in: Editorialisti — Tag:, , — raffaele @ 7:12 pm

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

2 Aprile , 2007

Della Loggia Web 2.0

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 7:48 pm

Di per sé sarebbe già una notizia: un editoriale in prima pagina del Corriere della sera, a firma di Ernesto della Loggia, nomina YouTube alla terza riga. Non solo. Quasi tutta la prima colonna dell’autorevole commento altro non è che una trascrizione del dialogo avvenuto su un video postato sul sito che vede protagonisti una professoressa “abusata” verbalmente e lo studente abusatore. Con tanto di passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?”.

Non ho accesso all’archivio del Corriere, ma sarebbe interessante scoprire se nella più che secolare storia del giornale, le parole “culo” e “puttana” hanno mai trovato posto in un editoriale di apertura. Ad ogni modo, se c’era ancora bisogno di esempi di come la Rete e le nuove tecnologie possono irrompere nella sfera pubblica di un Paese questo commento del più prestigioso quotidiano italiano arriva come ultima importante conferma. Si discute di un fenomeno (in questo caso, il degrado della scuola e i problemi di comunicazione tra le generazioni) a partire da un documento messo a disposizione del dibattito pubblico su una piattaforma Internet. Il tema irrompe nell’agenda (con tanto di appello al ministro: “si svegli, onorevole Fioroni, si svegli!”) attraverso una canale laterale, molto recente, fino a qualche mese fa ignorato da media tradizionali e alimentato in massima parte dagli utenti. E per di più, forse sull’onda dell’indignazione, si lascia spazio a un lessico inusuale per quello scranno. (continua…)

17 Novembre , 2006

Ingrati

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti, giornalismo — raffaele @ 11:15 am

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk - che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani - si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

14 Novembre , 2006

Antichi amori

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 12:19 am

panebianco.jpg

Se scopro che Pippo Russo (antico amore dai tempi di pallonate sul manifesto) ha scritto su Linus un pezzo in cui prende meravigliosamente in giro Angelo Panebianco (antico “amore” dei tempi dell’università), come faccio a non linkarlo?

13 Ottobre , 2006

Se 600 mila vi sembrano pochi

Archiviato in: Editorialisti, Iraq — raffaele @ 7:07 pm

Secondo uno studio pubblicato sul sito della rivista medica The Lancet i morti in Iraq “in eccesso” in conseguenza della guerra sarebbero oltre 650 mila. 600 mila di questi sarebbero deceduti a causa di violenza, per lo più sparatorie. Se i dati sono corretti, insomma, è come se in pochi anni una città come Genova fosse sparita.

Ovviamente, lo studio è stato giudicato da molti poco attendibile e la sua pubblicazione nell’imminenza delle elezioni americana bollata come “politica” e dunque destituita di valore scientifico. Resta però il fatto che è stato proposto da The Lancet, che è una seria rigorosa rivista scientifica, di quelle con alto “impact factor”, dove molti ricercatori vorrebbero riuscire a pubblicare per il prestigio che da questo fatto deriva. Il che, ovviamente, non vuol dire che sia infallibile, solo che lo sforzo compiuto per verificare la correttezza metodologica degli studi presentati è molto alto.

L’Economist che pure sulla guerra in Iraq ha sempre avuto posizioni più che moderate afferma [a pagamento] che, anche se bisogna essere “cauti”, lo studio “rapresenta un tentativo statisticamente valido di calcolare le cose terribili che sono accadute e che continuano ad accadere”.

Nel frattempo, il ministero dell’immigrazione dell’Iraq fa sapere che gli iracheni che hanno dovuto lasciare le loro case per sfuggire alla violenza sono circa 300 mila. Come dire, continuando con i paragoni cittadini, che Firenze è stata quasi completamente evacuata.

Ora, sarebbe tanto tanto bello se i realisti di casa nostra, quelli che spesso sulle prime pagine dei giornali denunciano le anime belle della sinistra, l’incapacità delle opinioni pubbliche di “pensare la guerra”, il pacifismo senza se e senza, ecco, sarebbe tanto bello dico, se ora tenessero fede ai loro principi e si confrontassero con questi fatti. Se dessero insomma prova di autentico realismo spendendo un po’ della loro abilità argomentativa per sostenere che, nonostante questi morti, ne è comunque valsa la pena. In quel caso, credo, sarebbero dei realisti assai più stimabili.

7 Ottobre , 2006

Quotidiani e pubblici attivi

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 4:23 pm

newspapers.gifLuca sulla crisi e sul futuro dei quotidiani. Riassumo:

1) i quotidiani devono ricominciare a sentirsi parte di un progetto culturale; in questo progetto devono sentirsi coinvolti tanto i giornalisti quanto gli editori;

2) tra quotidiani e quel pubblico attivo emerso in questi anni (per lo più in “opposizione” ai giornali che si erano dimenticati di lui per concentrarsi sulle fonti) deve nascere una relazione “simbiotica”; un rapporto stabile tra chi svolge quella necessaria attività di ricerca e organizzaizone dell’informazione a tempo pieno e chi deve criticare, stimolare, pugulare.

3) solo così i quotidiani possono pensare di uscire dalla crisi attuale, e forse editori e giornalisti risovere la vertenza contrattuale.

Penso che il progetto culturale di cui parla Luca - sono d’accordo: non c’è niente di più importante in questo momento - presupponga però che i quotidiani riconoscano gli errori che hanno commesso in questi anni. Che si rendano conto di avere offerto più o meno consciamente narrazioni della realtà ristrette entro confini angusti, entro limiti dettati per lo più dall’ossequio a poteri più o meno forti e dall’accettazione di interpetazioni del mondo sviluppate dai più potenti, siano questi aziende, governi o istituzioni di altra natura.

I quotidiani continuano a produrre informazione di qualità. Quasi ogni giorno i giornali del nostro Paese regalano meravigliosi pezzi di giornalismo, e lo fanno proprio perchè - come dice Luca - sono in grado di pagare persone che si dedicano a tempo pieno a questa attività. Ma l’effetto complessivo, quello prodotto da editoriali, titoli, scelte redazionali, impaginazione, selezione delle notizie, resta, a mio parere, un’informazione stereotipata e spesso lontana dal senso comune. Il risultato è una sfera pubblica in cui si confrontano sì molteplici iterpretazioni della realtà, ma nella quale la “varianza” delle interpretazioni risulta irrimediabilmente limitata.

Se penso a un progetto culturale, non riesco a non pensare a qualcosa che parta dallo sforzo di allargare questa “varianza”, a un’impresa, come dice Luca, che può essere compiuta soltanto con la collaborazione del massimo numero di intelligenze e punti di vista, in una parola di quei pubblici attivi che sono emersi in questi anni anche grazie alla rete.

Detto questo, confesso il mio pessimismo. Non riesco a immaginare come istituzioni che hanno interiorizzato in profondità (fino a non esserne nemmeno più consapevoli) una narrazione del mondo così ristretta e autorefrenziale possano oggi (e domani) rinnovarsi all’interno di un progetto che metta in crisi il paradigma in cui sono cresciute. Mi sembra più facile cioè che trovino il modo di sopravvivere economicamente, piutosto che cambiare così radicalmente la loro un’identità di cui non sono del tutto coscienti.

28 Settembre , 2006

Fatica risparmiata

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 7:09 pm

beppe-severgnini.jpgMi accorgo adesso (ore 18.58: sempre sulla notizia, eh?) che sul Corriere di oggi Severgnini ritorna sulla questione blog vs giornali.

Rassicurante, Severgnini prevede la sopravvivenza dei media tradizionali a patto che conquistino “maggiore indipendenza dai capricci della proprietà e del potere (economico, politico), consapevoli che ‘fare la cosa giusta’ sia anche ‘fare la cosa utile’…” eccetera, eccetera. Tutto tanto bello quanto utopistico.

Di malavoglia, stanco dell’ennesima variazione sul tema, stavo quasi per commentare. Poi mi sono reso conto che l’hanno già fatto Mauro Lupi e Stefano Hesse e mi sono risparmiato la fatica.

Gli editorialisti? Non ne abbiamo più bisogno (se mai ne abbiamo avuto…)

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, media — raffaele @ 1:44 pm

In this age of open media, when every voice and viewpoint can be heard, when news is analyzed and overanalyzed, and when we certainly are not suffering a shortage of opinion, do we need editorialists? No.

I media tradizionali sono soto pressione, i giornali sono in crisi e anche gli editorialisti non se la passano tanto bene. Almeno a parere di Jeff Jarvis, autore di un post (”La morte degli editorialisti”) dove la scomparsa degli opinionisti, almeno nella loro forma tradizionale, è tanto predetta quanto auspicata.

Gli opinion maker sono, secondo Jarvis, merce scaduta, figli di un’epoca in cui i quotidiani avevano il monopolio dell’inchiostro e dell’informazione. Ma oggi che ogni utente ha a propria disposizione tonnellate di inchiostro virtuale, hanno ancora un senso? E soprattutto sono economicamente sostenibili per un’industria in crisi?

La risposta è no. Seguita da una proposta di riforma della “professione”. Una ricetta che prevede: smettere di essere la voce dell’istituzione e aprire gli editoriali ad un numero maggiore di nuove voci e punti di vista. Non più proclami dal pulpito ma una collezione dei migliori argomenti sulle varie questioni. In una parola, conversazione.

Certo che se ci penso, un futuro senza Della Loggia, Panebianco, Ostellino e il loro quotidiano dispiego di certezze sarà anche auspicabile, ma senza dubbio molto meno divertente.

Intanto, sempre a proposito di editorialisti e ideologia, AngryArab segnala che Thomas Friedman, opinionista principe del New York Times, scrive un pezzo sui “dittatori del petrolio” escludendo dalla categoria la dinastia saudita e mettendoci dentro Chavez (che fino a prova contraria è stato eletto…).

13 Settembre , 2006

Democrazie riluttanti atto II: il testamento di Riotta (che se ne va al tg1)

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 3:48 pm

0j5j915m-180x140.jpgGianni Riotta è stato appena nominato nuovo direttore del Tg1. Se ne andrà dunque dal Corriere. Non prima, però, di averci lasciato un’altra testimonianza (la seconda in pochi giorni) del suo credo: la “riluttanza” delle democrazie alla guerra. Un’avversione, molto consolante, che questa volta scopriamo essere nota al mondo da “antica” data.

La lezione antica è che le democrazie riluttano sempre, fino alla fine, davanti alla guerra: perché gli elettori non la vogliono, e castigano i leader se gli esiti non sono quelli desiderati.

Resta il mistero sulla data a cui dobbiamo fare risalire questa lezione. Dobbiamo fermarci solo un paio di secoli addietro o dobbiamo scendere fino alla Guerra del Peloponneso tra la democratica Atene e l’oligarchica Sparta? Forse Riotta ci risponderà dal teleschermo.

Nel frattempo, quanto agli “esiti” delle guerre, quella al terrore, secondo l’Independent, ha causato “direttamente” la morte di almeno 62.006 persone e creato 4,5 milioni di profughi. Dalla cifra sono esclusi i militari iracheni morti durante l’invasione del 2003, i caduti della guerriglia in Iraq, coloro che sono morti di ferite collegate alla guerra e tutti i decessi non riportati dai media occidentali.

The “war on terror” - and by terrorists - has directly killed a minimum of 62,006 people, created 4.5 million refugees and cost the US more than the sum needed to pay off the debts of every poor nation on earth. If estimates of other, unquantified, deaths - of insurgents, the Iraq military during the 2003 invasion, those not recorded individually by Western media, and those dying from wounds - are included, then the toll could reach as high as 180,000.

7 Settembre , 2006

Le riluttanti democrazie di Riotta

Archiviato in: Editorialisti, media — raffaele @ 8:17 pm

riottaSi parlava, ieri, degli editorialisti e del loro controverso rapporto con i fatti. Sul Corriere di oggi Gianni Riotta ci offre un altro saggio di questa relazione complicata. In un editoriale sull’11 settembre e le sue conseguenze sul mondo Riotta non resiste dal ricorrere a uno dei topos preferiti dai commentatori nostrani: la “riluttanza” delle democrazie alla guerra. Scrive il vicedirettore del Corriere:

“C’è acrimonia, contro chi, come il presidente Clinton, non aggredì Al Qaeda con la forza necessaria: recriminazione ingiuste, le democrazie riluttano alla guerra, gli americani contro il fondamentalismo, gli europei contro i pogrom dei Balcani.”
Riluttanza? Dal 1991 a oggi gli Stati Uniti hanno invaso due volte l’Iraq (1991 e 2003). Nell’intervallo tra le due invasioni, lo hanno bombardato ripetutamente con l’aiuto della democratica Gran Bretagna. Nel frattempo, hanno sganciato bombe due volte sull’Afghanistan (1998 e 2001) e una volta sul Sudan (1998). Infine, insieme ad un altro manipolo di democrazie, tra cui l’Italia, hanno bombardato la Serbia (1999).

Ammettiamo anche che tutti questi interventi fossero giustificati. Ma non vi pare che anche in questo caso l’aggettivo “riluttanti” avrebbe avuto bisogno di qualche qualificazione ulteriore? Che, forse, buttarlo lì così senza altre specificazioni è un po’ azzardato?

6 Settembre , 2006

Romano, Chomsky e la democrazia esportata

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti — raffaele @ 11:03 am

democrazia_iraqCerte volte tocca essere d’accordo anche con Sergio Romano. Soprattutto quando indossa i panni del “realista” duro e puro. Oggi, per esempio, a proposito dell’intervento americano in Iraq scrive:

“Quanto all’esportazione della democrazia, non mi sembra che si debba dare troppa importanza a questo aspetto della politica americana. Prima del 2003 i maggiori esponenti dell’amministrazione Bush erano risolutamente contrari a quella che definivano sprezzantemente la politica del «nation building», vale a dire il paziente lavoro per la trasformazione dei regimi autoritari in società democratiche nell’interesse della pace universale”.

Da notare, paradossalmente (ma non troppo) che Noam Chomsky, con cui ideologicamente Romano condivide davvero poco, la pensa allo stesso modo: (continua…)

11 Marzo , 2002

Se gli opinionisti screditano la protesta

Archiviato in: Editorialisti, articoli, giornalismo, guerre&pace, media — raffaele @ 8:06 pm

Dal momento che i media tradizionali si occupano di alcuni fenomeni quando proprio non possono farne a meno, è solo con gli eventi di Seattle del novembre 1999 che la protesta contro la versione neoliberista della globalizzazione è approdata sui maggiori quotidiani, quando a causa dei suoi successi clamorosi non ha più potuto essere ignorata; e agli opinion maker è toccato dare un’interpretazione del fenomeno che rendesse la contestazione e le sue critiche poco attraenti per l’opinione pubblica (1).  (continua…)

23 Gennaio , 2002

Trade unions, Berlusconi and the Italian press

Archiviato in: Editorialisti, articoli, english, media — raffaele @ 7:00 pm

zlogo.gifIn a lucid article appeared on January 15th’s edition of la Repubblica, the second largest Italian newspaper, sociologist Luciano Gallino analyzed the strategies employed by Italian Prime Minister Silvio Berlusconi to limit trade unions’ power. As Gallino points out, Berlusconi “and the classes supporting him” represents Unions as “a pre-modern residual”, a “demodé institution”, an “obstacle to country’s modernization”, an “enemy of freedom” who is “opposed to the new powerful course now followed by the world”. Gallino doesn’t fail to notice, with regret, how much this ideology has been shared by that part of the Left who surrendered to “the ideology of modernization”.

But there is one thing that goes unsaid in Gallino’s analysis and for obvious reasons. Berlusconi, “the social classes supporting him” and the modernized left are not alone in holding such an ideology. The biggest Italian newspapers share precisely the same view and vigorously contributed to propagate it. Even before Berlusconi became Prime minister. And Repubblica, the biggest center-left newspaper had a part (and not a minor one) in the chorus. (continua…)

11 Dicembre , 2001

Rassegnata stampa

Archiviato in: Editorialisti, articoli, media — raffaele @ 7:57 pm

Il 30 novembre del 1999, più o meno due anni fa, la protesta antiglobalizzazione faceva improvvisamente irruzione sulle prime pagine dei grandi quotidiani internazionali. Non si trattava certo del primo atto pubblico di rifiuto del neoliberismo; quella fu però la prima volta che i grandi media furono costretti ad occuparsi di un fenomeno che fino ad allora avevano scelto di ignorare.

Quel giorno 50 mila persone impedirono l’apertura dei lavori dell’Organizzazione mondiale del commercio, contribuendo con la loro azione, al fallimento delle trattative. La protesta dal basso contro la versione neoliberista della globalizzazione, che metteva in discussione i principi fondanti dell’ordine economico e politico esistente, non poteva più essere ignorata. Era ormai un problema che le élite dovevano affrontare e spiegare in modo appropriato alle classi dirigenti dei rispettivi paesi, rassicurandole e tenendole al riparo da seduzioni pericolose. Un’opera di spiegazione e di protezione che è toccata in questi due anni agli editorialisti, vale a dire a coloro che sui giornali hanno il compito di fornire idee e commenti. (continua…)

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