mastroblog

25 Gennaio , 2008

Parole sante

Archiviato in: giornalismo, media — Tag:, , , — raffaele @ 4:05 pm

Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze.

[...]

Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si constata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.

papa-ratzinger.jpgCome non essere d’accordo con queste considerazioni? Soprattutto pensando che vengono da uno che se ne intende. Ovvero, dal capo di un’istituzione che la scorsa settimana ha diretto con la maestria e la sicurezza di un Bernstein l’orchestra dei media italiani in un’opera di sublime “suggestione”. Ci vogliono infatti doti straordinarie (miracolose?) per “creare” una “realtà” nella quale una lettera firmata da 67 docenti universitari, scritta due mesi fa, possa apparire come una censura ai danni di un uomo, di un’istituzione, di uno stato ricchi, potenti e influenti come pochi altri nella vita politica, sociale e culturale italiana.

Un ribaltamento dei fatti e un’opera di “manipolazione delle coscienze” che ha portato tanti a riempirsi la bocca sul diritto di parola e di libertà di pensiero del gigante, senza accorgersi di trascurare - e in alcuni casi dileggiare - lo stesso diritto e la stessa libertà quando riguardava quelli che in questa vicenda erano chiaramente i più deboli.

21 Gennaio , 2008

Dalla parte dei deboli

Archiviato in: media — Tag:, , — raffaele @ 11:58 am

La frustrazione e l’impotenza crescono di fronte al dispiego senza proporzioni di propaganda sul caso Sapienza messo in campo dalla Chiesa. Ma proprio quando la maggior parte dei media principali (e con loro politici e sindaci) corrono in soccorso del vincitore e del più forte, qualcuno se ne esce con parole che - se non ti restituiscono il buonumore - almeno ti fanno sentire meno solo. Questa volta sono quelle di Gianni Vattimo.

D’altra parte, se alla verità assoluta rivelata di Ratzinger si contrappone quella scientifica e indiscutibile di Odifreddi, io mi sottraggo. Anche se in questa situazione politica, tra i due io scelgo di stare con i più deboli, quindi di oppormi al clero.

Per chi volesse, qui è possibile firmare una petizione di solidarietà ai 67 docenti che hanno inviato la famosa lettera al loro rettore per esprimere dubbi sull’opportunità della presenza di Ratzinger all’inaugurazione dell’anno accademico (via).

Da leggere anche questa intervista a Carlo Bernardini, uno dei firmatari della lettera e questa lista di devoti eccellenti presenti all’adunata di domenica.

9 Gennaio , 2008

L’intervista non fa per Grillo

Archiviato in: giornalismo — Tag: — raffaele @ 3:03 pm

L’Espresso gli chiede un’intervista sul V-day contro i giornali. Ma lui preferisce declinare.

31 Ottobre , 2007

Né di destra né di sinistra?

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo — Tag:, , — raffaele @ 10:08 am

Si dice sempre più spesso che la sicurezza non ha colore politico e dovrebbe essere garantita da governi di qualsiasi segno: non é né di destra né di sinistra. Me lo ha ripetuto ancora recentemente un amico che stimo assai in una discussione politica via e-mail. Lo ha ribadito oggi Massimo Giannini su Repubblica in un commento all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Personalmente, ho i miei dubbi. A cominciare dal fatto che gli assertori della neutralità politica della sicurezza (come il mio amico e Giannini) sono invariabilmente di sinistra. E che di solito queste persone si rivolgono ad altri individui della propria parte politica, per invitarli a fare un grande passo, a sfatare un tabù (non a caso il commento di Giannini si intitola “Il tabù infranto della sinistra”). Esprimendo l’idea che ci voglia un cambiamento radicale, fanno cioè riferimento implicito a uno stato di cose che non è per nulla neutrale.

Ma se è così, allora, dietro l’apparenza salomonica, il concetto “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” esprime proprio l’opposto: afferma – mentre lo nega - che la sicurezza è sempre stata di destra ed è ancora (altrimenti non ci sarebbe bisogno di negarlo) di destra. In questo modo spera, ripetendo ossessivamente lo slogan di cui sopra e altri analoghi, di invertire questo dato di fatto, di indurre un cambiamento: farla diventare (anche) di sinistra.

Ma è davvero possibile? Si può a furia di furia negare (seppure ambiguamente) il segno politico tradizionalmente attaccato a un concetto cambiarlo nel suo opposto? O non sarà invece che i cittadini continueranno pensare, più o meno consciamente, che il tema è di destra, e che la sinistra può anche appropriarsene quanto vuole ma è arrivata tardi. Che, per quanto faccia, comunque avevano ragione loro, quelli di destra che l’hanno capito molto prima e che, comunque, avranno buon gioco nello scavalcare a destra i neoconvertiti alla sicurezza.

Insomma - per quanto valga il mio parere, cioè nulla - mi riesce difficile pensare che appropriarsi di un concetto, di un tema e di una bandiera della parte politica opposta sia una “svolta culturale”, come dice Giannini.

A meno che non si pensi che la distinzione destra-sinistra non esista più. Nel qual caso però, anche lo slogan da cui siamo partiti è inutile.

PS: sul primo numero della rivista del Pd vedo che c’è un saggio di George Lakoff che queste cose le spiega certamente meglio me. Insomma, forse, qualcosa si muove…

12 Ottobre , 2007

Thomas Friedman, la generazione Q e internet

Archiviato in: Editorialisti — Tag:, , — raffaele @ 7:12 pm

I miei (nemmeno) 25 lettori forse lo sanno: un riflesso di antagonismo giovanile (del tutto emotivo e per nulla razionale) fa sì che io nutra un’istintiva avversione per quasi tutti i grandi editorialisti dei più grandi quotidiani. E’ più forte di me: deve essere che me li immagino seduti dietro a una scrivania di mogano, oppure nel loro studio di una villa con la vista sul mare mentre sono intenti a battere sulla tastiera densi concetti per spiegare, elargire consigli e bacchettare dall’alto.

O forse è solo che mi piacerebbe essere al loro posto. Fatto sta che in anni più giovanili questo impulso sfociava in una vera e propria rabbia che poteva essere placata solo con uno sfogo di parecchie cartelle. Oggi, per fortuna, si limita ad un fastidio, acuto ma breve, di fronte a qualche fondo del Corriere, una puntura nello stomaco che la maggior parte delle volte viene cancellata dalle incombenze quotidiane. La maggior parte delle volte, appunto. Perché altre (qui alcuni esempi) il moto dell’animo è troppo forte e bisogna metterlo a tacere versando un po’ di inchiostro.

Come stamattina, per esempio. Non succedeva da un po’ ma il fatto, letto ieri sul Corriere, che Thomas Friedman, il celebre editorialista del New York Times, ha coniato un nuovo termine, “generazione Q”, che poi sarebbero i ventenni americani di oggi, e si è affrettato non solo ad etichettarli ma anche a dare buoni e sorprendenti consigli, ha risvegliato i vecchi istinti. E non sono riuscito a trattenermi.

PS: lo sfogo linkato non sarebbe stato possibile, ovviamente, se il New York Times non avesse, per usare un’espressione che mi piace assai, liberato i suoi archivi.

1 Ottobre , 2007

News gratuite: è il turno del Financial Times

Archiviato in: giornalismo, media — Tag:, , , — raffaele @ 4:44 pm

Dopo il New York Times, anche un altra storica testata compie un passo verso l’offerta di news gratuite (anche se parziale). Il Financial Times (FT) ha infatti annunciato che da metà ottobre, in concomitanza con un profondo restyling del sito, “libererà” le sue notizie, fino ad oggi a pagamento, rendendole disponibili gratis anche se con un limite: 30 articoli al mese per lettore. Raggiunta la quota, se vorrà fruire di un maggior numero di contenuti, l’utente dovrà abbonarsi, né più né meno come accade oggi (98,99 sterline all’anno o 8,25 sterline al mese).

La novità dell’approccio sta proprio in questo accesso gratuito parziale che deriva da una netta differenziazione degli utenti del sito e dimostra come i margini per sperimentare nuovi modelli di business da parte dei quotidiani online ci sono. Come ho già scritto qui, il FT cerca in questo modo di salvare capra e cavoli. Da un lato, rendendo i suoi contenuti liberi, spera di far entrare i suoi articoli nella grande conversazione e aumentare gli accessi occasionali di coloro che arrivano al sito dai motori di ricerca e da segnalazioni varie. Dall’altro, vuole conservare un patrimonio del sito, quei lettori fedeli (sono più di 100 mila, a quanto pare), così fedeli da essere disposti a pagare per l’accesso completo ai contenuti.

La strada verso una progressiva offerta gratuita dei contenuti è dunque tracciata. Nemmeno due settimane addietro, come è noto, il quotidiano americano ha deciso di eliminare TimesSelect, il programma che offriva a pagamento (49,95 dollari all’anno, 7,95 al mese) l’accesso agli articoli degli editorialisti del quotidiano e al suo ricchissimo archivio. Ora è la volta di un quotidiano che è stato fin qui uno strenuo difensore del modello a pagamento. Il tutto mentre Murdoch ha già fatto sapere che le news senza abbonamento potrebbe essere una delle prossime mosse del sito del “suo” Wall Street Journal.

12 Settembre , 2007

L’agenda degli utenti contro quella dei media di massa

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 9:56 pm

Un recente studio redatto dal Project for excellence in journalism (Pej) - gli stessi che ogni anno compilano il fondamentale rapporto sullo stato dell’informazione negli Stati Uniti - mette a confronto, in una settimana tipo, la selezione delle notizie da parte dei media tradizionali e di alcuni dei più popolari siti di notizie gestiti interamente dagli utenti, quali Digg, Reddit e Del.icio.us.

L’obiettivo è quello di capire come cambia l’agenda dei media una volta che sia eliminato il lavoro di una redazione centrale e si esca dalle prassi consolidate dei mainstream media. Si tratta solo di un primo passo, ovviamente, che necessita di ulteriori approfondimenti. Mi pare, comunque, molto interessante. I primi spunti che mi ha suscitato li ho pubblicati qui.

4 Aprile , 2007

Attenzioni virtuali

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 5:35 pm

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

2 Aprile , 2007

Della Loggia Web 2.0

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 7:48 pm

Di per sé sarebbe già una notizia: un editoriale in prima pagina del Corriere della sera, a firma di Ernesto della Loggia, nomina YouTube alla terza riga. Non solo. Quasi tutta la prima colonna dell’autorevole commento altro non è che una trascrizione del dialogo avvenuto su un video postato sul sito che vede protagonisti una professoressa “abusata” verbalmente e lo studente abusatore. Con tanto di passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?”.

Non ho accesso all’archivio del Corriere, ma sarebbe interessante scoprire se nella più che secolare storia del giornale, le parole “culo” e “puttana” hanno mai trovato posto in un editoriale di apertura. Ad ogni modo, se c’era ancora bisogno di esempi di come la Rete e le nuove tecnologie possono irrompere nella sfera pubblica di un Paese questo commento del più prestigioso quotidiano italiano arriva come ultima importante conferma. Si discute di un fenomeno (in questo caso, il degrado della scuola e i problemi di comunicazione tra le generazioni) a partire da un documento messo a disposizione del dibattito pubblico su una piattaforma Internet. Il tema irrompe nell’agenda (con tanto di appello al ministro: “si svegli, onorevole Fioroni, si svegli!”) attraverso una canale laterale, molto recente, fino a qualche mese fa ignorato da media tradizionali e alimentato in massima parte dagli utenti. E per di più, forse sull’onda dell’indignazione, si lascia spazio a un lessico inusuale per quello scranno. (continua…)

15 Marzo , 2007

NewAssignment: scocca l’ora zero

Archiviato in: media — raffaele @ 9:32 am

Dopo mesi di raccolta fondi e un blog molto aggiornato sulle dinamiche delle nuove forme di giornalismo in rete, finalmente newassignment, esperimento di open source journalism di Jay Rosen, parte con il suo primo progetto sul campo: AssignmentZero. Il tema assegnato a Jeff Howe, giornalista di Wired che ne parla qui, alla squadra di redattori e grafici capitanati da Lauren Sandler e a tutti quelli che vogliono partecipare all’impresa è, guarda caso, il crowdsourcing, ovvero un’analisi delle possibilità che la rete offre a singoli, aziende, e associazioni di sfruttare l’intelligenza collettiva.

AssignmentZero offre già qualche indicazione su come è stato impostato il lavoro. Un blog, gestito dall’editor, aggiorna sull’evoluzione del progetto. Un’area riguarda agli assignment, i compiti che chi collabora può prendersi in carico. Per esempio: un’analisi del funzionamento di Threadless, sito di design che sfrutta l’immaginazione delle masse virtuali per disegnare t-shirt, oppure la ricerca di persone da intervistare per ottenere informazioni sui siti di social news, o ancora un’intervista a Lawrence Lessig. Un forum, infine, permette ai collaboratori di discutere e sviluppare idee.

La partecipazione, visto che il progetto è appena partito, ovviamente ancora manca. Ma non può non stupire favorevolmente il gran lavoro che già è stato fatto per sviscerare i vari aspetti del tema e trovare i possibili interlocutori. Senza contare che, anche così com’è, l’area di lavoro offre una serie di preziosissime indicazioni per chiunque voglia interessarsi all’argomento.

Detto questo, la riuscita del progetto si giocherà proprio sulla capacità di richiamare e gestire la partecipazione conducendola verso un esito creativo e informativo. E per questo bisognerà aspettare un paio di mesi.

Ne parlo più diffusamente qui.

10 Marzo , 2007

La zia Bbc e il ragazzo YouTube

Archiviato in: articoli, il manifesto, media — raffaele @ 11:49 am

testpg.gifE alla fine la “zietta” andò a passeggio con il nipotino per le strade del web. Sembra il finale di una favola e invece è l’inizio di una storia che parla del futuro dei media.

Protagonisti due personaggi, in apparenza, poco compatibili. Una signora attempata, la Bbc, che da anni informa e intrattiene i sudditi di sua Maestà, tanto che questi la considerano un’anziana parente (auntie, zietta, appunto). E un giovincello americano chiamato YouTube, che di mestiere offre video su Web. Da una parte l’aristocratica lady, classe 1922, che ha attraversato da protagonista il secolo breve, quello in cui si è diffusa la comunicazione di massa. Dall’altra l’impertinente teenager californiano, nato nel 2005 e assurto in pochissimo tempo a boss incontrastato dell’immagine in movimento su Internet. L’emittente che ha fatto della qualità il proprio marchio di fabbrica e il sito diventato celebre grazie a milioni di video casalinghi, sgranati e tremolanti. (continua…)

20 Febbraio , 2007

Ma perché non ci legge più nessuno?

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 11:43 am

Molto americano ma anche molto divertente.

(via NewAssignment)

15 Febbraio , 2007

Piccoli quotidiani crescono

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 11:12 am

testpg.gif2043, 2014 o 2012. L’ultima copia cartacea del New York Times sarà venduta in uno di questi anni, a sentire tre differenti ipotesi. La prima è proposta dallo studioso di editoria Philip Meyer. La seconda è il frutto di una ricerca della Columbia University. La terza, in realtà, non è una previsione, quanto la deduzione derivata da un’affermazione di Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo: “non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”.

A seconda dei punti di vista, al caro vecchio quotidiano di carta resterebbe dunque un lasso di vita compreso tra i 5 e 35 anni. Bisogna iniziare a vestirsi a lutto, allora? Può darsi. Ma solo dopo avere considerato che la scomparsa di un oggetto così diffuso e da così tanto nelle abitudini degli individui è soprattutto una bella storia. Che parla dell’inesorabile avanzare del tempo condendolo con un pizzico di millenarismo ed evoca paura del cambiamento insieme a malinconici pensieri su un’epoca al tramonto. L’immagine dell’ultima copia del giornale più famoso del mondo e del progressivo addio alla cellulosa è, in questo senso, più che altro una metafora giornalistica. Non c’è bisogno di immaginare un futuro senza carta, infatti, per avere qualche timida indicazione sull’avvenire; basta guardare qui ed ora. Da tempo, i tradizionali bastioni dell’informazione provano a cambiare mentre si confrontano con il nuovo ambiente e le sue leggi. Producendo tentativi, esperimenti, pratiche che si sviluppano lungo molteplici linee. (continua…)

9 Febbraio , 2007

Carta addio, il New York Times si prepara al salto nella Rete

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 8:16 am

testpg.gif“Davvero, non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”. Così Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, in un’intervista al quotidiano israeliano Haartez, che ha scioccato le redazioni di mezzo globo.

Nel 2012, a sentire l’ultimo discendente della famiglia che da quattro generazioni lo guida, il quotidiano più importante d’America e forse del mondo potrebbe anche avere detto addio alla carta per concentrarsi solo sul Web. “Internet è un posto meraviglioso ed è lì che ci stiamo dirigendo”, ha proclamato, illustrando per il suo gruppo mediatico un percorso verso il mondo virtuale che appare senza ritorno.

È lì, dopo tutto, nell’universo dei bit, che ci sono i numeri (1 milione e mezzo al giorno ormai gli utenti del sito del giornale della Grande Mela), i lettori giovani (37 anni la media dell’edizione online del Times contro i 42 di quella cartacea) e la possibilità di risparmiare sui costi (“L’ultima volta che abbiamo fatto un investimento significativo sulla stampa – ha detto Sulzberger - ci è costato almeno 1 miliardo di dollari. Le spese di sviluppo del sito non arrivano a quel livello”).

Si procede dunque, senza nostalgia, in una transizione che, all’interno dell’organizzazione, passa per l’integrazione della redazione web con quella tradizionale. Un processo non sempre facile, vista la delicatezza dei meccanismi che regolano la produzione di notizie in un giornale, ma che, secondo Sulzberger, “è stato infine abbracciato e supportato dai giornalisti una volta che hanno capito l’idea”.

(continua…)

6 Febbraio , 2007

Quel titolo piace. A Google

Archiviato in: Corriere della sera.it, articoli, giornalismo, internet, media — raffaele @ 10:56 am

logo_home_corriere.gifFantasia, creatività, giochi di parole. E un solo obiettivo: catturare con un colpo ad effetto l’attenzione del lettore. L’arte del titolo, coltivata nelle redazioni con il rispetto che si deve a una disciplina di grande tradizione, è in crisi. Tutta colpa, a leggere un articolo del magazine online Cnet, dei motori di ricerca che, in quanto macchine, sono dei lettori un po’ ottusi: non vogliono farsi stupire e nemmeno appaiono inclini a ridere di un’ardita associazione. Anzi, preferiscono un linguaggio piano e termini strettamente correlati con il contenuto della notizia.

Addio fantasia, dunque? Forse. Anche perché, sempre più spesso, è a questi clienti artificiali che un giornalista online pensa quando deve decidere come titolare un pezzo. La ragione è semplice: una crescente quantità di traffico (e, grazie a questo, di pubblicità) arriva sui siti Web delle maggiori testate passando attraverso Google e compagni. Risultato: su Internet, per farsi trovare dai lettori in carne ed ossa bisogna mettere in soffitta le pratiche tramandate negli anni tra una scrivania di un giornale e l’altra e seguire le regole di una disciplina più fredda ma molto efficace, la Search Engine Optimization (SEO), che raccoglie tutti quegli accorgimenti per massimizzare le probabilità di un sito di figurare in alto nei risultati di una ricerca Internet.

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26 Gennaio , 2007

E se fosse tutta una questione di fiducia?

Archiviato in: media — raffaele @ 7:13 pm

trust-reflection.jpgPiù volte l’hanno accusato di essere l’uomo che sta mandando in rovina i quotidiani. Tutta colpa del suo sito, craigslist, che sottrae ai giornali preziosi introiti sul fronte annunci (compravendita di case, ricerche di lavoro, etc.). Lui, Craig Newmark, si è sempre difeso da questa accusa, definendo la stampa il sale della democrazia e augurando ai suoi campioni lunga e prospera vita.

Oggi, per ribadire quanto sia lontano dal voler interpretare la parte dell’ammazza-quotidiani, ha deciso di mettere la sua esperienza (via Social Media) di coltivatore di comunità online al servizio dei suoi presunti “nemici”. Offrendo un po’ di consigli ai professionisti della notizia. Gratis, per giunta.

In poche righe, la lezione del professor Newmark può essere sintetizzata così: tutto, ma proprio tutto, parte dalla costruzione di un cultura della fiducia (trust), vale a dire trattare gli altri come questi vogliono essere trattati. Dunque, massima attenzione nel combattere e correggere tutti quegli elementi di disinformazione che possono incrinare questo rapporto. Ad esempio? Ad esempio, dice Craig, quando ascoltando la risposta di un intervistato alla propria domanda, è evidente che il giornalista è conscio che si tratta di una menzogna e non dice nulla. Questo atteggiamento (che spesso viene adottato per mantenere un rapporto di fiducia con l’intervistato, aggiungo io) compromette però la relazione con l’ascoltatore-lettore-telespettatore. Che non viene trattato come vorrebbe: ma si fa finta che sia un deficiente.

Insomma, ogni atto, scelta, decisione, dovrebbero essere presi tenendo presente che è questo il legame che interessa l’organizzazione, ed è questo il rapporto che la può far prosperare, in rete ancora di più che nel mondo reale. Questa è la lezione che viene da una delle comunità più ampie, attive e vibranti delle Rete, quella di craigslist. E deriva dal fatto che aziende come questa (o imprese come Wikipedia) si fondano sulla partecipazione degli utenti, vivono e muoiono sulla qualità di una simile partecipazione e per questo hanno interiorizzato un rapporto con la loro comunità di riferimento profondo e rispettoso. Non potrebbe essere altrimenti, dopo tutto, visto che la loro stessa esistenza dipende da questo. Cosa che sempre di più accadrà ad ogni organizzazione che sposti il suo baricentro verso la Rete.

Già che ci sono, sempre a porposito di social media, segnalo anche tre regole generali di gestione del rapporto della comunità raccolta da Crowdsourcing:

- Fai le domande giuste

- Ascolta anche quando fa male

- Cambia alla giusta velocità e al momento giusto

16 Gennaio , 2007

Vision, dalla carta al bit…

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 7:36 pm

cover_vision15.jpgL’avventura cartacea di Monthly Vision, il mensile per cui ho scritto nell’ultimo anno (qui alcuni articoli), finisce. Domani uscirà in edicola l’ultimo numero.

Dire che spero sia una pausa temporanea è superfluo: a me la carta piace, inebria e senza quotidiani e riviste non saprei davvero vivere. Figuriamoci quando si tratta di un periodico che sento “mio”. Dunque, sono triste. E lo sono ancora di più perché è stata davvero una bella avventura che ha costruito, credo, un bel prodotto sotto la guida, per dare a Cesare quel che è di Cesare, di Franco Carlini e Luciano Lombardi.

In attesa del (rapido, spero) ritorno nel mondo degli atomi, molte energie finiranno impiegate nelVision di bit. Per ora, con aggiornamenti più frequenti e consistenti; fra un po’ con un progetto editoriale completamente nuovo e ambizioso.

Nel frattempo, allego di seguito l’editoriale di addio di Franco Carlini e Ugo Bertone. Non so se condivido tutto il loro ottimismo sulle sorti progressive dei bit. Sicuramente, in quello che dicono c’è tanto di vero e molto su cui discutere.

Dalla carta al bit e ritorno

I titoli clamorosi che annunciavano la fine della carta stampata hanno prodotto molto fragore, ma immediatamente temperato dalle reazioni incredule e tranquillizzanti di tutti quelli, giornalisti ed editori, che non riescono a immaginare un mondo della comunicazione diverso da quello che fino a oggi hanno frequentato.

Le linee concettuali di tale difesa dell’esistente sono state: 1) nessun medium di comunicazione è mai stato totalmente soppiantato da quelli nuovi emergenti, e dunque non succederà nemmeno in questo caso; 2) l’internet ha reso disponibile una grande abbondanza di informazioni, le quali continueranno a crescere vertiginosamente; per questo ci sarà sempre bisogno, anzi più bisogno, di giornalisti ed editori, ovvero di soggetti che organizzano con intelligenza quelle news, dando loro un ordine e un senso; 3) quindi noi, editori e giornalisti, restiamo tranquilli al nostro posto, a garantire la qualità dell’informazione, al servizio dei lettori.

Le prime due affermazioni sono giuste e ragionevoli, ma è sulla terza che la linea di resistenza della carta ai bit vacilla, perché i lettori verificano tutti i giorni che la qualità e autorevolezza declamate spesso non ci sono, nei giornali di oggi, per non dire nelle tv di oggi. È successo per una infinità di motivi, che vanno dalla vocazione spinta alla pubblicità come fonte prevalente di fatturato, agli interessi “vestiti” di molti editori che usano i quotidiani come raffinati strumenti di lobbying, al servizio di altri interessi, legittimi ma diversi. Se dunque le copie vendute calano non è solo per ragioni demografiche (leggono specialmente gli adulti e gli anziani) ma anche perché molti già lettori si sono resi conto che di tanta carta stampata possono benissimo fare a meno: da un lato non porta abbastanza valore di informazione e conoscenza e dall’altro sul web si trova altrettanto se non di più e di meglio (insieme a molta spazzatura, ma i lettori naviganti hanno ormai imparato dove trovare quello che serve loro).

Se le cose stanno così, varrebbe forse la pena di rovesciare le gerarchie dei media, mettendo al centro il web, attivo 24 ore su 24, interattivo con il suo pubblico che genera lui stesso contenuti e condivide conoscenza, e poi declinarli su diversi formati e supporti: carta quotidiana e periodica video, file mp3, tutti quelli che la fantasia consente.

Questa è la strada che anche Vision ha deciso di compiere, ribaltando la propria organizzazione e provando a spostare di colpo l’orizzonte della propria attività, sul terreno che anche tutti gli altri obbligatoriamente seguiranno negli anni a venire. È certamente un azzardo, che ci è reso facile dalla piccolezza e agilità di questa testata. Ma è una strada che intendiamo percorrere con la stessa determinazione con cui The Guardian pochi mesi fa ha ribaltato la gerarchia tra l’edizione internet (che ora pubblica in anteprima gli stessi articoli dell’edizione cartacea) e il giornale tradizionale.

«Io non so quale sia il nostro modello di business – rispose il direttore a chi gli chiedeva come evitare, in questo modo, la cannibalizzazione del quotidiano – ma di una cosa sono certo: il modello tradizionale è destinato a un sicuro deficit».
Sono passati pochi mesi da quella provocazione: The Guardian, che un anno fa faceva fatica a varcare i confini del Galles, oggi vanta nell’edizione online più lettori in America che nel Regno Unito.

Non abbiamo le stesse ambizioni dei colleghi inglesi. Ma la sfida è altrettanto difficile: negli ultimi mesi (che sulla rete valgono anni) è esplosa l’interattività. I lettori vogliono impadronirsi del microfono. Gli addetti ai lavori, i giornalisti (ma anche i portavoce delle aziende come gli intellettuali), resistono perché sanno che dovranno faticare un bel po’ per riconquistare il loro diritto all’ultima parola. Noi ci mettiamo in discussione, pronti a rischiare: forse non è la strada giusta. Ma quella tradizionale di sicuro non porta a nulla.

13 Gennaio , 2007

Effetto Google sui quotidiani

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 2:11 pm

newspaper.jpgApparentemente (e fortunatamente) non esistono solo i quotidiani belgi, quelli che hanno paura di Google. Ci sono anche i giornali che prendono la strada opposta, e invece di portare Brin e Page in tribunale perché il motore di ricerca mostra al mondo i loro articoli, li pagano, invece, proprio per questo

Non solo. A volte fanno anche di più, a quanto pare: insegnano ai loro giornalisti a scrivere articoli in modo che abbiano maggiori probabilità di figurare in alto nei risultati delle ricerche del motore di Mountain View. Lo racconta il Wall Street Journal [a pagamento] (via paidContent).

The Daily Telegraph, per esempio, ha acquistato all’interno del programma di pubblicità AdWords di Google la frase “North Korea Nuclear Test” lo scorso ottobre per capitalizzare sulla curiosità degli utenti a proposito degli esperimenti nucleari coreani. Mentre il Times di Londra compra anche dieci parole la settimana, e accade così che fra i due quotidiani si scatenino spesso delle aste per i termini del momento.

Il Times, inoltre, sta insegnando ai propri giornalisti a scrivere i pezzi in modo da massimizzare la probabilità di venire ripresi da Google News. Il consiglio, così sembra, è quello di inserire le frasi cruciali e le parole chiave nel paragrafo iniziale. (Il che - fra parentesi - non mi pare un’innovazione rivoluzionaria, visto che è quello che predicano da sempre capiservizio e capiredattori: si tratta in sostanza di un vecchio principio del giornalismo novecentesco adattato all’era Internet). Da parte sua, il Daily Telegraph paga un consulente per ricevere consigli, racconta il Wall Street, come quello di non cambiare i titoli delle news in per non “confondere” Google News.

Insomma, i quotidiani (almeno quelli più innovativi) non vivono in un altro mondo. E, come hanno sempre fatto (e sempre faranno, almeno fino a che esisterà la stampa commerciale finanziata dalla pubblicità), adattano i propri contenuti ai bisogni dei lettori e alle esigenze degli inserzionisti

Un’influenza, quest’ultima, da tenere sott’occhio, almeno se crediamo che quella dei ricoperta dai media di informazione sia una funzione cruciale all’interno delle nostre società. Non si tratta, in questo caso, di condannare quanto di capire come il nuovo ambiente (Internet) e i nuovi meccanismi di generazione delle entrate pubblicitarie (Google & c.) abbiano cominciato a influenzare e influenzeranno la proposta inormativa dei quotidiani (e degli altri news media). Siamo solo all’inizio ma mi pare un tema interessante da cominciare a esplorare. Magari con una tesi di laurea o con un bell’approfondimento.

Forse per accorgersi (un po’ di ottimismo non guasta) che i nuovi meccanismi consentiranno ai giornali maggiori margini di libertà editoriale rispetto alle inserzioni tradizionali, del cui effetto ingombrante e negativo sulla scelta, selezione e impostazione dei contenuti dei giornali abbiamo troppo spesso esempi lampanti.

8 Gennaio , 2007

Daylife, il piacere del contesto

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 6:56 pm

daylife.gifdaylife.gifNicola Bruno fa un’utile rassegna delle reazioni suscitate da Daylife, nuovo servizio di aggregazione di notizie. E, a quanto se ne deduce, l’accoglienza è stata freddina.

Pur non avendo ancora “giocato” a lungo con Daylife e potendomi basare solo su impressioni parziali non resisto: devo dire la mia. Anche perché sono d’accordo con gran parte dei rilievi negativio riportati da Nicola (a cominciare dall’assenza di feed Rss e dalla mancata apertura ai commenti), ma penso ci siano almeno due aspetti dell’iniziativa che mi paiono interessanti e andrebbero tenuti sott’occhio.

1) Il primo è il tentativo di aggregare (e dunque di sfruttare la ricchezza della rete) fornendo contesto (merce resa scarsa di questi tempi proprio dagli aggregatori rss e per questo preziosa). Apprezzo cioè lo sforzo di utilizzare i feed e la loro caotica ridondanza non solo per gestire e dare conto della massa di informazioni disponibili in rete, ma anche per cercare di offrire al lettore una cornice attraverso cui interpretare meglio la notizia, senza perdere però per ciò che riguarda la quantità e la velocità dell’informazione. In questo modo, mi pare, si prova a offrire la soluzione a uno dei problemi dell’informazione contemporanea online: il fatto che sia fruita spesso al di fuori dell’ambiente originario (come ha ricordato recentemente Federico Fasce) in cui è stata prodotta e la sua comprensione risulti dunque più problematica.

2) La seconda è l’ampio ricorso alle immagini e il tentativo (si evince fin dalla homepage) di trovare una presentazione alternativa, più visiva, piacevole e meno testuale delle notizie rispetto alla maggior parte dei siti di aggregazione. Quando ci sia abitua alla freddezza dell’aggregazione (lo so per esperienza personale) si corre il rischio di dimenticare che esiste anche una dimensione di piacere nella lettura e questa è spesso data dagli elementi di contorno (e dunque di Daylife mi piacciono molto anche le citazioni in evidenza).

Insomma, ci sono ancora delle pecche in Daylife, ma le intuizioni di cui sopra mi paiono sufficienti per inserirlo nella lista dei progetti da seguire. Aggiungo che un’iniziativa di questo tipo non è necessariamente rivolta ai news junkies, a quelli che il senso sono perfettamente in grado di crearselo da soli con i loro vari strumenti. Ma forse, proprio per questa attenzione al piacere del contesto, ambisce a un pubblico più largo, che di contesto e di piacere ha bisogno (come i news junkies, d’altronde, anche se siamo noi stessi i primi a dimenticarcelo…).

5 Gennaio , 2007

Citizen o non citizen?

Archiviato in: giornalismo — raffaele @ 7:00 am

crowjason-citizenjournalismdocumentarytrailer532.jpgQualche spunto interessante su citizen journalism e dintorni.

Il punto, afferma Dan Gillmor, non è se i media tradizionali abbracceranno sempre di più i contenuti prodotti dai lettori. Ma se lavoreranno o meno per costruire un ecosistema che ricompensi adeguatamente tutti coloro che partecipano alla produzione dell’informazione. Nel primo caso, afferma Gillmor, il sistema sarà sostenibile. Nel secondo, no.

Reporters segnala un’intervista a Bill Grueskin, direttore del sito internet del Wall Street Journal, che spiega perché per il suo giornale è difficile ipotizzare un futuro partecipativo. E’, afferma, una questione di trasparenza: il quotidiano ha un codice molto stretto che regola il rapporto tra i giornalisti e le aziende di cui scrivono. Una simile regolamentazione sarebbe problematica se il sito si aprisse in modo consistente ai contributi di terzi.

Nel frattempo, Ivan su Infoservi.it propone una distinzione tra participatory journalism e citizen journalism. Dove, se interpreto correttamente, il primo definisce il fenomeno della mera partecipazione degli utenti al processo dell’informazione attraverso la pubblicazione di contenuti che vengono poi selezionati dalle redazioni dei media. Sarebbero esempi di participatory journalism, ad esempio, il video dell’impiccagione di Saddam girato con un telefonino e i contributi fotografici inviati dai cittadini in occasione degli attentati di Londra.

Diverso, se capisco bene, è il caso del citizen journalism che prende forma in strumenti grazie ai quali “il cittadino/reporter è direttamente a contatto con il suo pubblico senza filri o editor”. Penso che Ivan si riferisca soprattutto ai blog nel loro complesso.

Mi piace questo tentativo di definizione anche se non sono sicuro che sia una buona mossa individuare, come elemento discriminante, la presenza o meno di un filtro. In questo senso OhMyNews, il quotidiano online coreano, non dovrebbe essere considerato un esempio di citizen journalism perché, nonostante conti più di 40 mila collaboratori, si basa su una redazione di professionisti che, oltre a produrre in proprio le notizie, filtra e organizza i contenuti inviati dai cittadini. Il che, ovviamente, non sarebbe certo una bestemmia: le definizioni non sono scritte nella natura e sono vere anche nella misura in cui ci servono. Mi chiedo però se non si rischia in questo modo di andare troppo oltre rispetto a una definizione che in qualche modo si è già un po’ affermata, per quanto imprecisa e ambigua.

Da parte mia, come contributo alla discussione, offro una schematizzazione che avevo proposto qualche tempo addietro sul manifesto. E’ ovviamente incompleta (manca ad esempio uno spazio per collocare iniziative come NewAssignment) e non mi soddisfa del tutto. Ma, chissa’, forse qualcuno può migliorarla.

Giornalismo partecipativo, citizen journalism, networked journalism, giornalismo dal basso. Tutte espressioni che alludono a un passaggio di ruolo in cui quelli che prima erano solo lettori, diventano oggi anche autori all’interno di sistemi di produzione di news assai differenti tra loro. Vediamoli.

Il modello puro. Il giornalismo dei cittadini nella sua versione più genuina. La produzione di notizie è appannaggio esclusivo dei lettori. Senza l’intervento dall’alto di un filtro editoriale. Accade, ad esempio, nel caso dei blog, nei siti della galassia di Indymedia, oppure nell’esperienza di Wikinews, dove le notizie sono scelte, scritte editate dalla comunità dei lettori. In certi casi, il ruolo dell’editor è svolto da un algoritmo, che elabora le preferenze della comunità. Sono i lettori-autori (Digg o kuro5hin) che «votano» il proprio gradimento a news e segnalazioni contribuendo così a definire ciò che è rilevante o meno (ranking).
Il modello misto. Giornalisti professionisti e semplici cittadini lavorano fianco a fianco. L’esempio più conosciuto (e più di successo) di questo approccio al citizen journalismè OhMyNews, giornale online coreano in cui una redazione di poche decine di professionisti scrive notizie, ma soprattutto si dedica ad un’intensa attività di redazione per gestire contributi di oltre 40 mila semplici cittadini.
Il modello integrato. In questa versione una piattaforma articolata tiene insieme contributi personali, blog, segnalazioni e attività di valutazione delle notizie da parte dei lettori. Nell’esempio più popolare, Newsvine.com, ciascun iscritto dispone di uno spazio personale in cui può scrivere articoli, diffondere notizie, elaborare una lista di media preferiti da tenere sotto osservazione. Il risultato complessivo è un mix caotico ma affascinante di post tipici dei blog, pezzi di semplici cittadini, articoli di testate autorevoli.

23 Dicembre , 2006

Gli inquinatori dell’informazione ‘06

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 3:34 pm

p6b.jpgIl Center for media and democracy ha reso noti i vincitori della suo tradizionale premio di fine anno, Falsies on Parade: The Worst Spinners of 2006, come a dire i peggiori inquinatori dell’informazione nell’anno che va a concludersi.

Vincitore assoluto il network Abc per un documentario sull’11 settembre scritto e prodotto da film-maker conservatori.

Medaglia d’argento per la National Association of Broadcast Communicators e la Radio-Television News Directors Association, due associazioni che si oppongono alle denunce del Center for media and democracy sui video e le interviste pre-confezionate dagli sponsor e mandate in onda dalle emittenti televisive come servizi indipendenti e imparziali.

Terzo posto per le innumerevoli pseudo-associazioni dal basso finanziate, in realtà, dai big delle telecomunicazioni che cercano così, subdolamente, di combattere il principio della neutralità della rete.

(via Craigblog)

30 Novembre , 2006

Illusione, ansia e qualità

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 10:32 pm

acf52c3.jpgDa quando uso un aggregatore Rss la mia esperienza di lettura quotidiana delle notizie è nettamente cambiata. E non credo, lo dico subito, che sia mutata in meglio. L’ansia e la sensazione di essere sommersi da una massa di informazioni che non si riesce a gestire cresce infatti quando ci si ritrova ogni santa mattina con qualche centinaio e più di feed da leggere. O meglio: da scorrere velocemente alla ricerca di qualcosa che solletichi l’intuizione, da occhieggiare rapidamente in modo da farsi un’idea quando si creda di avere trovato un che di utile, e da archiviare nella casella giusta per quando sarà il momento in cui servirà. Inutile dire che per la maggior parte delle notizie archiviate questo momento non arriverà mai.

Eppure, nonostante questi problemi, l’aggregatore è diventato uno strumento di lavoro indispensabile nella mia (fallimentare) opera di aggiornamento quotidiano. Aumenta sì la mia ansia ma mi permette al contempo di avere un’idea quantomeno approssimativa di quasi tutto quello che mi può interessare in relazione al mio lavoro. Mi dà l’illusione di non essermi perso nulla di fondamentale, di avere comunque, in qualche modo, di riffa o di raffa, valutato tutta l’informazione che mi può riguardare e di averla classificata alla bellemeglio, considerate le circostanze, e di averlo fatto in un tempo finito (un’ora e mezza, circa). Insomma, compro un’illusione al prezzo di un po’ d’ansia: non esattamente il migliore degli affari.

Fra l’altro, da quando uso l’aggregatore e mi ritrovo sott’occhio centinaia di titoli e di sommari tutti assieme ho finito per apprezzare ancora di più, paradossalmente, le virtù dell’attendiblità, della selezione delle notizie e della sintesi. Ad esempio, negli ultimi tempi sono ritornato ad essere un fan di Slashdot rispetto a Digg. Ogni giorno ringrazio il sistema top down di selezione delle notizie del primo, che porta sul mio schermo solo poche news, rispetto alla caotica ridondanza nel secondo. Il quale, sarà pure una miniera di informazioni altrimenti difficlmente aggregabili ma spesso mi porta informazioni inutili, qualche bufala e molta fuffa geek. Cosa che a volte mi fa perdere un sacco di tempo.

Detto questo, non mi risolvo a togliere Digg dall’aggregatore perchè (per ansia?) mi sembra di non poter fare a meno della sua completezza eccessiva. E così, ogni mattina mi capita di sognare un sito che combini le virtù dei due. Vuoi troppo, mi direte. Forse. Eppure continuo io a sperare. Tanto che tutta questa lunga, autorefereziale e un po’ logorroica tirata in realtà è solo una premessa per dire introdurre NewsTrust (via NewAssignment).

Da quel che leggo si tratta infatti di un sito di segnalazioni (né più né meno che Digg e Slashdot, anche se non è confinato alla tecnologia) in cui gli utenti votano le storie in base a parametri di qualità. Equilibrio, contesto, equità, fonti sono tutti indicatori tenuti in considerazione che vanno a comporre il rating della segnalazione. Allo stesso tempo, la media dei giudizi delle news si aggrega per comporre una valutazione della qualità delle varie testate da cui sono tratte. Non mancano, ovviamente, i giudizi sui recensori stessi. Insomma, al lettore sono offerte tutte le informazioni per consentirgli di valutare non solo l’interesse della segnalzione ma anche la supposta qualità e attendibilità di queste.

Ecco dunque che se il sistema cresce potrei avere allo stesso tempo un sito che mi offre una panoramica niente male su ciò che è rilevante e un’accurata selezione della qualità delle notizie. E a quel punto potrei anche rinunciare all’aggregatore. Tenendomi la mia illusione e risparmiandomi un po’ di ansia.

29 Novembre , 2006

Il mostro degli abissi

Archiviato in: media — raffaele @ 8:23 pm

Questa notizia del Corriere è bellissima. Sia la storia in sé, che come è raccontata, dico. Parla di un pesce, Dunkleosteus terrelli, vissuto probabilmente 400 milioni di anni fa che risulta il predatore con le “fauci più mostruose” della storia della vita. La sua bocca, si legge “era quattro volte più grande di quella del Tyrannosaurus rex”, mentre “la sua dentatura era qualcosa di straordinario”.

Dotato di una “forza incredibile”, pare fosse in grado di “aprire la sua bocca in meno di un quindicesimo di secondo”. Ovviamente, le abitudini di un simile”mostro” erano tutt’altro che pacifiche, tanto che “qualsiasi altro pesce nella sue vicinanze” veniva “risucchiato e mangiato velocemente”. La potenza delle sue fauci, poi, era tale “da spezzare in due uno squalo con un morso”.

Il tutto ovviamente stabilito con criteri scientifici dal momento che gli scienziati “hanno ricostruito i muscoli intorno alla bocca del pesce per calcolare la forza dell’animale quando apriva la bocca”.

La cosa che mi affascina di questa “scoperta” e di come è presentata (non solo dal Corriere, immagino) è che conferma che la tendenza degli esseri umani a creare miti e favole perdura nel mondo contemporaneo. Un animale e una descrizione di questo tipo, infatti, non hanno niente da invidiare alle creature mostruose e terrorizzanti narrate dai mitografi antichi e nelle favole.

E’ un po’ come se ci fosse un bisogno da parte nostra di trovare da qualche parte nello spazio e nel tempo il posto per simili esseri. Evidentemente, mi dico, soddisfano qualche nostra esigenza profonda. E’ un po’ il concetto spiegato da David Quammen nel suo libro Alla ricerca del predatore alfa. Dove sostiene che i grandi carnivori, di cui l’uomo è stato preda per gran parte della sua storia evolutiva, sono in qualche modo ancora presenti nella psiche umana e assolvono una qualche funzione spirituale. Da qui la loro presenza, trasfigurata, nei miti, nelle leggende e, oggi, anche nelle ricostruzioni scientifiche (e giornalistiche).

Un’altra cosa che mi affascina, e qui chiudo ché è tardi, è il ruolo che i media di massa hanno nella propagazione di simili storie. Il che mi fa venire in mente che un anno fa ho comprato un libro che parlava proprio di questo, della funzione di narratori di miti dei media contemporanei. Un anno e non l’ho ancora letto. Forse è l’ora di farlo.

28 Novembre , 2006

Se il contesto val più del contenuto

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 6:04 pm

information.jpgNell’intrattenimento digitale il valore si spostano verso il centro. Lo dice un report (questa la presentazione) segnalato da PaidContent. Lo studio analizza la catena del valore nell’intrattenimento alla luce della teoria della coda lunga e profetizza che con la crescita dell’offerta, in conseguenza della moltiplicazione dei produttori di contenuti, il valore si concentrerà sempre di più su chi saprà aggregare e impaccchettare al meglio questa molteplicità di prodotti creativi. Nello stesso tempo, si afferma, sempre più importanti saranno i marchi, in quanto riconoscibili indicatori di credbilità nel caotico mondo dell’offerta infinita che caratterizza l’economia dell’abbondanza.

Da una parte non è niente di nuovo. Si potrebbe dire che questa conseguenza è già tutta dentro il libro di Chris Anderson laddove afferma che uno degli ingredienti chiave dell’economia della coda lunga sono gli strumenti di ricerca e di rating che permettono agli utenti di allontanarsi dal mainstream e addentrarsi nelle profondità della coda alla ricerca di quello che desiderano.

Dall’altra, questa schematizzazione può essere utile, soprattutto se la portiamo fuori dal mondo dell’intrattenimento e la applichiamo a quello dell’informazione. In questo scenario infatti - se solo lo capissero - i grandi quotidiani potrebbero scoprire di avere un grande futuro anche davanti alle loro spalle (e non solo dietro). In fondo, molti di essi sono tuttora dei credibili aggregatori e impacchettatori di notizie e opinioni. E questa loro virtù (insieme al valore del loro marchio) potrebbero efficacemente trasportarli nel futuro prossimo. Dovrebbero però aprirsi ad altre fonti di contenuti e puntare molto di più di quanto non facciano ora nello sforzo di a) entrare in relazione con le nuove masse creative (sfruttando così nuove fonti e nuovi talenti) e b) fornire contesto e dunque senso all’informazione. Quello che il singolo blogger non può fare (e ha difficoltà a farlo anche Technorati, secondo me, pur essendo questa una delle sue ambizioni, credo, e pur facendo un indispensabile lavoro di filtro e organizzazione), lo possono fare istituzioni con un buon numero di risorse dedicate e specializzate e con una grande competenza sviluppata in questo senso.

E’ in questo tipo di creatività, che si potrebbe forse definire narrativa, che i grandi quotidiani (e con loro i settimanali e tutti i media tradizionali) dovrebbero cercare di investire sempre di più. IMHO

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17 Novembre , 2006

Ingrati

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti, giornalismo — raffaele @ 11:15 am

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk - che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani - si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

15 Novembre , 2006

La sottile linea rossa

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 4:13 pm

Mentre si parla sempre più spesso di crisi dei quotidiani e dei media tradizionali c’è anche chi, nelle file mainstream, prova a rendere ancora più tenue la linea che separa l’informazione paludata e i blog. Tra questi c’è Reuters che ha deciso di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst e di distribuire i contenuti offerti dal network di blog selezionati della socetà texana (come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian).

E mentre da noi c’è ancora chi discute della differenza sostanziale tra blog e media old style, l’agenzia di stampa sembra, molto laicamente, intenzionata a cogliere il meglio delle novità che emergono dalla rete per aggiungere valore ai suoi servizi. “La nostra idea generale - spiega Chris Ahearn, presidente della divisione Media di Reuters - è che una notizia sia una notizia. Non pensiamo che ci sia un solo punto di vista che sia affidabile e che sia il nostro”. Più chiaro (e sottoscrivibile) di così, non si può.

14 Novembre , 2006

Antichi amori

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 12:19 am

panebianco.jpg

Se scopro che Pippo Russo (antico amore dai tempi di pallonate sul manifesto) ha scritto su Linus un pezzo in cui prende meravigliosamente in giro Angelo Panebianco (antico “amore” dei tempi dell’università), come faccio a non linkarlo?

10 Novembre , 2006

Censura all’occidentale

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 8:28 pm

Di ritorno dalla Sardegna. Stanco morto. Giusto il tempo di una veloce segnalazione: come ricorda (e commenta) Carola, la californiana Sonona State University ha pubblicato il suo annuale elenco delle news più censurate dell’anno. Dove per censura si deve intendere qualcosa di più raffinato rispetto al divieto di pubblicazione imposto da un’autorità superiore: la non adeguata evidenza data a certe news di interesse pubblico o il loro trattamento in modo eccessivamente ideologico e fuorviante. Con il risultato che notizie rilevanti restano fuori dal dibattito pubblico o vi arrivano formulate all’interno di un contesto inadeguato.

7 Novembre , 2006

E i vincitori sono….

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 4:13 pm

censorship.jpg….Bielorussia, Birmania, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Sono questi i 13 stati inseriti nella nuova lista nera dei nemici dell’Internet stilata da Reporters sans frontieres. Come già accennato, dalle 11 di oggi fino alle 11 di domani, in occasione della presentazione della black-list, l’associazione organizza una protesta virtuale a cui si può partecipare visitando questa pagina e visualizzando così la mappa dei buchi neri della Rete.

Già che ci siamo, se ci va, possiamo anche lasciare un messaggio audio a Jerry Young, co-fondatore di Yahoo!, per chedergli conto dell’ateggiamento compiacente della Internet company americana nei confronti delle pretese censorie del governo cinese.

4 Novembre , 2006

Nba e Google: fine di un amore

Archiviato in: media — raffaele @ 8:30 pm

nba_a_ball_195.jpgE’ già finita la storia tra la Nba, l’associazione del basket professionistico americano, e Google? A quanto pare, sì. I video delle partite del più avvicente campionato di pallacanestro del pianeta al momento non sono più in vendita su Google Video.

Termina così, un po’ alla chetichella, un affaire anunciato con una certa enfasi all’inizio di quest’anno, proprio mentre il motore di Mountain View moltiplica i propri sforzi per trovare accordi con i detentori dei diritti sui contenuti.

Non sono note per ora le ragioni della fine. Ma la Nba, che sta lanciando un nuovo servizio che permetterà di vedere le partire in diretta e in differita via Internet, non deve essere stata molto soddisfatta dei risultati. Per quel che vale, a me, che la Nba la seguo solo in rete su Internet (non avendo il satellite), non è mai venuto in mente di acquistare un video di una partita su Google Video. Mentre Nba Tv Broadband, con sintesi delle partite, migliori azioni e altre curiosità, è una visione pressoché quotidiana.

C’è una morale in questa vicenda? Per ora mi viene da dire che il business model per il video su Internet, nonostante tutti siano sicuri del suo successo, va trovato caso per caso. Che forse certi contenuti non sono (ancora) adatti ad essere veduti in in rete, o almeno non nel formato proposto fino ad ora (tipo un’intera partita di basket). E che davvero, per far fruttare il proprio investimento, oltre a trovare un accordo con i grandi produttori Google deve fare in fretta a mettere a punto (o a comprare sul mercato) algoritmi di ricerca video molto precisi per poter vendere, grazie ad essi, pubblicità contestuale.

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