Raffaele Mastrolonardo\'s

Archivio per la categoria ‘il manifesto’

WikiLeaks, quella curiosa macchina da scoop

Inarticoli, il manifesto su 27 luglio , 2010 a 10:00 am

Probabilmente non è vero che, come dice qualcuno, ha realizzato più scoop «in tre anni che il Washington Post negli ultimi 30». E’ vero, però, che può vantarne parecchi, moltissimi se si pensa che è nato alla fine del 2006 e che, in questo breve tempo, si è imposto nell’universo dell’informazione globale come un punto di riferimento per rivelazioni scottanti. Governi, aziende, eserciti, ma anche sette religiose hanno imparato a conoscere (e a temere) WikiLeaks.org, sito che si propone come un luogo sicuro per chiunque abbia documenti riservati e voglia rivelarli al mondo. Basta avere del materiale inedito di interesse pubblico, diplomatico, sociale, aprire la pagina del sito preposta al caricamento, inserire il file e il gioco è fatto.

Tra le istituzioni che ha fatto infuriare c’è la chiesa di Scientology, dopo che nel 2008 ha pubblicato i costosissimi manuali della setta. Nel 2009 è toccato al governo del Sud Africa adirarsi quando il sito ha messo a disposizione del mondo la versione senza omissis di un rapporto sul sistema bancario del Paese destinato ad essere divulgato solo parzialmente. In Perù a tremare è stato l’establishment politico-petrolifero quando sul sito sono comparse più di 80 intercettazioni telefoniche a proposito dello scandalo denominato Petrogate.

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“Nessuno è perfetto”. Apple sceglie la chiamata a correo

Inarticoli, il manifesto su 17 luglio , 2010 a 9:33 am

Non siamo perfetti ma neanche gli altri lo sono. Il messaggio lanciato ieri da Steve Jobs in quella che è stata probabilmente la più difficile conferenza stampa da quando, nel 1996, è tornato alla guida della Apple suona molto italiano. Non arriva a dire “così fanno tutti” ma poco ci manca. Chiamato a rispondere alle critiche di questi giorni sui problemi di ricezione dell’iPhone 4, il numero uno della mela morsicata ha scelto la linea difensiva della chiamata a correo. «E’ un problema del settore», ha detto mostrando dei video di telefonini concorrenti che denotavano lo stesso difetto. Agli utenti della Apple ha comunque promesso una soluzione palliativa: la distribuzione gratuita fino al 30 settembre di gusci di gomma che, isolando il telefono dalla mano dell’utente, limitano l’inconveniente.

Il problema, infatti,  riguarda uno degli elementi caratterizzanti del nuovo dispositivo di casa Apple in vendita negli Stati Uniti e in altre 4 nazioni dal 24 giugno: una banda metallica che scorre lungo tutto il bordo del dispositivo. Un tocco di eleganza che serve allo stesso tempo da antenna. Peccato che, nel contatto, la mano dell’utente crei interferenze diminuendo la qualità del segnale del cellulare. Risultato: quello che sembrava un altro riuscito connubio di bellezza e funzionalità della mela morsicata rischia ora di trasformasi in un brutto incubo. E non è detto che con la sua performance di ieri, nella quale ha annunciato fra le altre cose che il telefonino arriverà in Italia il 30 luglio, Steve Jobs sia riuscito a spegnere le polemiche e ad evitare che una brutta crisi di immagine abbia dei riverberi industriali.

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Wikileaks resiste – Intervista a Julian Assange

Inarticoli, il manifesto su 24 giugno , 2010 a 9:15 am

Parla l’inafferrabile fondatore del sito internet «in guerra» col Pentagono per la pubblicazione di video che documentano le stragi di guerra Usa. Che lancia anche un messaggio ai giornalisti italiani…

Non ha cellulare, cambia spesso numero di telefono fisso, usa almeno sei indirizzi email differenti e, quando non viaggia, divide il tempo tra la nativa Australia, il Kenya e l’Islanda. Solitamente difficile da rintracciare, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks.org, sito che permette a chiunque di pubblicare anonimamente documenti riservati, nell’ultimo mese è stato più imprendibile del solito: tra coloro che erano interessati a lui c’era infatti anche il Pentagono, che lo ritiene in possesso di informazioni molto delicate per la sicurezza nazionale.

Le attenzioni del governo Usa risalgono alla fine di maggio dopo l’arresto da parte dell’esercito americano di Bradley Manning, soldato di stanza in Iraq accusato di essere una “talpa” del sito. Tra i materiali che il militare avrebbe “passato” all’organizzazione di Assange, un video, reso pubblico lo scorso aprile, che mostra un elicottero a stelle e strisce uccidere varie persone a Baghdad, in Iraq, tra cui due impiegati dell’agenzia Reuters. Nelle settimane di eclissi, inoltre, l’ex hacker australiano non ha certo rassicurato il Dipartimento di Stato: via email ha confermato di essere in possesso di un altro video, che documenta l’uccisione di oltre 100 civili (la maggior parte bambini) nel villaggio di Garani in Afganistan durante un attacco delle forze armate americane.

Assange è riemerso in pubblico lunedì scorso in occasione di un convegno sulla censura organizzato a Bruxelles presso il Parlamento europeo dove il manifesto lo ha raggiunto per un’intervista. In questa chiacchierata si dice preoccupato per il soldato arrestato, conferma che la pubblicazione del nuovo video è imminente e ricorda ai giornalisti italiani preoccupati per la cosiddetta “legge bavaglio” che WikiLeaks è a loro disposizione.

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Tutti in Islanda, isola senza bavagli

Inarticoli, il manifesto su 18 giugno , 2010 a 9:14 am
50 voti a favore zero contrari. Con questo risultato inequivocabile la notte scorsa il Parlamento islandese ha dato il via libera ad una proposta di legge che punta a trasformare l’isola artica nel paradiso della libertà di espressione. Icelandic Modern Media Initiative (IMMI), questo il nome della norma approvata, garantisce infatti le più sofisticate protezioni giuridiche per chi fa il mestiere di informare: dal rafforzamento del segreto professionale dei giornalisti per quanto riguarda le fonti, agli incentivi per gli informatori che vogliano denunciare episodi di corruzione in organizzazioni private e pubbliche, passando per l’immunità per fornitori di connettività Internet in relazione ai dati che scorrono nelle loro reti.
Portata in parlamento nel febbraio scorso, la IMMI si presenta come una sorta di patchwork globale. Gli estensori del testo hanno infatti selezionato le norme più liberali e libertarie sul diritto di parola e la tutela della professione giornalistica già in vigore nel mondo e le hanno riunite in un unico pacchetto. Tra queste la legge americana che incentiva la denuncia di frodi nei confronti della pubblica amministrazione; la legge sull’accesso ai documenti pubblici norvegese; la disciplina che tutela l’anonimato delle fonti in Svezia, e quella che assicura le comunicazioni tra fonti e giornalisti…

Il prezzo della denuncia

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 16 giugno , 2010 a 9:24 am

Le frontiere delle notizie non sono tutte uguali. Ci sono quelle virtuali, raccontatequi sopraa fianco, e ce ne sono di reali e pericolosamente concrete: macchine bruciate, minacce di morte, pallottole inviate in busta o recapitate direttamente nell’auto. Il giornalismo contemporaneo cambia pelle, soffre l’avvento delle nuove tecnologie che sgretolano modelli di business consolidati e aprono opportunità ancora non del tutto esplorate. Alla fine però, rete o carta, il principio resta (o dovrebbe restare) sempre quello: raccogliere fatti e farli diventare notizia, costi quel che costi.

Il punto è che – quotidiano o sito Internet – ci sono luoghi dove costa di più, come certe aree del nostro Mezzogiorno. Taci infame. Vite di cronisti dal fronte del sud (il Saggiatore, 2010) di Walter Molino racconta del sovrapprezzo di rischio e solitudine che sborsa chi fa il giornalista in Sicilia, Calabria, Campania e tratta di argomenti che toccano gli interessi della criminalità organizzata.

E’ un’imposta indiretta che interessa tanto reporter di lungo corso quanto giovani alle prime armi. C’è chi la paga da trent’anni, come Rosaria Capacchione, cronista di giudiziaria del Mattino di Napoli e chi ha appena cominciato a versare il tributo, come Angela Corica, collaboratrice del quotidianoCalabria Ora.

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Una legge 2.0 che fa bene anche a noi

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 9 giugno , 2010 a 9:23 am

«L’idea è stimolante visto che si tratta dell’iniziativa di un Paese sovrano che decide di fasi carico del problema della libertà di stampa ai tempi della rete». A Guido Scorza, avvocato, sempre in prima linea per la difesa della libertà di espressione la Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) piace. La apprezza nel merito, nel metodo e per le possibili ripercussioni in un’Italia sempre a rischio bavaglio. «E’ bello che abbiano deciso di non inventare di nuovo la ruota ma di prendere il meglio delle varie legislazioni già in essere nel mondo. E’ una modalità 2.0».

Tra i Paesi citati come modello noi non ci siamo…

E questo è sintomatico. Dopo tutto, l’attuale orientamento italiano diverge molto dai principi espressi nella proposta.

Un paradiso contro i bavagli

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 8 giugno , 2010 a 9:54 am

Una proposta in discussione in parlamento potrebbe trasformare l’isola artica nella terra promessa della libertà di stampa: un luogo dove editori e giornalisti vorrebbero trasferirsi per sfuggire alla censura

L’isola che non c’è ma potrebbe esserci è lontana (in particolare dall’Italia), piena di vulcani e, soprattutto, senza bavagli che limitino il desiderio di informare di giornalisti e blogger. Ai suoi abitanti garantisce le più sofisticate protezioni giuridiche alla libertà di espressione. Ai poteri di tutti i tipi impone per legge il massimo rispetto del diritto di parola e l’estrema trasparenza. Al resto del mondo offre un esempio virtuoso da seguire, agli editori un rifugio, a chiunque un computer dove ospitare documenti che si vogliono far conoscere al pubblico, senza rischi di vederli sequestrati.

Un’isola così non c’è ancora ma potrebbe materializzarsi molto presto nel caso una proposta di legge in discussione nel parlamento islandese ricevesse il via libera dall’assemblea. Si chiama Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) e, se approvata, trasformerebbe l’Islanda nella terra promessa della libertà di stampa, un luogo dove editori e reporter avrebbero grande interesse a stabilirsi e operare.

«E’ un po’ quello che accade con i paradisi fiscali», dice Smari McCarthy, dell’associazione Icelandic Digital Freedoms Society tra i sostenitori dell’iniziativa. «Solo che qui le aziende editoriali non verrebbero per pagare meno tasse ma per godere di norme che tutelano al meglio la loro attività».

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Apple supera Microsoft

Inarticoli, il manifesto su 27 maggio , 2010 a 11:39 am

Per il New York Times é la fine di un’era o l’inizio di una nuova, a seconda dei punti di vista. A decretarlo è stata Wall Street. Da ieri Apple, infatti, è la più grande azienda tecnologica del mondo per capitalizzazione di mercato. Ma soprattutto ha superato la storica rivale Microsoft. Mercoledì, alla chiusura dei listini americani, l’azienda della Mela valeva 222,12 miliardi di dollari contro i 219,18 del colosso fondato da Bill Gates.

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Leggiamolo sul telefonino

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 25 aprile , 2010 a 5:04 pm

Se il quotidiano di carta è la preghiera mattutina dell’uomo moderno cosa succede quando va sul telefonino? Per trovare una risposta abbiamo escluso tutte le altre fonti e per una settimana ci siamo informati solo sul piccolissimo schermo. Tra stupore e claustrofobia, diario di una cavia delle news mobili

Niente tv, niente giornali, radio manco a parlarne. Quanto al web, non è così facile, ma alla fine anche quello, con alcune eccezioni, è stato escluso. Nessun dubbio invece per le riviste (assolutamente no), mentre sul fronte locandine un po’ di tolleranza si è rivelata necessaria: tapparsi gli occhi nelle vicinanze di ogni edicola è difficile se si è distratti e pericoloso se si cammina sul marciapiede stretto di una strada trafficata. Discorso analogo per le radio nei supermercati: talvolta trasmettono giornali radio e che si fa, ci si tappa le orecchie? Improbabile, soprattutto se è il tuo turno alla cassa. Via libera infine a qualche segnalazione arrivata da email (come si fa ad ignorarle?). Per il resto, solo telefonino.

Scegliere un canale esclusivo di aggiornamento nell’era della sovrabbondanza informativa in cui ricevi notizie quando meno te lo aspetti, è faticoso. Tuttavia, con un po’ di tolleranza, si può fare e alla fine il risultato è, grosso modo, quello atteso: una settimana, dal 12 al 18 aprile, vissuta apprendendo le notizie solo da cellulare. Sette giorni trascorsi a informarsi attraverso un iPhone 3GS, con esclusione (quasi) totale di ogni altra fonte che non fossero le applicazioni di sei testate italiane e straniere: Corriere della sera, Guardian, Le Monde, New York Times, Repubblica, StampaLeggi il seguito di questo post »

I voti alle applicazioni iPhone dei quotidiani

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 25 aprile , 2010 a 5:02 pm

Corriere della sera. L’interfaccia grafica si discosta dalle altre per la presenza di una barra orizzontale per scorrere le sezioni sotto la testata: originale ma un po’ sottile per polpastrelli adulti, soprattutto maschili. Le notizie si adattano allo schermo sia in orizzontale che in verticale, la homepage no. Tra i pregi, il pulsante per gli articoli correlati in alto a destra, che funziona però solo per alcune news, e la possibilità di ascoltare gli articoli. Costa 4,99 per un mese. Voto: 6,5

Repubblica. Convenzionale nelle soluzioni grafiche e di struttura, efficiente nella lettura, aiutata dal fatto che, una volta dentro la notizia, spariscono tutti gli elementi accessori della pagina tranne il testo. Tra i difetti, l’assenza di adattamento in orizzontale delle news e, più grave, il fatto che per spedire gli articoli via email si è costretti ad uscire dall’applicazione. Manca, inoltre, la possibilità di condivisione degli articoli su Facebook. Ottima la funzionalità MyNews: segnalazione e archiviazione di articoli su temi scelti. La pubblicità che emerge da sotto e occupa un piccola frazione della parte bassa dello schermo infastidisce la lettura. Prezzo: 4,99 euro per un mese. Voto: 6,5… Leggi il seguito di questo post »

Se il terremoto cinguetta tra le maglie della rete

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 7 aprile , 2010 a 8:54 pm

«Terremoto». Alle 3 e 35 del 6 aprile 2009 il laconico messaggio di Vincenzo Di Biaggio compare su Twitter. Sono passati appena 3 minuti dalla grande scossa che ha devastato L’Aquila e decine di paesini dell’Abruzzo. Da San Salvo in provincia di Chieti, Di Biaggio, programmatore di 28 anni, lancia il suo allarme. Le agenzie di stampa non hanno ancora battuto la notizia e comunicazioni ufficiali non se ne trovano.

Sulla piattaforma che permette agli utenti di pubblicare in tempo reale frammenti di 140 caratteri il rimpallo di informazioni e sensazioni come quelle di Vincenzo è già cominciato e proseguirà ininterrotto, messaggio dopo messaggio, tutta la notte.
Immediate, cariche di emozioni e non verificabili, simili comunicazioni cominciano oggi ad essere considerate utili da chi studia i terremoti. Almeno così la pensano alcuni ricercatori, europei e americani, convinti che Internet e i media sociali possano aiutare a raccogliere dati in tempo quasi reale su un sisma o per gestire in modo più immediato la comunicazione con la popolazione.

Tra i pionieri di questa che qualcuno ha già ribattezzato “citizen seismology”, sismologia dal basso, ci sono gli scienziati dello Us Geological Survey (USGS), l’ente americano che si occupa di scienze della terra. In uno studio apparso sul numero di marzo-aprile 2010 della rivista Seismological Research Letters hanno analizzato le reazioni su Twitter nei primi 6 minuti seguiti al sisma verificatosi a Morgan Hill in California nel marzo 2009. Utilizzando come chiave di ricerca la parola “terremoto” e isolando le comunicazioni che provenivano da luoghi distanti non più di 200 km dall’epicentro, hanno rilevato che la media dei messaggi dall’area interessata è passata, dopo l’evento, da 1 all’ora a 150 al minuto: nei primi 60 secondi le reazioni erano già 66. Leggi il seguito di questo post »

Trasparenza di governo

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 23 marzo , 2010 a 3:06 pm

Dati, dati, dati. Ispirati da Obama stati e città del mondo anglosassone riversano online fiumi di statistiche e informazioni. Nella speranza che l’intelligenza collettiva della rete li metta frutto.

Il percorso più sicuro per raggiungere un locale di Washington passa per il Web. Non nel senso che è meglio bere una birra davanti al Pc e chattare con gli amici su Skype per evitare il pericolo di brutti incontri nella notte della capitale Usa. Più semplicemente, perché prima di uscire di casa si può dare un’occhiata al sito StumbleSafely e consultare una mappa dei luoghi di ritrovo della città che racconta anche quanti e quali crimini sono stati commessi nell’area scelta nei vari momenti della giornata e offre dettagli utili come le stazioni della metropolitana nelle vicinanze.

StumbleSafely fa parte di quei servizi che l’amministrazione di Washington DC si augurava di stimolare quando tre anni fa ha deciso di mettere online un catalogo di dati pubblici relativi alla città (dagli arresti di minori alle concessioni edilizie). 300 insiemi di numeri e statistiche in formato riusabile a disposizione di aziende e programmatori indipendenti che possono sbizzarrirsi a processarli, mescolarli con altre informazioni (mash-up) e realizzare progetti web utili per i cittadini. Come iLive.at, per esempio, che consente di digitare un indirizzo in una maschera di ricerca e ottenere in risposta indicazioni sulla composizione etnica del quartiere, il tasso di crimini commessi, la percentuale di nuclei familiari con figli, la presenza in zona di ospedali e stazioni di polizia. A Washington sono così convinti di questa via che per stimolare la creatività degli utenti, hanno lanciato Apps4Democracy.org, un concorso per smanettoni che nella prima edizione ha messo in palio 30 mila dollari e ha raccolto 47 applicazioni per il web, l’iPhone o Facebook. Secondo i calcoli della municipalità, i servizi sviluppati hanno prodotto un valore di oltre 2 milioni e mezzo di dollari a fronte di un esborso totale dell’amministrazione di soli 50 mila. Leggi il seguito di questo post »

L’agenzia dei turbo-giornalisti

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto, ritratti su 8 febbraio , 2010 a 10:30 am

Si chiama BNO ed è un’agenzia online che sta facendo tremare le grandi testate, arrivando sempre per prima sulle notizie che contano. A gestirla un ventenne olandese e la sua banda di amici sparsi per il mondo. Che non leggono i quotidiani. Ma sanno benissimo come muoversi tra Twitter e le altre fonti disponibili in rete

Il 6 aprile 2009, quando una scossa di terremoto fa tremare l’Aquila, la prima fonte giornalistica a dare la notizia non è l’Ansa, e nemmeno la Reuters, per non parlare della Cnn: 6 minuti dopo che la terra ha cominciato a tremare in Abruzzo la semisconosciuta agenzia BNO News, che opera prevalentemente via Twitter, è la più lesta nell’informare il mondo dell’evento. Qualche mese prima, un aereo in avaria plana sul fiume Hudson e il gotha giornalistico Usa è battuto sul tempo da questa fonte virtuale che comincia a lanciare dispacci da 140 caratteri prima ancora dell’ammaraggio. Più recentemente, in occasione del sisma di Haiti, la medesima testata web ci mette solo 7 minuti ad avvertire della catastrofe.

Niente male davvero. Non a caso, che quelli di BNO News sono bravi non lo hanno capito solo i grandi media costretti a mordere la polvere; anche il pubblico dei news-dipendenti mostra di gradire. «Sono abbonato dall’inizio e sembra che batta sempre tutti: @CNN spesso arriva in ritardo di un’ora o più», dice un adepto del servizio. A dicembre i seguaci dell’account Twitter dell’agenzia, erano 1 milione e 460 mila, per intenderci, un po’ più di coloro che avevano deciso di ricevere i «cinguettii» della rete televisiva Cbs (1 milione e 420 mila) e 10 volte quanti riusciva a metterne insieme il Wall Street Journal (110 mila).

Probabilmente né le grandi testate né gli appassionati di BNO News sanno che alla guida dell’agenzia più veloce del web c’è un ragazzino poco più che adolescente, che vive in una città di provincia, confessa di non avere mai letto i quotidiani se non quando viaggia in treno o in aereo, un’educazione giornalistica vera e propria non ha fatto a tempo a riceverla e l’unica redazione che conosce è il salotto di casa. Ciononostante (o forse proprio per questo) il ventenne Michael Van Poppel, da Tilburg, nel sud dei Paesi Bassi, insieme ad altri sette coetanei sparsi tra Europa, Stati Uniti, Messico riesce a tenere testa ai signori del giornalismo in uno degli elementi chiave dell’informazione web contemporanea: la velocità.

Come ha recentemente osservato Tom Glocer, amministratore delegato dell’agenzia Thomson Reuters, il valore di mercato di un’informazione finanziaria si esaurisce in pochi «millisecondi». Per le notizie non economiche il lasso di tempo si allunga ma il problema è analogo. «Più la distribuzione diventa veloce, più la notizia diventa conoscenza e quindi oggetto di massa perdendo la sua appetibilità sul mercato. E questa catena diventa sempre più rapida», ha commentato Jeff Jarvis curatore del blog BuzzMachine dedicato alle nuove forme di informazione online. Leggi il seguito di questo post »

iPad, e la scrittura tornò sulla tavoletta

Inarticoli, il manifesto su 28 gennaio , 2010 a 10:38 am

Dopo mesi di sussurri e fughe di notizie calcolate è infine arrivato. Schermo da 9,7 pollici, solo 1,3 centimetri di spessore e costi al di sotto delle aspettative. Dentro, un software, un’interfaccia grafica e una serie di tecnologie per la connessione che fanno sognare (o illudere) utenti ed editori di mezzo mondo. Già perché, a differenza di altri prodotti Apple, l’iPad, questo il nome dell’oggetto presentato ieri mattina da Steve Jobs a San Francisco, fa battere i cuori degli appassionati della Mela ma soprattutto di coloro che investono in libri, giornali, riviste. Sperano, questi signori, di avere trovato il dispositivo che li tirerà fuori dalle secche dell’era digitale che erode i loro profitti.

Se questo accadrà veramente (e, eventualmente, a che prezzo per la libertà di espressione, come si spiega nell’analisi a fianco) è tutto da vedere. Di sicuro il nuovo oggetto, a metà tra un telefonino intelligente e un computer portatile, non fa mistero di essere pensato soprattutto per l’intrattenimento e la fruizione di informazione in mobilità: iPad è dotato di tecnologia WiFi e, solo in alcuni modelli, di connettività 3G (“siamo la più grande azienda di produzione di dispositivi mobili”, ha detto Steve Jobs). Foto, Internet e videogiochi, dunque, ma anche romanzi, settimanali e quotidiani in uno sforzo, senza precedenti, di restituire la ricchezza sensoriale della lettura su un dispositivo digitale andando oltre la rigidità estetica imposta dai siti web. Su questo tasto ha battuto, non a caso, Martin Nisenholtz, vice presidente delle operazioni digitali del New York Times, chiamato sul palco a presentare un’applicazione per leggere il suo giornale sull’iPad. “Pensiamo di avere catturato l’essenza della lettura di un quotidiano”, ha detto mostrando una versione digitale della “signora in grigio” molto elegante con tanto di possibilità di inserire video all’interno degli articoli. Leggi il seguito di questo post »

Un architetto tra le nuvole

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 11 gennaio , 2010 a 12:50 pm

Dalle bolle trasparenti di Londra 2012 alla rivoluzione delle città intelligenti, le idee visionarie dell’urbanista più tecnologico del mondo. Che il 16 gennaio parlerà a Roma nell’ambito del Festival delle Scienze 2010

E’ nato a Torino, ha studiato ingegneria a Parigi e architettura a Cambridge, insegna a Boston, progetta in tutto il mondo. Poliedrico per formazione, cosmopolita per vocazione, Carlo Ratti si è dato una missione ambiziosa: rendere le città più intelligenti. E per portarla a termine ha scelto una strada a metà tra tecnologia e alchimia: compenetrare i bit negli atomi, integrare le informazioni nei mattoni, come nel caso del progetto The Cloud, costruzione in lizza per diventare il simbolo delle Olimpiadi 2012 di Londra.

A soli trentanove anni Ratti dirige il SENSEable City Lab del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) dove coordina una squadra interdisciplinare che lavora a una nuova idea di architettura, in grado di incorporare la dimensione digitale nella progettazione, in ossequio al paradigma produttivo e culturale del nostro tempo: la rete. «Negli anni Venti del Novecento – racconta Ratti a Chips&Salsa – Le Corbusier esclamava: “La civiltà delle macchine cerca e troverà la sua espressione architettonica”. Oggi siamo in una situazione simile, basta sostituire la parola “macchina” con “digitale” e “biotech”».

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Nexus One: inseguendo Apple, pensando open

Inarticoli, il manifesto su 6 gennaio , 2010 a 3:15 pm

Dalla rete ai computer (o ai telefonini) e ritorno. Ovvero, un balzo dal virtuale al reale con giravolta a mezz’aria e approdo finale di nuovo nell’universo natio, Internet. Osservato alla luce delle competizioni nell’arena del capitalismo tecnologico del primo scorcio di millennio, il lancio di Nexus One, il cellulare intelligente marchiato Google, assomiglia più alla capriola di un ginnasta che a un salto in lungo. E conferma una volta di più la strategia del motore di ricerca per tenere testa a Microsoft ed Apple. Un’evoluzione aerea ambiziosa, dove punto di partenza e di arrivo coincidono ma dalla quale si esce, almeno così sperano i boss dell’azienda di Mountain View (California), più forti di prima. In mezzo, ci sono i computer, i portatili, ma soprattutto i netbook, i tablet (vedi pezzo sotto) e gli smartphone, ovvero tutti i dispositivi con cui gli utenti si collegano a Internet, specie se in mobilità.

È per loro che Google si è messa a emulare Juri Chechi. Raggiunto il dominio nel web con il primato nelle ricerche e nella pubblicità online, i capi dell’azienda hanno deciso che la rete gli stava stretta. O meglio che per continuare a regnare nel mondo dei link bisognava uscirne temporaneamente e insediarsi nel cuore degli apparati che presiedono all’accesso. Detto fatto, negli ultimi tre anni l’azienda di Sergey Brin e Larry Page si è esibita in una serie di piroette informatiche con lo scopo finale di penetrare negli oggetti che la gente usa per andare online, inseminarli con la propria intelligenza (leggi: software) e fecondarli con logiche che li rendano più adatti all’esperienza virtuale. Leggi il seguito di questo post »

Le tecno-illusioni dei liberali dell’iPod

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 7 dicembre , 2009 a 10:19 am

Eserciti di blogger al soldo di governi repressivi. Facebook e Twitter come immensi database di informazioni personali ad uso dei dittatori. Una rete che diventa sempre più terreno di manipolazione dall’alto fino a trasformarsi in una piattaforma di indottrinamento, una «Spinternet» (crasi tra spin, l’arte della propaganda in inglese, e internet). Se a questo quadro si aggiunge l’acritica tendenza dei media occidentali a esaltare sempre e comunque il web come strumento di democrazia, non c’è molto da stare allegri. Eppure Evgney Morozov, studioso del rapporto tra internet e politica e autore di questo quadro fosco, difficilmente perde il buon umore e il gusto della provocazione.

Nel luglio scorso, di fronte alla platea di tecnofili che affollava l’edizione europea della prestigiosa TED Conference, si è divertito a prendere in giro il «liberalismo dell’iPod», ovvero l’idea che basta riempire un Paese di connessioni internet e gadget e la democrazia seguirà. Nato in Bielorussia, Morozov svolge attività di ricerca presso l’Università di Georgetown a Washington. Ma soprattutto cura il blog NetEffect, ospitato dal sito della rivista Foreign Policy, in cui libera il suo ironico realismo ogni qualvolta sente odore di illusioni cyber-utopiste. A cominciare dal caso più clamoroso degli ultimi tempi, la rivoluzione verde iraniana. «Il ruolo di Twitter è stato ampiamente esagerato», spiega al manifesto con cui ha accettato di condividere le sue analisi sull’evoluzione delle tecniche di propaganda governativa in rete. «Prima delle elezioni in Iran gli utenti del servizio erano solo 20 mila e molti di questi erano iraniani che stavano fuori dal Paese». Leggi il seguito di questo post »

Il guru di Internet che scopre la gratuità

Inarticoli, il manifesto su 22 novembre , 2009 a 2:50 pm

Nel regno dell’abbondanza le merci digitali hanno costi di produzione che tendono a zero. Così nel web la gratuità tende a diventare la norma e non l’eccezione. È la tesi che lo studioso e direttore di «Wired» Chris Anderson propone in «Gratis», il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli

C’è l’economia della scarsità fisica, quella in cui gli esseri umani hanno trascorso la gran parte della loro storia. E poi c’è quella dell’abbondanza digitale nella quale abbiamo cominciato a vivere solo da qualche anno. La prima funziona seguendo la teoria economica classica; la seconda si muove secondo regole in gran parte ancora da scrivere che poco hanno a che fare con i testi sacri della «scienza triste». Per capire lo scarto basta andare in edicola, sfogliare quintali di carta pieni di informazioni a pagamento e poi farsi un giro online per trovare la stessa informazione (e anche di più), solo gratis.

La differenza non è da poco e non è casuale. È anzi la caratteristica distintiva della «rivoluzione» innescata dalla rete che trasforma tutto quello che può in bit, immateriali e facili da trasportare, e rende abbondanti beni che prima erano scarsi. A pensarla così, fra gli altri, è Chris Anderson, direttore del mensile Wired e acclamato guru della rete, sbarcato in Italia con la sua ultima fatica, Gratis (Rizzoli, 19,50 euro). Nel precedente e fortunato saggio, La coda lunga, raccontava come cambia il business nell’era dell’abbondanza immateriale quando, senza le costrizioni dello spazio e degli scaffali fisici, prodotti che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli di massa. Leggi il seguito di questo post »

La rete? Attendere prego

Inarticoli, il manifesto su 6 novembre , 2009 a 12:16 pm

Berlusconi blocca gli investimenti per lo sviluppo della banda larga

Scusate tantomanifesto, avevamo scherzato. Dopo mesi di rinvii, tentennamenti, dichiarazioni imbarazzate e rassicurazioni poco credibili, finalmente l’ammissione: i soldi promessi dal governo nel giugno scorso per lo sviluppo della banda larga nel nostro Paese non arriveranno. Con tanti saluti  all’obiettivo di garantire una connessione da 2 megabit al secondo a tutti gli italiani entro il 2012.

A togliere ogni dubbio residuo è stato Gianni Letta in persona: gli 800 milioni che l’esecutivo aveva stanziato a giugno nell’ambito del cosiddetto “Piano Romani” (dal viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani) sono rimandati a data da destinarsi. «Lo stanziamento – ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – era stato previsto prima dell’avvento della crisi». Dopodiché il governo «ha dovuto riconsiderare le cose dando la precedenza a questioni come gli ammortizzatori sociali».

I soldi – ha precisato Letta – arriveranno «una volta usciti dalla crisi». Un orizzonte temporale che mette la parola fine ad un “giallo” che sempre più appariva come un segreto di Pulcinella. Tra gli addetti ai lavori, infatti, lo scetticismo serpeggiava da tempo. «Purtroppo lo prevedevo», è stato il commento del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Corrado Calabrò.

A fugare le perplessità del numero uno dell’Agcom non erano evidentemente bastate le dichiarazioni del ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta che poco più due settimane fa scommetteva su una svolta positiva a breve: «Il piano è già pronto. Ho parlato con il viceministro Paolo Romani. E’ un problema di investimenti, ma manca ormai solo l’ultima spinta. Nell’arco di ottobre-novembre possiamo avere il via libera dal Cipe», aveva detto.

Bisognerà, invece, aspettare tempi economici migliori. Contattato dal manifesto ilministro Brunetta ha declinato ogni commento. Ma certo la notizia non deve avergli fatto piacere visto che gli 800 milioni previsti erano un puntello importante per il suo piano di e-government che prevede una pubblica amministrazione più digitale e informatizzata…. Leggi il seguito di questo post »

Gratis. Ad ogni costo

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 21 luglio , 2009 a 9:30 am

manifestoDalla California è in arrivo l’ultima grande narrazione tecno-ideologica: un mondo di beni e servizi a costo zero. In nome del business. Lo dice Free, l’ultimo saggio di Chris Anderson, direttore di Wired e teorico della Coda lunga. Ma le aziende in crisi lo seguiranno?

Che cosa hanno in comune un’azienda multimiliardaria come Google e i venditori ambulanti brasiliani che offrono cd per le strade di San Paolo? L’esclusiva conferenza TED che chiede fino 6 mila dollari per un biglietto di ingresso e Wikipedia, l’enciclopedia online che regala conoscenza grazie a migliaia di volontari? Se diamo retta all’ultima grande narrazione tecno-ideologica che arriva dalla California sono tutti esempi di «un modello economico completamente nuovo» che, grazie alla diffusione delle tecnologie di rete, promette di rivoluzionare interi settori di business e caratterizzare l’economia del prossimo futuro: l’offerta gratuita di beni e servizi.

Teorico, cantore e ideologo di questa rivoluzione “a costo zero” è Chris Anderson, direttore del mensile Wired. Il testo in cui descrive i fondamenti del paradigma “no-cost” è approdato a inizio di luglio nelle librerie di Stati Uniti e Gran Bretagna e si candida a diventare il punto di riferimento di un’intellighenzia digital-globale affamata di visioni d’insieme e suggestioni di business.

A suon di esempi di aziende che prosperano regalando qualcosa, «Free. The future of a radical price», questo il titolo del libro, descrive l’irresistibile e progressiva prevalenza del «gratis» nell’era digitale. Tra excursus storici e incursioni nella psicologia del consumatore attratta dallo zero, il cuore dell’argomento di Anderson è tutto tecnologico. A portarci nel regno della gratuità fatta business saranno infatti, secondo il direttore di Wired, quei processi di innovazione che fanno sì che il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l’architrave di ogni erogazione di servizi via web, si dimezzi in un periodo compreso tra i 9 e i 18 mesi. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero… Leggi il seguito di questo post »

Solo un dato ci può salvare

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 13 luglio , 2009 a 9:25 pm

manifestoLe nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.

La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce online dove le inserzioni, a parità di lettori, costano meno. Risultato: i quotidiani sono in declino, il giornalismo è in pericolo e anche la democrazia non sta tanto bene. Quello che non tutti conoscono è il racconto laterale: i germi del futuro dell’informazione sono già all’opera. Bisogna andarli a cercare nelle divisioni online dei media più innovativi o nei dipartimenti più visionari di certe università. È lì che si tentano esperimenti che, con l’aiuto della tecnologia, provano a immaginare le vie delle news che verranno. Con un’idea a fare da collante: l’eccesso di informazione può essere piegato a vantaggio di quei soggetti che, per tradizione e risorse, possono usare la massa enorme di dati che ci assale ogni giorno per fornire contesto, interpretazioni della realtà, basi per nuovi business. Se le cose stanno così, chi meglio dei quotidiani?

Copiando Google
L’americano New York Times e l’inglese The Guardian sono tra i più decisi a battere la nuova strada. Per farlo hanno scelto un esempio non da poco: Google. Esattamente come il motore di ricerca ha agito per i suoi servizi più popolari (le mappe, per esempio) i due quotidiani hanno aperto ai programmatori le tecnologie (in gergo API, acronimo per Application programming interface) necessarie per “giocare” con i loro archivi di dati e notizie e creare servizi. In questo modo tale Taylor Barstow ha lanciato Nytexplorer.com per effettuare ricerche avanzatissime nel database del quotidiano. Altri hanno preferito impiegare le informazioni sul Congresso prese dal New York Times per tenere sotto controllo l’attività dei parlamentari dell’Oregon: è il caso di YourGovernment. Uno sviluppatore italo-olandese, Cristiano Betta, infine, ha utilizzato l’archivio del Guardian per aggiungere informazioni di contesto al suo ShouldIBackupMy.com, che fornisce consigli su come non perdere i propri dati.

Come le mappe di Google sono il punto di riferimento per chi realizza servizi di georeferenziazione sul web così, condividendo il patrimonio informativo e tecnologico, i giornali sperano di diventare la fermata obbligata per chi sperimenta con l’informazione. A che pro? Lo spiega l’influente blog americano GigaOm: simili iniziative «trasformano il giornale in una piattaforma per altri servizi e funzionalità. Questo rende il quotidiano e il suo contenuto più preziosi e apre le porte ad ogni tipo di partnership o forma di licenza commerciale»… Leggi il seguito di questo post »

Il volto intelligente della semantica

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 7 luglio , 2009 a 10:21 am

manifestoA volte ritornano. Potrebbe intitolarsi così, come un famoso racconto di Stephen King, il film di una delle più controverse promesse dell’universo tecnologico: la semantica. Sì, proprio la scienza dei significati. Da un buon lustro viene periodicamente indicata come la rivoluzione che ci darà motori di ricerca intelligenti in grado di comprendere il linguaggio naturale e di capire le relazioni tra i concetti (utilizzando soltanto algoritmi automatizzati), di interrogare Google & C. come faremmo con un nostro amico al bar ricevendo risposte pertinenti (a differenza di quelle che, spesso, riceviamo al bar).

Peccato che le grandi aspettative vadano regolarmente deluse e la semantica torni ogni volta ad essere quello che è sempre stata, disciplina da umanisti. Almeno fino alla prossima occasione. Come quella che stiamo vivendo oggi. Il mondo dei motori di ricerca, come si racconta nel pezzo a fianco, torna a regalare novità (Bing di Microsoft in primis) e subito qualcuno ricomincia a parlare di tecnologie che comprendono i significati. Per capire se in questo caso c’è un po’ di grano in mezzo al solito loglio ci siamo rivolti a Luca Scagliarini che cura l’espansione internazionale di Expert System, azienda modenese che da anni prospera grazie Cogito, tecnologia (veramente) semantica sviluppata in un’area che più che per il software si è sempre distinta per la meccanica e la ceramica. Scagliarini è reduce dalla Semantic Conference 2009, uno dei più importanti eventi mondiali dedicati alle tecnologie semantiche che si è tenuto in California dal 14 al 18 giugno scorso.

Di semantica in ambito tecnologico si parla da così tanto tempo che il termine ha fatto a tempo a diventare di moda e scomparire almeno un paio di volte negli ultimi 5 anni. A che punto siamo oggi, a tuo parere, dopo l’edizione 2009 della Semantic Technology Conference?

Diciamo che sta tornando interesse intorno al tema. Anche con la crisi economica c’è stato un cospicuo aumento di partecipanti alla manifestazione e, soprattutto, non si è trattato dei soliti noti.

Per la prima volta, tutti i grandi, da Google a Yahoo a Oracle, sono stati coinvolti in presentazioni. Come interpreti questo segnale?

E’ l’indicazione che si sta uscendo dalla fase di laboratorio. Google stessa ha cambiato idea. Ancora l’anno scorso snobbava apertamente la semantica. Un mese fa ha annunciato che inizierà ad inserire degli aspetti semantici nella sua indicizzazione dei siti web. Yahoo! lo fa già. Detto questo, non ci sono ancora evidenze chiare che la semantica farà quel salto che molti da tempo auspicano. C’è qualche indizio in più rispetto allo scorso anno ma prove non se ne vedono ancora.

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Gentili commissari, ma se scrivo “pokare” mi capite?

Inarticoli, il manifesto su 26 giugno , 2009 a 10:05 am

manifesto

I social network e la scuola dei millennials, il tema di maturità di una giovane collaboratrice di Totem e de il manifesto..

Ci chiamano nativi digitali, generazione always-on, millennials ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle «intelligenze connettive» e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa traccia molti di noi devono ancora provare l’ebbrezza del «potere di connessione». Sì perché è bello quello che scrive Manuel Castells quando ammonisce che viviamo nella «galassia internet» e non possiamo sentirci soli anche se lo vogliamo.

Però dovrebbe dirlo a quelli di di Telecom Italia. Io, per esempio, sto in una cosiddetta area rurale e Internet non ce l’ho, o meglio possiedo una connessione lenta e traballante che non raggiunge 1 megabit al secondo di velocità. Nella mia condizione ci sono altri 7,5 milioni di italiani i quali, nella galassia, più che a pianeti o stelle assomigliano a buchi neri. Lo afferma anche un rapporto riservato che però si può leggere su Wikileaks.org, sito dove si pubblicano cose che i governi censurano. Forse anche questa è la «trasparenza radicale» di cui si parla nella traccia. Comunque sia, qualcuno dovrebbe dirglielo a Castells che se vuole prendersi un po’ di riposo dallo stressante mondo interconnesso può venire a farsi un vacanza qui da me, in provincia, dove di «reti» che si «occupano» di noi anche se non vogliamo se ne vedono poche.

L’altro giorno, poi, ho letto che meno della metà delle famiglie italiane ha un Pc e che più del 60 % degli adulti non ha usato internet negli ultimi 3 mesi. Sono dunque un po’ restia a discutere dei «social network» menzionati nel titolo e nel passo di Daniel Goleman. Statistiche alla mano, ho paura che l’argomento potrebbe risultare oscuro alla maggior parte dei membri della commissione d’esame. E se parlare di «pokare», uno di quei gesti di amicizia che si fanno su Facebook, venisse considerata una divagazione? Soffermarmi su Twitter, di cui in questi giorni parlano tutti i giornali in relazione agli eventi iraniani, potrebbe essere altrettanto rischioso. Non so quanto gli esaminatori possano stimare degna di un tema di maturità la sfumatura tra blogging e micro-blogging. Di sicuro, qui da noi, durante l’anno scolastico non se ne è mai parlato. [...] Leggi il seguito di questo post »

Il socialismo dal volto web

Inarticoli, il manifesto su 4 giugno , 2009 a 9:50 am

manifesto«Samo tutti socialisti» proclamava nel febbraio scorso il settimanale Newsweek. Nazionalizzazione delle banche e piani di stimolo dell’economia stavano trasformando gli Usa in un «moderno stato europeo», simile a quella Francia tutta sofisticherie e welfare state così odiata nell’era Bush. 4 mesi più tardi la crisi è ancora in mezzo a noi e l’America che gira le spalle al liberismo è sempre oggetto di discussione, questa volta su internet.

Ad accendere la miccia è il mensile Wired (edizione americana) con un saggio disponibile anche sul web di Kevin Kelly, fondatore della rivista e storico guru della rete. Il titolo è tutto un programma: «The new socialism: global collectivist society is coming online». Per la bibbia della tecnologia Usa a rendere popolare «la parola che comincia con la “S”», oltre alla recessione e al collasso del capitalismo selvaggio, sono alcuni agenti che non ti aspetti, poco rossi e molto virtuali: Wikipedia, YouTube, o ancora le licenze Creative Commons e i progetti open source. Tutte iniziative che, grazie al successo della collaborazione in rete, costituiscono una via digitale alla collettivizzazione della cultura e dell’economia americane.

«La frenetica corsa a connettere chiunque con chiunque in ogni momento sta dando vita a una versione rivista del socialismo», afferma Kelly. In che cosa consista la mutazione digitale dell’ideale e perché questa dovrebbe piacere agli americani è presto detto: niente lotta di classe, stato, fabbriche o burocrazie. Al posto di questi retaggi del ‘900: cooperative virtuali, produzione tra pari, condivisione di codice e meritocrazia delle comunità online. In fondo, conclude l’autore, «quando masse di persone che posseggono i mezzi di produzione lavorano a un obiettivo comune e mettono in comune i loro prodotti, quando lavorano senza salario e godono gratuitamente dei frutti di questo sforzo, non è irragionevole chiamare tutto ciò socialismo»… Leggi il seguito di questo post »

Vota a sinistra, fallo per la rete

Inarticoli, il manifesto su 4 giugno , 2009 a 9:48 am

manifestoUn voto per la rete. Perché no? Se siete a corto di motivazioni per andare ai seggi il 6 e 7 giugno eccone una: il prossimo Parlamento sarà decisivo per il futuro dell’internet europea. Se lo spettacolo di una sinistra che marcia divisa vi induce a restare a casa, pensateci. In tutta probabilità toccherà alla nuova assemblea delineare i principi che regoleranno il diritto di accesso al network e la libertà di espressione online. Una simile posta in gioco merita un piccolo sforzo.

Ma perché il Parlamento che verrà sarà così importante? La ragione è racchiusa in due parole: Pacchetto Telecom. Ovvero un complesso di norme concepito per dare un indirizzo al futuro delle telecomunicazioni continentali. Salvo sorprese dell’ultima ora, saranno i nuovi eletti a decidere sulla sorte del progetto. L’assemblea uscente si è espressa in proposito lo scorso 6 maggio. Anche grazie alla mobilitazione degli attivisti, ha votato un emendamento sui diritti degli utenti (il 138/46) sgradito ai governi nazionali che, in sede di Consiglio dei ministri europei, avevano proposto una versione annacquata della norma.

Tanto per dare un’idea dello sgarbo, il provvedimento impone la decisione di un giudice per la disconnessione forzata di un utente da internet. Principio di buon senso, ma contrario a quanto previsto dalla controversa legge anti-pirateria voluta da Sarkozy e votata dal parlamento francese il 12 maggio. Se il 138/46 diventerà legge sarà un brutto colpo per le aspirazioni punitive del presidente transalpino e dei suoi ammiratori nel resto d’Europa. Per questa ragione il 12 giugno prossimo il Consiglio – che a rigore potrebbe accettare il pacchetto così come è – opterà quasi certamente per un nuovo processo di conciliazione. … Leggi il seguito di questo post »

Anche Obama va in chiaro

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 15 maggio , 2009 a 10:46 am

manifestoIn nome della trasparenza, accessibilità completa su Recovery.gov: numeri, grafici, statistiche, oltre ai 50 siti dedicati allo stimulus package o ai 27 portali delle agenzie governative federali. E’ l’open government, bellezza

Il 17 aprile le agenzie federali americane avevano già speso 14,2 miliardi di dollari dei 69,3 disponibili nell’ambito del piano di stimolo all’economia varato nel febbraio scorso. Oltre 13 miliardi erano stati erogati dal dipartimento per la Salute ai singoli stati per il Medicaid, il programma di assistenza sanitaria ai poveri. Il dipartimento dell’Agricoltura, invece, aveva pagato 574 milioni dollari, il 90 per cento dei quali in food stamps, buoni per l’acquisto di cibo a favore dei meno abbienti.

Per conoscere i dettagli sul più importante progetto di rilancio dell’economia americana del dopoguerra non è necessario essere giornalisti economici. Basta una minima dimestichezza con mouse e Pc e qualche minuto di tempo. Tutte le informazioni si trovano, infatti, su Recovery.gov, spesso presentate attraverso visualizzazioni a prova di allergici alla matematica. Per gli arditi che vogliono scendere nei particolari, poi, ci sono i 50 siti dedicati allo stimulus package che gli stati americani stanno implementando o i 27 portali messi in piedi dalle agenzie governative federali per rendicontare sull’allocazione dei fondi di competenza.

Grazie a questo dispiego di numeri, grafici e tabelle consegnati al web, il piano americano si candida seriamente a diventare la manovra economica più scrutinata della storia. Mai prima d’ora un tale flusso di denaro pubblico poteva essere monitorato da così tanti occhi. E, per giunta, per volontà dello stesso governo, guidato da un presidente convinto che la trasparenza serva per avvicinare cittadini e governo. Leggi il seguito di questo post »

Usi creativi dei dati pubblici

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 15 maggio , 2009 a 10:45 am

manifestoMa cosa fanno i cittadini con i dati messi a disposizione dalle amministrazioni publbiche? Una galleria di esempi.

Politici sotto controllo

«I politici sono i nostri dipendenti», ama dire Beppe Grillo. Ma il comico genovese non ha il copyright sulla definizione. Dal 2004 lo ripete un sito anglosassone: They work for you. “Lavorano per te” è il decano dei progetti europei che monitorano, recuperando i dati online, l’attività dei politici di Sua Maestà: voti, discorsi, posizioni, partecipazioni a dibattiti in aula, presenze e chi più ne ha più ne metta. Venendo in casa nostra, OpenPolis, dal 2008, è il suo degno emulo italiano. Per chi preferisce mettere il naso negli affari di Bruxelles è disponibile, fresco di lancio, EPVote, ovvero l’attività dei rappresentanti nazionali in missione europea dettagliata con visualizzazioni grafiche. Dall’altra parte dell’oceano, inarrivabile per quantità di informazioni aggregate, si staglia Watchdog.net. Di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti, ci dice che ha presentato 1.929 disegni di legge, orientato il 52 per cento dei suoi voti a sinistra, parlato in aula 13 volte con una media di 866 parole a discorso.

Chi influenza chi

«Segui i soldi», diceva Gola profonda a Bob Woordward/Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente. E tracciare il percorso del denaro in politica è il compito che si sono dati svariati siti americani. Il più noto è OpenSecrets: 13 aprile scorso ha reso disponibili per il download e il riuso non commerciale oltre 200 milioni di dati su finanziamenti delle campagne elettorali. A beneficiare di questa liberalizzazione saranno servizi come Unfluence o WeShowTheMoney.com, che elaborano in mappe interattive le relazioni tra aziende e candidati. Dal livello federale a quello locale c’è FollowTheMoney.org che traccia l’influenza del denaro a livello federale. I suoi grafici raccontano, per esempio, che per essere eletti al Congresso della California ci vogliono almeno 270 mila dollari di contributi (tanti sono bastati a tale Bill Maze). Per essere sicuri, però, bisogna volare più alto: la media dei contributi di chi ha conquistato la poltrona è 651 mila dollari. Ma non ditelo a Lynn Daucher: è riuscita a non farcela pur avendo messo insieme 3 milioni e mezzo di biglietti verdi… Leggi il seguito di questo post »

Sconfitta a Bruxelles la dottrina di Nicolas Sarkozy

Inarticoli, il manifesto su 7 maggio , 2009 a 10:38 am

manifestoNell’ambito dell’approvazione del Pacchetto Telecom, l’assembla vota un emendamento che mette in questione la legge francese “tre avvertimenti e sei fuori” voluta dal presidente francese. Ma resta aperta la partita della neutralità della rete

Un pugno politico a Nicolas Sarkozy e ai suoi aspiranti emuli italiani. Il colpo, ben assestato, lo ha messo a segno ieri il Parlamento europeo con un emendamento al Pacchetto Telecom, il disegno di legge che dovrebbe riordinare il settore delle telecomunicazioni in Europa. L’assemblea, a larghissima maggioranza, ha detto sì all’emendamento 138/46, proposto da Sinistra e Verdi, che rafforza i diritti dei cittadini online. Impone infatti il provvedimento esplicito di un tribunale per poter disconnettere un utente da internet. Non basta la decisione di un’autorità amministrativa come previsto invece dalla legge francese Hadopi (“tre avvertimenti e sei fuori”), fortemente voluta da Sarkozy. Bocciata lo scorso mese dall’Assemblea Nazionale francese e riproposta in questi giorni, il provvedimento ha tanti ammiratori nel resto del continente, Italia compresa.

Il voto dei legislatori europei va contro la volontà dei governi Ue, in particolare Francia e Gran Bretagna, che avevano proposto una formulazione (emendamento Trautmann) che lasciava agli esecutivi nazionali maggiore libertà di manovra. Comprensibile la soddisfazione dei gruppi che si sono attivati in favore del 138/46 invitando i navigatori a fare pressione sui loro rappresentanti. «Una campagna formidabile da parte dei cittadini ha posto la questione delle libertà di internet al centro del dibattito sul Pacchetto Telecom. Questa è una vittoria», ha commentato Jérémie Zimmermann, co-fondatore de La Quadrature du Net, sito che ha guidato la mobilitazione. «Va dato atto al Parlamento di avere ribadito, a fronte di pressioni fortissime da parte dei governi e delle lobby commerciali, il principio che l’accesso alla rete è un diritto fondamentale», dice Juan Carlos De Martin del Centro Nexa del Politecnico di Torino in prima fila nella battaglia. Leggi il seguito di questo post »

La morbida macchina della traduzioni online

Inarticoli, chips&salsa, il manifesto su 20 aprile , 2009 a 8:57 am

manifestoTre ore dopo la fine di una puntata di Lost negli Usa in rete sono già disponibili i sottotitoli italiani. Come? Grazie al lavoro di un piccolo esercito di appassionati di community come Itasa e Subsfactory. La frontiera dei fan ai tempi della rete.

Alle 4.00 del mattino Curzio e Pierluigi sono svegli da un po’ e già davanti al computer. L’ultima puntata di Lost, appena trasmessa negli Usa, sarà tra poco disponibile in rete e bisogna organizzarsi. E’ necessario mettersi in contatto con le rispettive squadre, controllare le trascrizioni dei dialoghi inglesi appena arrivano sui siti stranieri, dividersi i segmenti dell’episodio, sincronizzare i testi con il video e partire con la traduzione. In capo a tre ore, in tempo per la colazione, i sottotitoli di Lost saranno disponibili su Itasa – Italians subs addicted o Subsfactory, le due community di sotto-titolatori amatoriali a cui, rispettivamente, Curzio e Pierluigi appartengono.

Sì perché essere fan ai tempi della rete significa anche questo. Svegliarsi prima del canto del gallo e impegnarsi in un’impresa collettiva non retribuita per offrire un servizio. A chi? Lo spiega Pierluigi, uno degli amministratori di Subsfactory: «A tutti gli appassionati che non intendono aspettare mesi per vedere le serie in Italia, non sopportano doppiaggi maldestri o serie interrotte senza preavviso».

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Assalto legale a Pirate Bay

Inarticoli, il manifesto su 18 aprile , 2009 a 11:29 am

manifesto

La sentenza dei giudici svedesi condanna al carcere i fondatori del popolare sito di peer to peer. Quattro anni di prigione e quasi quattro milioni di risarcimento per «favoreggiamento» del download illegale. Un pericoloso precedente per gli internauti europei…

Un totale di 4 anni di carcere e 3 milioni e 620 mila dollari di multa (2 milioni e 776 mila euro). E’ questa la condanna per i fondatori del popolare sito The Pirate Bay in quello che, dopo la vicenda di Napster nel 2001, è diventato il più celebre processo nella lotta alla cosiddetta pirateria digitale. I giudici svedesi hanno riconosciuto i quattro imputati colpevoli di «assistenza nel rendere disponibili contenuti protetti da copyright». In pratica “favoreggiamento” del download illegale. La decisione della corte accoglie di fatto le richieste dell’accusa, un consorzio che mette insieme il gotha dell’industria dell’intrattenimento, a cui regala una vittoria molto significativa, almeno dal punto dell’immagine.

Secondo i giudici svedesi, Peter Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm, Carl Lundström risultano infatti colpevoli di avere agevolato la violazione delle norme sul copyright nonostante i server del sito non ospitino alcun tipo di contenuto digitale. Sì perché The Pirate Bay, funziona come motore di ricerca di “torrents”, file che si prestano ad essere scaricati e condivisi attraverso un efficace protocollo peer-to-peer (p2p) chiamato BitTorrent. In pratica, il servizio fornisce migliaia di link a film, episodi di serie televisive, canzoni e giochi. Questo ruolo di mero intermediario non ha però “salvato” gli imputati, un fatto che rischia di aprire problematiche ripercussioni per tutti i servizi che aiutano gli utenti a trovare risorse online.

«Google potrebbe essere ritenuto responsabile quando fornisce link a contenuti che non sono stati liberati dal copyright?», si è chiesto sul suo blog personale Mark Mulligan, che segue l’evoluzione del business della musica digitale per Forrester Research, società di analisi di mercato. Analoga preoccupazione esprimono altri soggetti dell’ecosistema della rete. «Il rischio è che qualcuno  approfitti di questa sentenza per chiedere ancora più forte che i fornitori di connettività siano considerati responsabili del traffico in transito e potenziali favoreggiatori di attività illegali», spiega  al manifesto Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, associazione di aziende che forniscono servizi internet. Leggi il seguito di questo post »

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